E’ online Satsang.it, il sito dove trovare Satsang e Seminari con Udai Nath

Satsang è la dimensione che si situa fuori dal materialismo spirituale dei nostri giorni. Satsang è la dimensione originaria e tradizionale della pratica spirituale, data dall’incontro, la conoscenza, il dialogo, l’ascolto e la condivisione. Comunicare esprime l’idea di “communio”, come comunione, unire ciò che è diviso, permettere alla coscienza di trovare l’unità originaria e sperimentare la non dualità della mente stessa, l’intelligenza universale. Così come risuona nel Verbo originario, nel Sabda Brahman. Satsang è entrare in questa comunione spirituale, il cui mezzo sono le scritture sacre, l’esperienza diretta e la pratica devozionale. Gli Yogi Nath chiamano questo dialogo Sabad, la parola ispirata che proviene dal cuore e dalla conoscenza del mistico. Una parola che è espressione dell’Assoluto, del suono perenne e inudibile, Sabda. Momenti in cui l’attività mentale ordinaria deve lasciare spazio al vuoto interiore, Sunya, che permette l’ascolto profondo, l’unità con il tessuto narrativo e imaginale del sacro. Sacro: ciò che resta separato, tolto dalla fruizione comune, perché resti immortale, dedicato soltanto al divino. Quello che diventa materia e sostanza dell’Essere, in Sé. Solo così le voci individuali, divise e discordanti, ritrovano il senso di una coesistenza superiore, intuitiva e immediata. Satsang è la dimensione sciamanica, oracolare e “qui e ora” della conoscenza spirituale, come gli antichi maestri e filosofi praticavano nella cerchia ristretta dei discepoli e dove tutto ciò che conosciamo, ciò che definiamo umano,ha avuto ispirazione e origine divina. Tutto proviene dalla potenza della Parola, che è la Madre del mondo, Shakti divina, incarnata nella coscienza. Poiché Continua a Leggere →

Gurupurnima 2019

Ci sono molti modi di celebrare e di offrire sacrifici, o meglio, in una parola sola, di servire. Servire Dio, o il Guru, è servire gli altri, la vasta molteplice forma dell’Essere, che non ha confini o identità fisse, la cui natura è l’espansione, Brahman, la cui condizione non si può indicare né in questo né in quello, neti neti, nulla, se non formalmente nel vuoto, che tutto contiene e riassorbe e fa risuonare, come voce e canto permanente dei mille nomi del mondo. In India, parlando con un insegnate di lingua Hindi anziano e saggio, ci siamo trovati concordi: “insegnare è il servizio supremo”. Servire con il proprio lavoro il Supremo che abita in silenzio il cuore di ogni studente, dare ad esso parole e strumenti perché incontri verità, stabilità e emancipazione, questo è il servizio dello yogi e dell’insegnate devoto. Perciò servire lo studente è servire il Supremo. Dio, il Guru e l’Atman sono una sola cosa, recita un detto indiano. Quelli che l’hanno compreso, hanno conosciuto la grazia del Guru. Questa è l’esperienza che per me ha manifestato il più alto significato del sacro, del luogo separato in cui si sottrae a se stessi per offrire all’Altro, all’Assoluto, al senza forma dai mille volti e nomi. L’esperienza stessa di tutto questo, al di là delle singole e temporanee epifanie, è stato condividere con altri studenti e ricercatori esperienza e conoscenza. Insegnare, si dice, ma in realtà è servire e osservare in silenzio. Silenzio che si spalanca all’interno, Continua a Leggere →

Restare è trasformare. Lo yoga, i luoghi e lo spirito.

Asana, o yoga, è quando stai vent’anni nella stessa posizione. Quando scorre attorno a te il tempo, le persone e le relazioni: vent’anni in cui la Madre ti pesta con due mani e i sensi si assottigliano di conseguenza. Se vuoi restare vent’anni sullo stesso cammino devi chiudere le porte dei sensi, relativizzare uomini e dei, il loro fugace favore, la loro crassa ostilità. Asana significa restare vent’anni nello stesso cammino, finché da cosa, luogo, fare diventa vuoto e una partecipe assenza di sé. Servire ciò che è dato di fare, semplicità. Perciò si dice che ognuno dei nove yogi rappresenta un’asana, uno stare per tutta la vita e oltre, uno stato dell’essere che prende quel nome e una forma tutto sommato stilizzata, appena abbozzata nella pietra. Non è una cosa difficile in sé, è solo resistere, stabili e immobili, senza pensiero e senza alternativa, senza quella reazione che muoverebbe la mente e il resto. Solo quando sono passati vent’anni puoi dire che è possibile. Perché da quella posizione hai visto trascorrere tutto il resto, i vivi e i morti e le ombre, e le onde del mare hanno inghiottito tutto, ritornando tutto a essere solo mare, solo onde che si sollevano inconsapevolmente per la loro natura cinetica e senza colpa e senza identità, senza inizio né fine. Non sei né uno né due con il mare, il mare compare e scompare con l’onda, non c’è alcun mare, come non c’è alcuna illusione. Così abiti quarant’anni la stessa casa, dove Continua a Leggere →

Jatayu, l’aquila, l’avvoltoio e l’androgino primordiale.

