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La preghiera di Kunti

Posted by beatrice on August 21, 2011

1-3. Sebbene nella mia ignoranza, io ti adoro, Essere primordiale, Tu che esisti al di là di Prakriti, Tu che sei all’interno e all’esterno di ogni creatura. Tu che sei nascosto dal velo di Maya, che trascendi la conoscenza dei sensi, Tu immutabile; come l’attore mascherato sulla scena, sei visto anche da coloro che non sanno. Come può una donna comprendere Te, che hai preso corpo per insegnare la Bhakti ai saggi capaci di discriminare tra il Sé e il non-Sé, e a coloro che hanno padronanza della mente e della meditazione.

4. Mi inchino a Govinda, a Krishna, al figlio di Vasudeva e Devaki, al figlio adottivo di Nanda.

5. Mi inchino a Te che hai un loto per ombelico, a Te che indossi una ghirlanda di fiori di loto, a Te che hai fiori di loto come occhi e piedi come fiori di loto.

6. O Hrishikesha (Signore dei sensi), reggitore del mondo, io e i miei figli siamo stati soccorsi puntualmente da Te in molti pericoli, Signore, più rapidamente di come hai raggiunto tua madre, che rimase a lungo prigioniera di Kamsa.

7. Sono stata protetta da Te, o Hari, in tutte le circostanze, dall’avvelenamento, dall’incendio (di Jatugriha), dai demoni, dagli intrighi di corte, dalla miseria nella foresta, e dalle armi sul campo di battaglia.

8. O Maestro del mondo, fai che altre calamità ci colpiscano, perchè ancora godremo della visione di Colui che libera dalla reincarnazione.

9. L’uomo la cui dignità è offuscata dall’orgoglio per la nascita, la ricchezza, il potere, la cultura o la fortuna non è degno di pronunciare il tuo nome, che è invece dato in dote ai puri e a coloro che non desiderano alcun possesso.

10. Mi inchino a Te, che sei la ricchezza di quei devoti che hanno abbandonato ogni oggetto di desiderio (Dharma, Artha e Kama), Tu che hai pace in te stesso, imperturbato, il Signore che libera dalla morte e dalla rinascita.

11. Ti riconosco come il tempo poichè ogni cosa è sotto il tuo controllo, come Colui che tutto pervade, senza inizio e senza fine; Tu abiti egualmente in tutto e da te provengono le differenze individuali di tutti gli esseri.

12. Nessuno conosce lo scopo delle tue azioni, O Signore, nella forma umana. Tu non favorisci nessuno e nessuno avversi, eppure gli uomini credono che Tu lo faccia.

13. Tu sei il Sé universale, senza nascita e senza movimento, e la tua nascita e le azioni, come accadono tra gli animali sulla terra nell’acqua, e tra i Rishi e tra gli uomini, sono solo un grande scherzo.

14-16. Coloro che costantemente ascoltano, cantano, parlano, pensano e godono delle Tue vicende memorabili, raggiungono presto i tuoi piedi e il termine del ciclo di nascita e morte. Perciò, o Signore e Sè universale, o Essere Supremo, spezza rapidamente i miei tenaci legami affettivi con la famiglia dei Pandu e di Vrishnis, così che, O Signore di Mathura, la mia mente non più distratta possa costantemente e saldamente rivolgersi alla Devozione per Te, come l’acqua del Gange corre veloce a gettarsi nell’oceano.

Srimad Bhagavatam

[Tratto dal libro "Altar Flowers" Ed. Advaita Ashrama, Calcutta, 1934. Traduzione di Beatrice Polidori, Krishna Janmashtami 2011]

La regina Kunti è la madre di Arjuna e di due dei suoi fratelli, della stirpe dei Pandava, nel poema epico indiano Mahabharata. La sua storia è tramandata anche nel Bhagavata Purana, in cui è esempio magistrale della devozione per Krishna, o Bhakti Yoga. Kunti è una figura di grande importanza all’interno di molte tradizioni indù e soprattutto tra i fedeli di Krishna


[Immagini: Sri Anadamayi Ma in veste di Krishna e in adorazione di Krishna]


La polvere attaccata ai piedi di certe donne

Posted by Beatrice on January 29, 2008

Krishna lasciò la foresta e le praterie di Vrindavana per la città di Dvaraka, dove si unì in matrimonio con otto regine. Le gopi ora vagavano in silenzio. Avvezze all’emozione dell’amore rubato, ripetevano ogni tanto, quando si trovavano sole, le parole «tu ladro», senza avere risposta. La vita procedeva come se Krishna non fosse mai stato fra loro.
La separazione, il vuoto, l’assenza: questa era la nuova emozione, l’unica.
Chiuso nel suo palazzo, mentre le otto regine, degne e pompose, orbitavano intorno a lui con implacabile precisione, Krishna si annoiava. Suo occasionale sollievo erano le conversazioni con il vecchio Narada.
Quel Rishi nato dal collo di Brahma e da Brahma condannato a errare senza sosta, che tante storie e luoghi era stato obbligato a vedere, quel vecchio intrigante, curioso, un po’consigliere aulico, grande musicista, repertorio di aneddoti, subdolo, voyeur, adulatore, intelligente, maligno: chi meglio di lui poteva distrarlo dalla melanconia?, pensò Krishna.
Passavano le notti a giocare a scacchi e a parlare. Poi Narada suonava la vina, magistralmente come sempre. Krishna si divertiva anche a stuzzicarlo. Una volta gli disse: «Ora raccontami di quella tua vita quando eri un verme e hai voluto evitare il carro di quel re». «Ma certo, siamo sempre attaccati al nostro corpo, anche quando siamo vermi…» disse Narada. Sorrideva, ma un po’ teso. Le storie che Krishna preferiva erano quelle delle due vite in cui Narada era stato trasformato in donna. «Anche se hai vissuto come donna e hai partorito decine di figli, prima di arrampicarti quella volta sui loro cadaveri per cogliere un mango, delle donne non hai mai capito niente…». «Può essere» disse Narada. «Per esempio non capisco come tu faccia con tutte queste regine…». «Ma queste non sono le donne» disse Krishna, improvvisamente cupo, e tornò a fissare la scacchiera.

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