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Adi Shankaracharya di G.V. Iyer, o la verità poetica del filosofo dell’India.

Posted by Beatrice on June 25, 2008

“L’Advaita di Shankara è un sistema di arditissima speculazione e sottigliezza retorica. E’ austero intellettualismo, logica senza rimorsi, che procede indifferente alle speranze e alle credenze umane, e la cui precipua libertà da ossessioni teologiche ne fa uno schema puramente filosofico” (Dr.S.Radhakrishnan)

Solo con la poesia e con la purezza si può ridare vita alla figura di un santo, ormai cancellata dalle immagini retoriche che ne dichiarano l’appartenenza al cielo dei filosofi “puri” e “senza rimorsi”, oppure alle leggende popolari infarcite di folklore. Ci vuole perciò un atto di amore, questo sì senza rimorsi, senza riguardi per le tesi che periodicamente in voga affliggono la possibilità di incontrare il Maestro e immergersi nella sua visione liberatrice. Iyer non ha rimorsi a rischiare un film solo apparentemente naive, solo apparentemente scritto sulla base della vita leggendaria, per descrivere l’unità, l’indissolubilità di filosofia, devozione, poesia e natura che l’intuizione del Maestro trasforma in verità liberatrice. Uno Shankara noto, ma diverso, indiano ma francescano, immerso nella natura severa e generosa dell’India, in cui scelse di vivere, ancora bambino, per seguire la sua vocazione monastica, la sua amicizia indissolubile con la Verità. Il discorso di Iyer insegue la Vocazione di Shankara, dall’abbandono del mondo perfetto dell’infanzia e le cure dell’amatissima madre, alle grotte oscure e austere dove attende l’istruzione dei più celebri maestri del suo tempo, fino alla decisione, circondato dall’amore e dalla partecipazione dei fratelli, di riprendere la strada, sotto il sole cocente, e incontrare il Divino là dove prende dimora, e lì adorarlo, indicarlo, cantarlo, stabilire dimore per i suoi fratelli. Il divino che è la donna che lo serve con semplicità, il giovane che ricerca la sua istruzione, il cuore che canta l’unità del tutto o che pena per la transitorietà di tutto. Il divino è l’Atman, la vera ispirazione del canto, dell’amore, della filosofia, della devozione.

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“Water” : la Verità è Dio.

Posted by Beatrice on June 7, 2007

Con qualche apprensione mi sono apprestata a vedere questo bel lavoro di Deepa Mehta, presentato un po’ ovunque come un film di denuncia sulla condizione delle vedove e delle donne nell’India tradizionale. Posizione che a suo tempo scatenò le ire dei fondamentalisti Indù, che non approvavano una rappresentazione così parziale della propria cultura e, dall’altra, guadagnò le simpatie interessate dei nostri paladini dei diritti umani – un film con un pessimo curriculum, insomma. E’ che a volte le parole coinvolgono più dei fatti. Se denuncia c’è, si definisce nelle poche righe che aprono e chiudono la pellicola, all’inizio citando le istruzioni della Legge di Manu sul trattamento delle vedove e alla fine con un dato statistico sul numero delle persone ancora potenzialmente coinvolte nella sua applicazione, fuori legge, per semplice superstizione o , come dice un protagonista del film, per mero interesse travestito da religiosità. Il film non è una gelida accusa, è se mai il ritratto di un travaglio storico, rappresentato con la massima cura, quasi con delicatezza, con rispetto degli esseri e infine con grande poesia – che ritorna dappertutto, anche nelle personalità dipinte come più squallide. La famigerata “condizione delle vedove indiane” è di fatto un contenitore, duro ed esigente, perchè lo spirito, attraverso le protagoniste, si dispieghi nelle sue molteplici espressioni. Come se un’intera cultura fosse ritratta nel profondo e nel vero della propria spiritualità, messa davanti all’ineluttabile: la morte, la società, la ricerca di Dio e della Verità. Ognuna delle protagoniste, e dei protagonisti, ne esprime una visione profonda e singolare. Madhumani che dirige cinicamente la casa delle vedove, ringrazia il “suo” Shiva che sembra incarnare grottescamente, l’eunuco spiega gioioso la propria teologia a Kaliani <<così come dio gioca all’incarnazione di Krisna, io gioco la parte delle sue pastorelle>>, Kaliani getta il suo cuore ai piedi di Krishna e all’amore; e infine la solida Didi, che segue gli insegnamenti del suo guru e lo serve con devozione, che conosce i propri limiti e li confessa con umiltà, è il cuore del film, il travaglio tra la fede e la libera coscienza. La risposta ai suoi interrogativi le arriverà dalla voce del Mahatma Gandhi: <<Se prima credevo che Dio fosse la verità, ora so che la Verità è Dio>>. Solo chi ha servito con vera devozione ha il privilegio di ascoltare e realizzare questa rivelazione e poter agire di conseguenza, per grazia del destino tragico di una bambina, che arriva nella grigia casa delle vedove come un segno divino: la necessità di scegliere la propria coscienza, liberarsi dalle convenzioni e liberare disinteressatamente, rispecchiandosi, chi deve essere libero…

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