Posted by beatrice on February 16, 2010
Giuseppe Tucci
Umanesimo Indiano
(Asiatica, III [1937], pp. 416-420)
Nel 1936 cadde l’anniversario della nascita di Ramakrishna, di una cioè delle più grandi figure della mistica indiana.
Ramakrishna, come dissi nella commemorazione che ne feci, è ancora vivo e presente nell’India moderna, la quale traverso l’interpretazione che ne diede Vivekanada, ha visto in lui il rinnovatore dell’anima indiana: colui cioè che ha riportato gli spiriti a una spontaneità e immediatezza di sentire; che non solo purifica la religione, ma fortifica e nobilita le qualità morali.
Tutta l’India si è ancora raccolta intorno a lui e ne ha ricordato la grande personalità che il tempo sembra piuttosto accrescere che diminuire, e l’ha commemorato in diverse guise: sia cominciando la costruzione di un gran tempio a Belur ove meditò e si spense il discepolo ed allievo principale di Ramakrishna, voglio dire Vivekanada, sia tenendo a Calcutta un congresso mondiale di problemi religiosi, sia infine pubblicando in suo onore tre grossi volumi che espongono, in sintesi, i caratteri della civiltà indiana e la conquista del pensiero indiano2.
Modo più degno non si poteva trovare per commemorare un asceta il quale nel XIX secolo ha rinnovato la tradizione millenaria della mistica indiana e sembrò in se medesimo raccogliere e impersonare gli ideali religiosi della sua stirpe. Tre grossi volumi divisi in 90 capitoli, ciascuno compilato da un autore competente.
Fa piacere vedere che gli scrittori sono tutti quanti indiani. È passato ormai il tempo quando l’indologia era il privilegio delle università occidentali; gli indiani hanno cominciato a studiare da sè il proprio paese e le proprie tradizioni ed in pochi decenni hanno pubblicato lavori di prim’ordine. Certo in questa opera non di rado si nota un appassionato amor di patria che induce gli scrittori a valutazioni eccessive e non sempre sostenibili di molti aspetti del pensiero e dell’arte indiana. Ma è naturale sia così, quando alla coscienza di un grande passato facciano riscontro condizioni politiche non fiorenti, e si cerchi perciò nel ricordo degli antichi fastigi trarre l’auspicio di un radioso futuro.
Un’opera come questa di cui sto parlando, fatta per collaborazione, è naturale che si presenti un po’ frammentaria: i varii capitoli sono spesso giustapposti più che organicamente collegati in un’esposizione unitaria dell’anima dell’India. Si sarebbe forse potuto ovviare a questo difetto con un capitolo introduttivo o di conclusione in cui qualcheduno avesse in certo modo tirato la somma di questa lucida e minuta esposizione che in quasi 2000 pagine traccia lo sviluppo del pensiero e dello spirito indiano. Poiché è, secondo me, venuto il tempo di liberarsi da un grave pregiudizio che ha imperato nei nostri studi e s’è riflesso nell’opinione della gente nei riguardi dell’India, che cioè questa sia un mosaico di culture e una pluralità di atteggiamenti spirituali male unificati e male unificabili.
In fondo noi ci siamo lasciati fuorviare dall’apparenza esteriore di certi atteggiamenti filosofici che sono il frutto di una lunga elaborazione scolastica - abbiamo cioè seguito le orme degli eruditi indiani ed abbiamo arbitrariamente scisso l’esperienza filosofica e religiosa dell’India in cinque o sei grandi rami: la speculazione upanishadica, la Mîmâmsâ (ritualistica), il Vedânta, il Sankhya, lo Yoga, il Nyâya (logica) ed il Vaisesika (atomosmo) più due scuole che abbiamo senz’altro qualificato come eterodosse, il Jainismo ed il Buddhismo. Ma l’apparente diversità delle formulazioni dommatiche inasprita dalla rivalità di scuole ci ha fatto dimenticare che tutte le più tardive elucubrazioni e i sottili filosofemi dei teologi nascondono, col loro rigoglioso e spesso farraginoso prosperare, un’unità di indirizzo e di concezioni: unità nella quale si esprimono i caratteri essenziali dell’anima indiana di fronte ai massimi problemi.
