Hanuman Jayanthi

…Quindi Shiva, prendendo la forma del vento, fece nascere la scimmia Hanuman, per sostenere Rama nella sua battaglia e condurlo alla completa vittoria. Mentre gli uomini si mantenevano nelle città ancora apparentemente sicure, attendendo il ritorno del Re, il signore Rama vagava nella foresta, finchè con l’inganno gli fu sottratta l’amata Sita. Costretto a riscattare la sposa, si preparò alla guerra contro i demoni che stavano assediando il Dharma. E se gli uomini scompaiono dal racconto dopo poche pagine, il Ramayana fa agire invece il paesaggio, la natura, gli animali e tutti gli esseri come altrettanti protagonisti del racconto. Ma Hanuman è molto lontano dalla secondarietà in cui abbiamo confinato il mondo animale. Di Hanuman immediatamente colpiva la straordinaria eloquenza, con cui subito manifestò la propria natura divina. Hanuman era un soldato, ma prima ancora un abile ed erudito diplomatico e stratega. Nel corso della storia ebbe molte occasioni per dimostrare poteri soprannaturali e forza senza pari.
La sua figura è il modello e l’ispirazione di ogni vero devoto e dei grandi santi. Purezza, fine intelletto, e assoluta devozione, sono le doti che Dio stesso ha infuso nell’animale, scegliendolo, per raggiungere risultati straordinari. Così che infine ad Hanuman fu concessa l’immortalità e dominio sulle potenze celesti. Jay Sri Ram! Jay Hanuman!

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Madre Natura, Padre Oceano

La Natura è il Sacro, la Natura è il luogo in cui si manifesta la Grazia, e non il suo opposto. Il più grave errore compiuto dalla tradizione cristiana è stato definire la Natura come cosa inerte e inanimata, a disposizione per lo sfruttamento indiscriminato, a beneficio dell’uomo soltanto, unico destinatario della salvezza. Una salvezza senza luogo, che non ha luogo, non accade. Alla Natura si contrapponeva la Grazia, e poi la Ragione, inaugurando una serie di dicotomie e di oppressioni che hanno inquinato il mondo e la mente per millenni, portando in un tempo brevissimo alla distruzione di ciò che era cresciuto, si era evoluto e consolidato in milioni di anni. Con la scomparsa della Natura sono scomparsi gli Dei. La Natura privata di anima è la Natura non più abitata dalla spiritualità immanente e disconosciuta nella sua – e nostra – condizione divina.

Nella Natura abitano tutti i mondi, quelli visibile e quelli invisibili, i mondi soprasensibili e sottili. Gli antichi vedevano il Mare come la dimora di Dei potenti e ultraterreni e infine come il luogo in cui le anime si tuffavano, quando lasciavano il corpo. Nell’Oceano vanno le anime dei trapassati, come illustra la pittura tombale greca detta “Del Tuffatore”, il cui balzo elegante conduce alla dimora perenne. Sotto il Mare abita Plutone, signore dell’Ade e di tutte le ricchezze terrene, insieme alla sua sposa Persefone, che riporta il grano a crescere nei campi ogni anno. Poiché le anime che scorrono oltre la vita del mondo sono come semi che cadono nel profondo, per germogliare la vita futura. Dal mare ritornava Dioniso, periodicamente, per sciogliere gli uomini e le donne dai legami e dagli obblighi che li associavano, regalando a tutti un periodo di vita divina, per il tempo delle sue feste sfrenate. Dall’Oceano proviene la vita e nell’Oceano è custodito il Nettare dell’Immortalità, dicono i Purana. All’Oceano portano i fiumi spirituali della tradizione Indiana, come altrettanti affluenti, mentre le ceneri dei mortali viaggiano nel Fiume Sacro, che è madre e tomba, fino a all’Oceano infinito dove troveranno l’unità indifferenziata con il Principio originario, universale.

(Pensate anche a questo, oggi, fino alle 23, e agite di conseguenza.)

