Posted by Beatrice on February 7, 2009
Sati era la figlia di Daksha, un potente tra i grandi esseri divini. Segretamente, il suo cuore adorava Shiva. Quandio suo padre convocò lo Swayamvara per scegliere tra i giovani principi e gli Dei un marito per Sati, non invitò Shiva, che conduceva vita da asceta e aveva fama di selvaggio. Sati prese allora la corona di fiori destinata al prescelto e lanciandola in aria gridò a Shiva di prenderla lui. E Shiva improvvisamante comparve nel mezzo del ricevimento coronato della ghirlanda lanciata dalla giovane Sati. Al padre Daksha non restò che acconsentire alle nozze.
Ma un giorno Daksha volle organizzare un sacrificio solenne, cui chiamare tutti gli dei e i potenti, e dove espressamente vietò l’ingresso a Shiva. Per l’umiliazione immensa Sati si diede alle fiamme riuscendo a produrre da sé il fuoco dell’autocombustione e morì sotto gli occhi del padre. Narada recò la terribile notizia a Shiva.
Shiva al colmo dell’ira e del dolore si strappò una ciocca di capelli da cui nacque il terribile guerriero Virabhadra. Virabhadra uccise perciò Daksha, e solo grazie alle preghiere di Vishnu e Brahma, Shiva acconsentì a resuscitarlo, sostituendo la testa mozzata con quella di un montone. Con Daksha resuscitato tutti gli Dei si riunirono per celebrare il rito.
Allora Vishnu apparve cavalcando Garuda e poichè Daksha aveva rifiutato Shiva, così lo ammonì: “Solo gli ignoranti ritengono che io e Shiva siamo differenti; ma io, Shiva e Brahma siamo uno solo, che assume nomi differenti per adempiere alla creazione, alla conservazione e alla distruzione del cosmo. E’ il Sè indivisibile che pervade tutte le creature; i saggi perciò vedono ogni creatura come se stessi”. Allora tutti i presenti, i bramani, i rishi e gli Dei resero omaggio a Shiva, a Vishnu e a Brahma e ritornarono alle rispettive dimore. Soltanto Shiva ritornò sul Kailash, per immergersi nel dolore della perdita della sua amata e nell’ascesi solitaria. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on March 26, 2008
La prima parola che un essere umano pronuncia nell’infanzia è “Maa”. La nostra prima relazione con il mondo si instaura attraverso la madre. Ella è l’incarnazione dell’amore, della tenerezza, della sicurezza e della tranquillità, ed è l’origine del nutrimento. Per un bambino lei è Dio.
Le culture delle origini si spinsero a trasformare il concetto in quello di Essere Cosmico, Madre di tutti gli esseri, che nutre e cura tutti. Perciò il concetto di divino come Madre è antico come la vita stessa.
Lei è il grembo eterno di tutte le creature, umane e animali. Ogni volta che vediamo l’amore materno, negli animali come negli uomini, possiamo riconoscervi il riflesso dell’amore della Madre divina per la sua creatura. Lei ci ha donato la vita, e lei può liberarci dall’esistenza mondana.
Nel suo aspetto trascendentale è Para Brahma Swaroopini, la forma del Para Brahman o Assoluto. Essi non possono esistere separatamente, uno senza l’altro, come la dinamo e la batteria.
Il Brahman Assoluto è impossibile da pensare o immaginare. Tutto ciò che possiamo apprendere con i sensi o con la mente non è altro che manifestazione della Madre. Tutte le forme intelligibili sono forme della Dea.
Nell’essenza la sua natura è Nirguna, o priva di attributi, ma quando manifesta l’universo è Saguna, o dotata di attributi. E’ Mula Prakriti, ovvero la forma originaria della natura.
Lei è il punto centrale dell’energia, la sorgente primaria di tutti i campi, che la scienza occidentale lentamente sta trovando - il campo gravitazionale, il campo elettromagnetico, il punto zero. Perciò è detta Parashakti o energia suprema. Sebbene Einstein non conosceva la Madre Divina, ne percepiva il potere e diceva: “Il campo è la sola realtà”.
Mataji Vanamali

Posted by Beatrice on January 29, 2008
Krishna lasciò la foresta e le praterie di Vrindavana per la città di Dvaraka, dove si unì in matrimonio con otto regine. Le gopi ora vagavano in silenzio.
Avvezze all’emozione dell’amore rubato, ripetevano ogni tanto, quando si trovavano sole, le parole «tu ladro», senza avere risposta. La vita procedeva come se Krishna non fosse mai stato fra loro.
