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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

Swami Veetamohananda: “L’Amore del Divino”, Bhakti Yoga

Posted by beatrice on September 10, 2009

[Dal sito del Gruppo Vedantalila di Torino. Traduzione a cura di Amanzio Bori]

Nel corso di tutta la vita cerchiamo di ottenere molte cose. Ma ahimè, non tutto e non sempre va come desideriamo. Così, si crea una specie di ironia della sorte tra quanto è desiderato e quanto è ottenuto. E tuttavia c’è un significato creativo in quanto ci accade. Attraverso le prove e gli errori, le esperienze e i fallimenti, le disillusioni e le lezioni, siamo guidati a desiderare quello stato supremo in non c’è spazio per l’ironia della sorte. E’ lo stato più elevato che si possa ottenere nel corso della vita.
L’amore del divino non può mai dare dispiacere a quelli che l’ottengono. Narada, il grande maestro della Bhakti dice: “La bhakti è quella cosa attraverso la cui realizzazione si diventa perfetti, immortali e completamente soddisfatti”.
Non è per desiderio verso la soddisfazione mondana che il devoto ama il Divino. Per il devoto sincero, la Bhakti è la vera finalità. Egli ama il Divino per amore dell’amore. Nondimeno, si può dire che un tale amore ha come corollario uno stato di perfezione, di immortalità e di soddisfazione indescrivibile.

Shri Ramakrishna dice: “La Bhakti è l’unica cosa essenziale. La migliore via per il mondo d’oggi è la Bhakti yoga, la via della Bhakti prescritta da Narada. La Bhakti yoga è la religione per questa epoca”. Intuendo che queste affermazioni richiedono un spiegazione, Shri Ramakrishna aggiunge:
“Ma questo non significa che l’adoratore del Divino raggiungerà una meta e il filosofo e il lavoratore un’altra. Ciò significa che se una persona cerca la conoscenza di Brahman, può raggiungere Questo seguendo la via della devozione. Il Divino, che ama il suo devoto, può dargli la conoscenza di Brahman se egli ( il devoto) lo desidera”.
La concezione di Shri Ramakrishna della devozione e della conoscenza è un po’ differente dalle concezioni tradizionali, appartenendo le une alla dualità, l’altra alla non dualità. L’aver realizzato che Brahman e Shakti (il potere di Brahman) sono identiche, è in perfetta correlazione con i suoi insegnamenti che Bhakti e Jnana sono il dritto e il rovescio dello stesso capo. Egli dice infatti: “La conoscenza e l’amore del divino sono una cosa sola. Non c’è differenza tra la conoscenza pura e l’amore puro”. La prova che non c’è differenza tra la conoscenza pura e l’amore puro può essere largamente percepita nella devozione di Shri Ramakrishna e in quella di Swami Vivekananda. Continua a leggere »

Matru devo bhava.

Posted by Beatrice on May 9, 2009

Matru devo bhava.
Onora la madre come dio. (Taittirya Upanishad)

Jay Mata,
ci hai tratto dal ventre scuro dell’indeterminato, dove eravamo nascosti e fagocitati, in mezzo alle ombre, miscuglio di sogni, idee e ricordi, senza nome, come morti.
Jay Mata,
il braccio possente che ci ha tratti e tenuti stretti, donando la prima e l’ultima sensazione di esistere, abbraccio che è essere, e unione che sempre ricercheremo, per trovare chi siamo, se mai siamo.
Jay Mata,
che ci hai sognati per prima, che hai accolto il nostro sogno di essere, che l’hai coltivato e hai dato ad esso il limite per cui non è stato vano, non illusione, ma conoscenza.
Jay Mata,
che ci hai contagiato la tua follia, la sfida alle determinate cose, verso l’impossibile che è amore e sogno più grande; scelta senza scelta di piena liberazione, incondizionata.
Jay Mata,
che sei velo trasparentissimo e fragile, con cui hai coperto le nostre ferite, eppure che si frange in un soffio, perchè è lieve, sospiro, solo tensione leggera e fiducia.
Jay Mata,
che lievemente come sei apparsa rientri nel pieno e incondizionato, senza frizione, umilmente, mentre noi guardiamo nello stupore che tutto avvolge.
Jay Mata,
che trascendi ogni cosa, mentre governi tra le cose la vita degli esseri che ti sono affidati, la sorte, la verità, la chiarezza del cuore.
Jay Mata,
che scacciavi i fantasmi dai nostri sogni, dal buio e dalla malattia, che sei l’unica perdita che abbiamo pianto, ogni volta che abbiamo pianto, temendo di essere soli.
Jay Mata,
che ritorni, che ritorni, che ritorni.