PaestumTaucher

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Rama Navami

Oggi è Rama Navami, la Nascita di Rama, il grande Eroe divino dell’India. Rama il salvatore del Dharma, l’uomo ideale, il paradigma delle virtù e dell’eroica vicenda spirituale umana. La nascita di Rama cade al termine delle Nove Notti (Navaratri) dedicate al culto primaverile della Madre Divina che, come nove mesi virtuali, partoriscono infine il Figlio Divino. La figura e la storia di Rama, offrono una rappresentazione che si presta a molti livelli di lettura, da quello religioso popolare, profondamente radicato nella tradizione e nell’identità indiana, alla lettura psicologica dell’archetipo universale dell’eroe, di cui riunisce in essenza i migliori caratteri distintivi, fino alla “favola” gnostica, che percorre la discesa e il riscatto dell’anima. Tutti questi livelli sono fluidi e ampiamente noti. E’ Dio stesso a incarnarsi nel principe Rama per salvare il Dharma dalle forze demoniache che lo minacciano. Dio che incarnandosi affronta l’esilio nella foresta, che si vede separato dalla sua amata sposa, rapita dal re dei demoni nemici, che piange e si dispera, che si deve alleare in una straordinaria fratellanza con le scimmie e gli altri animali della foresta, per poter affrontare il nemico, ritrovare l’amata e compiere il proprio destino. Infine la chiusura della storia è dolce e amara, che quando ogni cosa è compiuta e tutto è realizzato, altresì ogni cosa è sacrificata e tutto ritorna all’Origine da cui era scaturito. Perciò quando un uomo muore lo si saluta gridando: il viaggio di Rama è compiuto! Oggi il Grande Viaggio ricomincia…. Sia lode a Rama. Jay Ram Jay Jay Ram…

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Figli della Terra e del Cielo stellato

I versi delle Lamine Orfiche sono sempre stati per me un fortissimo richiamo. Mi sembrano, irrazionalmente, gli esempi di poesia più pura ed elevata:anelito, paesaggio interiore e invocazione, in brevi, scarne ed esatte parole. Hanno il richiamo di un paesaggio noto, la presenza rassicurante di un mondo segreto e accogliente, di un grembo perenne, del fresco delle acque di fonte.
Il contenuto di questi versi era per gli iniziati la cosa più importante da sapere, il viatico essenziale per il viaggio ultramondano e la migliore certezza durante la vita terrena. Si sente quasi il dovere di impararli a memoria, serbarli come una luce indefettibile, si vorrebbe avere al possibilità di tramandarli con ragione ai cari che lasciano questo mondo, e in fondo è quello che vorremmo dire loro, e che gli avremmo detto. Se solo la conoscenza che ha guidato i nostri antenati del IV sec non fosse giunta a noi, proprio come da un altro mondo, a frammenti e briciole, cancellata dalla maggior ragione di nuovi culti, e in parte assorbita da essi, ma resa vana.
Nelle lamine orfiche si riassume la conoscenza iniziatica, o gnosi, fissata nell’esperienza ultima e inappellabile della morte: non è luogo di argomentazioni logiche o religiose, è il punto dove ogni sovrapposizione che copriva la verità decade e il paesaggio si fa essenziale, pericoloso e crepuscolare. Un cipresso bianco, una fonte, due spiriti guardiani misericordiosi, la presenza numinosa di un Madre divina, tomba e grembo, memoria e salvezza. Con queste conoscenze oggettive gli iniziati orfici si avviano alla soglia ultramondana, ove si deve dissolvere l’ombra individuale, e la sua sofferenza, e con essa il richiamo alla rinascita terrena, per ricongiungersi alla propria natura divina primordiale.

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Paradiseya. Del luogo superiore (“Para”, come in sanscrito), per averne un’immagine, si deve distogliere ogni traccia di mito e affidarci all’istruzione propria degli iniziati, dei soli che avrebbero potuto accedere allo stato di liberazione. In che disposizione? Quanti avessero compiuto doverosamente le istruzioni iniziatiche e completato il loro cammino, secondo quello che riferiscono autorevoli fonti, tra cui Platone, sono i Bacchoi: coloro che l’iniziazione ha reso affini alla divinità stessa (Dioniso / Bacco); i Bhakta, si dice in India, i veri devoti la cui dedizione al Divino ha reso puri, totalmente assorti nella Divinità, la cui coscienza è unificata nella contemplazione della divinità. Così, si evince anche dalle lamine orfiche, gli iniziati vanno in un luogo in cui la loro sola occupazione sarà la contemplazione della presenza divina ininterrotta. Quanto questa idea abbia influenzato la concezione popolare, e infine cristiana, è fuori di dubbio, perdendo però completamente la sua valenza filosofica.