Jatayu è il gigantesco uccello primordiale protagonista dell’episodio cardine del Ramayana, il rapimento di Sita. Di lui, come suggerisce il suo nome, si dice che è una delle creature più antiche del mondo e perciò, già all’epoca dei fatti, è incalcolabilmente vecchio. Dalla sua altezza sorveglia il mondo e l’esilio di Rama in particolare, come l’antico invisibile che veglia sul presente, sul nuovo per definizione, il nuovo ordine, Rama. Non lo si vede, è l’osservatore non visto, finché Ravana non riesce con l’inganno a prendere Sita: allora Jatayu lascia le altitudini dell’osservatore e si lancia sul demone e combatte strenuamente. Quasi lo ha battuto, ma la sua vecchiezza lo rende poco veloce e Ravana riesce perciò a spezzargli le ali, guadagnando la fuga e lasciando il vecchio Jatayu morente al suolo. Episodio terribile e commovente, la morte di Jatayu, che lascia un mondo abitato ormai solo da uomini e demoni, con la fine nobile ed eroica dell’ultima creatura dell’origine. Nelle traduzioni Jatayu viene definito a volte come un’aquila a volte come un avvoltoio. Probabilmente, in vero, Jatayu è Jatayu, un volatile gigantesco primordiale, ultimo degli estinti volatili jurassici che ancora sopravviveva all’epoca di Rama, come i primi uomini-scimmia abitatori delle foreste, che hanno un ruolo fondamentale nella storia del mondo e del Ramayana. Si può considerare però la doppia traduzione in aquila e avvoltoio. Aquila è l’animale regale, simbolo del Re: è un’aquila il veicolo di Vishnu, Garuda, come lo era di Giove. Tra gli animali che volano, dice Krishna Continua a Leggere →

Rovine e simulacri. Le cattedrali che bruciano.

In realtà io amo guardare le rovine, le cose che bruciano, le assenze e il vuoto. Per me, se è sacro, deve bruciare, per sua natura e vocazione. Se qualcosa mi ispira e mi eleva è perché mi riporta finalmente al vuoto, o lo conferma e lo rafforza. Però Il Mistero delle Cattedrali di Fulcanelli (che è incentrato sulle immagini alchemiche scolpite in Notre Dame)  è stato il mio libro di formazione, almeno uno dei più importanti, senza il quale, cioè senza quello spirito di visione, non c’è un percorso spirituale tradizionale e non c’è ordine nella propria esperienza interiore. Su quelle pagine, sulle immagini che suggeriva, scattavano le connessioni super-logiche che portano la coscienza, poco più che adolescente, a scoprire l’unione segreta che governa ogni cosa, il grembo delle idee, fecondato dal logos, dove nascono gli dei. Certe esperienze vanno fatte presto, occorre esporsi a queste suggestioni prima dei 25 anni, quando la dura madre è ancora tenera. Poi, quando alcuni anni dopo finalmente sono entrata a Notre Dame, certo, sono rimasta perplessa di scoprire che quelle figure non erano poi così facilmente visibili e accessibili al visitatore. Piuttosto, ancora eravamo nel regno di Giovanni Paolo II, la cattedrale era tappezzata di gigantografie del papa, che stava per andarci in visita o forse c’era stato da poco, e del suo messaggio antiabortista. Era come entrare in una mega installazione di Bill Viola a tema antiabortista. La roccaforte tecnologicamente avanzata del messaggio di Roma, come a Roma non si sognavano Continua a Leggere →

