Posted by Beatrice on July 28, 2008
Ogni essere che abbia affacciato lo sguardo sulla coscienza perfetta, pur non avendola realizzata, ma che ne è stato toccato, commosso o chiamato in qualche modo, ha accesso all’infinità delle combinazioni che sottendono l’unità del Tutto. Tra questa infinità si dà il Riconoscimento tra gli enti, che nelle vicissitudini della vita, improvvisamente riconoscono l’Altro come sé, lo identificano e lo assorbono, anche nella sua forma individuata e raccolgono questa esperienza sotto la voce Amore. E’ un amore “già dato”, è un amore “a priori”, eternemente dato e da sempre, e nel momento che lo si è colto lo si è anche vissuto fino allo scopo unitivo finale. Si rivela già come unione, come unità di due, uno.
Nondimeno, al di sotto e al di dentro di questa visione a priori e unitiva, come esseri umani, e individui incarnati, non siamo esenti dalla necessità di interrogarci sull’amore, di temerlo e di agognare alla sua piena realizzazione. Se abbiamo colto la realtà assoluta dell’uno di due, e non solo una valenza teorica, elegante, ma proprio la sua drammatica esperienza umana, siamo profondamente colpiti dalla instabilità della vicenda umana. Sono le visioni dell’Uno, in qualunque forma, a procurare quella ferita d’amore che desideriamo curare con la spiritualità, con la disciplina o sadhana. Ci incamminiamo perché si guarisca il dolore, perché si chiuda la spaccatura e infine l’occhio che osserva inorridito la piaga.
Abbiamo due strade. La prima, se abbiamo perfettamente compreso quanto espresso sopra, se lo abbiamo anche realizzato e se la nostra vita - e dico: esperienza di ente individuato - è pienamente felice, realizzata e compiuta nel disegno unitivo assoluto: allora quella sporadica visione è una breve e sincera epifania di un continuo, senza conseguenze, senza dolore e senza spaccature. Da questa posizione si origina un dono indiscriminato e fluente su tutto il creato e il dato, e su quello che sarà dato poi, ininterrottamente. La sofferenza e la spaccatura non hanno luogo, semplicemente, qui vengono curate e probabilmente guarite. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on July 27, 2008
Quando gli occhi sono aperti, vediamo cose, persone ed eventi. In tutte queste occasioni si manifestano le idee di “io” e di “mio” e le differenziazioni del “non io” e “non mio”. La mente può essere rivolta ancora di nuovo al Supremo con questa preghiera:
Signore, tu sei tutto questo. Tu sei colui che risplende come universo. Vedo te nei bambini e negli adulti, in me stesso e negli altri. Eppure, ogni volta, dimentico che tu sei tutto. A causa di questa dimenticanza divento arrogante e aggressivo, indifferente e irriverente. Se non sono consapevole del tuo sguardo che tutto vede, cado in errore e indulgo nella falsità. Signore, benedicimi. Apri l’occhio della mia saggezza. Quando i bambini giocano, che io possa vedere il tuo sguardo amorevole e attento negli occhi di ognuno. In ogni suono che vibra nelle mie orecchie, che io oda la dolcezza della tua voce. Invece di percepirmi come individuo, fai che prevalga la consapevolezza della totalità nella sua interezza. Che io possa sentirmi sempre in separabile dal tutto. Che questa preghiera riecheggi nell’orizzonte della mia mente. Aiutami a ripetere questo versi e andare sempre più a fondo nella prodigio del loro significato, e che io possa sentire la benedizione di questa comprensione unitiva. Aum…
(Guru Nitya Chaitanya Yati)

Posted by Beatrice on March 26, 2008
Il Silenzio
Quando anche si smette di parlare, l’attività della mente prosegue. Il silenzio è comunque un supporto importante per il controllo della mente. Più la mente si concentra nel profondo, più la sua attività si riduce in proporzione, finché si giunge alla percezione che Colui che provvede a tutto si occuperà di aggiustare ogni cosa.
Quando la mente è agitata da pensieri mondani, il beneficio procurato dall’astensione dalle parole è perduto. Quando la mente è fissa su Dio evolve rapidamente e insieme si conseguono la purezza del corpo e della mente. Permettere al pensiero di soffermarsi sugli oggetti dei sensi è uno spreco di energie.
