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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

La preghiera dell’Aspirante

Posted by Beatrice on July 27, 2008

Quando gli occhi sono aperti, vediamo cose, persone ed eventi. In tutte queste occasioni si manifestano le idee di “io” e di “mio” e le differenziazioni del “non io” e “non mio”. La mente può essere rivolta ancora di nuovo al Supremo con questa preghiera:

Signore, tu sei tutto questo. Tu sei colui che risplende come universo. Vedo te nei bambini e negli adulti, in me stesso e negli altri. Eppure, ogni volta, dimentico che tu sei tutto. A causa di questa dimenticanza divento arrogante e aggressivo, indifferente e irriverente. Se non sono consapevole del tuo sguardo che tutto vede, cado in errore e indulgo nella falsità. Signore, benedicimi. Apri l’occhio della mia saggezza. Quando i bambini giocano, che io possa vedere il tuo sguardo amorevole e attento negli occhi di ognuno. In ogni suono che vibra nelle mie orecchie, che io oda la dolcezza della tua voce. Invece di percepirmi come individuo, fai che prevalga la consapevolezza della totalità nella sua interezza. Che io possa sentirmi sempre in separabile dal tutto. Che questa preghiera riecheggi nell’orizzonte della mia mente. Aiutami a ripetere questo versi e andare sempre più a fondo nella prodigio del loro significato, e che io possa sentire la benedizione di questa comprensione unitiva. Aum…

(Guru Nitya Chaitanya Yati)

Anandamayi Ma sul silenzio e sul dolore

Posted by Beatrice on March 26, 2008

Il Silenzio

Quando anche si smette di parlare, l’attività della mente prosegue. Il silenzio è comunque un supporto importante per il controllo della mente. Più la mente si concentra nel profondo, più la sua attività si riduce in proporzione, finché si giunge alla percezione che Colui che provvede a tutto si occuperà di aggiustare ogni cosa.

Quando la mente è agitata da pensieri mondani, il beneficio procurato dall’astensione dalle parole è perduto. Quando la mente è fissa su Dio evolve rapidamente e insieme si conseguono la purezza del corpo e della mente. Permettere al pensiero di soffermarsi sugli oggetti dei sensi è uno spreco di energie.

Concentrando la mente sul pensiero di Dio tutti i nodi che formano il senso dell’io vengono presto risolti e si realizza ciò che deve essere realizzato.

Dire che “Egli è conosciuto mediante il silenzio” non è del tutto corretto, poiché la Conoscenza suprema non avviene “per mezzo” alcuno. La suprema Conoscenza rivela sé stessa. Le tecniche e le discipline sono utili a sollevare il “velo”. Continua a leggere »

Dio personale e Dio impersonale. Una lettera.

Posted by Beatrice on December 26, 2007

Salve Beatrice,
desidero avere dei chiarimenti sull’insegnamento di Sri Ramana Maharshi.
Questi considera Dio la Suprema Realtà non duale e quindi priva di caratteristiche e qualità. Poi però sostiene che Dio si prende cura personalmente di ciascuno di noi e che questo dovrebbe indurci ad abbandonarci a Lui. Personalmente non riesco a realizzare come si possa conciliare il nondualismo di chi crede ad un Dio impersonale con una visione delle cose in base alla quale Dio si occupa personalmente di noi. Ci vedo una contraddizione in termini. Se le fosse possibile aiutarmi a comprendere meglio il pensiero di Sri Bhagavan gliene sarei grato.
Un fraterno saluto (lettera firmata)

Salve (…),
grazie della fiducia che mi accorda.
Non oserò tentare di interpretare le parole di Ramana, posso al limite cercare di chiarire il punto, alla luce di quello che conosco della filosofia indiana.