Non crediamo che il fine del grande sforzo metafisico orfico fosse un paradiso per devoti specialmente zelanti, come vogliono alcuni studiosi, ma la piena Conoscenza dell’Essere è quanto la gnosi antica e l’iniziazione dovevano tramandare e dare occasione di realizzare agli iniziati: la dismissione della vita individuale (espiatoria) e la conoscenza diretta della pura e universale realtà dell’Essere. Questa conoscenza fu rivelata, tra gli altri, al padre della filosofia greca, Parmenide, portato di fronte alla stessa Dea (Mnemosine o Persefone) innominata, per testimoniare direttamente la realtà dell’Essere, quale perenne fondamento della filosofia tutta, e del “corretto filosofare” come inteso dagli iniziati orfici della Scuola Pitagorica. Poiché solo la “Regina degli Inferi”, o la morte dell’io, dischiude la Conoscenza dell’Essere: chi (ri)nasce da questa Vergine è purificato da ogni legame terreno e ascende alla sua natura divina originaria. Egli è il vero Conoscitore e ha ottenuto una effettiva salvezza.

Sappiamo inoltre che la Madre cui dedicavano la loro speranza e le loro invocazioni, li lega a un profondo momento dell’Essere, fondamentale e universalissimo. Sia essa Mnemosyne, rimembranza divina, o la regina degli Inferi, la fanciulla Persefone, è in verità il suo richiamo che ascoltiamo nelle poche righe delle lamine: di capretto desideroso di gettarsi nel latte. E tutti siamo attraversati e abitati dalla Sua figura, notturna e famigliare, che potremmo chiamare perfino Iside, o Kali – la nera Madre, la coscienza notturna che pervade il mondo, che solitaria e lunare lo percorre, tra la natura e il regno dei morti, che sempre veglia – rimembranza del solo Essere che tutto pervade, ignota presenza ininterrotta. Essa, di cui tutti i viventi sono naturalmente devoti. Attraverso la Sua conoscenza, l’Iniziato si solleva oltre le miserie della vita, attraversa come lo Yogi la Corona che si apre sul cranio e La incontra, rientra per in salvifico istante nel suo grembo divino, nella beatitudine dell’Essere indifferenziato e luminoso, e poi può ridiscendere al corso della propria esistenza, rinnovato, salvo: mai più un mortale.

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Restano tra i versi più belli di sempre, quelli che dal più profondo della pietà, dal cuore, partorirono la visione della salvezza che tutti riconobbero propria, pur sbiadendo nei secoli i principi iniziatici e gnostici che la sostenevano.

«Andrai alle case ben costrutte di Ade: vi è sulla destra una fonte,
accanto ad essa si erge un bianco cipresso;
lì discendono le anime dei morti per aver refrigerio.
A questa fonte non accostarti neppure;
ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre
dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi i custodi,
ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento,
che mai cerchi attraverso la tenebra dell’Ade caliginoso.
Dì: “Son figlio della Greve e del Cielo stellato;
di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto
da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”.
Ed essi sono misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi,
e ti daranno da bere (l’acqua) del lago di Mnemosyne;
e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri
mystai e bacchoi procedono gloriosi.»

«Io vengo di e tra i puri, o pura Regina degli Inferi,
Euklès e Eubuléus e altri numi immortali:
ché dichiaro di appartenere anch’io alla vostra stirpe beata.
Ma mi assoggettò il Destino e il folgorante Saettatore sidereo.
Volai via dal doloroso ciclo grave d’affanni,
e ascesi alla desiderata corona con piedi veloci;
mi immersi nel grembo della Signora regina degli Inferi,
discesi dalla desiderata corona con piedi veloci.
– O felice e beatissimo, dio sarai anziché mortale. –
Capretto mi lanciai verso il latte.»

Vedi il Libro su Amazon: Le lamine d’oro orfiche. Istruzioni per il viaggio oltremondano degli iniziati greci

 

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Guru Purnima

Nel calendario tradizionale indiano, il Plenilunio del mese di Ashada segna la celebrazione di Guru Purnima, il momento in cui si onorano coloro che sono o sono stati le nostre guide e i nostri maestri. La relazione con il proprio mentore è considerata una delle relazioni fondamentali e più significative della vita. Il termine Guru viene spesso tradotto con “maestro”, ma la traduzione letterale suonerebbe come “colui che disperde le tenebre”. Perciò questo plenilunio particolarmente luminoso ha il potere di indicare, per analogia, la possibilità di illuminare le zone ancora oscure e sopite della nostra coscienza, di disporci all’ascolto profondo e di affinare la nostra capacità di discernimento, di guidarci al risveglio .