Concentrando la mente sul pensiero di Dio tutti i nodi che formano il senso dell’io vengono presto risolti e si realizza ciò che deve essere realizzato.
Dire che “Egli è conosciuto mediante il silenzio” non è del tutto corretto, poiché la Conoscenza suprema non avviene “per mezzo” alcuno. La suprema Conoscenza rivela sé stessa. Le tecniche e le discipline sono utili a sollevare il “velo”. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on June 30, 2007
Stamattina, una bambina biondissima, di circa cinque o sei anni, seduta ad un tavolo, con me altra gente attorno, leggeva da un libriccino recitando Stotra per Shiva, ricordo che ritmava precisissima il Lingastakam. E io pensavo, ma che brava questa bambina, recita gli Stotra proprio come me, ma ha solo cinque anni. E ovviamente la differenza anagrafica creava la differenza di bravura con nettissmo sentimento di inadeguatezza della sottoscritta, che si chiedeva come mai lei medesima a cinque anni (e anche molto dopo) non fosse in grado di fare nulla, e tantomeno leggere in sanscrito con quella sicurezza. Anche nel sogno devo essermi lasciata prendere da qualche attimo di autocommiserazione e infine mi pare che mi stupivo di quanto siano avanti le nuove generazioni.

Quindi oggi cercavo di ricordare qualcosa del libro di Jung e Kerenyi in cui è analizzato il mito della fanciulla-iniziata, la Kore o Persefone. Il simbolo femminile è il segno dell’impermanenza - e senza contraddizioni - dell’eterno ciclo del ritorno alla vita. Secondo Kerenyi il mito eleusino della Kore è il fatto numinoso che si celebra nel matrimonio: la morte simbolica (e psicologica) della fanciulla, abbandonata alla solitudine e al pericolo oscuro che l’attende, e quindi la trasformazione di lei in epifania del divino, potenza dell’incarnazione e della salvezza. Demetra ne piange la scomparsa e provoca la ferma dei raccolti finché non le viene restituita. Nessuna priorità naturale o metafisica dissuade l’unità originale dal ricercare la riunificazione di ciò che l’ombra-morte-sesso vuole spezzare. Quando si ripristina questa Unità primigenia, di prima dell’ombra, della moltiplicazione o caduta, quella Unità è il Divino, la purezza dell’Indiviso, e l’indiviso ritrovato, in occidente è il Figlio (che pare comparisse come apoteosi dei Misteri Eleusini), il nato dalla vergine ovvero il non-nato. Il mito non serve affatto a spiegare l’ineluttabile destino femminile alla riproduzione, solo da quando se ne è persa l’esperienza si è appreso a scambiare il mezzo col fine. Il Mito deve risolversi nella Unificazione del Reale, nell’Assoluto, dove non c’è principio e fine; la sacra rappresentazione misterica è il ponte che conduce dalla tragicità del fenomeno percepito alla pace dell’essere indiviso, dove null’altro è reale.
La Kore è l’innocente e la perfetta che strappata all’Unità primigenia attraversa gli inferi contro la propria volontà e ne viene parzialmente catturata con il dolce frutto del melograno. Una stagione, un quarto della realtà - dicevano i Veda - appartiene al mondo visibile e il mondo visibile è quel fenomenico, lo strappo, che proietta ombra e morte, anche se temporanea, alla percezione dell’io che aspira nostalgico a riunirsi con il proprio cuore, improvvisamente conteso, trasformato in oggetto del desiderio.
Con la perfezione della sua innocenza, non erosa dai dubbi, non corrotta dal timore di essere o apparire, Kore legge serena e indisturbata la lode allo Shivalingam. Non è fede, non è istruzione, perchè è gioco e bravura, quella semplicità di cui è maestro il Divino soltanto, il Puro che non si cura di altro. Non prega per qualcuno, non prega per qualcosa, perciò la sua preghiera è perfetta ed esemplare, concentrata e lieve. Lei è degna di incontrare quel Divino, perchè già lo incarna nello spirito, per il suo distacco giocoso, serio e senza errori. Questa è la fanciulla divina, incorrotta e sempre unita allo Shiva suo amato e fratello, Madre e figlia di se stessa .
Tat Pranamani Sadashivalingam.
