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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

L’acqua, il suicidio e la follia femminile nell’immaginario vittoriano

Posted by beatrice on August 7, 2009

Le statistiche e le aspettative

Nell’Inghilterra vittoriana le donne furono rappresentate e mitizzate come creature mostruose. Erano sostanzialmente “altri” - recipienti fragili e demoni, angeli del focolare o angeli decaduti - e il suicidio era spostato su di loro quali demoniaci alter ego. La narrativa sulle donne e il suicidio divenne preponderante e superò di credibilità i fatti. I fatti di per sé erano limpidi: per tutto il diciannovesimo secolo i suicidi tra le donne furono sensibilmente inferiori a quelli commessi dagli uomini. Evidenti anche le differenze di mezzi scelti. Per lo più le donne utilizzarono l’ingestione di veleno e l’annegamento, piuttosto della morte violenta per arma da fuoco o coltello, così come accade ancora. E questi dati erano già ampiamente accertati prima della metà del secolo e confermati dopo il 1858, quando William Farr introdusse la raccolta sistematica dei dati sulle cause di morte. La bassa incidenza del suicidio tra le donne, però, era più facile da rendicontare che da accettare. Nonostante tutte le prove contrarie, i vittoriani credettero vero ciò che volevano credere sulla frequenza del suicidio tra le donne.

Principalmente questo accadde perché si voleva e si intendeva il suicidio, come la follia, una “malattia femminile”. E poiché le donne erano in numero prevalente tra i malati di mente – in quanto più spesso erano recluse nei manicomi e perciò soggette a censimento – erano generalmente considerate più vulnerabili alla malattia mentale. Il collegamento tra donne e suicidio era grossomodo questo: esiste un maggior numero di donne ricoverate per follia e il suicidio è una conseguenza della follia; perciò le donne dovrebbero suicidarsi più degli uomini. Oppure: la donna è un tipo umano inferiore, più debole, fisicamente e mentalmente, e se per resistere al suicidio occorrono forza di volontà e coraggio, le donne saranno preda dell’impulso suicida più degli uomini. A meno di non voler dar credito al sesso debole di una forza d’animo indesiderata, il fatto che le donne commettessero meno suicidi degli uomini doveva essere spiegato attentamente. Era questo il prezzo della conservazione dello spostamento dell’auto-distruzione sulle donne, nella società patriarcale dedita alla difesa della superiorità maschile, mentale e fisica, e alla razionalizzazione delle differenze sessuali.

Per tutto il secolo, le spiegazioni degli uomini sulla discrepanza tra le statistiche e le aspettative si concentrarono sulle presunte predisposizioni femminili. Nel 1857, sulla Westminster Review, George Henry Lewes scrisse che la causa del basso tasso di suicidi tra le donne era da attribuire alla “maggiore timidezza” e al “maggior capacità di sopportazione passiva del dolore fisico e mentale” A Lewes fece eco nel 1880 il Blackwood che asserì che le donne sono “abitualmente di migliori maniere e più calme; possiedono maggiore obbedienza e rassegnazione, nonché un forte e orientato sentimento del dovere… Possiedono precise disposizioni del temperamento e insegnamenti che sono di potente inibizione alla morte volontaria”. Le analiste donne che presero in esame gli stessi dati sul suicidio furono meno propense alle affermazioni naive sul carattere femminile, ma si sentirono comunque chiamate a fornire una spiegazione delle statistiche. Dopo aver osservato che “commettono suicidio tre uomini per contro a uno commesso da donne”, Harriet Martineau concluse che “se non c’è differenza nei soggetti per quanto riguarda ciò che chiamiamo insanità naturale, si deve attribuire il maggior numero di suicidi all’abitudine maschile di incorrere nell’insanità artificiale, dovuta all’intemperanza”. Alla timidezza femminile, quindi, Harriet Martineau sostituì l’altra bestia nera tra le debolezze dell’età vittoriana, il demone della bottiglia.