Unità che è anche continuità nel tempo, ché dagli albori della civiltà indiana, dei quali gli scavi fatti a Mohenjodaro e ad Harappa ci hanno dato imprevedute rivelazioni, fino ai tempi nostri vediamo le stesse idee e le stesse concezioni, ora più vive ora più languide, permeare, sia pure sempre arricchendosi di nuovi elementi, tutte quante le forme di vita e di pensiero di questo popolo. Se uno volesse trovare una parola sola per esprimerle potrebbe ricorrere alla parola Yoga. Poiché Yoga non significa già una tecnica psico-fisica, ma presuppone l’esperienza come base della vita spirituale. L’indiano, in altre parole, non ha voluto conoscere per conoscere, ma conoscere per vivere: e non già per vivere nel tempo, ma per vivere nell’eterno. L’India non ha conosciuto la lotta fra l’io ed il non io, intesi come due realtà, che tendono a fondersi e non trovano mai la via di trasmutarsi l’una nell’altra, ma ha superato o meglio negato la parvenza del divenire per perdersi nell’essere assoluto. Tutto ciò che diviene non è e non su quello si volge l’attenzione dell’uomo, ma piuttosto su quell’essere che a quel divenire soggiace e che quel divenire condiziona. La personalità umana è sogno: il fine del conoscere e dell’operare è l’âtman o il nirvâna, definizione l’una positiva, l’altra negativa della stessa indiscriminabile realtà nella quale il molteplice si annulla e il divenire cede all’essere o il tempo all’eterno. È evidente perciò che la mistica abbia avuto in India preminenza sulla scienza. La scienza parte dal presupposto che il mondo sia reale, ma per l’India il mondo è un sogno, anche per quei sistemi, come quelli tantrici, che lo consideravano come la veste o il velo o il gioco di Dio: perché è sempre un miraggio che bisogna raggiungere. Su tali basi non può sorgere e svilupparsi nessuna scienza degna di questo nome: la vera scienza dell’India è stata la psicologia mistica intesa ad indicare la via per cui l’uomo si annulli, con le proprie forze, nel tutto. E questo annullamento della personalità può ottenersi quando, per progressivo ascendere, l’uomo si smaterializzi e quindi si perda nell’infinita luce delle coscienza cosmica, che è perfezione di essere, intelligenza e beatitudine.

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Posted by beatrice on November 23, 2009
Trascrivo qui due inviti ricevuti per intraprendere un viaggio organizzato in India in occasione del prossimo Kumbha Mela, che si svolgerà dal 14 gennaio al 28 aprile 2010 in Haridwar, India. Ovviamente non mi assumo alcuna responsabilità sulla veridicità delle informazioni o delle proposte.
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Il primo invito arriva dall’ottimo Swamy Mangalananda (Mata Anandamayi Ashram), e mi pare la proposta più originale e interessante:
Omkar Spiritual Tours
Come and have a deep and genuine experience of spiritual India! Omkar Tours is an organization connected with Mata Anandamayi Ashram in Indore and Omkareshwar. All the proceeds from the tours go to fund the free school in the Omkareshwar Ashram for the local village children. Omkar Tours is operated by devotees of the ashram and aims at giving visitors an authentic experience of the deep spirituality inherent in the holy places and people of India.
Each six-day tour includes visits to famous temples, meetings with local saints and devotees, and classes in meditation and yoga.
Each participant in the tour should arrange their own international flight to Mumbai, but from there we will arrange the flight to Indore and meet you at the airport. Transportation will be provided for your journey to nearby Omkareshwar, which is an ancient Shiva pilgrimage shrine on the banks of the holy Narmada River. You will stay in Mata Anandamayi Ashram and have all meals and accommodation provided, including bottled drinking water. Here you can experience the daily life of an Indian ashram and have classes in yoga and meditation. You will be taken on a boat tour down the Naramada seeing the different small ashrams and sadhus living there. You will walk the pilgrim’s trail around the island, meeting the local saints and sadhus. There will also be a trip to nearby Maheshwar, visiting the palace of the Saint-Queen Ahilya Bai of ancient times, and later to the pilgrimage town of Ujjain where the Kumbha Mela is held every twelve years. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on November 27, 2008
Quando in Nepal il sig. “Prachanga” vinse le elezioni dello scorso aprile, portando il Paese dalla monarchia a uno stato democratico a maggioranza “comunista”, un anziano - che come molti della sua generazione, nonostante una personalità notevole, deve definirsi “comunista” per possedere un’etica e un ideale - mi chiese: e l’India? In India, dissi io, esistono partiti di ispirazione comunista, in alcuni stati hanno la maggioranza, a livello centrale si assestano in percentuali “normali” e contrattano il proprio appoggio alle coalizioni di centro-sinistra. Perchè? Dice, perché secondo lui in India ci sono contraddizioni enormi, c’è troppa povertà, e potrebbe capitare che ne esca un Prachanga, che scoppi la rivoluzione. Giovane!! ah, sì, esistono da sempre i gruppi dei guerriglieri nella jungla, i Naxaliti, formazioni di vaga ispirazione maoista e dal misterioso rifornimento di armi: conquistano militarmente un po’ di villaggi, applicano una giustizia sommaria e plateale, ma di lì poi non si spostano, non prenderanno Nuova Dheli con metodi così primitivi, né gli interessa, sono i bulli della jungla, secondo me, e basta. L’anziano giovane si stupisce che la gente attenda con pazienza il proprio turno all’accesso alla ricchezza, ammassandosi alla rinfusa ai margini delle metropoli. Dico, vanno al cinema, canticchiano le canzoni alla moda, venerano i divi di Bolliwood, sperano in un futuro migliore. Non coglie il parallelo che molti vedono con il dopoguerra felice dell’Italia di qualche decennio fa. Non vede una felicità che non miri a un riscatto radicale e universale; quello che per molti è benessere, per altri è miseria, miseria morale prima che materiale, ma dove la povertà materiale deve essere il perno dell’equazione e della presa di coscienza.
