Iside nel simbolismo ermetico

[Tratto da : Dom Antonio G. Pernety- Le favole egizie e greche svelate e riportate ad unico fondamento]

Quando si conosce la genealogìa d’Osiride, si sa anche della d’Iside sua sposa, inquanto chè questa era sua sorella. Comunemente si ritiene che questa Dea era il simbolo della Luna, così come Osiride era quello del Sole; ma la si riteneva anche come simbolo della Natura in generale, e per la Terra, secondo Macrobio. Partendo da tale concetto, dice questo Autore, la ci rappresentava avente il corpo tutto coperto di mammelle. Apuleio concorda con Macrobio, e ne fa il seguente ritratto: « Una chioma lunga e tolta cadeva ondeggiante sul suo collo divino: aveva sul capo una corona variamente bella nella forma e per i fiori della quale era ornata. Sul davanti, nel mezzo, spiccava una specie di globo, quasi in forma di specchio, il quale proiettava una luce brillante argentea come quella della Luna. A destra ed a sinistra di detto globo stavano due ondeggianti vipere quasi ad incastrarlo e sostenerlo; e dalla base della corona venivan fuori delle spighe di grano. Una veste di finissimo lino la copriva completamente, ed era molto brillante sia per il suo estrèmo candore, sia per il suo giallo zafferanato, ed infine per un color di fuoco tanto vivido, che i miei occhi ne erano abbagliati. Una zimarra rimarchevole per la sua più fonda negrezza, le passava dalla spalla sinistra al disotto del braccio destro, e cadendo con molte pieghe le scendeva sino ai piedi, ed era bordata con fiocchi e svariati fiori, e disseminata di stelle per tutto il tessuto. Nel mezzo, fra le stelle, stava la Luna con i suoi raggi simili a fiamme. La Dea aveva un sistro nella mano destra, e con il movimento che gli comunicava, dava un suono acuto, ma gradevolissimo; con la sinistra sorreggeva un vaso d’oro l’ansa del quale era formata da un aspide, il quale rizzava la testa in attitudine minacciosa; la calzatura che rivestiva i suoi piedi esalanti l’ambrosia, era fatta di un tessuto della palma della vittoria. Questa grande Dea, la dolcezza dell’alito della quale sorpassa tutti i profumi dell’Arabia felice, si degnò parlarmi in questi termini: Io sono la Natura Madre delle cose, padrona degli elementi: il cominciamento dei secoli, la sovrana degli Dei, la Regina dei Mani, la prima delle nature celesti, la faccia uniforme degli Dei e delle Dee; son io che governo la sublimità luminosa dei cieli, i venti salutari dei mari, il lugubre silenzio degl’inferi. La mia unica divinità è onorata in tutto l’Universo, ma sotto differenti forme, sotto diversi nomi, e con differenti cerimonie. I Frigi primigenii dell’umanità mi chiamano la Pessinontiana madre degli Dei, gli Ateniesi: Minerva Cecropica; quelli di Cipro: Venere Pafica; quelli di Creta: Diana Dictinna; i Siciliani che parlano tre lingue: Proserpina Stigia; gli Eleusini: l’antica Dea; altri: Giunone; altri: Bellona; alcuni: Ecate; altri: Ramnusia. Ma gli Egizi che sono istruiti dell’ antica dottrina, m’onorano con cerimonie che mi sono proprie e convellenti, e mi chiamano con il mio vero nome: la Regina Iside ». Iside va considerata nome principio generale della Natura, e come principio materiale dell’Arte Ermetica. Il ritratto di Iside che abbiamo riportato da Apuleio è un’allegoria dell’Opera, allegoria palpabile per coloro che hanno letto attentamente gli Autori che trattano della stessa. Infatti, la corona di questa Dea ed i colori delle sue vesti indicano tutto in generale ed in particolare. Iside era considerata quale la Luna, la Terra e la Natura. La sua corona formata da un globo brillante come la Luna, l’annunzia manifestamente a tutti. I due serpi che sostengono detto globo sono gli stessi di quelli del quali abbiamo parlato nel capitolo primo di questo libro, dando la spiegazione del monumento l’Errenuleius Ermete. Il globo è anche la stessa cosa dell’uovo dello stesso monumento. Le due spighe che ne sortono indicano che la materia dell’Arte ermetica è la stessa di quella che la Natura impiega per far vegetare tutto nell’Universo.

