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Sri Krishna Janmashtami: Bhagavad Gita cap. X – XI, la gloria del Supremo, la visione di Arjuna.

Bhagavad GitaCap. X

20. Sono l’Anima Suprema situata nel cuore di ogni creatura, o Gudakesha. Sono l’inizio, la metà e la fine di tutti gli esseri.
21. Tra gli Aditya Io sono Visknu, e tra le sorgenti luminose, il sole radiante. Tra i Marut sono Marici, e tra i corpi celesti sono la luna.
22. Fra i Veda sono il Samaveda, fra gli Dei sono Vasava, per i sensi sono la mente e degli esseri sono la coscienza.
23. Tra i Rudra sono Shiva, tra gli Yaksha e i Rakshasa sono il signore delle ricchezze (Kuvera); tra i Vasu sono il fuoco (Agni). Tra le montagne sono Meru.
24. Tra i sacerdoti, o Arjuna, sappi che Io sono il capo, Brihaspati, e tra i generali sono Skanda, il signore della guerra. Tra le acque sono l’oceano.
25. Tra i grandi saggi sono Bhrihu. Tra i suoni sono Om, la sillaba indefettibile; e tra i sacrifici, il japa, il canto dei santi nomi. Tra le montagne sono l’Himalaya.
26. Tra gli alberi sono il fico sacro, e tra i saggi e gli esseri celesti Narada. Tra i Gandharva, cantori celesti, sono Chitaratha e tra le anime realizzate, il saggio Kapila.
27. Tra i cavalli, sappi che io sono Uccaishrava, che uscì dall’oceano e nacque nell’immortalità. Tra i nobili elefanti sono Airavata e tra gli uomini il Sovrano.
28. Tra le armi sono il fulmine, e tra le vacche la vacca dei desideri. Tra i procreatori sono Kandarpa, il dio dell’amore; e tra i serpenti il re, Vasuki.
29. Tra i Naga, serpenti celesti, io sono Ananta; e tra le divinità delle acque, Varuna. Tra gli antenati sono Aryama, e tra gli amministratori della legge sono Yama, il signore della morte.
30. Tra gli esseri demoniaci Daitya Io sono il fervente Prahlada, e tra gli oppressori, il tempo. Tra le bestie sono il leone, e tra gli uccelli, Garuda, che trasporta Vishnu.
31. Tra i purificatori sono il vento, e tra coloro che portano le armi sono Rama. Tra i pesci sono lo squalo, e tra i corsi d’acqua, il Gange.
32. O Arjuna, di ogni creazione sono l’inizio e la fine, e sono il mezzo. Fra tutte le scienze sono la metafisica, e della logica sono la conclusione, la verità finale.
33. Tra le lettere sono la A, e tra le parole composte, sono la doppia. Sono il tempo inesauribile;  tra i creatori sono Brahma, i cui volti multipli guardano ogni lato.
34. Sono la morte che tutto divora, e la sorgente di tutto ciò che verrà. Nella donna sono la fama, la fortuna, l’eloquenza, la memoria, l’intelligenza, la fedeltà e la pazienza.
35. Tra gli inni sono il Brihat-sama, che si canta per Indra; e tra i versi poetici, la Gayatri, cantata ogni giorno dai brahmana. Tra i mesi sono novembre e dicembre, e tra le stagioni, la primavera.
36. Tra le truffe sono il gioco d’azzardo e sono la luce di tutto ciò che è visibile. Sono la vittoria, la risoluzione, e dei bravi sono la bravura.
37. Tra i discendenti di Vrishni sono Vasudeva e tra i Pandava, Arjuna. Tra i saggi sono Vyasa, e tra i grandi pensatori, Ushana.
38. Di quelli che opprimono sono la verga, e dei vincitori sono la strategia. Dei misteri sono il silenzio, e del saggio la saggezza.
39. Inoltre, o Arjuna, sono il seme che genera tutto ciò che vivrà. Né vi è qualcosa che si possa muovere o non muovere, esistere o non esistere senza di Me.
40. O potente vincitore dei nemici, le Mie manifestazioni divine non hanno limiti. Ciò che ti ho rivelato non è che una minima parte della Mia grandezza infinita.
41. Tutto ciò che è bello, potente, glorioso, sappi che scaturisce da un semplice frammento del Mio splendore.
42. Ma a che servono, o Arjuna, tutti questi particolari? Con una semplice scintilla della Mia Persona, Io penetro e sostengo l’universo intero. Continua a Leggere →