Preghiera di Udai Nath

Questo corpo è il Sacrificio, questo corpo è la Coppa. Qui si riversano gli spiriti e le offerte, pure e impure, integre e spezzate, poiché nulla si è preso e tutto si dà. Qui si trasformano, bruciando, l’essere e il non essere. La coppa è l’Amore, la Coppa è il sacrificio. L’Amore è il fuoco purificatore, la sostanza del sacrificio. Qui convergono i mondi, qui si danno convegno i demoni e i celesti, in attesa festosa e vibrante. Si intossicano beati del sangue che zampilla dal petto aperto del Cavallo che, morendo dissanguato in fiotti, canta le parole sacre, sul tema che solo lui può udire. Il fuoco del sacrificio, attizzato dal liquore del sangue vivo, eccita i demoni a danzare e gli dei si nascondono in preda alla fornicazione. Il petto del sacerdote arde come nucleo spezzato e si leva la colonna di fuoco tra lo sterno e la corona a stabilire lo spazio sacro verticale, inattingibile – su cui la maschera ridente e spalancata del Bhairava si fissa con gli occhi sgranati, la bocca aperta, a sigillo. Tu che stabilisci il limite originario, l’incommensurabile e il sacro. Se tutto ciò non fosse umano, sensibile e vivente, sarebbe il trucco di un mago da fiera, con le cantilene e i giocattoli per ammonire gli stolti, poiché il timore di Dio è il primo passo. Accade invece dove il cuore è svuotato e indifeso, fanciullo dalla pelle trasparente di conchiglia, vulnerabile, quello che chiamava gli inferi a risalire in terra Continua a Leggere →

La via dell’Amore

Se poi qualcuno è benedetto da una folgorante devozione, la deve custodire nel cuore, dove ha preso ad abitare, e mai distogliersi da quella luminosità e da quel calore. Attenda di vederla sorgere quando si ritira e sembra tacere, come l’insonne attende che il sole ritorni a scaldare la terra al mattino, quando ancora è notte e freddo. Quindi resti tutto il giorno in ascolto di quella dolcezza e di quella mestizia, si immerga nell’onda di bellezza e di beatitudine e di nostalgia. Nulla è più potente e generoso dell’amore. Nulla sa trattenere e riscaldare il soffio come l’amore. Perché niente interessa all’amante oltre l’Amato, nulla lo distoglie. Allora, mosso dalla dolcezza interna, incomincerà a raccogliere ciò che desidera offrire. Apprenderà quello che è stato detto e fatto per onorare la figura amata dagli antichi e dai moderni, comprenderà quali siano l’immagine e i numerosi riti che hanno rappresentato nei secoli quella figura e ne incomincerà uno suo, che proviene dalla sintesi di ciò che è già stato detto e fatto, ne rispecchierà il gusto e i canoni, ma racconterà il proprio cuore, non la prassi ordinaria, ma la sua personale e vivida rappresentazione, il suo desiderio, la sua vera ispirazione e il suo scopo. Nessuno, nemmeno il guru, conosce più cose del cuore devoto, che per tutta la vita cerca come soddisfare il suo più prepotente desiderio. Nessuno può consigliare, imporre o istruire chi meticolosamente ha deciso di arrivare al suo scopo senza risparmiarsi, raccogliendo la conoscenza e curando Continua a Leggere →

La contemplazione.

I filosofi come Eraclito e Gaudapada paragonarono la condizione umana al sogno, quell’illusione, pesante come una schiavitù in catene, in cui la coscienza è imprigionata nel proprio mondo interno, in un mondo di fantasmi, di regole e di relazioni che la mente interpreta come reali, senza mai riuscire a percepire il proprio vero Sè, la sua condizione indipendente, autonoma da tutto, nascosta sotto il fragore della natura. Gaudapada spaccava il guscio con la sciabola: nessuno nasce, nessuno è mai nato. Strana affermazione, quando tutto ciò che vediamo nasce e muore, che non è fine a se stessa. Chi abita davvero la coscienza che assume di essere nata e di vivere in questa o quella situazione? Quando si può davvero affermare di avere visto nascere il senso dell’”io sono”? “Ham Sa – So Ham”, io sono, Quello io sono, ripete costantemente il respiro, 27.000 volte al giorno, in ogni essere vivente, dice Gorakhnath. Ogni creatura che vive e respira è sostenuta da questo mantra, è la sostanza fatta carne e coscienza di questo suono. Tutto ciò che vive, vive del proprio respiro, dell’essere in se stesso, il vivente, “io sono”. Quel respiro, il soffio, è il vero Sé, gli fanno eco le Upanishad. Niente altro ci è trasmesso in eredità dall’universo e dagli antenati, se non questo soffio che tutti attraversa indiscriminatamente. Senza giudizio, senza nessun legame, nemmeno a questo o a quel corpo, a questa o a quella nascita. Tutti i corpi li attraversa ugualmente, ripetendo lo stesso mantra, quelli liberi Continua a Leggere →