Sri Ma Anandamayi, Calcutta 1948

Posted by Beatrice on November 3, 2008

Bhavani Ashtakam - Adi Shankaracharya

Posted by Beatrice on September 30, 2008

Bhavani Ashtakam - Adi Shankaracharya

Na thatho, na matha, na bandur na datha,
Na puthro, na puthri , na bruthyo , na bartha,
Na jayaa na Vidhya, na Vruthir mamaiva,
Gathisthwam, Gathisthwam Thwam ekaa Bhavani.

Non la madre, non il padre
non i compagni e non gli amici
non il figlio, né la figlia
non i servi, non il marito
non la moglie, e neppure la conoscenza
e nemmeno la mia occupazione
sono la mia vera dimora -
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Bhavabdhava pare , Maha dhukha Bheeru,
Papaatha prakami , pralobhi pramatha,
Kam samsara pasa prabadha sadaham,
Gathisthwam, Gathisthwam thwam ekaa Bhavani.

Sono un codardo che non osa affrontare il dolore,
irretito dalla lussuria e dalla debolezza,
dall’avidità e dal desiderio,
e legato alla vita inutile che ho vissuto.
Nell’oceano della nascita e della morte -
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora. Continua a leggere »

La Visione d’Amore

Posted by Beatrice on July 28, 2008

Ogni essere che abbia affacciato lo sguardo sulla coscienza perfetta, pur non avendola realizzata, ma che ne è stato toccato, commosso o chiamato in qualche modo, ha accesso all’infinità delle combinazioni che sottendono l’unità del Tutto. Tra questa infinità si dà il Riconoscimento tra gli enti, che nelle vicissitudini della vita, improvvisamente riconoscono l’Altro come sé, lo identificano e lo assorbono, anche nella sua forma individuata e raccolgono questa esperienza sotto la voce Amore. E’ un amore “già dato”, è un amore “a priori”, eternemente dato e da sempre, e nel momento che lo si è colto lo si è anche vissuto fino allo scopo unitivo finale. Si rivela già come unione, come unità di due, uno.

Nondimeno, al di sotto e al di dentro di questa visione a priori e unitiva, come esseri umani, e individui incarnati, non siamo esenti dalla necessità di interrogarci sull’amore, di temerlo e di agognare alla sua piena realizzazione. Se abbiamo colto la realtà assoluta dell’uno di due, e non solo una valenza teorica, elegante, ma proprio la sua drammatica esperienza umana, siamo profondamente colpiti dalla instabilità della vicenda umana. Sono le visioni dell’Uno, in qualunque forma, a procurare quella ferita d’amore che desideriamo curare con la spiritualità, con la disciplina o sadhana. Ci incamminiamo perché si guarisca il dolore, perché si chiuda la spaccatura e infine l’occhio che osserva inorridito la piaga.

Abbiamo due strade. La prima, se abbiamo perfettamente compreso quanto espresso sopra, se lo abbiamo anche realizzato e se la nostra vita - e dico: esperienza di ente individuato - è pienamente felice, realizzata e compiuta nel disegno unitivo assoluto: allora quella sporadica visione è una breve e sincera epifania di un continuo, senza conseguenze, senza dolore e senza spaccature. Da questa posizione si origina un dono indiscriminato e fluente su tutto il creato e il dato, e su quello che sarà dato poi, ininterrottamente. La sofferenza e la spaccatura non hanno luogo, semplicemente, qui vengono curate e probabilmente guarite. Continua a leggere »

Arrendersi alla Madre Divina. (Sri Chandrasekharendra Saraswati Sw.)

Posted by Beatrice on March 26, 2008

“Sampatkaraani sakalendriya-nandanaani Saamraajya-daana-vibhavaani
saroruhaakshi Tvad-vandanaani duritoddharano-dyataani Maameva maatah
anisam kalayantu maanye”

Oh Madre, dagli occhi belli come fiori di loto e degna di devozione, fai che l’obbedienza che ti porgiamo, obbedienza cui accordi la tua benevolenza, che appaga i sensi (Idriya), che può donarci un impero, che rimuove peccati e impurità, posa sempre essere con me.