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Lalitha Sahasranamam – Navaratri 2015 – Open project

Dal 13 al 22 Ottobre 2015 la tradizione indiana festeggia le nove giornate (o notti) dedicate alla Madre Divina.
Visionaire.org propone di avvicinarsi alla percezione del Mistero con la traduzione in lingua italiana del Lalitha Sahasranamam, i Mille Nomi della Dea Lalitha: illuminante elenco di nomi e di attributi divini che permettono di visualizzare, meditare e comprendere la realtà spirituale del Femminile Divino.
A partire da Martedì 13, e per i nove giorni consecutivi, sarà pubblicata una porzione del poema di (circa) 110 Nomi sul blog e sulla pagina Facebook.
Il progetto è inteso come offerta e pratica spirituale, perciò viene esteso alle lettrici e ai lettori di Visionaire. Chiunque lo desideri può offrirsi per tradurre un certo numero di Nomi (dall’Inglese), quotidianamente, per tutta la durata del Navaratri, o una tantum. Si possono “prenotare” dai 10 ai 100 versi giornalieri. Da riconsegnare, via messaggio privato, entro le ore 19.00 del giorno successivo. Pubblicazione del testo tradotto prevista per le ore 21.00 circa.
Chi desidera altre informazioni o vuole aderire al progetto contatti privatamente Beatrice Udai Nath.

BengalLitho127

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Visionaire.org Newsletter – Dicembre 2014

LE NOVITÀ SU VISIONAIRE.ORG

Benvenuti nella nuova versione di Visionaire.org. Nuova grafica e nuova tecnologia, per rendere ancora più accessibili i testi del Sanathana Dharma. Molte anche le novità tra i contenuti.

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MANDUKYA KARIKA DI GAUDAPADA

I principi fondamentali della filosofia Advaita, quali i gradi di realtà, l’identità di Brahman e Atman, Maya, la non applicabilità della causalità alla realtà ultima, lo Jnana conoscenza-saggezza quale mezzo diretto per il moksha o liberazione, e l’inconcepibilità del nulla assoluto, sono esposti nella Karika di Gaudapada.

 

GORAKHNATH E LA TRADIZIONE NATH

Nella nostra percezione fenomenica distinguiamo tra Ātmā, Paramātmā, Jeevātmā. L’unità dei tre costituisce la verità, e la realizzazione di questa verità è detta Ādeśa. In questa prospettiva, quando due Yogi si rivolgono il saluto pronunciano le parole Ādeśa Ādeśa. Con questa formula di saluto gli Yogi costantemente si rammentano l’un l’altro l’identità di ogni ente individuale con l’essere universale e trascendente.

Adesh Adesh

Adi Nath, Matsyendra Nath e Goraksh Nath. L’origine della tradizione Nath

Alcuni aspetti degli insegnamenti dei Nath

Gorakh Bani

GORAKSHA SATAKA

Goraksha Sataka, versi 1-50

Goraksha Sataka, versi 51-100

 

SRI ADI SHANKARA: TESTI FILOSOFICI

Atmabodha

Brahmajnanavali

Dṛgdṛśyaviveka

 

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Karma e Jnana, premesse alla Isavasya Upanishad. Con introduzione dal commento di Adi Shankaracharya.

La religione Vedica fonda la stessa esistenza del cosmo nel sacrificio compiuto da Prajapati all’origine e, da quello, nel rituale che ogni capofamiglia eredita e deve svolgere incessantemente, nei riti stabiliti per ogni giorno, all’alba mezzodì e tramonto, e in quelli indicati poi per i passaggi del sole, per le lunazioni, per le eclissi e per i giorni festivi veri e propri; sono poi osservati i digiuni, i pellegrinaggi, i sacrifici, e infine i sacramenti che segnano le diverse fasi della vita, e le pubbliche celebrazioni; inoltre tutti i rituali di commemorazione dei defunti e in loro favore. La concezione sacerdotale dell’essere umano stabilisce un profondo senso di interdipendenza tra uomini, cosmo e dei, e la sua funzione si propaga attraverso il passaggio generazionale di un debito individuale, verso gli antenati e la tradizione famigliare, che tra gli obblighi religiosi sancisce allo stesso modo anche il matrimonio e la procreazione, per assicurare la continuità dell’opera rituale e della stirpe. Sacrificio, matrimonio e procreazione sono i compiti con cui si assicurano la vita sulla terra, la prosperità della comunità umana, e sui quali si proietta l’immortalità del singolo attraverso la continuità delle generazioni, e in essa lo scopo esistenziale dell’individuo. I Brahmini sono effettivamente la casta che deve custodire e mantenere vivo il ridondante corpus ritualistico vedico. Per tutti gli altri, ogni legittima occupazione è inserita in una prospettiva organica, finalizzata al pieno compimento della regola sacrificale del mondo – Dharma – ciascuno secondo le proprie possibilità e competenze.