La separazione, il vuoto, l’assenza: questa era la nuova emozione, l’unica.
Chiuso nel suo palazzo, mentre le otto regine, degne e pompose, orbitavano intorno a lui con implacabile precisione, Krishna si annoiava. Suo occasionale sollievo erano le conversazioni con il vecchio Narada.
Quel Rishi nato dal collo di Brahma e da Brahma condannato a errare senza sosta, che tante storie e luoghi era stato obbligato a vedere, quel vecchio intrigante, curioso, un po’consigliere aulico, grande musicista, repertorio di aneddoti, subdolo, voyeur, adulatore, intelligente, maligno: chi meglio di lui poteva distrarlo dalla melanconia?, pensò Krishna.
Passavano le notti a giocare a scacchi e a parlare. Poi Narada suonava la vina, magistralmente come sempre. Krishna si divertiva anche a stuzzicarlo. Una volta gli disse: «Ora raccontami di quella tua vita quando eri un verme e hai voluto evitare il carro di quel re». «Ma certo, siamo sempre attaccati al nostro corpo, anche quando siamo vermi…» disse Narada. Sorrideva, ma un po’ teso. Le storie che Krishna preferiva erano quelle delle due vite in cui Narada era stato trasformato in donna. «Anche se hai vissuto come donna e hai partorito decine di figli, prima di arrampicarti quella volta sui loro cadaveri per cogliere un mango, delle donne non hai mai capito niente…». «Può essere» disse Narada. «Per esempio non capisco come tu faccia con tutte queste regine…». «Ma queste non sono le donne» disse Krishna, improvvisamente cupo, e tornò a fissare la scacchiera. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on June 7, 2007
Con qualche apprensione mi sono apprestata a vedere questo bel lavoro di Deepa Mehta, presentato un po’ ovunque come un film di denuncia sulla condizione delle vedove e delle donne nell’India tradizionale. Posizione che a suo tempo scatenò le ire dei fondamentalisti Indù, che non approvavano una rappresentazione così parziale della propria cultura e, dall’altra, guadagnò le simpatie interessate dei nostri paladini dei diritti umani - un film con un pessimo curriculum, insomma. E’ che a volte le parole coinvolgono più dei fatti. Se denuncia c’è, si definisce nelle poche righe che aprono
e chiudono la pellicola, all’inizio citando le istruzioni della Legge di Manu sul trattamento delle vedove e alla fine con un dato statistico sul numero delle persone ancora potenzialmente coinvolte nella sua applicazione, fuori legge, per semplice superstizione o , come dice un protagonista del film, per mero interesse travestito da religiosità. Il film non è una gelida accusa, è se mai il ritratto di un travaglio storico, rappresentato con la massima cura, quasi con delicatezza, con rispetto degli esseri e infine con grande poesia - che ritorna dappertutto, anche nelle personalità dipinte come più squallide. La famigerata “condizione delle vedove indiane” è di fatto un contenitore, duro ed esigente, perchè lo spirito, attraverso le protagoniste, si dispieghi nelle sue molteplici espressioni. Come se un’intera cultura fosse ritratta nel profondo e nel vero della propria spiritualità, messa davanti all’ineluttabile: la morte, la società, la ricerca di Dio e della Verità. Ognuna delle protagoniste, e dei protagonisti, ne esprime una visione profonda e singolare. Madhumani che dirige cinicamente la casa delle vedove, ringrazia il “suo” Shiva che sembra incarnare grottescamente, l’eunuco spiega gioioso la propria teologia a Kaliani <<così come dio gioca all’incarnazione di Krisna, io gioco la parte delle sue pastorelle>>, Kaliani getta il suo cuore ai piedi di Krishna e all’amore; e infine la solida Didi, che segue gli insegnamenti del suo guru e lo serve con devozione, che conosce i propri limiti e li confessa con umiltà, è il cuore del film, il travaglio tra la fede e la libera coscienza. La risposta ai suoi interrogativi le arriverà dalla voce del Mahatma Gandhi: <<Se prima credevo che Dio fosse la verità, ora so che la Verità è Dio>>. Solo chi ha servito con vera devozione ha il privilegio di ascoltare e realizzare questa rivelazione e poter agire di conseguenza, per grazia del destino tragico di una bambina, che arriva nella grigia casa delle vedove come un segno divino: la necessità di scegliere la propria coscienza, liberarsi dalle convenzioni e liberare disinteressatamente, rispecchiandosi, chi deve essere libero… Continua a leggere »