Tra due ore prenderò il caffè con mio padre, che mi dirà: hai visto in India? Ho visto, sì. Eh? Il fatto di appartenere in maniera indipendente e testardissima a qualcosa denominato Induismo mi qualifica , purtroppo, come sostenitrice di un sistema politico ed economico che invece mi è completamente indifferente, come qualsiasi altro. Ma a questo punto per me è già la barriera visibilissima dell’impossibilità di comunicare. Non è riconoscibile, nella nostra disperata decadenza, una denominazione che non corrisponda a un’adesione politica e pseudo-ideale, che deve essere manifestata con la faziosità truculenta e identitaria della tifoseria, cui di solito la connotazione religiosa aggiunge caratteri di untuosità e senso di presunta giustizia. Fatico enormemente a sopportare questa attribuzione. L’occidente, il monoteismo, l’ambizione imperiale di ciascuna delle “grandi religioni” hanno ormai stabilito che solo questa pretesa megalomane e omicida è fede. A questa “fede” credono tutti, ecco come si spiega il presunto misticismo rimontante nel XXI secolo. Ma la povertà, la politica, le contraddizioni sociali - mi dicono le notizie di oggi - sono definitivamente lasciate fuori dalla porta. Il trionfo è dell’immagine, della sigla, dell’intelligence e della televisione. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on August 26, 2008
Mi ero distratta, ultimamente, così mi è toccato risvegliarmi bruscamente stamattina nell’apprendere che mentre noi eravamo impegnati nella solita vita privata, nel privato delle nostre meditazioni e delle nostre malinconie, era scoppiato un tumulto, in India, in cui ha perso la vita una religiosa, in attesa dell’inevitabile escalation. La guerra dei “fanatici” Indù, dicono i giornali. Anche questa volta, sotto accusa sono Dio e i suoi devoti, mai si dovesse pensare un uomo pio e la sua pietas come altro che fame atavica di sopraffazione e di vendetta.
Non ho, in questo momento, tutti i dati a disposizione per raccogliere anche soltanto un profilo della frizione che oggi ha ucciso una suora. Ho la sensazione di non voler andare in India; ho il ricordo che una volta, una avveduta signora cristiana mi consigliò caldamente di trasferirmi là al più presto, e non capivo perché; ho la percezione che l’India sia già troppo Occidente, per me, fanatica Indù, se oggi scoppia una guerra di stampo comunalista e quindi global.