La conoscenza che si onora con il Guru non è di tipo ordinario, non è la variegata conoscenza mondana che si accumula come un capitale, da spendere poi nel mondo per soddisfare l’ego, l’avidità o le necessità della vita ordinaria. La vicinanza con il Guru ci illumina sulla nostra vera natura, su ciò che veramente siamo e sempre siamo stati, come coscienza, satvica, pura, innocente, esatta, presente. Solo con il servizio al Guru la personalità di purifica delle scorie del mondo e della mente, e da questa coscienza illuminata, umile e generosa, può discendere la possibilità di compiere un’opera utile all’umanità e al mondo e degna di essere ricordata.

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In una delle sue incarnazioni terrene, Vishnu nacque nel giorno di Guru Purnima nelle vesti del Saggio Vyasa (letteralmente “lo Scrittore”), colui che diede al mondo la trascrizione della conoscenza dei Veda, la scrittura dei Purana, e la composizione di uno dei due grandi cicli epici, il Mahabharatha, dove lo scrittore stesso entra nello svolgimento dei fatti, interagendo con i protagonisti. Con il Mahabharata, Vyasa ci ha consegnato il testo della Bhagavad Gita, considerato la summa del pensiero religioso indiano, oltre a componimenti più specialistici, ma di grande importanza in campo filosofico, come il Brahmasutra. Con la trascrizione delle conoscenze vediche e la testimonianza diretta delle gesta degli eroi e degli dei, si compiono simbolicamente le azioni fondamentali del maestro: trasmettere al tradizione a cui appartiene, nel modo più limpido e impersonale, e testimoniare dal vivo l’epifania del divino che si manifesta nel momento presente, nel mondo, interagendo con esso.

Alcune tradizioni, come quella Vaishnava, indicano l’esistenza di almeno due Guru nella vita di un iniziato: il Siska Guru, che insegna la dottrina, e il Diksa Guru che conferisce l’iniziazione. In altre tradizioni della famiglia del Dharma, i guru possono essere cinque, o molti di più, e comprendere le figure chiave della vita di ciascuno, come la propria madre, gli insegnanti e il coniuge, fino a comprendere tutte quelle situazioni che per una sinergia particolare riescono a suscitare la consapevolezza di un risveglio, di una scoperta illuminante e autoevidente, il disvelamento di qualcosa che fino a quel momento non riuscivamo a vedere. Il superamento improvviso del livello di coscienza precedente e usuale dimostra la presenza continua di una funzione interna-esterna, che può manifestarsi al momento opportuno nelle vesti convenzionali del maestro o in altre forme, del tutto inattese, poiché identica all’intelligenza universale e alla coscienza che abita in ognuno.

Guru Brahma, Guru Vishnu, Guru devo Maheshwara,
Guru sakshat, param Brahma,
tasmai shri guravay namah.

Il Guru è Brahma, il Guru è Vishnu, il Guru è Shiva il Signore degli Dei,
Il Guru è la divinità personificata e il Brahman supremo
perciò io offro al Guru il mio reverente saluto.

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Durante il plenilunio di Guru Purnima, il cielo è dominato dalla costellazione di Shravana Nakshatra. E’ detta la “stella dell’apprendimento”, ed è formata da tre stelle che compongono la testa dell’Aquila (Aguila). Shravana Nakshatra è detta anche “l’orecchio di Dio”, per la connessione tra il suono e l’apprendimento. Tutte le tradizioni primordiali, prima di essere scritte, sono state trasmesse per secoli oralmente, da maestro a discepolo, valendosi solo dello strumento dell’ascolto e della ripetizione verbale. Questo metodo ha mantenuto viva e intatta la tradizione del Dharma, che ancora oggi è una pratica che deve essere sperimentata direttamente con il canto quotidiano. Solo in questo modo il suono dei mantra riempie l’aria, purifica l’ambiente, e la mente assorbe la vibrazione sonora a livello molto profondo, precosciente. Il suono entra in ogni processo mentale, il pensiero stesso è formato da suoni e si manifesta in una sorta di ascolto interno. La lettura, la scrittura e tutte le attività cognitive si basano su un primordiale sistema di vibrazioni sonore, fonemi, sillabe, toni, che tessono la trama dell’universo conosciuto e che sono indagati e conosciuti dallo Yogi esperto nelle tecniche dei mantra.