Metodo e follia

Alla fine del secolo, uomini come S.A.K. Strahan e Havelock Ellis proposero tesi ancor meno generose sul temperamento femminile e il suicidio. Strahan ritenne che le donne fossero la parte debole nella lotta per l’esistenza e quindi meno inclini ai suoi effetti secondari – quali il suicidio. Per lui il minor indice di suicidi dipendeva “dalla mancanza di coraggio e dalla naturale ripugnanza per la violenza personale e lo sfigurare”. L’ignobiltà femminile, non la nobiltà, connotava la sua argomentazione. Il simile giudizio espresso da Ellis puntava meno sul numero e più sui mezzi del suicidio. In riferimento a quelli che definiva i metodi “passivi” di suicidio (l’annegamento, ad esempio) Ellis definisce le donne caratterialmente irresolute, per la scelta di mezzi che richiedono minore preparazione e minore spargimento di sangue. Le forme più violente di suicidio offendono “il femminile senso della decenza e l’orrore per il disordine” e riflettono la preoccupazione per il giudizio degli altri dopo la propria morte. “Se fosse possibile trovare un metodo accessibile di suicidio con cui sbarazzarsi perfettamente del corpo” dice Ellis “avremmo probabilmente un considerevole incremento dei suicidi tra le donne”. Continua a leggere »

Amrta Darshan

Posted by Beatrice on October 8, 2008

Secondo gli uomini gli esseri sono mortali. Lo sono ancora di più i deboli, i solitari, gli sterili, i celibi e le nubili. Secondo gli uomini, i testimoni sono presenze accidentali sul luogo di un delitto che è un fatto compiuto, e alternativamente può essere o meno rivelato, e ne sono dei complici o degli osservatori inattendibili e fallaci. Sono sempre sostanzialmente scomodi e dubitabili.

Con questa idea di laicità liscia e indisturbata il secolo breve li ha praticamente aboliti. Perciò ci sembra di vederne l’ombra sul muro, ci sembra di percepirne il dolore e quella potenza ci fa pensare alla disperazione. Si sono invertiti gli attributi, perchè ciò che è potente diventa disperato, ciò che è lucido è folle, ciò che ha osservato tutto e conosce tutto è solo. Siamo noi l’ombra sul muro, è il nostro silenzio ammutolito nella ricerca tossica della felicità. Preferiamo morire che soffrire. Diventiamo ombre, scompare la nostra narrazione, l’io che non teme di conoscere la verità su tutto.

Alcuni di noi scontano di essere nati sulla soglia, per aver conosciuto i vecchi testimoni, averne ricevuto la parola e ascoltato i racconti e poi per aver vegliato la loro morte fisica. Ci dicono, o ci diranno, che siamo toccati da una sorta di malocchio dell’anima, che è proprio così, un occhio anomalo, che viene trasmesso per via immateriale, che restituisce un quadro affatto idilliaco e per nulla conciliante della storia e del mondo e poi, per esteso, dello spirito. Perchè ovunque poseremo lo sguardo, poseremo anche un occhio differente, l’occhio del testimone, quello che non ha filtri, quello che non ha intenzione di proteggersi, che non è mai d’accordo, che discrimina e che discrimina perchè ama. E non dovrebbe mai tacere. Continua a leggere »

Immaginario 2 - Gli Alieni

Posted by Beatrice on July 5, 2008

Gli adulti vedevano gli Ufo ma, strano, i bambini no.

Credo di aver smesso di giocare “a marziani” quando qualcuno a me abbastanza vicino cominciò a raccontare di veri avvistamenti. Se quello, quel tipo di uomo aveva visto, allora la cosa cadeva completamente al di fuori del regno dell’Immaginario-sacro dell’infanzia, dal mondo inviolato dell’invisibile e del sovrano, cioè non-politico e non-duale. Era un immaginario posseduto, violato. Quindi cancellato. Non era più possibile giocare perchè il fatto entrava nella realtà, che è quella cosa, ti abitui in quegli anni, che ti dicono che sia. Anche se non è. Gli Ufo, infatti, esistono, ci spiegava la tv ieri sera.

Tra la famiglia d’origine di mia madre e quella di mio padre c’erano appena 20 km di distanza. Vicende estremamente distanti nello spazio, alla fine confluivano in un raggio limitato. In realtà i miei erano due cosmonauti che avevano attraversato distanze siderali per ritrovarsi, come sbalzati dalle rispettive orbite, a condividere gli studi e lo status sociale della nuova classe media, che raccoglieva da altri pianeti quelli che avrebbero abitato la nostra colonia aliena. E io, che nascevo in essa, non ero già più il contatto tra i pianeti precedenti, perchè in quei due pianeti, comprenderò poi, già da molto non abitava più nessuno, solo registrazioni, fantasmi e l’eco di altre vite ormai cancellate dalla storia senza storia che dovevamo incominciare a vivere ora.