I colori che sopravvengono a questa materia durante le operazioni non sono forse espressamente indicate dall’enumerazione di quelli delle vesti d’Iside? Una zimarra o lungo abito che colpisce per la intensità del suo nero, ” palla nigerrima splendescens atro nitore”, covre talmente il corpo d’Iside da lasciar intravedere soltanto in alto un’altra veste di finissimo lino ch’è bianca dapprima, indi color giallo di zafferano e poi del colore di fuoco. “Multicolor bysso tenui pertexta, nunc albo candore lucida, nune croceo flore lutea, nunc roseo rubore flammea”. Apuleio, senza dubbio, aveva copiato questa descrizione da qualche Filosofo, poiché i Filosofi s’esprimono tutti nella stessa maniera su tale argomento. Essi chiamano il color nero, il nero più nero del nero stesso: nigrum, nigro, nigrius. Omero concede un abito simile a Teti, allorquando questa si dispone ad andare a sollecitare i favori e la protezione di Giove per il proprio figlio Achille (Iliade, 1. 24, v. 93); e questo Poeta dice che non v’era al mondo un abbigliamento più nero di quello indossato da Teti. Il color bianco succede al nero, quello di zafferano al bianco, ed il rosso a quello di zafferano, precisamente come dice Apuleio. [..] Pare che Apuleio abbia voluto dirci che tutti questi colori si originano l’uno dall’altro; che il bianco è contenuto nel nero, il giallo nel bianco ed il rosso nel giallo; ed è perciò che il nero copre gli altri. Mi si potrebbe obbiettare che forse questa veste nera è il simbolo della notte, e che ciò è sufficientemente evidente per il crescente lunare che si trova al centro fra le stelle dalle quali il tessuto è disseminato; ma faccio osservare che gli altri ornamenti ed attributi non convengono affatto per una tale interpretazione. Non dobbiamo meraviagiarci che sulla veste d’Iside si trovi un crescente, dato che la Dea la si considerava quale Luna; ma poiché la notte impedisce di distinguere i colori degli oggetti, Apuleio avrebbe detto male a proposito che i quattro colori, della veste d’Iside, si distinguevano ed emanavano, ciascuno particolarmente, un così intenso splendore ch’egli ne rimase abbagliato. Del resto questo Autore non fa alcun accenno ne alla notte né alla Luna, ma esclusivamente ad Iside quale principio di tutto ciò che la Natura produce, compito che non s’addice alla Luna celeste, ma esclusivamente alla Luna Filosofica, intatti nella Luna celeste non si nota che il solo color bianco, e non lo zafferanato né il rosso. Le spighe di grano ci danno la comprova che tanto Cerere quanto Iside costituivano uno stesso simbolo; il sistro ed il vaso o secchietto sono le due cose richieste per l’Opera, vale a dire: il lattone Filosofico e l’acqua mercuriale; perché il sistro era comunemente uno strumento di rame e le verghette che lo attraversavano erano anche di rame e talvolta di ferro. I Greci inventarono poi la favola di Èrcole che caccia gli uccelli dal lago Stintalide facendo del rumore con uno strumento di rame. L’uno e l’altro di questi strumenti debbono avere la stessa spiegazione, e ne parleremo nelle fatiche d’Ercole ai quinto libro. Ordinariamente Iside la si rappresentava non solo con il sistro, ma anche con un secchio od altro vaso in mano o deposto vicino ad essa, e ciò per mettere in evidenza ch’essa non poteva far niente senza dell’acqua mercuriale, o quel mercurio che le era stato dato per consigliere. Essa è la terra od il lattone dei Filosofi; ma il lattone nulla può da per sé stesso, dicono essi, se non viene purificato e bianchito mediante l’azoto o l’acqua mercuriale. Per la stessa ragione Iside spessissimo era rappresentata con una brocca sulla testa. Sovente anche con un corno d’abbondanza in mano, per simboleggiare in generale la Natura che tutto fornisce abbondantemente ed in particolare, poi: la sorgente della felicita, della salute e delle ricchezze, tutte cose che si trovano nell’Opera Ermetica.