Questi versi sono dello Kanakadhaaraastava di Sri Shankara Bhagavatpada. Da studente Sri shankara li pronunciò procurando una pioggia d’oro a favore di una donna del popolo che non aveva da offrirgli alcuna elemosina che un piccolo frutto. La parte significativa dei versi è nella richiesta formulata da Sri Shankara che Vandana (l’obbedienza) offerta allo scopo di sradicare il peccato (duritoddharana) mai abbandoni il devoto, ma con lui rimanga sempre (maameva anisam kalayantu). Solo l’obbedienza è mia proprietà - la madre è anche colei che accorda i beni posseduti - e che essa rimanga sempre mia, dice. La forza di questo sentimento è che la Madre, nella sua compassione, aiuti il devoto a restare saldo nella Vandana, nell’obbedienza a Lei. Il solo metodo per purificarsi di ogni colpa è prostrarsi con pentimento ai piedi della Madre Divina. Dunque, abbandoniamoci ai piedi della Madre Divina per trovare pace e felicità.

Storia del verme (dal Mahabharata)

Posted by Beatrice on January 29, 2008

Yudhishthira disse:

Quelli che, volendo o no, resteranno uccisi in questa grande convocazione di battaglia, quale ventre raggiungeranno rinascendo? Dimmi di questo, O nonno. Abbandonare il respiro della vita nella grande battaglia è un dolore per gli uomini. Mi rendo conto, O conoscitore del diritto, che l’abbandono del respiro è molto difficile da affrontare, sia nella ricchezza che nella povertà, sia nella fortuna che nella sfortuna. La causa di questo, vorrei che tu mi spiegassi, perché credo che tu sia onnisciente.

Bhishma disse:

Per quale causa gli esseri respiranti nati in questo mondo di trasmigrazione, sia nella ricchezza o nella povertà, sia nella fortuna o nella sfortuna, O signore della terra: per quale causa si deliziano dell’esistenza, questo ascolta da me. Hai ben ponderato la giusta domanda, Yudhishthira! A proposito di questo, ti racconterò quanto è successo una volta, O sovrano degli uomini: la conversazione del Nato sull’Isola, Vyasa e un verme, O Yudhisthira.
Una volta, il saggio Nero, il Nato sull’Isola, il somigliante a Brahma, mentre camminava, vide un verme che correva rapidamente davanti a un carro.
Il Conoscitore delle vie di tutti gli esseri, conoscitore della voce di tutti gli esseri incarnati, conoscitore di tutto, lui, avendo guardato in tutte le direzioni, parlò al verme: <O verme, sembri spaventato, e vedo che sei di fretta. Dove corri? Dimmi! Da dove viene la tua paura?> Continua a leggere »

La polvere attaccata ai piedi di certe donne

Posted by Beatrice on

Krishna lasciò la foresta e le praterie di Vrindavana per la città di Dvaraka, dove si unì in matrimonio con otto regine. Le gopi ora vagavano in silenzio. Avvezze all’emozione dell’amore rubato, ripetevano ogni tanto, quando si trovavano sole, le parole «tu ladro», senza avere risposta. La vita procedeva come se Krishna non fosse mai stato fra loro.
La separazione, il vuoto, l’assenza: questa era la nuova emozione, l’unica.
Chiuso nel suo palazzo, mentre le otto regine, degne e pompose, orbitavano intorno a lui con implacabile precisione, Krishna si annoiava. Suo occasionale sollievo erano le conversazioni con il vecchio Narada.
Quel Rishi nato dal collo di Brahma e da Brahma condannato a errare senza sosta, che tante storie e luoghi era stato obbligato a vedere, quel vecchio intrigante, curioso, un po’consigliere aulico, grande musicista, repertorio di aneddoti, subdolo, voyeur, adulatore, intelligente, maligno: chi meglio di lui poteva distrarlo dalla melanconia?, pensò Krishna.
Passavano le notti a giocare a scacchi e a parlare. Poi Narada suonava la vina, magistralmente come sempre. Krishna si divertiva anche a stuzzicarlo. Una volta gli disse: «Ora raccontami di quella tua vita quando eri un verme e hai voluto evitare il carro di quel re». «Ma certo, siamo sempre attaccati al nostro corpo, anche quando siamo vermi…» disse Narada. Sorrideva, ma un po’ teso. Le storie che Krishna preferiva erano quelle delle due vite in cui Narada era stato trasformato in donna. «Anche se hai vissuto come donna e hai partorito decine di figli, prima di arrampicarti quella volta sui loro cadaveri per cogliere un mango, delle donne non hai mai capito niente…». «Può essere» disse Narada. «Per esempio non capisco come tu faccia con tutte queste regine…». «Ma queste non sono le donne» disse Krishna, improvvisamente cupo, e tornò a fissare la scacchiera. Continua a leggere »

Dio personale e Dio impersonale. Una lettera.

