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L’Uno e la Sua contemplazione. Plotino, Enneadi

Posted by beatrice on April 25, 2011

Il principio è l’Uno

Tutti gli enti sono enti per l’Uno sia quelli che sono tali in primo grado [le idee], sia quelli che partecipano in qualche modo dell’Essere [i corpi]. Che cosa sarebbero, infatti, se non fossero uno? poiché nessuno di essi, privato della sua unità, non è più quello. Per esempio: non c’è l’esercito se non è uno, né sono il coro o il gregge, se non sono uno; neppure sono la casa o la nave se non hanno unità, poiché la casa e la nave sono uno e, tolta l’unità, la casa non sarebbe più casa, né la nave più nave. Così le grandezze continue non sarebbero se in esse non fosse presente l’uno: infatti se vengono divise, in quanto perdono l’unità, perdono il loro essere.
Inoltre, anche i corpi delle piante e degli animali, essendo uno ciascuno, se sfuggono all’unità, si dividono in molte parti e perdono l’essere che avevano; e se diventano qualcosa di diverso, anche il nuovo essere esiste in quanto uno. C’è la salute in quanto il corpo si accorda nell’unità; c’è la bellezza quando la natura dell’uno armonizza le parti; c’è la virtù dell’anima quando le sue potenze si fondono in unità e concordia.
La sua infinitezza dipende dal fatto che Egli non è «più di uno» e che non c’è nulla che possa limitare qualcuna delle cose che sono in Lui; proprio perché è Uno, Egli non è né misurabile né numerabile. Egli non trova un limite né in altri né in Se Stesso, poiché se così fosse, sarebbe dualità. Non ha dunque figura, in quanto non ha parti né forma.
Quanto alla sua autosufficienza, nessuno potrà negarne l’unità. Infatti, se fra tutti gli esseri Egli è il più dotato e il più autosufficiente, ne consegue che Egli non ha assolutamente bisogno di nulla. Tutto il molteplice e il non-uno è manchevole perché consta di molti: perciò la sua essenza ha bisogno dell’unità; l’Uno, invece, non ha bisogno di se stesso perché Egli stesso è uno. Ciò che è molteplice ha bisogno di tutte le cose che appartengono al suo essere; e poi, ogni cosa che è in esso esiste insieme con le altre e non sta in se stessa, poiché si mostra bisognosa delle altre; e così, nel singolo come nel tutto, un tale essere è manchevole. Ora, se è vero che deve esserci qualcosa di assolutamente sufficiente a se stesso, questa cosa non può essere altri che l’Uno, il quale è tale da non essere manchevole né rispetto a se stesso né rispetto ad altri.
Di fatto, a Lui non manca nulla né per avere l’essere né per avere il benessere né per possedere il suo fondamento: poiché, essendo causa per le altre cose, Egli non trae ciò che è da queste cose; quanto poi al benessere potrebbe questo trovarsi fuori di Lui? Insomma, per Lui il benessere non è accidentale, ma è Lui stesso. [...].
Ma chi è Principio non ha bisogno delle cose che vengono dopo di lui, poiché il principio del Tutto non ha bisogno di questo Tutto. In realtà, ciò che è bisognoso, è bisognoso in quanto tende al suo principio; ma se l’Uno è bisognoso, può cercare evidentemente questo soltanto: di non essere Uno. Sicché Egli avrebbe bisogno del suo distruttore! Ma tutto ciò che noi chiamiamo bisognoso, è bisognoso di bene: ha bisogno cioè di chi lo conservi. Perciò nulla è bene per l’Uno, e quindi non avrà voglia di nessun bene, anzi Egli è Super-Bene, e non è bene per se stesso, ma è bene per gli altri esseri che possono parteciparne. E neppure Egli è pensiero, altrimenti in Lui ci sarebbe alterità. E neppure è movimento, poiché Egli è prima del movimento e prima del pensiero. Infatti, a che cosa dovrebbe pensare? A se stesso? Ma allora, prima del pensiero, dovrebbe essere ignorante e dovrebbe ricorrere al pensiero per conoscersi, Egli che basta a se stesso! Perciò in Lui non ci sarà mai ignoranza, in quanto Egli non conosce né pensa se stesso: poiché l’ignoranza sussiste quando esiste un secondo essere e l’uno ignora l’altro. Ma Colui che è solo non conosce nulla, e nemmeno ha qualcosa da ignorare; invece, essendo uno e con se stesso, non ha bisogno di pensare se stesso.

