Il Suono dell’India. Notturni indiani.

Un non-diario di viaggio Il Suono che disegna lo spazio. Mataji, hai ascoltato i Mantra nel tempio? Mi chiede un uomo molto educato e gentile, come si chiede ai turisti religiosi. Certo amico mio, sono stata nei templi e ho ascoltato i mantra e gli sloka, ma qui il Suono è ovunque ci si trovi. Ci affacciamo sulla strada trafficata dell’ora dopo il tramonto, quando la curva a gomito che porta ad Assi Ghat diventa un unico ingorgo fermo, avvolto nella nota costante e variegata dei clacson spinti al massimo volume. Sembra che il mondo sia contenuto e stabilito in quel Suono potente, inutile, autonomo, concreto, immobile.  Ji, lo senti? qui ovunque ogni essere sta alzando il proprio suono al cielo, ogni cosa canta, ogni cosa suona. Accade perché l’anima di questa città è rivolta verso l’alto, e la sua stessa urgenza di salire, di espandersi e risuonare, grida: io sono! Jay Ram! E’ il suono stesso dei viventi, più potente del respiro, da cui il respiro proviene. Prima di tutto, esistere è questo innalzarsi in suono, essere. Ovunque qui risuona il Naad, che proviene spontaneamente dal vivente, e in ogni dove risuona senza sosta. Senza limite e senza inibizione, di diritto divino, di ogni cosa che è: perché è suono al suo nascere. Così sente uno yogi, così vede uno yogi questa città santa, Ji. Hai ragione Mataji, non l’avevo mai pensato, è proprio così. Quando sono arrivata a Varanasi, salita sul taxi, appena l’auto è entrata nel gorgo Continua a Leggere →

In lode della Grande Dea. Origine e tradizione del culto della Madre Divina in India.

Tremila anni prima dell’apparizione del Devīmāhātmya, una civiltà avanzata come quella dell’Egitto e della Mesopotamia sorse sulla vasta pianura alluvionale dei fiumi Indo e Sarasvatī e prosperò in splendore tra il 2600 e il 1900 AC. Le sue città di Harappa e Mohenjo-daro erano tra le più grandi al mondo, e ci sono numerose prove archeologiche che l’India dell’Età del Bronzo sia stata culturalmente ed etnicamente diversa com’è oggi. Come nella maggior parte del mondo antico, diversi culti religiosi probabilmente coesistevano, più o meno pacificamente. Poco prima dell’ascesa della civiltà Harappan, o dell’Indo-Sarasvatī, negli insediamenti degli altipiani nel Belucistan, a nord e a ovest della Valle dell’Indo, le culture pre-Harappa consideravano la Dea Madre, o alcune dee, più o meno allo stesso modo degli altri popoli del Neolitico nel Medio Oriente.
Prevedibilmente per una società agricola, le immagini della dea pre-Harappan mostrano temi relativi alla fertilità e ai cicli della natura. Realizzate in argilla cotta, le statuine condividono caratteristiche comuni, come capelli riccamente elaborati, collane ornate, facce simili a uccelli, fianchi larghi e seni pieni. Spesso rappresentano la forma femminile dalla vita in su, quasi a suggerire una dea della terra che emerge dal suolo. Alcune, con le mani sul petto, suggeriscono una madre benevola e nutriente. Altre, spesso incappucciate e con visi truci, talvolta a forma di teschio, suggeriscono una dea del mondo sotterraneo che è il guardiana dei morti e forse del seme interrato. I loro macabri volti e le loro bocche distorte sembrano concepiti per evocare il terrore, ed è facile immaginare la dea che rappresentavano come un prototipo di Kālī. Continua a Leggere →

Il trattato di Manu sulla norma [Manavadharmasastra], Einaudi

Composto probabilmente nel II secolo avanti Cristo e per tradizione attribuito al mitico figlio di Brahma, capostipite dell’umanità, il Trattato di Manu sulla norma è uno dei piú celebri testi antichi di norme etico-politico- giuridiche del mondo antico. È stata una delle primissime opere in sanscrito a essere tradotta in una lingua occidentale (in inglese, nel 1794) e ha avuto lettori entusiasti come Nietzsche. La sua fama è legata alla vastità delle sue trattazioni, che spaziano dai criteri per l’amministrazione della giustizia alle regole per la vita familiare, dalle dottrine cosmogoniche alle indicazioni pratiche sull’alimentazione. Ma è stato anche uno strumento ideologico e di controllo sociale prediletto dalle compagini brahmaniche ortodosse e viceversa contestato da coloro che, in vari tempi e per varie ragioni (buddhisti, classi subalterne), si sono sentiti oppressi dalla cultura dominante. Per la prima volta tradotto in italiano direttamente dal sanscrito (sulla base della piú accurata edizione critica), il Trattato di Manu viene qui proposto come opera indispensabile per capire la cultura dell’India, al pari delle grandi saghe epiche del Mahabharata e del Ramayana «La fama del Manavadharmasastra è senz’altro legata alla vastità e all’esaustività delle sue trattazioni in materia di condotta, regalità, criteri per l’amministrazione della giustizia, regole per la vita familiare, norme per la formazione degli intellettuali, dottrine cosmogoniche, pratiche ascetiche, etica religiosa, ecc. L’ampiezza e il carattere dei suoi contenuti hanno costituito la ragione del suo primato, riconosciuto sia dai commentatori classici indiani sia dai funzionari britannici ottocenteschi. Costoro se ne sono ampiamente serviti Continua a Leggere →