Con la combinazione del Plenilunio e della costellazione di Shravana Nakshatra, Guru Purnima segna l’ingresso nel mese di Shravan. Shravan, in India, è un mese caratterizzato dalle piogge monsoniche, e che per la sua natura tempestosa è consacrato alla devozione e allo studio delle Scritture. Il mese di Sravan è specialmente dedicato a Shiva, e il digiuno del lunedì – Sawan Somvar Vrat – è considerato particolarmente efficace. Con la pratica del Sawan Somvar Vrat è possibile esaudire ogni legittimo desiderio e raggiungere gli obbiettivi più difficili.

 

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La visione tradizionale

Chi appartiene a una linea tradizionale trasmette quella visione dell’Essere che ha riconosciuto negli insegnamenti ricevuti e con la propria realizzazione.

Nella visione tradizionale, il senso non è rivelato una volta per tutte, ma conosciuto attraverso un percorso fatto di storie, allegorie, meditazioni ed esperienze dirette. La dottrina con cui il Principio è tramandato nelle Scritture, è fondamento; “Quello che si può descrivere solo per negazione e che è conosciuto nelle Scritture” (Shankara): le scritture del Dharma sono testimonianza di una conoscenza diretta, che è il fondamento di quello che viene tramandato. Tutti gli elementi sono importanti, ma ciò che è qualificante del cammino spirituale è l’esperienza diretta e quindi la sua realizzazione.

La Realizzazione del Sé, propriamente detta, riguarda la pura coscienza dell’Essere, non duale e senza altri attributi, e la stabilizzazione del proprio cosciente in questa realtà assoluta.

La prevaricazione di chi dovrebbe rivelare qualcosa a un ascoltatore ignaro, destinatario di una salvezza che si manifesta altrove, è estranea a questo orizzonte. In ciascuno abita lo stesso Essere senza tempo che si cerca di realizzare, e non di manipolare secondo un’ideologia o la tendenza del momento.

D’altra parte, la maturità è tutto: aspettative ingenue, superficialità, delusioni, non dipendono da chi ne diventa oggetto, ma devono aiutare a maturare chi le sperimenta.

Se il seme sarà giunto a maturazione si verificherà un riconoscimento, come di un volto caro, come di qualcosa di lungamente atteso, come la porta di casa dopo un viaggio faticoso. Ma meglio ancora, si dirà: questo sono io. Non si conosce mai qualcosa di sconosciuto. C’è un tempo in cui qualcosa che prima era soltanto vago diventa palese, urgente e vero. E non c’è altra strada per superare il dubbio che la propria chiarificazione.

Inoltre, le espressioni tradizionali portano con sé anche un patrimonio umanistico di lunga data, di cui si può apprezzare la bellezza, la complessità e il quadro storico, talvolta differente dal convenzionale. Qui si può stare come in una sala da concerto, o come quando ci si immerge in un libro, in un film, in una rappresentazione, con rispetto e con la capacità di lasciarsi coinvolgere dal sentire estetico, che è già esperienza che trascende l’individuale e che regala perciò un momento di felicità impersonale.

Ognuno, discepolo e maestro, ascoltatore e amico, qui si trova esattamente dove dovrebbe essere, e nella sua direzione naturale. La dimensione della conoscenza tradizionale è lo spazio inclusivo, in cui tutto ciò che è conosciuto esiste sempre e si rinnova ogni giorno. La conoscenza tradizionale è il fondamento, il presente continuo, unitario di tutto: è autentica conoscenza metafisica.

Udai Nath

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Karma e Jnana, premesse alla Isavasya Upanishad. Con introduzione dal commento di Adi Shankaracharya.

