Ramayana, canto XLVIII: Lamento di Sita.

Dissero il falso, dunque, i profeti del mio destino, quelli che in un lontano tempo di pace prevedevano per me una vita benedetta e che mai sarei stata donna senza figli, o avrei conosciuto il dolore della vedova – tutti mentivano, e le loro parole erano vane se Tu, mia vita e mio signore, sei stato ucciso. Falso era il sacerdote e vana la sapienza che mi benedissero in quei giorni beati quando regnavo ignara al fianco di Rama: se tu, mio signore e mia vita sei stato ucciso. Mi chiamarono felice fin dalla nascita fiera imperatrice del re del mondo e mi benedirono – ma quel pensiero è dolore se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso. Ah speranza vana! Ogni auspicio di gloria, che segni una futura regina, è stato mio e nessuna traccia di malaugurio mostrava abbattersi su di me il dolore della vedovanza. Dissero che avevo bei capelli neri lodarono la linea delle mie sopracciglia e i denti ben divisi e allineati e la curva graziosa del mio seno. Ci furono lodi per i miei piedi e per le mie dita dissero della mia pelle che era morbida e liscia e che dunque ero da dirsi felice di possedere il dodici segni perfetti del successo. Ma io rinnego ogni vantaggio concesso, se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso. Il veggente lusinghiero che così parlava, che lodava il mio sorriso di ragazza e con la mano del bramino sul mio capo versava Continua a Leggere →