Dal momento che c’è un’origine [un principio, arché], tutto ne deriva senz’altro, immediatamente; ed è ben detto che non bisogna cercare alcuna causa di tale origine, che è tale nella sua perfezione da fare tutt’uno col fine: essa è insieme origine e fine, è tutt’insieme con se stessa e non ha bisogno di nulla.

L’uno… era soltanto la potenza di tutte le cose. Ma che senso ha questa potenza? Certamente non quello in cui si dice che la materia è in potenza, poiché questa, essendo passiva, riceve soltanto; ma così avremmo senz’altro il contrario di «generare».

Il principio (l’Uno) è inesprimibile

Qualora questo indivisibile assoluto dovesse dire (ciò che è) se stesso, dovrebbe in primo luogo dire le cose che è; in tal modo, per essere uno, sarebbe anche molti. Se dicesse «sono questo» e con «questo» intendesse qualcosa di diverso da sé, direbbe il falso; se invece intendesse qualcosa di accidentale, direbbe di essere molti oppure direbbe «sono sono» e «io io».
Forse anche il nome uno non è altro che la negazione del molteplice… Se l’uno, sia come nome che come cosa designata, avesse un senso positivo, esso sarebbe meno chiaro che se non gli si desse alcun nome.
Poiché nulla possiamo dire di lui… dentro i limiti del possibile cerchiamo di dare, così fra noi, un cenno su di lui.
Anche quaggiù noi riusciamo a comprendere spesso persino chi tace, da un semplice sguardo.

Appunto perché l’essenza dell’Uno è la generatrice di tutte le cose, essa non è nessuna di esse: perciò essa non è «qualcosa», né è qualità, né quantità, né Intelligenza, né Anima; non «in movimento» e nemmeno «in quiete»; non è «in uno spazio» né «in un tempo»; essa è in sé solitaria, tutta chiusa in se stessa, o meglio, è l’Informe prima di ogni forma, prima del moto e prima della quiete: poiché tali proprietà appartengono all’essere e lo fanno molteplice. Ma, se Egli non è in moto, perché non è nemmeno in quiete? Perché l’una di queste due alternative, o ambedue, aderiscono necessariamente solo all’essere, e poi, ciò che è in quiete è quieto in virtù della quiete ma non si identifica con essa: perciò quiete e moto gli aderirebbero solo per accidente, ed Egli non sarebbe più semplice.
Anche quando lo riconosciamo come causa, non vuol dire che noi gli attribuiamo un accidente: questo termine vale soltanto per noi, in quanto noi abbiamo qualcosa da Lui, mentre Egli è sempre in se stesso.
Chi parla esattamente non dovrebbe dire di Lui né «questo» né «quello».

[...] Noi siamo travagliosamente incerti sulle parole che dobbiamo adoperare e parliamo dell’Ineffabile ed escogitiamo dei nomi con il desiderio di denominarlo, come ci è possibile a noi stessi. Forse, anche il nome «Uno» non è altro che la negazione del molteplice. Perciò anche i Pitagorici, fra loro, lo chiamarono simbolicamente Apollo per significare la negazione della molteplicità «a-pollon»: infatti, se l’Uno, sia come nome che come cosa significata, avesse un senso positivo, esso sarebbe meno chiaro che se non gli si desse alcun nome.
Forse il nome «Uno» gli fu dato affinché l’indagatore, cominciando da ciò che significa la massima semplicità, finisse poi col negargli anche questo, pensando che esso, benché scelto felicemente dal suo inventore, non era degno di rivelare quella natura, poiché Colui non può essere compreso né con l’udito né da chi ascolta.

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Sri Adi Shankaracharya: Svatmanirupanam

Posted by beatrice on February 1, 2010

Il saggio non si chieda cosa sia l’universo, quale sia la sua natura, come fu creato, quale la sua causa. Lo veda come mera illusione. Così come ci dimentichiamo del legno, quando guardiamo un elefante di legno, e ci dimentichiamo dell’elefante se osserviamo il legno – così il sé si disconosce nell’universo e l’universo nel sé.
Sulla vasta tela del Sé, il sé dipinge l’immagine dei vari mondi e il sé trae la propria soddisfazione ad ammirarne la figura.