Più o meno mentre in Italia la madonna piangeva sangue a Civitavecchia, in India, una statua di Ganesh beveva latte. Un anglo-indiano, Thackeray, che non fa lo scrittore, salì su un palco e gridò a una folla eterogenea che la rinascita era incominciata che gli indù si sarebbero riappropriati dell’India. Thackeray è un uomo pio perché crede che la statua abbia bevuto, e lo sono improvvisamente i suoi seguaci. Tra il 1992 -93 almeno mille persone perdono la vita negli scontri tra hindu e musulmani e il bilancio negli anni ha continuato a crescere. Non c’è nulla di Indù in tutto questo. Se si vuole, una recente intervista a Lal Kishen Advani [1], leader della destra Indù, spiegherà con nitore che il problema è squisitamente identitario, e l’identità è un problema moderno, o meglio, coloniale. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on July 10, 2008
La progressiva ascesa dell’India a protagonista della scena mondiale, in termini che sarebbero stati impensabili solo qualche decennio fa, ci costringe a riconsiderare l’immagine che l’Occidente se ne è costruito in più di due millenni. Immagine prestigiosa, forse, ma anche duramente riduttiva, di luogo privilegiato di saperi occulti, di estasi e ascesi o, di converso, di favolose ricchezze e morbidi piaceri. Più che dedicarsi alla conoscenza dell’India, l’Occidente ha preferito sognarla: una conseguenza fra le tante è che al pensiero dell’India, pur unanimemente celebrato come la sede della più alta sapienza, non è stato concesso nemmeno un posticino d’angolo nel gran teatro delle storie della filosofia. Il volume presenta il pensiero dell’India premoderna innanzitutto delineando i parametri culturali in cui si è sviluppato e all’interno dei quali deve essere letto, associato spesso con l’esperienza religiosa ma anche essenzialmente autonomo da essa, talvolta diverso nelle forme e negli esiti ma più spesso strettamente affiancato al pensiero occidentale, di certo mai “alieno”.
«Un compendio sempre approfondito e basato su competenze di prima mano e allo stesso tempo un’originale visione dell’intero campo. Lo definirei il miglior sguardo d’insieme moderno sulla filosofia dell’India, condotto a un livello di penetrazione straordinariamente alto», Ernst Steinkellner, Università di Vienna, Accademia Austriaca delle Scienze
Raffaele Torella, Il pensiero dell’India: un’introduzione, Carocci Editore, Roma 2008, pp. 224
Posted by Beatrice on April 10, 2008
I giornali hanno riportato con un misto di orrore e di pietà il caso della bimba nata in India, questi giorni, a ridosso del Navaratri, con due facce; cioè, per chi non ne avesse conosciuto la notizia, con due facce attaccate allo stesso cranio, cioè quattro occhi, due bocche e due nasi (ma due orecchie). Invece che suscitare l’apprensione medica dei famigliari, sulla piccola si è riversata subito la copiosa devozione dei parenti e di tanta gente semplice che accorre a venerare in lei la reincarnazione di Durga, la Madre Divina. Io ho visto le fotografie e un video della bimba e ho provato una profonda commozione, per questo essere stranissimo, senza dubbio, ma incredibilmente bello e intenso; qualcosa che nella sua eccezionalità creaturale tocca il cuore e lo stupore per la vita, che effettivamente riusciamo a cogliere vertiginosamente quando si manifesta in qualcosa che non possiamo più catalogare tra i molti, ma dobbiamo guardare nella sua unicità e interezza. E’ anche più intensa la sensazione di sapere che la piccola apre e chiude gli occhi, tutti simultaneamente e quindi, per ora, i riflessi e le funzionalità nervose sembrano funzionare correttamente e gestire la complessità degli organi multipli senza difficoltà: il suo “io sono” è a quattro palpebre, o a due teste, senza ripensamenti né fratture.
Perciò i genitori hanno ritenuto di non sottoporre la bambina a stress clinici e il medico locale afferma che gode di buona salute. Resta da vedere come il cervello riuscirà a gestire le informazioni che provengono da quattro occhi, come organizzerà informazioni e risposte, quando la vista e gli altri sensi si saranno differenziati e acuiti fino al grado successivo dello sviluppo. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on March 26, 2008
Il Silenzio
Quando anche si smette di parlare, l’attività della mente prosegue. Il silenzio è comunque un supporto importante per il controllo della mente. Più la mente si concentra nel profondo, più la sua attività si riduce in proporzione, finché si giunge alla percezione che Colui che provvede a tutto si occuperà di aggiustare ogni cosa.
Quando la mente è agitata da pensieri mondani, il beneficio procurato dall’astensione dalle parole è perduto. Quando la mente è fissa su Dio evolve rapidamente e insieme si conseguono la purezza del corpo e della mente. Permettere al pensiero di soffermarsi sugli oggetti dei sensi è uno spreco di energie.
Concentrando la mente sul pensiero di Dio tutti i nodi che formano il senso dell’io vengono presto risolti e si realizza ciò che deve essere realizzato.