La vicenda dell’uomo col giornale si svolgeva sul pianeta Terra, Roma. Gli alieni guardavano dal monitor della cucina lo svolgimento dell’intricata mitologia, e sibilavano o borbottavano nei dialetti dei vecchi pianeti la riprovazione per quasi tutti i protagonisti. Di fronte a quella rappresentazione i nuovi abitanti del pianeta erano alieni. Nessuno dei loro dialetti, né i poveri strumenti dell’istruzione presuntuosa che avevano ricevuto era adeguato a rispondere a questo enigma. La cittadinanza appena inaugurata già vacillava. Continua a leggere »

Immaginario

Posted by Beatrice on June 22, 2008

(a G.G.)

A me spettava UN solo cartone animato, perchè “pop” era il nome del Male, la radice di ogni male, era il Nemico, più di quanto mai si potrebbe affermare oggi. Perchè l’Amico stava arrivando, come nella prima chiesa avventista, e noi dovevamo entrare tra i salvati. L’Amico avrebbe fatto piazza pulita dei nemici e della loro sottocultura Pop, innanzitutto. Era alla porte, lo sussurrava anche la tv. Se qualcuno si fosse distratto: no, non è arrivato, anzi dicono sia crollato, per la magia nera di un papa polacco. Deo gratias. I bambini si allontanavano dalla fascinazione televisiva , ad esempio iscrivendoli al conservatorio in tenera età, anche se sprovvisti del benchè minimo talento. Gonna a pieghe, olimpiadi, sguardo basso, niente dischi pop, neanche Battiato, neanche Clayderman, sprezzo e condanna per i Gatti del Vicolo. Puri come gli Shankaracharya bambini, l’educazione era ascesi, l’apprendimento familiarità esclusiva con l’Ideale, si plasmavano mere coscienze. Questo era tutto il mondo di “prima”, e anche il rivoluzionario era radicalmente un tadizionale. E nelle formule più tradizionali si ritrova e risolve.

Se chiedevo a uno psico-patico-terapeuta cosa fare, quando la vita mi chiese di sapere il pop, fin nell’assorbimento del midollo, lo psico rispondeva: se ha problemi con la famiglia di origine si emancipi, vada a fare la cameriera o la baby sitter, si dimentichi il suo atteggiamento ipercritico, è antipatico, è da falliti. I lavori forzati, insomma, quelli che avrebbe previsto per il “lunatico” anche l’Amico, se mai si fosse palesato. Immagino bene lo sconcerto di chi si è fidato, e ha creduto alla “Libertà” come a un’altra religione salvifica, e ha obbedito. Immagino qualcuno si sia trasformato in un serial-killer, o in un massacratore di famigliari, o in un consulente Mediolanum. Sradicare. Scatenare il rancore. La depressione è la manna. Si distribuiscano rimedi chimici vergognosi, a grappolo. Continua a leggere »

In Viaggio - VIII rassegna Interculturale. Fossombrone (PU) dal 14 giugno al 6 luglio.

Posted by Beatrice on June 6, 2008

<< Gynesis è termine composto da gyne = donna e genesis =creazione. La Gynesis è una visione della creazione al femminile, una visione del mondo che consideri il principio femminile come essenziale fondamento. Nelle religioni antiche così come nelle filosofie gnostiche, l’origine della materia è dovuta ad un principio femminile, ad una dea generosa e feconda. Alla figura del demiurgo si affianca quella femminea di Inanna, Isctar, Hathor, Anat, Astante, Asctaroth ed altre ancora.
Esiste insomma in ogni cultura la consapevolezza di un principiofondativo che ha un volto di donna. Trascorre attraverso ogni tradizione culturale un elemento femmineo che materia la vita e diventa essenza di comportamenti, di gesti, di usanze.
E’ a questo elemento culturale che abbiamo voluto dedicare la presente edizione della rassegna. Occuparsi di intercultura non significa infatti tener conto soltanto di culture diverse da luogo a luogo o nelle successive fasi storiche, ma anche della differenza di genere che intercorre all’interno di ogni cultura e fra una cultura e l’altra. Continua a leggere »

Casta Diva.