L’universo religioso così espresso nella parte rituale dei Veda, detta perciò Karma Kanda (o delle opere), sembra essere superato o negato nella parte finale, dedicata alle Upanishad, detta Jnana Kanda (della conoscenza). Il Karma Kanda ingiunge all’uomo la devozione per le divinità e descrive le procedure rituali per la loro adorazione. Nelle Upanishad, invece, sembra di assistere alla sistematica denigrazione delle pratiche vediche in favore della conoscenza filosofica, e lo stesso ritualista è descritto alla stregua di un animale. Nell’uso comune, si è soliti indicare come Veda il Karma Kanda e come Vedanta il Jnana Kanda.

La contraddizione è solo apparente. Al fine di realizzare la condizione assoluta dell’Atman si devono spezzare i legami con il mondo e meditare sul Sé con concentrazione perfetta, e il lavoro rituale prescritto dai Veda è quindi inteso come un percorso graduale, che purifica e rafforza il devoto mano a mano. Fintanto che il mondo è percepito in termini di realtà, la pratica rituale conduce alla fruizione, al benessere e al profitto generale, e disegna una vita ultraterrena in cui continuare a beneficiare dei frutti di una vita trascorsa in rettitudine. Il sacrificio è dato a beneficio universale, non egoistico, poiché è universale e organico il fondamento etico del Dharma. Dice l’officiante offrendo l’oblazione al fuoco: “Na mama”: non per me. Ogni ripetizione del rito è un progressivo trasformare il senso dell’io e il “mio” in cenere. Yajna, il sacrificio è “tyasa”, lasciare andare, sciogliere da sé. Il secondo verso dell’Isavasya Upanishad, dedicato alla via religiosa destinata agli uomini comuni, secondo l’interpretazione vedantina, coincide con l’insegnamento più noto della Bhagavad Gita: il Karma prescritto dai Veda si può compiere vivendo cent’anni, ma occorre svolgerlo come offerta a Dio, e non per vantaggio personale. Non costituirà, in questo modo, un ulteriore legame karmico.

“L’uomo è il sacrificio” (Chandogya Upanishad III.16-17). La percezione del cosmo come sacrificio ritorna in termini mistici e impersonali nelle Upanishad, a ribadire quella continuità creatrice nei cui confronti il saggio non si pone in contrapposizione, ma in atteggiamento di osservatore, rinunciando a prendervi parte. Troviamo infatti una meditazione sublime sul sacrificio nella Brahdaryaniaka (VI.2) e nella Chandogya Upanishad (V.4-10), che è detta Pancagni-vidya. Il cosmo con gli esseri senzienti e insenzienti sono immaginati discendere da un sacrificio cosmico che si compie in cinque fuochi successivi, discendenti in ordine di sottigliezza. La fede è offerta in oblazione in cielo, dove si trova il più alto fuoco sacrificale; come risultato, è creato il mondo lunare o mondo degli antenati. La luna è quindi offerta in sacrificio nel secondo fuoco, che è dovuto al dio della pioggia (Indra), così che le piogge cadano sulla terra, dove si trova il terzo fuoco. Da questo sacrificio proviene il cibo, che è offerto all’uomo, che è il quarto fuoco, da cui proviene il seme. Il quinto fuoco è la moglie, da cui nasce il figlio.

La santità promossa dalla dottrina del Vedanta invece non si misura con la grandezza della stirpe, e nemmeno si accontenta nella sopravvivenza dell’anima individuale in un mondo celeste riservato ai devoti (Devaloka), o nel vecchio mondo venerato delle anime degli antenati (Pithru Loka), mira invece a un passaggio definitivo e superiore a qualsiasi altro: l’identità perfetta e mai spezzata con l’Unità dell’Essere, senza attributi, senza separazione, senza mutamento.

