La cura della follia

Una volta, quando Sri Ramana si trovava presso lo Sriramanasramam, Sri Paramacharya (Sri Chandrasekharendra Saraswati Swamigal) mandò una coppia e il loro bambino di dieci anni, affetto da una malattia mentale, a Tiruvannamali perchè il bambino restasse con Sri Ramana almeno dieci giorni, e vi ricevesse delle cure. La coppia proveniva da Nellore aveva ricevuto il darshan di Sri Paramacharya. Seguirono le sue indicazioni e si recarono a Tiruvannamalai per incontrare Bhagavn Sri Ramana. Alla vista del bambino Sri Ramana esordì gioviale: “Ebbene, io sono un pazzo proprio come te!”. Nel giro di tre giorni il bambino era ritornato in salute, e dopo essere rimasti per i dieci giorni previsti, i genitori ritornarono da Sri Maha Periyaval per confermare la guarigione del bambino. §§§ Sri Maha Periyaval, all’età di 87 anni, voleva immergersi nelle acque del fiume Krishna presso la località di Vijayawada. Allora Sri Jayendra Saraswathi Swamigal disse al Maha Periyaval che l’acqua era troppo fredda (era tarda sera) e che avrebbe potuto fare le sue abluzioni in acque più temperate di quelle del fiume. Sri Paramacharya rispose, indicando le mani e il resto: “Se questo corpo non può fare il bagno e compiere l’Abhishekam a Shiva, allora non ha più scopo di esistere”. Sentite queste parole, Sri Jayendra Saraswathi Swamigal fece silenzio. “Advaita Sadhana” – I discorsi di Sri Chandrasekharendra Swamigal

L’acqua, il suicidio e la follia femminile nell’immaginario vittoriano

Le statistiche e le aspettative Nell’Inghilterra vittoriana le donne furono rappresentate e mitizzate come creature mostruose. Erano sostanzialmente “altri” – recipienti fragili e demoni, angeli del focolare o angeli decaduti – e il suicidio era spostato su di loro quali demoniaci alter ego. La narrativa sulle donne e il suicidio divenne preponderante e superò di credibilità i fatti. I fatti di per sé erano limpidi: per tutto il diciannovesimo secolo i suicidi tra le donne furono sensibilmente inferiori a quelli commessi dagli uomini. Evidenti anche le differenze di mezzi scelti. Per lo più le donne utilizzarono l’ingestione di veleno e l’annegamento, piuttosto della morte violenta per arma da fuoco o coltello, così come accade ancora. E questi dati erano già ampiamente accertati prima della metà del secolo e confermati dopo il 1858, quando William Farr introdusse la raccolta sistematica dei dati sulle cause di morte. La bassa incidenza del suicidio tra le donne, però, era più facile da rendicontare che da accettare. Nonostante tutte le prove contrarie, i vittoriani credettero vero ciò che volevano credere sulla frequenza del suicidio tra le donne. Principalmente questo accadde perché si voleva e si intendeva il suicidio, come la follia, una “malattia femminile”. E poiché le donne erano in numero prevalente tra i malati di mente – in quanto più spesso erano recluse nei manicomi e perciò soggette a censimento – erano generalmente considerate più vulnerabili alla malattia mentale. Il collegamento tra donne e suicidio era grossomodo questo: esiste un maggior numero di donne Continua a Leggere →