Posted by Beatrice on September 19, 2008
Cosa sta succedendo. Diciamo che siamo arrivati al colpo di scena, quello che nessuno aveva osato pronunciare, quella frase che farà crollare il teatro dagli applausi o dai fischi e le urla. Avete presente benissimo tutto il dramma consumatosi negli ultimi decenni: tutte le volte che per mettervi/ci al palo ed essere ben sicuri che foste incatenati in massima sicurezza vi/ci è stato detto: non ci sono più fondi, non ci sono più posti, sei il primo della lista degli esclusi, non ci sono i titoli, non c’è copertura, non c’è la maggioranza in giunta, non c’è appoggio politico, non c’è interesse, non è il momento, è troppo presto, è troppo tardi, non ti conosciamo…
Ora la stessa impiegata piccolina con gli occhiali sul naso, lo stesso assessore pelato con il Manifesto in tasca, lo stesso capetto con i pantaloni arancio e la tenuta da barca, la stessa arcigna signora cotonata, e la bellissima piena di gioielli stanno calando l’asso: ci dispiace, ma è finito il mondo.
Se siete davvero preoccupati, se davvero siete convinti di morire, fate un bel respiro e lasciatevi andare. Se no, ricordatevi come siete sopravvissuti fino ad ora. E preparatevi a continuare.
A me piacciono i temporali, io e il mio gatto siamo poeti romantici e con il temporale ci piazziamo in terrazza a guardare i lampi e scambiarci estatiche smancerie. Ci piace guardare il mondo che si illumina all’improvviso, di una luce uguale e senza ombre, spaventosa, ci piace il freddo della pioggia torrenziale e ci piace sobbalzare e stringere le spalle quando arriva il tuono. E poi ci sentiamo inspiegabilmente felici.
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Anna Maria Ortese “Alonso e i visionari”
Posted by Beatrice on February 23, 2008
C’è una letteratura cui mi accosto con timore, con l’emozione della paura per qualcosa di troppo desiderato e insieme sempre rimpianto e perduto. La scrittura come “avrebbe dovuto essere”, nella purezza, anche ingenua, dello sguardo che avevo, di qualcosa che avrei scritto, se solo lo avessi fatto, se solo non fossi tra i tanti che docilmente hanno lasciato che la maturità, cosiddetta, cancellasse ogni potenzialità di testimoniare quella visione e quelle parole. Perciò diventa un evento doloroso e vertiginoso, leggere un libro di Anna Maria Ortese. Ed è inevitabile, per queste ragioni, che alla fine ci si accorga di aver letto usando il più banale degli accorgimenti difensivi, la superficialità. Diventa una scrittura, perciò, ancora più profetica, che ti porta a ponderare come la cancellazione e il sacrificio del “Puma” visionario, dell’essere purissimo e infinitamente benevolo, o del cucciolo celeste, sia avvenuta inevitabilmente, per mano sconosciuta, per leggerezza, per disprezzo, per la cecità bestiale con cui apprendiamo a condurre la nostra vita, il più lontano possibile dal pericolo della follia, il più possibile nella forma di una menzogna di successo. Fino a dubitare che “quello” sia mai esistito. Chi avverte comunque il passo leggero del “Puma”, scivolare tra le rituali menzogne e le crudeltà convenzionali, silenzioso e benevolo, “piccolo buon padre” e “cucciolo”, cerca di nascosto di lasciare la ciotola d’acqua pura in un angolo segreto, e poi si ingegna per trovargli un nuovo nascondiglio sicuro, ogni volta che viene scoperto.
«Il disprezzo della natura fa parte proprio dell’uomo “naturale” – dice il prof.Op, protagonista di “Alonso e i visionari” – dell’uomo che non vede l’unità del tutto, ma solo il proprio particolare. L’Europa, dopo la guerra, si svegliava alla religione della specie umana, che pure la guerra aveva sbranato. Si tendeva a elevare una monumento all’uomo nuovo che era – doveva essere – privo di reverenza, di pietà per il bruto. Il bruto veniva odiato, proprio perché l’uomo nuovo era già bruto.»
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