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Papa Damballah (Haiti, gennaio 2010)

Posted by beatrice on January 13, 2010

“Haiti ha un passato glorioso, ma un presente drammatico e un futuro fosco” Joel Dreyfuss, oggi.

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Il brano che segue è l’incipit di un romanzo importante e di eccezionale efficacia su quel passato glorioso e poco conosciuto dell’isola di Haiti, libro che ha il pregio di riportare, al lettore sensibile, tracce vivissime e sottili della spiritualità e della gnosi afrocaraibica, accennate anche nella frase enigmatica sull’Africa “in fondo al mare” che chiude il brano, metafora del sentimento del “ritorno a casa”, cara a ogni anima che abbia sofferto il senso della schiavitù terrena e l’anelito alla liberazione. Un libro che parla soprattutto di una strana rivoluzione, di passioni furiose, di magia e di Dei ancestrali.

Questa citazione è un modestissimo omaggio alla terra di Haiti, che oggi è devastata da un terremoto di proporzioni apocalittiche; una terra a cui riconosco di custodire una Tradizione, cioè la narrazione vivente, per figure e riti, della possibilità di Unione con il divino e la nostalgia per il Ritorno.

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Dal romanzo: Quando le anime si sollevano
di Madison Smartt Bell

PROLOGO
Avere levato l’àncora con la marea del mattino è stato un sollievo. Le voci di nuovi disordini hanno reso gli ultimi giorni in porto terribilmente inquieti: forse si prepara una rivolta ben più grave, scatenata dalla deportazione del capo brigante Toussaint, nostro passeggero e prigioniero. Tutte le fazioni della città di Le Cap, o meglio di quel che ne rimane, sono insorte l’una contro l’altra. Quanto al porto stesso, pullula di squali voraci pronti a divorare le carni di chi ha la peggio nelle battaglie sulla costa.
Ecco perché mi rinfranca trovarmi ormai così distante, qui sulla poppa, la brezza in volto, a osservare le rovine fuligginose che s’inabissano velocemente all’orizzonte. In dieci anni Le Cap è stata rasa al suolo per ben due volte, ma anche all’apice del suo splendore, se ammirata da lontano, non poteva sembrare che una precaria roccaforte su queste rive selvagge. Mentre doppiamo il capo vedo la città cedere il passo a scarpate rocciose che scendono a strapiombo tra le onde; più in alto si staglia la tenebra impenetrabile delle foreste o, dove gli alberi sono stati abbattuti, picchi spogli e affilati come aghi. Il mio soggiorno è stato breve, ma per quanto mi riguarda è durato anche troppo. Nulla è andato a buon fine da queste parti: la mano dell’uomo civilizzato è riuscita soltanto a trasformare in deserto la natura selvaggia. Forse, prima di Colombo, l’isola era una specie di Eden. Credo sarebbe stato meglio per tutti se non vi fosse mai sbarcato.
Quando siamo salpati, accanto a me e agli altri ufficiali di bordo c’erano alcuni membri della cerchia di Toussaint, lo schiavo ribelle; da par suo, il gentiluomo se ne rimaneva strettamente sorvegliato sottocoperta. Finora ai suoi amici è stato concesso di muoversi a loro piacimento per la nave, e io ho cercato di studiarli da vicino per poterne un giorno affidare alla carta una descrizione, destinata a chi, non lo so.

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