La religione Vedica fonda la stessa esistenza del cosmo nel sacrificio compiuto da Prajapati all’origine e, da quello, nel rituale che ogni capofamiglia eredita e deve svolgere incessantemente, nei riti stabiliti per ogni giorno, all’alba mezzodì e tramonto, e in quelli indicati poi per i passaggi del sole, per le lunazioni, per le eclissi e per i giorni festivi veri e propri; sono poi osservati i digiuni, i pellegrinaggi, i sacrifici, e infine i sacramenti che segnano le diverse fasi della vita, e le pubbliche celebrazioni; inoltre tutti i rituali di commemorazione dei defunti e in loro favore. La concezione sacerdotale dell’essere umano stabilisce un profondo senso di interdipendenza tra uomini, cosmo e dei, e la sua funzione si propaga attraverso il passaggio generazionale di un debito individuale, verso gli antenati e la tradizione famigliare, che tra gli obblighi religiosi sancisce allo stesso modo anche il matrimonio e la procreazione, per assicurare la continuità dell’opera rituale e della stirpe. Sacrificio, matrimonio e procreazione sono i compiti con cui si assicurano la vita sulla terra, la prosperità della comunità umana, e sui quali si proietta l’immortalità del singolo attraverso la continuità delle generazioni, e in essa lo scopo esistenziale dell’individuo. I Brahmini sono effettivamente la casta che deve custodire e mantenere vivo il ridondante corpus ritualistico vedico. Per tutti gli altri, ogni legittima occupazione è inserita in una prospettiva organica, finalizzata al pieno compimento della regola sacrificale del mondo – Dharma – ciascuno secondo le proprie possibilità e competenze.

L’universo religioso così espresso nella parte rituale dei Veda, detta perciò Karma Kanda (o delle opere), sembra essere superato o negato nella parte finale, dedicata alle Upanishad, detta Jnana Kanda (della conoscenza). Il Karma Kanda ingiunge all’uomo la devozione per le divinità e descrive le procedure rituali per la loro adorazione. Nelle Upanishad, invece, sembra di assistere alla sistematica denigrazione delle pratiche vediche in favore della conoscenza filosofica, e lo stesso ritualista è descritto alla stregua di un animale. Nell’uso comune, si è soliti indicare come Veda il Karma Kanda e come Vedanta il Jnana Kanda.

La contraddizione è solo apparente. Al fine di realizzare la condizione assoluta dell’Atman si devono spezzare i legami con il mondo e meditare sul Sé con concentrazione perfetta, e il lavoro rituale prescritto dai Veda è quindi inteso come un percorso graduale, che purifica e rafforza il devoto mano a mano. Fintanto che il mondo è percepito in termini di realtà, la pratica rituale conduce alla fruizione, al benessere e al profitto generale, e disegna una vita ultraterrena in cui continuare a beneficiare dei frutti di una vita trascorsa in rettitudine. Il sacrificio è dato a beneficio universale, non egoistico, poiché è universale e organico il fondamento etico del Dharma. Dice l’officiante offrendo l’oblazione al fuoco: “Na mama”: non per me. Ogni ripetizione del rito è un progressivo trasformare il senso dell’io e il “mio” in cenere. Yajna, il sacrificio è “tyasa”, lasciare andare, sciogliere da sé. Il secondo verso dell’Isavasya Upanishad, dedicato alla via religiosa destinata agli uomini comuni, secondo l’interpretazione vedantina, coincide con l’insegnamento più noto della Bhagavad Gita: il Karma prescritto dai Veda si può compiere vivendo cent’anni, ma occorre svolgerlo come offerta a Dio, e non per vantaggio personale. Non costituirà, in questo modo, un ulteriore legame karmico.

“L’uomo è il sacrificio” (Chandogya Upanishad III.16-17). La percezione del cosmo come sacrificio ritorna in termini mistici e impersonali nelle Upanishad, a ribadire quella continuità creatrice nei cui confronti il saggio non si pone in contrapposizione, ma in atteggiamento di osservatore, rinunciando a prendervi parte. Troviamo infatti una meditazione sublime sul sacrificio nella Brahdaryaniaka (VI.2) e nella Chandogya Upanishad (V.4-10), che è detta Pancagni-vidya. Il cosmo con gli esseri senzienti e insenzienti sono immaginati discendere da un sacrificio cosmico che si compie in cinque fuochi successivi, discendenti in ordine di sottigliezza. La fede è offerta in oblazione in cielo, dove si trova il più alto fuoco sacrificale; come risultato, è creato il mondo lunare o mondo degli antenati. La luna è quindi offerta in sacrificio nel secondo fuoco, che è dovuto al dio della pioggia (Indra), così che le piogge cadano sulla terra, dove si trova il terzo fuoco. Da questo sacrificio proviene il cibo, che è offerto all’uomo, che è il quarto fuoco, da cui proviene il seme. Il quinto fuoco è la moglie, da cui nasce il figlio.