Numerose aggregazioni spirituali e monastiche sorte attorno alle figure dei santi e degli yogi, riuniscono persone che fin dalla pubertà o al termine della vita attiva scelgono l’abbandono della propria casa e delle occupazioni mondane e la ricerca della Realtà pura e trascendente, Jnana. Si compiono voti solenni con i quali il rinunciante sceglie quindi di vivere il celibato, la solitudine o il servizio alla comunità monastica, e di perseguire solo l’insegnamento del Guru e l’anelito alla Liberazione. Il sacrificio esteriore diventa sacrificio vivente, il fuoco rituale diventa ardore yogico.

La vita monastica è comunque scandita da un certo numero di osservanze e di esercizi spirituali, che costituiscono la disciplina e la scuola del santo Hindu. L’anelito alla liberazione (mumukshuta) è il fondamento di tutto il percorso, stabilito il quale, Adi Shankara indica che gli aspiranti Jnani sviluppino la Bhakti, la devozione pura e disinteressata per il divino, perchè essa è necessaria a neutralizzare, evirare l’ego. Non esiste una differenza effettiva tra la pratica della meditazione, dell’Upasana vedico e la Bhakti, e lo stesso Shankara ritiene che le due cose siano sostanzialmente la stessa. Se la Bhakti è stata una forma divulgata principalmente dalle sette e scuole dualiste, non è perciò esclusa dalla pratica dell’aspirante alla non-dualità. L’upasana accompagna lo studente al raggiungimento dell’identità suprema, osservando e meditando livelli di realtà sempre più sottili: il grossolano, Virat; il sottile, Hiranyagarbha; il causale, Isvara o Saguna Brahaman, cioè il divino con attributi; fino alla Realtà assoluta, il Nirguna Brahman, senza attributi di nome e di forma. Si tratta in fine di “ricondurre ogni cosa a Dio”, così come indica l’Isavasya Upanishad, nel verso di apertura.

Per l’Jnani che abbia realizzato l’unità con il Paramatman anche gli Dei che sono originati dal Paramatman non sono entità differenti o separate. Quando egli stesso si riconosce nell’infinito e in esso si dissolve, anche le divinità sono riassorbite in quello.

“A che servono i figli, i mondi e le ricchezze se è possibile ottenere il Brahman supremo?” Osservano i saggi nella Brahdaranyaka Upanishad. L’idea radicale della rinuncia è già implicita nella teologia vedica: con il rito e il compimento dei propri doveri si ottiene il mondo dei Mani e il mondo degli Dei. Ma tutti i mondi ottenuti attraverso i propri meriti, fino al Brahmaloka, che è il più elevato e meritorio, sono altresì impermanenti. Alla fine di un ciclo cosmico, anche coloro che abbiano conquistato il Brahmaloka dovrebbero rientrare nella manifestazione attraverso la sofferenza di una nuova nascita. Dunque occorre realizzare il Brahman in questa stessa vita. “Dobbiamo conoscere il Brahman mentre siamo in questo corpo, altrimenti saremo vissuti nell’ignoranza e andremo incontro alla nostra rovina. Coloro che lo conoscono divengono immortali, mentre gli altri ottengono soltanto dolore.” (Brahdaranyaka Up.). E con la stessa ingiunzione incomincia il testo teorico per eccellenza del Vedanta classico, il BrahmaSutra di Vyasa: “Athato Brahmajijnasa”, si proceda dunque (senza indugi) alla conoscenza del Brahman.[Vyasa Brahmasutra I, 1]. Questo assunto è il fondamento del pensiero che guiderà Shankara e la tradizione dei vedantini alla ricerca di una conoscenza diretta, pura, indipendente dai ogni mezzo, della Realtà spirituale. Continua a Leggere →

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Cento giorni con Sri Vidya

A partire da questa sera – per proseguire per 100 giorni – sulla Pagina Facebook di Visionaire.org saranno pubblicati i cento versi del Soundarya Lahari di Sri Adi Shankara, commentati da Sri Chandrasekharendra e illustrati con gli Yantra tradizionali di buon augurio, per conoscere i benefici associati alla ripetizione e alla meditazione dei mantra del Soundarya Lahari. Ognuno dei versi è un mantra, la cui ripetizione, insieme alla visualizzazione del simbolo, reca benefici pratici e spirituali.

Per 100 giorni, saranno pubblicati i versi del Soundarya Lahari per gli iscritti alla pagina Facebook di Visionaire.org. Successivamente, il lavoro intero sarà raccolto e reso disponibile sul sito.

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