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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

“Gurvastakam” di Sri Adi Shankaracharya

Posted by beatrice on October 30, 2009

Il corpo e la consorte mostrano la loro bellezza. La gloria è variegata e attraente. La ricchezza è gloriosa quanto il Monte Meru. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [1]

La consorte, la ricchezza, i figli e i nipoti, la casa, i parenti, tutto ciò si avvicenda nell’esistenza. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [2]

I Veda in sei parti, la conoscenza di ogni trattato, e il talento e l’abilità poetica riempiono la bocca. Comporrò allora una bella prosa o poesia. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [3]

Nei paesi stranieri si può guadagnare rispetto. Nel proprio paese, essere un nobile. Tutto ciò rientra nel meccanismo dei doveri, nient’altro. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [4]

Il rispetto e la venerazione si rivolgono anche ai re nelle occasioni ufficiali. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [5]

La mia fama può raggiungere tutte le regioni, se offro con generosità. Grazie alle mie mani, tutti gli oggetti del mondo sono disponibili. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [6]

La mente non è coinvolta nel piaceri, non nello Yoga, non nei riti della cavalleria, non dalla bellezza, e nemmeno dal denaro. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [7]

La mia mente non è attaccata all’eremitaggio, non alle azioni personali, non ai doveri, non al corpo o ad altre cose. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [8]

Colui la cui mente è dedita all’insegnamento del Guru, e che legge questi otto versi dedicati al Guru, esaudisce tutti i desideri e raggiunge infine lo stato supremo, Brahman - sia egli un virtuoso, o un saggio o un re, o un casto Brahmacari, o una persona sposata [9].

Mathru Darshan

Posted by Beatrice on September 30, 2008

Erano migliaia di fotografie, in disordine, che ricadevano sul mondo che voleva curiosare un mistero che tutti si aspettavano di carpire col desiderio. E scorrevo, una sera, tra le pagine, tra la noia delle solite idee che gonfiano e deludono l’immaginario, la guaritrice, la devota, la santa, la maestra, la bellezza e i segni di una miseria che sembra entrare come un disturbatore quasi di traverso, tra i denti mancanti, la scarsa igiene e lo sguardo buono che hanno quelli che hanno del corpo la percezione odorosa sgradevole, amarognola e pungente. Sei umile e presuntuosa come usava una volta. Allora una sola foto blocca lo scorrimento quasi automatico: perchè quella sono io. Quando ho fatto questa foto? che giorno era? ricordo perfettamente…
Poche ore dopo mi ridi giocosa, con i vasi tra le mani, due tre giare di coccio, aperte, che mi mostri, esultante come una bambina: dimmi, di chi è l’aria che riempie questi vasi, sono io o sei tu? E così via ridendo, per mesi, mi porti tra le tue cose, la tua gente, la tua visione delle piante brutte di un giardino pubblico che diventa l’India mitica dei cuori, tra le donne dolenti di patimenti antichi e moderni, trasfigurate, i bambini che ci vedono attoniti e il resto che luccica attorno di cromatismi insensati di primavera. Continua a leggere »

Il Maestro invisibile

Posted by Beatrice on June 16, 2008

L’accadere si dà per mezzo della fiducia, della rinuncia alle difese e alle barriere, dell’Amore incondizionato (o non oggettuale), dell’affidarsi, o non resistere. Questo avviene tra anime individuate quando nessuno ha un compito “diverso”, solo l’Alto è Alto ed entrambi guardano ad Esso, vedendolo in sé o nell’altro. Questo, a prescindere da differenze individuali e prevalenze relative, è agire senza Ego.

L’esperienza è sempre vivificante, l’esperienza è il reale. Il Vedanta dice che il reale è quintuplice, quintuplice la verità, e ne fa un esempio, che parte col grado minimo del cibo: il cibo consumato che si fa vivificante nel fuoco della consumazione. E su, salendo, fino alla coscienza di sé. Perciò non c’è un luogo dell’esperienza che sia privo di verità, almeno potenziale; la potenza sta nella verità dell’esperienza. L’illusione (come contrapposizione al reale) è nell’oggetto in sé, che lascia “senza parole”. Sia esso la mera cosa inanimata, o la verità più sublime. Allora, se la parola è esperienza, è potenziale verità, anche se descrive l’illusione. La coscienza senza Ego svelerà l’inganno, senza che la parola sia umiliata per la sua funzione. Nessuno è mai umiliato dalla verità, se non lo stolto, che pensa “io”. Tutto è impersonale.

“Quel Brahman, creato tutto ciò, entrò in tutto. Ed entrato in tutto, divenne ciò che ha forma e ciò che non ha forma, ciò che può essere definito e ciò che non può essere definito, ciò che ha fondamento e ciò che non ha fondamento, ciò che ha coscienza e ciò che non ha coscienza, ciò che è reale e ciò che non è reale. Divenne tutto ciò che esiste. Perciò fu detto Reale.” (Taittyria Upanishad)

Anandamayi Ma sul silenzio e sul dolore

Posted by Beatrice on March 26, 2008

Il Silenzio

Quando anche si smette di parlare, l’attività della mente prosegue. Il silenzio è comunque un supporto importante per il controllo della mente. Più la mente si concentra nel profondo, più la sua attività si riduce in proporzione, finché si giunge alla percezione che Colui che provvede a tutto si occuperà di aggiustare ogni cosa.

Quando la mente è agitata da pensieri mondani, il beneficio procurato dall’astensione dalle parole è perduto. Quando la mente è fissa su Dio evolve rapidamente e insieme si conseguono la purezza del corpo e della mente. Permettere al pensiero di soffermarsi sugli oggetti dei sensi è uno spreco di energie.

Concentrando la mente sul pensiero di Dio tutti i nodi che formano il senso dell’io vengono presto risolti e si realizza ciò che deve essere realizzato.

Dire che “Egli è conosciuto mediante il silenzio” non è del tutto corretto, poiché la Conoscenza suprema non avviene “per mezzo” alcuno. La suprema Conoscenza rivela sé stessa. Le tecniche e le discipline sono utili a sollevare il “velo”. Continua a leggere »

Cogliere l’opportunità.

Posted by Beatrice on September 20, 2007

Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di verità. Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la coscienza allo stato di nescienza è la paura. E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio - quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un principio a ideologia e disporre il resto in conflitto. Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale. Continua a leggere »