Dire che “Egli è conosciuto mediante il silenzio” non è del tutto corretto, poiché la Conoscenza suprema non avviene “per mezzo” alcuno. La suprema Conoscenza rivela sé stessa. Le tecniche e le discipline sono utili a sollevare il “velo”. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on August 26, 2007
Si vedono chiaramente già nell’espressione del volto ancora adolescente la determinazione, la durezza e la forza di volontà della piccola albanese macedone. Della tormentata vicenda della sua fede si era già bisbigliato, qualcosa era finito per trapelare perfino nello sceneggiato televisivo a lei dedicato. Non di meno, per decenni Madre Teresa è stata presentata come un’icona melliflua dell’amore, o invece di quell’amore militante
contro i nemici della religione cattolica e dei suoi valori, quasi un profilo di cartone con cui nascondere, se ce ne fosse bisogno, l’abisso del cuore in cui si deve immergere il cercatore di Dio. Per il paradigma del catechismo materialista, lei aveva semplicemente nutrito gli affamati, vestito gli ignudi, eccetera eccetera, mentre ciò che di più spirituale l’aveva animata - la lotta del cuore, gli errori, la ferocia del divino - era registrato solo dai detrattori come onta da sbandierare anche questa, ma a sostegno delle tesi anti-cattoliche. Perciò ad alcuni la “santa” è diventata antipatica, senza nulla di personale, dato che non tutti apprezzano veder sventolare bandiere come argomenti spirituali. La questione, tra l’altro, sembrava un dibattito tra le due tesi materialiste dominanti: meglio servire la materia appellandosi a Gesù o appellandosi al materialismo storico? Nonostante la pessima compagnia, però, la suora per eccellenza è rimasta sempre un tarlo nella coscienza dei ricercatori, come un mistero non rivelato, qualcosa che è stato nascosto dalla prepotente campagna mediatica con la sua effige, e che aveva certamente molto da illuminare. La radicalità e la potenza della sua esperienza “sul campo”, che non hanno avuto eguali, l’amore per Cristo e l’assorbimento profondo della spiritualità indiana, non induista-settaria, l’anelito non privo di apparente sciovinismo a realizzare l’unicità del Cristo, ad ogni costo, l’ascesi senza concessioni, ci sembrano potenti fendenti di Viveka, della discriminazione filosofica che vide impegnati i grandi mistici-filosofi dell’Essere. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on August 15, 2007
I coloni inglesi in India sono esseri sperduti, abbandonati dal destino a diventare preda di ossessioni e follie, abbattuti dal caldo e dai tradimenti, insoddisfatti,
piegati dalla temperatura e dalla droga. L’individuo in India sembra destinato a sciogliersi al sole e la mente diventa un fardello di pensieri sempre più solitari e disperati. L’Occidentale, che è giunto fin lì “con la frode” è destinato a soccombere, schiacciato dalla visione della propria “tremenda notte”. Gli “indigeni” - come Kipling li raggruppa, indifferentemente dalla loro etnia - racchiudono invece un mistero che ne fa una barriera vivente, una soglia invalicabile oltre cui non è saggio cercare di indagare. Sono quella vita che gremisce compatta i tetti e le vie della notte, dormendo e rigirandosi all’unisono sotto il cielo immobile della “tremenda notte”, come un’onda di corpi e un solo respiro, nella visione corale che apre la raccolta. Non poteva esserci inizio più metafisico della fisicità di quella “tremenda notte”.
Kipling è l’osservatore sospeso tra i due mondi, l’anglo-indiano che ha in sorte di testimoniare della complessità dell’intreccio, soprattutto dove la “perfetta amministrazione” deve cancellare, mentire pietosamente, fingere di non vedere; ed è anche un privilegiato ascoltatore delle storie che gli indigeni scelgono di rivelargli, quelle più sconvolgenti anche per loro, che devono restare senza spiegazione, né razionale né spirituale.
E’ questa un’India malinconica e struggente, con un piede pericolosamente sul limite della follia, che si anima nella notte carica di presagi e di sentimenti acuti, che l’alba cancella, costringe ad abbandonare - l’alba che presagisce sempre la morte, mentre il cuore dell’India vive nella notte. Improvvisamente defraudati del cliché della sapienza spirituale riscoperta solo più tardi, siamo davanti all’indecifrabile che si sottrae alla ragionevolezza positiva, senza riabilitarla in certezze superiori. La Selva Oscura del cuore, ancora senza un’identità da spendere nel mercato delle menzogne, è spalancata e inviolabile, ancora assorta in sé, non detta.