Posted by Beatrice on September 17, 2007

Sono nata e cresciuta in una casa che rimbombava delle note del melodramma lirico ad ogni ora. Nel corso degli anni mi portarono ad assistere all’opera nei teatri italiani: all’Arena di Verona, alla Scala, alla Fenice prima dell’incendio; e anche al Regio di Parma, a Modena, a Bologna, all’Opera di Roma, ecc ecc. Andavamo col pulman. Era un pulman stipato di creature immaginarie, come noi. Avevamo un abito elegante e sobrio, molto sobrio e rialzato con le spalline, un po’ di bigiotteria e qualche gioiello della nonna. Avevamo attorno signore composte e colte, secondo il canone del secolo scorso, professoresse, mogli di, coppie di anziani con arie aristocratiche, sognatori, zitelle con le lenti spesse. Un mondo di compostezza, virtù e repressione emozionale che cercava le grida dei cantanti e il calore delle romanze, che si esaltava a quelle smanie amorose e agli intrighi che non avrebbe mai conosciuto direttamente. Un mondo sommesso ed educato, mite, che si lasciava trasportare lecitamente solo dall’emozione del belcanto. Sopra la mesta piegatura delle gonne di tweed, sopra l’illuminazione al neon delle cucine, sulla pioggia che inondava le strade d’autunno, sopra l’odore scomparso dell’estate, dominava l’immaginario l’ultimo archetipo occidentale vivente, una divinità che gridava la sua energia soprannaturale direttamente dalla Grecia del mito, energia femminile arcaica ed elegantissima, sintesi di distacco e di passione.

Avevo sette anni quando arrivò la notizia che la Divina, Maria Callas, era morta a Parigi. L’icona sacra lumeggiava dal grande tv in bianco e nero, il candido della pelle su cui si disegnavano gli occhi dipinti, i veli scuri, il bagliore delle luci di scena, la figura ieratica, le sopracciglia saettanti, lo sguardo più intenso del secolo. La Callas senza il bianco e nero non è la Callas, l’ho vista molti anni dopo, diretta a colori da Pasolini in Medea: una creatura fragile, quasi piccola sotto l’enormità del costume di scena, segnata dal dolore, rigida, di una insicurezza isterica, che privata della voce e della densità del melodramma, era come un uccello legato e affamato. Ma quel notiziario di settembre era ancora l’elegia del mito, bianco e nero come la Luna. Per quel breve tempo, un mondo non ancora di nicchia, visse il privilegio anacronistico di tuffarsi nel sogno e nella devozione della sacerdotessa eterna, di venerarla e di temerla, di guardarla con un brivido, di vivere una emozione ormai indecifrabile che da quel volto bianco e nero rispecchiava ricordi arcaici, guidati dalla musica sentimentale e nostalgica per eccellenza, fino a intuire la soglia di un mistero che sconfinava dalla liceità delle pagine dei libretti. Perciò in alcuni prevalse la repulsione; si disse che era stonata, che interpretava senza criterio, che rovinava le regole auree del canto. In realtà quella visione della soglia, dell’oltre-tempo, quasi una visione del soprannaturale, non poteva che creare sconcerto.

Per me, bambina tra le nuvole, che ricordava le vite passate, era segno che il passato non era morto, che ancora Lei esisteva e richiamava a sé i cuori, intrappolati nel concerto di torbido e di innocente che scatenava in chi non poteva fare a meno di adorarla, lei che rappresentava non l’opera sguaiata, ma il Mistero - quello antico, la rappresentazione di sé. Questo arrivava per vie non verbali alla mia sensibilità eccitabile, confermato dalle parole accorate, dai commenti di ammirazione e perfino dalle critiche feroci che si riversavano verso quell’immagine familiare, ormai incastrata per sempre nell’inconscio a incarnare un’Idea che niente aveva a che fare con la sua professione, ma molto con la sua bravura. Tutti avevano la certezza di avere assistito a qualcosa di unico, ammiratori, devoti e detrattori non potevano negare, per un verso o per l’altro, di avere incontrato un fenomeno francamente eccezionale, perciò fu chiamata la “Divina”.