La santità promossa dalla dottrina del Vedanta invece non si misura con la grandezza della stirpe, e nemmeno si accontenta nella sopravvivenza dell’anima individuale in un mondo celeste riservato ai devoti (Devaloka), o nel vecchio mondo venerato delle anime degli antenati (Pithru Loka), mira invece a un passaggio definitivo e superiore a qualsiasi altro: l’identità perfetta e mai spezzata con l’Unità dell’Essere, senza attributi, senza separazione, senza mutamento.

Numerose aggregazioni spirituali e monastiche sorte attorno alle figure dei santi e degli yogi, riuniscono persone che fin dalla pubertà o al termine della vita attiva scelgono l’abbandono della propria casa e delle occupazioni mondane e la ricerca della Realtà pura e trascendente, Jnana. Si compiono voti solenni con i quali il rinunciante sceglie quindi di vivere il celibato, la solitudine o il servizio alla comunità monastica, e di perseguire solo l’insegnamento del Guru e l’anelito alla Liberazione. Il sacrificio esteriore diventa sacrificio vivente, il fuoco rituale diventa ardore yogico.

La vita monastica è comunque scandita da un certo numero di osservanze e di esercizi spirituali, che costituiscono la disciplina e la scuola del santo Hindu. L’anelito alla liberazione (mumukshuta) è il fondamento di tutto il percorso, stabilito il quale, Adi Shankara indica che gli aspiranti Jnani sviluppino la Bhakti, la devozione pura e disinteressata per il divino, perchè essa è necessaria a neutralizzare, evirare l’ego. Non esiste una differenza effettiva tra la pratica della meditazione, dell’Upasana vedico e la Bhakti, e lo stesso Shankara ritiene che le due cose siano sostanzialmente la stessa. Se la Bhakti è stata una forma divulgata principalmente dalle sette e scuole dualiste, non è perciò esclusa dalla pratica dell’aspirante alla non-dualità. L’upasana accompagna lo studente al raggiungimento dell’identità suprema, osservando e meditando livelli di realtà sempre più sottili: il grossolano, Virat; il sottile, Hiranyagarbha; il causale, Isvara o Saguna Brahaman, cioè il divino con attributi; fino alla Realtà assoluta, il Nirguna Brahman, senza attributi di nome e di forma. Si tratta in fine di “ricondurre ogni cosa a Dio”, così come indica l’Isavasya Upanishad, nel verso di apertura.

Per l’Jnani che abbia realizzato l’unità con il Paramatman anche gli Dei che sono originati dal Paramatman non sono entità differenti o separate. Quando egli stesso si riconosce nell’infinito e in esso si dissolve, anche le divinità sono riassorbite in quello.

“A che servono i figli, i mondi e le ricchezze se è possibile ottenere il Brahman supremo?” Osservano i saggi nella Brahdaranyaka Upanishad. L’idea radicale della rinuncia è già implicita nella teologia vedica: con il rito e il compimento dei propri doveri si ottiene il mondo dei Mani e il mondo degli Dei. Ma tutti i mondi ottenuti attraverso i propri meriti, fino al Brahmaloka, che è il più elevato e meritorio, sono altresì impermanenti. Alla fine di un ciclo cosmico, anche coloro che abbiano conquistato il Brahmaloka dovrebbero rientrare nella manifestazione attraverso la sofferenza di una nuova nascita. Dunque occorre realizzare il Brahman in questa stessa vita. “Dobbiamo conoscere il Brahman mentre siamo in questo corpo, altrimenti saremo vissuti nell’ignoranza e andremo incontro alla nostra rovina. Coloro che lo conoscono divengono immortali, mentre gli altri ottengono soltanto dolore.” (Brahdaranyaka Up.). E con la stessa ingiunzione incomincia il testo teorico per eccellenza del Vedanta classico, il BrahmaSutra di Vyasa: “Athato Brahmajijnasa”, si proceda dunque (senza indugi) alla conoscenza del Brahman.[Vyasa Brahmasutra I, 1]. Questo assunto è il fondamento del pensiero che guiderà Shankara e la tradizione dei vedantini alla ricerca di una conoscenza diretta, pura, indipendente dai ogni mezzo, della Realtà spirituale. Continua a Leggere →

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Parmenide filosofo e guaritore sacro. Il viaggio ultraterreno dello iatromante e l’origine sciamanica della filosofia.