(dallo Svatmanirupanam di Sri Adi Shankaracharya)


Sulla Felicità. L’attimo fuggente e la stabilità del bene.

Posted by Beatrice on September 13, 2008

Fonte: kontrotempo.it

Biblioteca di Misano fino al 28/11

La felicità è privata o pubblica? Appartiene a questo mondo o all’aldilà, alla vita attiva o a quella contemplativa, alla quantità o alla qualità? E si può essere felici “senza saperlo” oppure serve la costruzione razionale di un progetto? Sono solo alcune delle domande che fanno da sfondo alla rassegna filosofica promossa dalla Biblioteca Comunale di Misano e curata dal direttore Gustavo Cecchini dal titolo SULLA FELICITA’ l’attimo fuggente e la stabilità del bene. Ognuno dei più di sei miliardi di uomini e donne che popolano oggi la terra aspira a essere felice. Anche un bimbo appena venuto al mondo, che non ha ancora né ragione né parola, desidera la felicità e, se può, segnala con un sorriso quando la raggiunge. Ma se poteste chiedere a ciascuno di questi sei miliardi di uomini e donne cosa sia la felicità, quasi nessuno vi darebbe la stessa risposta; molti di loro probabilmente vi risponderebbero anzi che quel che sia la felicità non si può dire. Essere felici discende forse dall’essere virtuosi, come già si affermò Socrate nell’antica Grecia? O forse sta nel godimento equilibrato dei beni del corpo e dello spirito, come disse Aristotele? O nel distacco dalle passioni, come per gli stoici? O nell’essere saggi? O nella vicinanza a Dio, come suggerirebbe un credente di ieri e di oggi? O nella soddisfazione dei beni materiali, come affermano le dottrine che hanno più riguardo alle esigenze della società che a quelle dell’individuo? E oggi in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le “passioni tristi” dove un senso pervasivo di impotenza e incertezza ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, come è possibile riscoprire la gioia del fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediati, in una una parola essere felici? Su questo tema che attraversa tutta la storia dell’umanità la Biblioteca di Misano ha invitato il “fiore” dei filosofi italiani per cercare di trovare la chiave che apre uno spiraglio verso un modo più equilibrato di affrontare le tempeste della vita e avvicinarsi a quello stato raro e fuggevole dell’animo al quale diamo il nome di felicità.

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Roberta De Monticelli su S.Francesco e la Verità.

Posted by Beatrice on September 16, 2007

Un ampio stralcio della relazione di Roberta De Monticelli ospite al Festival di filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, dedicato quest’anno al sapere.

«A chi gli domandava in che modo si potesse sconfiggere la violenza del Male, Francesco d’Assisi un giorno rispose: “Perché aggredire le tenebre? Basta accendere una luce, e le tenebre fuggono spaventate”».
Cosa vuol dire “accendere la luce”? Cosa può voler dire per noi oggi? Tenterò una risposta, in base alla quale si dovrebbe vedere che Francesco ha ragione. Che quello che dice è vero, purché siamo veramente in grado di “accendere la luce”. Non è con l’aggressione che si combatte il male o ciò che sembra tale. E’ con la conoscenza: un certo modo della conoscenza che oggi soprattutto è compito del pensiero chiarire, e che oggi potrebbe illuminare di luce nuova tutti i mondi in cui allignano ed esplodono conflitti. Dalle relazioni internazionali alla vita politica, economica, civile di una comunità. Nel secolo scorso è prevalso un modo di pensare che in realtà lasciava pochissimo spazio in questi campi alla “conoscenza che illumina”, come chiamerò la luce di cui parla Francesco, e molto invece all’aggressione e alla forza, o nel migliore dei casi alla forza della volontà. Come Socrate, invece, questo Francesco – che appartiene a tutta l’umanità e non a questa o quella sua parte – ben più che della volontà, della conoscenza faceva un grandissimo conto, negli affari umani.
Francesco, almeno questo lo sappiamo tutti, amava molto tutta la realtà, della natura e del mondo umano, ed era quanto di più lontano si possa immaginare da quel dualismo dello spirito e della carne che invece ha purtroppo prevalso nella tradizione, non solo cristiana ma anche moderna. Il Cantico delle creature però va ancora oltre il sentimento di fratellanza con l’intera natura.

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