Guido Gozzano: Una Devadasis

Una Devadasis (ancella della Dea), cioè una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobiltà  millenaria, poichè non può essere che figlia di una bajadera, come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. E’ facile comprendere come, anche solo per istinto ereditario, s’affini in una Devadasis l’arte del gesto, del passo, dell’atteggiamento, l’arte della voce e della maschera, l’attitudine letteraria a penetrare, commentare insuperabilmente i capolavori la poesia indiana. Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa non ha bisogno di imparare le lingue sacre: il sanscrito, il pali, le son famigliari fin dall’infanzia; le strofe dei Pouranas, i poemi storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi si muovono istintivamente a ritmo di danza, le sue prime parole a un ritmo di canto e poesia, i begli occhi tenebrosi si sono appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie e nei cortei. Prigioniera nel Tempio fino a quindici anni, essa limita l’orizzonte dell’universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l’alte mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima s’accrescono esclusivamente di religiosità. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei la viva scultura del Tempio.

Giuseppe Tucci: Umanesimo Indiano (1936)

Giuseppe Tucci Umanesimo Indiano (Asiatica, III [1937], pp. 416-420) Nel 1936 cadde l’anniversario della nascita di Ramakrishna, di una cioè delle più grandi figure della mistica indiana. Ramakrishna, come dissi nella commemorazione che ne feci, è ancora vivo e presente nell’India moderna, la quale traverso l’interpretazione che ne diede Vivekanada, ha visto in lui il rinnovatore dell’anima indiana: colui cioè che ha riportato gli spiriti a una spontaneità e immediatezza di sentire; che non solo purifica la religione, ma fortifica e nobilita le qualità morali. Tutta l’India si è ancora raccolta intorno a lui e ne ha ricordato la grande personalità che il tempo sembra piuttosto accrescere che diminuire, e l’ha commemorato in diverse guise: sia cominciando la costruzione di un gran tempio a Belur ove meditò e si spense il discepolo ed allievo principale di Ramakrishna, voglio dire Vivekanada, sia tenendo a Calcutta un congresso mondiale di problemi religiosi, sia infine pubblicando in suo onore tre grossi volumi che espongono, in sintesi, i caratteri della civiltà indiana e la conquista del pensiero indiano2. Modo più degno non si poteva trovare per commemorare un asceta il quale nel XIX secolo ha rinnovato la tradizione millenaria della mistica indiana e sembrò in se medesimo raccogliere e impersonare gli ideali religiosi della sua stirpe. Tre grossi volumi divisi in 90 capitoli, ciascuno compilato da un autore competente. Fa piacere vedere che gli scrittori sono tutti quanti indiani. È passato ormai il tempo quando l’indologia era il privilegio delle università occidentali; gli indiani Continua a Leggere →

Anandamayi Ma sul silenzio e sul dolore

Il Silenzio Quando anche si smette di parlare, l’attività della mente prosegue. Il silenzio è comunque un supporto importante per il controllo della mente. Più la mente si concentra nel profondo, più la sua attività si riduce in proporzione, finché si giunge alla percezione che Colui che provvede a tutto si occuperà di aggiustare ogni cosa. Quando la mente è agitata da pensieri mondani, il beneficio procurato dall’astensione dalle parole è perduto. Quando la mente è fissa su Dio evolve rapidamente e insieme si conseguono la purezza del corpo e della mente. Permettere al pensiero di soffermarsi sugli oggetti dei sensi è uno spreco di energie. Concentrando la mente sul pensiero di Dio tutti i nodi che formano il senso dell’io vengono presto risolti e si realizza ciò che deve essere realizzato. Dire che “Egli è conosciuto mediante il silenzio” non è del tutto corretto, poiché la Conoscenza suprema non avviene “per mezzo” alcuno. La suprema Conoscenza rivela sé stessa. Le tecniche e le discipline sono utili a sollevare il “velo”.