Mi è difficile non sentire, al ricordo di quel sentimento, quasi una stretta di rammarico. Quella divinità si sostanziava in tragedia, che colpì per primo l’essere che la impersonava, condannato alla solitudine e a una morte prematura. Poi divorò le anime ingenue che avevano creduto quasi religiosamente al bagliore lunare della sua immagine e al suono che emanava. Fu la fine dell’innocenza che adorava romanticamente la personalità individuale, la grande personalità, come si diceva allora, l’interpretazione magistrale che era anche (o soprattutto) l’interpretazione della vita, come da sempre e fino ad allora si intendeva il valore e la grandezza di un essere umano. Poi fu il diluvio.

Rudyard Kipling - La città della Tremenda Notte

Posted by Beatrice on August 15, 2007

I coloni inglesi in India sono esseri sperduti, abbandonati dal destino a diventare preda di ossessioni e follie, abbattuti dal caldo e dai tradimenti, insoddisfatti, piegati dalla temperatura e dalla droga. L’individuo in India sembra destinato a sciogliersi al sole e la mente diventa un fardello di pensieri sempre più solitari e disperati. L’Occidentale, che è giunto fin lì “con la frode” è destinato a soccombere, schiacciato dalla visione della propria “tremenda notte”. Gli “indigeni” - come Kipling li raggruppa, indifferentemente dalla loro etnia - racchiudono invece un mistero che ne fa una barriera vivente, una soglia invalicabile oltre cui non è saggio cercare di indagare. Sono quella vita che gremisce compatta i tetti e le vie della notte, dormendo e rigirandosi all’unisono sotto il cielo immobile della “tremenda notte”, come un’onda di corpi e un solo respiro, nella visione corale che apre la raccolta. Non poteva esserci inizio più metafisico della fisicità di quella “tremenda notte”.

Kipling è l’osservatore sospeso tra i due mondi, l’anglo-indiano che ha in sorte di testimoniare della complessità dell’intreccio, soprattutto dove la “perfetta amministrazione” deve cancellare, mentire pietosamente, fingere di non vedere; ed è anche un privilegiato ascoltatore delle storie che gli indigeni scelgono di rivelargli, quelle più sconvolgenti anche per loro, che devono restare senza spiegazione, né razionale né spirituale.

E’ questa un’India malinconica e struggente, con un piede pericolosamente sul limite della follia, che si anima nella notte carica di presagi e di sentimenti acuti, che l’alba cancella, costringe ad abbandonare - l’alba che presagisce sempre la morte, mentre il cuore dell’India vive nella notte. Improvvisamente defraudati del cliché della sapienza spirituale riscoperta solo più tardi, siamo davanti all’indecifrabile che si sottrae alla ragionevolezza positiva, senza riabilitarla in certezze superiori. La Selva Oscura del cuore, ancora senza un’identità da spendere nel mercato delle menzogne, è spalancata e inviolabile, ancora assorta in sé, non detta.

Kipling ama questa oscurità, quanto odia aspramente la fredda luce che stritola la coscienza dell’occidente, come testimonia il racconto della sua infanzia. Apprezza l’amministrazione infaticabile dei suoi connazionali, ne avverte il polso debole e stremato, il fastidio, la noia assordante. Il segreto per sopravvivere in India, o il segreto dell’India è tutto quello che gli stranieri non dovrebbero mai violare, perchè in quel clima impossibile e nella visionarietà di quel mondo, il debole concetto divino dell’occidente deve cedere il passo e restare a guardare senza pretendere di capire. Scrive Kipling a un missionario presbiteriano: << Ho avuto la fortuna di nascere e in buona parte di crescere in mezzo a quelli che l’uomo bianco chiama “pagani”… e trovo crudele che i bianchi, con i loro governi muniti delle più micidiali armi note alla scienza, debbano abbagliare e scombussolare i propri simili con una dottrina della salvezza da loro stessi malamente intesa e con un codice etico estraneo al clima e agli istinti di quelle razze di cui offendono le usanze più care e di cui insultano gli dèi>>. Qualcuno ha definito Kipling la “voce del colonialismo”, eppure poche voci sono state così lucide nel denunciare la più sorda delle violenze coloniali. In questi racconti, per l’ultima volta prima della definitiva ecumenizzazione delle credenze antiche e della normalizzazione della gente, il “Dio delle cose come sono” - come fa osservare Ottavio Fatica nella postfazione - finisce per averla vinta sul “Dio delle cose come dovrebbero essere” e la natura riprendere ciò che è sempre stato suo.

Nostra Signora Sapienza Divina.

