Anna Maria Ortese “Alonso e i visionari”
Posted by Beatrice on February 23, 2008
C’è una letteratura cui mi accosto con timore, con l’emozione della paura per qualcosa di troppo desiderato e insieme sempre rimpianto e perduto. La scrittura come “avrebbe dovuto essere”, nella purezza, anche ingenua, dello sguardo che avevo, di qualcosa che avrei scritto, se solo lo avessi fatto, se solo non fossi tra i tanti che docilmente hanno lasciato che la maturità, cosiddetta, cancellasse ogni potenzialità di testimoniare quella visione e quelle parole. Perciò diventa un evento doloroso e vertiginoso, leggere un libro di Anna Maria Ortese. Ed è inevitabile, per queste ragioni, che alla fine ci si accorga di aver letto usando il più banale degli accorgimenti difensivi, la superficialità. Diventa una scrittura, perciò, ancora più profetica, che ti porta a ponderare come la cancellazione e il sacrificio del “Puma” visionario, dell’essere purissimo e infinitamente benevolo, o del cucciolo celeste, sia avvenuta inevitabilmente, per mano sconosciuta, per leggerezza, per disprezzo, per la cecità bestiale con cui apprendiamo a condurre la nostra vita, il più lontano possibile dal pericolo della follia, il più possibile nella forma di una menzogna di successo. Fino a dubitare che “quello” sia mai esistito. Chi avverte comunque il passo leggero del “Puma”, scivolare tra le rituali menzogne e le crudeltà convenzionali, silenzioso e benevolo, “piccolo buon padre” e “cucciolo”, cerca di nascosto di lasciare la ciotola d’acqua pura in un angolo segreto, e poi si ingegna per trovargli un nuovo nascondiglio sicuro, ogni volta che viene scoperto.
«Il disprezzo della natura fa parte proprio dell’uomo “naturale” – dice il prof.Op, protagonista di “Alonso e i visionari” – dell’uomo che non vede l’unità del tutto, ma solo il proprio particolare. L’Europa, dopo la guerra, si svegliava alla religione della specie umana, che pure la guerra aveva sbranato. Si tendeva a elevare una monumento all’uomo nuovo che era – doveva essere – privo di reverenza, di pietà per il bruto. Il bruto veniva odiato, proprio perché l’uomo nuovo era già bruto.»
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