Kipling ama questa oscurità, quanto odia aspramente la fredda luce che stritola la coscienza dell’occidente, come testimonia il racconto della sua infanzia. Apprezza l’amministrazione infaticabile dei suoi connazionali, ne avverte il polso debole e stremato, il fastidio, la noia assordante. Il segreto per sopravvivere in India, o il segreto dell’India è tutto quello che gli stranieri non dovrebbero mai violare, perchè in quel clima impossibile e nella visionarietà di quel mondo, il debole concetto divino dell’occidente deve cedere il passo e restare a guardare senza pretendere di capire. Scrive Kipling a un missionario presbiteriano: << Ho avuto la fortuna di nascere e in buona parte di crescere in mezzo a quelli che l’uomo bianco chiama “pagani”… e trovo crudele che i bianchi, con i loro governi muniti delle più micidiali armi note alla scienza, debbano abbagliare e scombussolare i propri simili con una dottrina della salvezza da loro stessi malamente intesa e con un codice etico estraneo al clima e agli istinti di quelle razze di cui offendono le usanze più care e di cui insultano gli dèi>>. Qualcuno ha definito Kipling la “voce del colonialismo”, eppure poche voci sono state così lucide nel denunciare la più sorda delle violenze coloniali. In questi racconti, per l’ultima volta prima della definitiva ecumenizzazione delle credenze antiche e della normalizzazione della gente, il “Dio delle cose come sono” - come fa osservare Ottavio Fatica nella postfazione - finisce per averla vinta sul “Dio delle cose come dovrebbero essere” e la natura riprendere ciò che è sempre stato suo.

Posted by Beatrice on July 19, 2007
Ho deciso di affrontare il caldo all’indiana, all’indiana povera, a colpi di ventilatore, stravaccata sul letto con un bel romanzone di Vikram Chandra “Giochi sacri”, una gangster-story a pieno ritmo, a tratti commovente e profonda, a tratti poliziesca e feroce come un bel film di trenta anni fa. Con più di mille pagine, anche se volano veloci, ho quasi la certezza di arrivare indenne a lunedì, quando dovrebbe cambiare tutto e inoltre imparo un sacco di parolacce in hindi, giustamente non tradotte, e riempio le ore di insonnia che ho deciso di non spendere scrivendo o traducendo alcunché.
Intanto che leggo l’insonnia si scansa, di ora in ora, perchè come accade a uno dei protagonisti del libro, l’insonnia cede il passo solo quando la coscienza riesce a ripescare un senso o un bagliore di sé nel marasma indistinto del (nostro) tempo e quindi può rilassarsi e tornare al sonno. Ma fino a quel momento è come un cane che punta, che niente può dissuadere dalla sua ricerca e dalla tensione che la percorre, perchè è fatta per quello e non ha alternative. Questo è lo spirito di
Ganesh Gaitonde, il protagonista “spirituale” del libro di Chandra, un malavitoso, un boss della mafia indù, un uomo feroce e sporco come la morte che la morte trasforma nella coscienza narrante del libro. Lo seguiamo spiegarci passo passo la sua ascesa rapida e sanguinosa, chiarire a noi la sua chiarezza e dissipare così i nostri dubbi, mostrandoci sicurezza, coraggio, valore… Lui è già morto, e vorrebbe lasciare le sue memorie all’ispettore Sartaj, che cerca di mettere insieme i tasselli della storia di Gaitonde e di scoprirne i segreti, interrogandosi nel mentre sulla propria vita. Sartaj non è uno sciocco e neppure un illuso, anzi. Eppure sulla soglia della mezza età non può fare a meno di sentirsi rattristato, avviluppato in un bozzolo ben più stretto del suo grosso turbante e forse un po’ fallito. Sartaj è in gamba, è attento e intelligente, ma non ha mai saltato oltre la rete, non è mai stato del tutto onesto e non è mai stato veramente corrotto, non è mai stato un asceta ma non è nemmeno capace di approfittare del piacere poco prezzo, non è servile ma è abituato a tirarsi indietro davanti ai più grandi… Non c’è nulla di lui che rassomigli all’impavido Gaitonde, ma deve arrivare a comprenderne il segreto, che forse è un inganno, forse la chiave di volta di tutto, o il giudizio finale. Gaitonde intanto parla con noi che possiamo leggerlo e si racconta. La sua storia minuziosa e potente ci costringe a fare i conti con la nostra, puntellata dai dubbi di Sartaj, valutare il peso delle offerte e delle opportunità che abbiamo visto sfiorarci, il nostro peso in mezzo al reticolo del mondo, la nostra capacità di darci e di spendere e infine di influire e di riconoscerci nel nostro percorso. Continua a leggere »