Posted by Beatrice on July 21, 2007

Maria, nel corso degli anni, è diventata sempre più pallida, bianca e celeste, rigata di lacrime amare e dolenti, spesso truffaldine, è arrivata infine a subire un tal numero di affronti, che perfino l’offesa di un gruppo di provocatori, diventa accettabile per via della continua de-sacralizzazione di un sacro che via via scompare, come sono scomparsi i colori forti delle rappresentazioni antiche, il rosso, il nero, il blu intenso e l’oro. Così come è scomparso il libro, che leggeva o reggeva nelle vecchie tavole dal medioevo al rinascimento, a significare la Conoscenza di cui era manifestazione e simbolo: la Sapienza Divina. Finché a questo pallido ricordo, sempre più sbiadito, perduto il glorioso alone regale che la distingueva, beata tra le donne, non è restato che significare la triste e amara impotenza terrena, il sopruso subito dall’anima, il suo stesso annullamento, in un fiume di lacrime amare, liquidi corporali e ingiurie gratuite, le mani allargate nella resa e gli occhi vuoti di desolazione, Lei che toccata dal divino cantava “La mia anima magnifica il Signore…”
E’ scomparsa da tanto l’immagine dell’Hortus Conclusus in mezzo al quale troneggiava con serenità illuminata, giocando con il Figlio, protetta dalla purezza e avvolta nel manto scuro dell’inconoscibile; l’orto della beatitudine, l’orto della Conoscenza, coltivato con Amore e Sapienza per giungere alla Perfezione, all’incarnazione di Dio. Così non si potrà ricordare come fu possibile per una ragazza di Nazareth concepire il Dio vivente, perchè di lei ci parrà di vedere l’ignoranza, piuttosto che la Divina Sapienza, di lei non sapremo più Chi era. Né cos’era quell’Angelo, Divina Intelligenza, messaggio di Grazia. Togliendo divinità a Maria i cristiani si giocano e perdono definitivamente il loro mezzo e sostegno per arrivare alla Realizzazione spirituale. Lo “strumento” di cui si parla oggi è senz’anima, se non può essere divino. Lo strumento diventa mero involucro, carne e sangue, incosciente. E in quello non si può cercare rifugio, non si può cercare sapienza. Continua a leggere »

Chi vuole bombardare la casa del padre. “Il perdente radicale”, a priori.

Posted by Beatrice on June 16, 2007

Ognuno ha i suoi dilemmi. Io adesso ho il dilemma se leggere o no questo libro, “Il perdente radicale”, di Hans Magnus Enzensberger, Einaudi. [Distruzione e autodistruzione. Il perdente radicale ha mille volti. E' qui. E' il padre che stermina la famiglia. E' stato il soldato nazista. E' il kamikaze islamista che progetta il suicidio di un'intera civiltà. Con la forza intellettuale e l'acume che lo hanno reso celebre, Enzensberger disegna il profilo del perdente radicale di ogni tempo. Ieri il combattente nazista, oggi il terrorista islamico. Colui che ha resuscitato la tradizione del nichilismo autolesionista, amalgamando istanze religiose, politiche e sociali in una strategia di distruzione a vasto raggio. Contro l'America, contro il capitale internazionale, contro il sionismo, contro gli infedeli. Perché il perdente radicale non conosce la soluzione del conflitto, il compromesso. E quanto piú è assurdo il suo progetto, tanto piú fanaticamente lo persegue. Come era accaduto con Hitler, il suo vero obiettivo non è la vittoria ma lo sterminio, non è il controllo ma il dissolvimento, non è la vita ma il suicidio collettivo e la fine con orrore. Convinto della propria superiorità e animato da cieco vittimismo, l'islamista chiede a gran voce rispetto per sé senza riconoscerlo agli altri. Riservando solo alla propria minoranza di eletti la salvezza da un mondo che condanna alla morte.]

Evidentemente serviva con urgenza la definizione di una categoria con cui liberare le coscienze dal peso di un tempo violento e svalutativo. Si doveva individuare una parabola che racchiudesse nella gabbia di un’identità psicologica le fattezze degli imprendibili mostri del nostro tempo che popolano le cronache e la storia, già a partire dai primi decenni del secolo scorso, quelli che ci viene ripetuto di temere, tanto che molti desiderano ormai imitarli, o che ci vengono incontro, materialmente, a riaprire con lo scontro la Storia che avevamo prepotentemente deciso di chiudere. Continua a leggere »