L’esistenza di due gradi di consapevolezza del divino, una personale e una impersonale, ha costituito il fondamento per definire il sistema Indù una “doppia religione”: una per la fede delle persone comuni, bisognose di un Dio qualificato e personale, una per gli iniziati al cammino della non-dualità, che aspirano a realizzare la Realtà Suprema senza attributi, o impersonale. Questa duplicità ovviamente è formale e prende atto semplicemente di due diversi gradi di consapevolezza spirituale che si determinano nella coscienza umana, non in Dio. Non esistono in realtà due condizioni divine, ma solo una, quella impersonale, senza attributi e senza dualità, che pertanto racchiude tutto l’esistente, lo comprende e lo unifica.
Il fatto per cui l’Assoluto non nega e non abbandona l’umano è proprio nel suo Essere, cioè essere Reale, esistente, “Sat”, non una mera costruzione intellettuale o astratta. Il fatto che “esista” è sperimentabile anche attraverso la devozione al Dio qualificato verso cui indirizzare la propria speranza di salvezza e di liberazione; Quello esiste, E’, perciò non mancherà di palesarsi alla consapevolezza del devoto secondo i desideri e le capacità di comprensione di questi. Perchè con questa manifestazione amorevole o compassionevole è evidente che il cammino, da qualsiasi stato di coscienza incominci, non va verso una vuota astrazione filosofica, ma verso una presenza reale e sperimentabile, che è già presente.
La devozione, o bhakti, è caldamente sostenuta da tutti i Maestri della Tradizione Vedanta. Soltanto alcune trasposizioni occidentali, o filo-occidentali, hanno declassato il valore e il ruolo della devozione a pratica “minore” o addirittura sconsigliata, compiendo un’operazione filosoficamente scorretta.
L’abbandono a Dio, con o senza attributi, corrisponde al fondamentale gesto interiore di abbandono del giudizio su se stessi, sulla vita e sulle cose, che è essenziale se si vuole arrivare ad abbandonare l’automatismo del desiderio e della repulsione, ovvero le ambizioni e le paure che vincolano la coscienza all’io corporeo e limitato, quindi alla sofferenza o al samsara. Più l’abbandono dell’io è fiducioso e sereno, più la coscienza è libera di aprirsi alla consapevolezza della Realtà Suprema - che definiamo impersonale, nonduale, ecc, ma che in realtà E’, semplicemente E’, è l’unica realtà. Con la devozione si coglie in maniera naturale e graduale questa Realtà.

Ramana, come gli altri saggi e illuminati, non cercava di dare sfoggio di erudizione filosofica, ma di aiutare le persone a realizzare il Sé; per cui non negava, ma sosteneva e indirizzava nella giusta direzione, anche la pratica religiosa semplice, le tradizioni e le pratiche che da millenni sono strumenti dell’evoluzione spirituale. Spesso può capitare di leggere delle “contraddizioni” perchè si cerca di individuare un percorso filosofico puro, quasi accademico, quando l’insegnamento spirituale è invece un sostegno dato disinteressatamente a tutte le coscienze e a tutti i cammini, senza operare esclusioni o scissioni tra i diversi gradi di realtà. Diciamo così, la mente divide, la spiritualità unifica. Questo è il suo scopo.

Un cordiale saluto,
Beatrice

Cogliere l’opportunità.

Posted by Beatrice on September 20, 2007

Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di verità. Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la coscienza allo stato di nescienza è la paura. E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio - quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un principio a ideologia e disporre il resto in conflitto. Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale. Continua a leggere »

Una ragazza testarda e malinconica.

Posted by Beatrice on August 26, 2007

Si vedono chiaramente già nell’espressione del volto ancora adolescente la determinazione, la durezza e la forza di volontà della piccola albanese macedone. Della tormentata vicenda della sua fede si era già bisbigliato, qualcosa era finito per trapelare perfino nello sceneggiato televisivo a lei dedicato. Non di meno, per decenni Madre Teresa è stata presentata come un’icona melliflua dell’amore, o invece di quell’amore militante contro i nemici della religione cattolica e dei suoi valori, quasi un profilo di cartone con cui nascondere, se ce ne fosse bisogno, l’abisso del cuore in cui si deve immergere il cercatore di Dio. Per il paradigma del catechismo materialista, lei aveva semplicemente nutrito gli affamati, vestito gli ignudi, eccetera eccetera, mentre ciò che di più spirituale l’aveva animata - la lotta del cuore, gli errori, la ferocia del divino - era registrato solo dai detrattori come onta da sbandierare anche questa, ma a sostegno delle tesi anti-cattoliche. Perciò ad alcuni la “santa” è diventata antipatica, senza nulla di personale, dato che non tutti apprezzano veder sventolare bandiere come argomenti spirituali. La questione, tra l’altro, sembrava un dibattito tra le due tesi materialiste dominanti: meglio servire la materia appellandosi a Gesù o appellandosi al materialismo storico? Nonostante la pessima compagnia, però, la suora per eccellenza è rimasta sempre un tarlo nella coscienza dei ricercatori, come un mistero non rivelato, qualcosa che è stato nascosto dalla prepotente campagna mediatica con la sua effige, e che aveva certamente molto da illuminare. La radicalità e la potenza della sua esperienza “sul campo”, che non hanno avuto eguali, l’amore per Cristo e l’assorbimento profondo della spiritualità indiana, non induista-settaria, l’anelito non privo di apparente sciovinismo a realizzare l’unicità del Cristo, ad ogni costo, l’ascesi senza concessioni, ci sembrano potenti fendenti di Viveka, della discriminazione filosofica che vide impegnati i grandi mistici-filosofi dell’Essere. Continua a leggere »

E’ TROPPO TARDI ANCHE PER AFFRETTARSI.