Posted by Beatrice on December 26, 2007

Salve Beatrice,
desidero avere dei chiarimenti sull’insegnamento di Sri Ramana Maharshi.
Questi considera Dio la Suprema Realtà non duale e quindi priva di caratteristiche e qualità. Poi però sostiene che Dio si prende cura personalmente di ciascuno di noi e che questo dovrebbe indurci ad abbandonarci a Lui. Personalmente non riesco a realizzare come si possa conciliare il nondualismo di chi crede ad un Dio impersonale con una visione delle cose in base alla quale Dio si occupa personalmente di noi. Ci vedo una contraddizione in termini. Se le fosse possibile aiutarmi a comprendere meglio il pensiero di Sri Bhagavan gliene sarei grato.
Un fraterno saluto (lettera firmata)

Salve (…),
grazie della fiducia che mi accorda.
Non oserò tentare di interpretare le parole di Ramana, posso al limite cercare di chiarire il punto, alla luce di quello che conosco della filosofia indiana.

L’esistenza di due gradi di consapevolezza del divino, una personale e una impersonale, ha costituito il fondamento per definire il sistema Indù una “doppia religione”: una per la fede delle persone comuni, bisognose di un Dio qualificato e personale, una per gli iniziati al cammino della non-dualità, che aspirano a realizzare la Realtà Suprema senza attributi, o impersonale. Questa duplicità ovviamente è formale e prende atto semplicemente di due diversi gradi di consapevolezza spirituale che si determinano nella coscienza umana, non in Dio. Non esistono in realtà due condizioni divine, ma solo una, quella impersonale, senza attributi e senza dualità, che pertanto racchiude tutto l’esistente, lo comprende e lo unifica.
Il fatto per cui l’Assoluto non nega e non abbandona l’umano è proprio nel suo Essere, cioè essere Reale, esistente, “Sat”, non una mera costruzione intellettuale o astratta. Il fatto che “esista” è sperimentabile anche attraverso la devozione al Dio qualificato verso cui indirizzare la propria speranza di salvezza e di liberazione; Quello esiste, E’, perciò non mancherà di palesarsi alla consapevolezza del devoto secondo i desideri e le capacità di comprensione di questi. Perchè con questa manifestazione amorevole o compassionevole è evidente che il cammino, da qualsiasi stato di coscienza incominci, non va verso una vuota astrazione filosofica, ma verso una presenza reale e sperimentabile, che è già presente.
La devozione, o bhakti, è caldamente sostenuta da tutti i Maestri della Tradizione Vedanta. Soltanto alcune trasposizioni occidentali, o filo-occidentali, hanno declassato il valore e il ruolo della devozione a pratica “minore” o addirittura sconsigliata, compiendo un’operazione filosoficamente scorretta.
L’abbandono a Dio, con o senza attributi, corrisponde al fondamentale gesto interiore di abbandono del giudizio su se stessi, sulla vita e sulle cose, che è essenziale se si vuole arrivare ad abbandonare l’automatismo del desiderio e della repulsione, ovvero le ambizioni e le paure che vincolano la coscienza all’io corporeo e limitato, quindi alla sofferenza o al samsara. Più l’abbandono dell’io è fiducioso e sereno, più la coscienza è libera di aprirsi alla consapevolezza della Realtà Suprema - che definiamo impersonale, nonduale, ecc, ma che in realtà E’, semplicemente E’, è l’unica realtà. Con la devozione si coglie in maniera naturale e graduale questa Realtà.

