Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide.
Posted by Beatrice on September 5, 2007
Negli anni ’70 c’erano molte case in cui regnavano “sani principi” difesi con tenacia da partigiani, dove le figlie si muovevano con molta cautela, rimproverate comunque della loro poca grazia, dove si teneva la morale stretta tra i denti, con orari e discussioni a senso unico, dove c’erano persone laboriose e niente affatto brillanti e dove si cresceva in timoroso silenzio e colpevole disordine segreto. Ognuna di queste case era retta da un codice morale, ideologico o spirituale che rendeva le mura di cinta fortemente simboliche. Ideologie, posizioni etiche, politica e religioni o qualsiasi idea anche personalissima e sbagliata, aveva preso albergo dentro le case, nel ristretto gruppo umano delle famiglie e lì regnava, scompaginata dal resto del mondo in subbuglio, cercando di diventare un’enclave inviolabile, baluardo contro l’avanzare di un mondo incontenibile e avverso a ogni principio.
Negli ambienti ancora pervasi da un certo calore, cosparsi di oggetti nuovi e scintillanti dai colori sull’arancio, siamo stati fotografati sfocati, cosparsi anche noi di un colore arancio e slavato, perchè solo troppo tardi, come in un ricordo postumo, dovessimo riconoscere da quegli indizi che possedevamo una bellezza abbagliante, quasi soprannaturale, irripetibile. Dentro quelle mura solide e in mezzo alla luminosità di alberi rigogliosi e cieli ancora lindi, intanto, senza che qualcuno lo avesse nominato mai, si insinuava un’ombra che lentamente avrebbe fagocitato in sé ogni cosa.
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