Posted by Beatrice on June 29, 2007

I cambiamenti climatici, secondo gli esperti interpellati dal Washington Post, minacciano seriamente il Gange e l’equilibrio idrico e spirituale da cui dipendono 800 milioni di indù. Il riscaldamento globale, infatti, sta lentamente ma inesorabilmente cambiando il fiume e la sua fonte, nella catena dell’Himalaya, si starebbe prosciugando. Entro il 2030 potrebbe scomparire. Il ghiacciaio Gangotri, dal quale proviene il 70 per cento dell’acqua del Gange, si sta ritirando al ritmo di quasi cento metri l’anno, doppio rispetto a quello di una ventina di anni fa. (fonte: La Stampa web)

Già durante l’ultimo Kumbh Mela, a gennaio di quest’anno, un folto gruppo di Sadhu aveva organizzato una vivace contestazione e minacciato di disertare la celebrazione per protestare contro l’inquinamento crescente delle Acque Sacre, nel cui bacino scaricano senza depuratori alcuni dei distretti maggiormente industrializzati e popolosi dell’India.

Di questi giorni è la notizia dello scioglimento dello Shivalingam di ghiaccio che da millenni compare nella grotta di Amarnath durante il plenilunio di giugno, per diminuire progressivamente durante il resto dell’anno solare. Il sito si trova a 3.888 metri di altitudine e per raggiungerlo richiede un percorso minimo di oltre 45 km a piedi tra le montagne del Kashmir. Ogni anno è visitato da numerosi pellegrini, certi di assistere ad un fenomeno unico, l’apparizione del Divino nella Natura. Le testimonianze dei devoti sono straordinarie, ma già dallo scorso anno, quando i locali preoccupati del mancato accrescimento della stalagmite erano ricorsi alla sua creazione artificiale, l’apparizione manca l’appuntamento millenario e persino Shiva, che non è mai affetto dai mali terreni, decide di mandare un segnale del suo abbandono, di fronte al disastro ecologico. Appare del tutto naturale che ritirando la propria presenza, consigli la stessa strategia alla sua cara amica-amata Ganga, che con Lui ha deciso di scomparire.

Per il lettore occidentale queste due notizie sono soltanto la conferma dei dati drammatici sul riscaldamento globale. Per me sono anche altro.

La Presenza di Shiva è un dato inconfutabile e da sempre sperimentabile per il devoto. Shiva è su quella montagna, quindi è nel tuo e nel mio altare domestico, quindi nel tempio, quindi nel cuore del devoto, quindi nei panni dei suoi devoti, sempre incarnato, fisico, percepibile e reale, ad ogni livello. Presenza sensuale e immanente, sebbene assolutamente a-duale e trascendente nell’essenza. Da questa costante presenza deriva la randagia libertà dei suoi devoti, la regalità dei nudi vestiti di cenere, l’”io sono Shiva”, perchè Shiva è qui. Non c’è molto da inventarsi, non si tratta di mitologia, si tratta di una esperienza, che nella più lontana delle ipotesi si potrebbe fare percorrendo quei 45 chilometri. Se si tratta di vedere Dio, perchè no. Il fatto è che c’è, non è qualcosa di cui si sta solo parlando, non è religione, è qualcosa di molto anteriore a qualsiasi religione, perchè la religione viene dopo, prima c’è la Presenza poi, quando la presenza si ritira dal mondo, incomincia la religione.

Qualcuno obietterà che già esiste una religione Indù. Sarebbe lungo e complicato descrivere la difficile contaminazione culturale, prima che ecologica, che ha condotto alla creazione del cosiddetto “induismo” religioso. Questa idea è stata fortemente orientata dalla mentalità occidentale, che inizialmente vedeva nelle complesse stratificazioni di scuole e miti dei nativi dell’India soltanto una oscura matassa di superstizioni e crudeltà. Ma ancora oggi, qualora si interroghi l’anziano che sosta sulla riva del fiume, la donna analfabeta o uno dei rari veri devoti e gli si chieda dio dov’è, semplicemente allungheranno il dito a indicare una montagna o l’acqua del fiume, chiamandoli con emozione “padre” e “madre”. E finché questo è possibile, la Realtà mantiene il primato sulla religione, ponendo una gerarchia di principio che attinge al primato del Silenzio: prima c’è la Presenza silenziosa, attingibile dall’esperienza diretta e senza distinzioni, quella è l’origine della vita e dello spirito, poi, solo per la mente inquieta e tormentata di chi non vede, esistono le parole, i riti, le istruzioni - sottoposti però alla Tradizione che riconosce primariamente la Realtà.

La differenza tra la potenza del Presente e il sacrificio dell’Assente, ricade completamente sul cuore dei devoti. Se il nostro cuore sarà capace di raccogliere, da solo, la potenza impensabile delle montagne, dei ghiacciai e dei fiumi e dispensare alla vita le stesse benedizioni; o se si spegnerà nella malinconia dell’assenza e del ricordo, contentandosi di ricamare parole e istruzioni, contaminate nel profondo e contrassegnate dall’impossibilità dell’incontro con Dio, a causa della distruzione delle Sue dimore terrene.