Ramana, come gli altri saggi e illuminati, non cercava di dare sfoggio di erudizione filosofica, ma di aiutare le persone a realizzare il Sé; per cui non negava, ma sosteneva e indirizzava nella giusta direzione, anche la pratica religiosa semplice, le tradizioni e le pratiche che da millenni sono strumenti dell’evoluzione spirituale. Spesso può capitare di leggere delle “contraddizioni” perchè si cerca di individuare un percorso filosofico puro, quasi accademico, quando l’insegnamento spirituale è invece un sostegno dato disinteressatamente a tutte le coscienze e a tutti i cammini, senza operare esclusioni o scissioni tra i diversi gradi di realtà. Diciamo così, la mente divide, la spiritualità unifica. Questo è il suo scopo.

Un cordiale saluto,
Beatrice

La Kore recita il Lingastkam

Posted by Beatrice on June 30, 2007

Stamattina, una bambina biondissima, di circa cinque o sei anni, seduta ad un tavolo, con me altra gente attorno, leggeva da un libriccino recitando Stotra per Shiva, ricordo che ritmava precisissima il Lingastakam. E io pensavo, ma che brava questa bambina, recita gli Stotra proprio come me, ma ha solo cinque anni. E ovviamente la differenza anagrafica creava la differenza di bravura con nettissmo sentimento di inadeguatezza della sottoscritta, che si chiedeva come mai lei medesima a cinque anni (e anche molto dopo) non fosse in grado di fare nulla, e tantomeno leggere in sanscrito con quella sicurezza. Anche nel sogno devo essermi lasciata prendere da qualche attimo di autocommiserazione e infine mi pare che mi stupivo di quanto siano avanti le nuove generazioni.

Quindi oggi cercavo di ricordare qualcosa del libro di Jung e Kerenyi in cui è analizzato il mito della fanciulla-iniziata, la Kore o Persefone. Il simbolo femminile è il segno dell’impermanenza - e senza contraddizioni - dell’eterno ciclo del ritorno alla vita. Secondo Kerenyi il mito eleusino della Kore è il fatto numinoso che si celebra nel matrimonio: la morte simbolica (e psicologica) della fanciulla, abbandonata alla solitudine e al pericolo oscuro che l’attende, e quindi la trasformazione di lei in epifania del divino, potenza dell’incarnazione e della salvezza. Demetra ne piange la scomparsa e provoca la ferma dei raccolti finché non le viene restituita. Nessuna priorità naturale o metafisica dissuade l’unità originale dal ricercare la riunificazione di ciò che l’ombra-morte-sesso vuole spezzare. Quando si ripristina questa Unità primigenia, di prima dell’ombra, della moltiplicazione o caduta, quella Unità è il Divino, la purezza dell’Indiviso, e l’indiviso ritrovato, in occidente è il Figlio (che pare comparisse come apoteosi dei Misteri Eleusini), il nato dalla vergine ovvero il non-nato. Il mito non serve affatto a spiegare l’ineluttabile destino femminile alla riproduzione, solo da quando se ne è persa l’esperienza si è appreso a scambiare il mezzo col fine. Il Mito deve risolversi nella Unificazione del Reale, nell’Assoluto, dove non c’è principio e fine; la sacra rappresentazione misterica è il ponte che conduce dalla tragicità del fenomeno percepito alla pace dell’essere indiviso, dove null’altro è reale.

La Kore è l’innocente e la perfetta che strappata all’Unità primigenia attraversa gli inferi contro la propria volontà e ne viene parzialmente catturata con il dolce frutto del melograno. Una stagione, un quarto della realtà - dicevano i Veda - appartiene al mondo visibile e il mondo visibile è quel fenomenico, lo strappo, che proietta ombra e morte, anche se temporanea, alla percezione dell’io che aspira nostalgico a riunirsi con il proprio cuore, improvvisamente conteso, trasformato in oggetto del desiderio.

Con la perfezione della sua innocenza, non erosa dai dubbi, non corrotta dal timore di essere o apparire, Kore legge serena e indisturbata la lode allo Shivalingam. Non è fede, non è istruzione, perchè è gioco e bravura, quella semplicità di cui è maestro il Divino soltanto, il Puro che non si cura di altro. Non prega per qualcuno, non prega per qualcosa, perciò la sua preghiera è perfetta ed esemplare, concentrata e lieve. Lei è degna di incontrare quel Divino, perchè già lo incarna nello spirito, per il suo distacco giocoso, serio e senza errori. Questa è la fanciulla divina, incorrotta e sempre unita allo Shiva suo amato e fratello, Madre e figlia di se stessa .

Tat Pranamani Sadashivalingam.