I. I ritrovamenti di Velia.

Nel 1958 le spedizioni archeologiche di Pellegrino Claudio Sestieri e Mario Napoli nei territori italiani, dove un tempo sorgeva Velia, misero in luce qualcosa di sconvolgente per il pensiero filosofico contemporaneo. I ritrovamenti erano semplici iscrizioni che testimoniavano la presenza a Velia di un forte culto per Apollo Oulis. Diffuso per lo più nelle regioni costiere dell’Anatolia occidentale – ossia le terre di provenienza dei focei, Apollo veniva pensato e venerato come distruttore che risana e guaritore che distrugge. Gli uomini a cui le tre iscrizioni facevano riferimento erano chiamati guaritori e phōlarchós. L’uomo votato ad Apollo è un guaritore e caso vuole che Asclepio – mitico fondatore della medicina – sia figlio di Apollo. La guarigione non è chiaramente quella che noi oggi comunemente intendiamo, piuttosto in quel contesto significava l’entrare in una dimensione altra rispetto quella vissuta, un livello di consapevolezza tale che è esclusivamente la comunicazione con il divino a guarire.
Phōlarchós è la combinazione di phōleós, rifugio e archós, signore. Il phōleós era il rifugio nel quali gli animali giacevano immobili in uno stato letargico, uno stato di morte apparente. Dunque i Phōlarchós sono i custodi del rifugio come luogo dell’incubazione, ovvero luogo dove si credeva avvenisse la guarigione: le persone dovevano giacere in una condizione di letargia e lasciare che Apollo li penetrasse guarendoli. I Phōlarchós sono i sacerdoti di Apollo, in virtù dei quali è possibile la manifestazione del dio agli uomini.
Due anni dopo, nel 1960, vicino l’edificio nel quale poco tempo prima erano state trovate le iscrizioni con il nome Oulis, venne trovato un blocco di marmo che presentava tracce di un’epigrafe di ringraziamento, le cui parole incise erano: Ouliádēs, Iatromantis, Apollo.

La nuova scoperta era davvero la prova che attendevano, ma il frammento di marmo si rivelò fonte di imbarazzo, era qualcosa di cui parlare il meno possibile o piuttosto da dimenticare perché non trovava posto nella mappa delle nostre conoscenze.

Il senso è chiaro: l’epigrafe – insieme alle scoperte precedenti – era la testimonianza lampante che la grecità fosse altro rispetto quella che da tempo si credeva che fosse e le origini della cultura occidentale sembravano ormai svelare una forte impronta mistica. I tre termini sono naturalmente strettamente legati: Ouliádēs è “figlio di Apollo”, mentre Iatromantis indica il guaritore di cui abbiamo parlato, ossia che risana in virtù delle sue capacità profetiche.
Velia settembre 1962. Un’altra lastra di marmo: Parmeneides Pyretos Ouliádēs Physikós. È il frammento che tutti attendevano, quello che lega Parmenide ad Apollo, all’incubazione. La grafia corretta Parmeneide – e non Parmenide – era già ipotesi di studio, ma adesso veniva ad assumere una valenza di certo più pregnante. La novità assoluta è però quella di fare di Parmeneide un Ouliádēs, un sacerdote di Apollo, un phōlarchós, un custode del rifugio. E quello che più sconvolge è allo stesso tempo altro, ovvero sia l’attribuzione di Ouliádēs solo a Parmeneide, che la mancata datazione dell’iscrizione, con notevole differenza rispetto le lastre precedenti nelle quali i sacerdoti erano Oulis e datati “a partire da qualcosa”.
Secolo dopo secolo, i guaritori furono considerati suoi discendenti ed era in riferimento a lui che veniva data la linea di successione. Nel mondo antico era prassi usuale calcolare le date risalendo alla vita del fondatore di una stirpe o di una istituzione, a cui veniva riconosciuto il titolo di eroe e come tale era venerato dal momento della sua morte. […] il fondatore della filosofia occidentale [era] un sacerdote, soprattutto un sacerdote venerato come eroe. (1) Continua a Leggere →

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Cogliere l’opportunità.

Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di verità. Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la coscienza allo stato di nescienza è la paura. E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio – quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un principio a ideologia e disporre il resto in conflitto. Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale. Continua a Leggere →

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