Nei monumenti Greci la si vede talvolta avvolta da una serpe, oppure accompagnata da tale rettile, perché il serpe era il simbolo dell’Esculapio, Dio della Medicina, e di questa gli Egizi ne attribuivano l’invenzione ad Iside. Ma noi abbiamo più valide ragioni di non ritenerla quale inventrice della Medicina, sebbene come la stessa materia della Medicina Filosofica, od universale, che i Sacerdoti Egizi impiegavano per guarir ogni specie di malattie, senza che il popolo conoscesse come ne con che, dato che la maniera di fare questo rimedio era contenuto nei libri d’Ermete, che i soli Sacerdoti avevano il diritto di leggere, ed erano i soli che li potevano capire perché tutto era velato sotto le tenebre dei geroglifici. Trimegisto stesso ci dice, in Asclepio, che Iside non fu l’inventrice della Medicina, ma che l’inventore ne fu l’avo di Asclepio, cioè Ermete del quale egli portava il nome. Quindi non bisogna credere a Diodoro, e neppure alla tradizione volgare d’Egitto, secondo la quale egli riferisce, che non soltanto Iside inventò molti rimedi per la cura delle malattie, che contribuì infinitamente alla perfezione della Medicina, ma che trovò anche un rimedio capace di procurare l’immortalità, e del quale se ne servì per suo figlio Oro, allorquando questi tu ucciso dai Titani, e lo rese in effetti immortale. Si deve convenir meco che tutto ciò si deve spiegare allegoricamente, e che secondo la spiegazione che ci fornisce l’Arte Ermetica, Iside contribuì molto alla perfezione della Medicina, dato ch’essa era la materia dalla quale si faceva il più eccellente rimedio che si trovi nella Natura. Ma non sarebbe tale se Iside fosse sola, perché necessita assolutamente ch’essa sia maritata con Osiride, poiché i due principii debbono essere riuniti in un sol tutto, così come al cominciamento dell’Opera essi formavano uno stesso soggetto, nel quale erano contenute due sostanze: l’una maschio e l’altra femmina. Il viaggio d’Iside nella Fenicia per andare a cercare il corpo del suo sposo, le lagrime che versa prima di trovarlo, l’albero sotto il quale lo trovò nascosto, tutto ciò è detto seguendo l’Arte Sacerdotale. In effetti, Osiride essendo morto è gettato a mare, vale a dire, sommerso nell’acqua mercuriale, o mare dei Filosofi; Iside versa delle lagrime, poiché la materia ch’è ancora volatile – rappresentata da Iside – s’eleva sotto forma di vapori, si condensa, e ricade in gocce. Questa tenera sposa cerca con inquietudine suo marito, con pianti e gemiti, e non può ritrovarlo se non sotto un tamarisco; ciò perdio la parte volatile non si riunisce con la fissa se non quando sopravviene la bianchezza; allora è il rosso nel quale Osiride è nascosto sotto il tamarisco,poiché i fiori di quest’albero sono bianchi e le sue radici sono rosse. Quest’ultimo colore è anche più precisamente indicalo dal nome stesso della Fenicia: rosso, il colore della porpora. Iside sopravvisse a suo marito, e dopo aver regnato gloriosamente, fu messa nel novero degli Dei. Mercurio decise il suo culto, come aveva stabilito quello d’Osiride. Poiché nella seconda operazione chiamata seconda opera, o seconda disposizione da Moriano; la Luna dei Filosofi o la loro Diana, o la materia al bianco simboleggiala pure da Iside appare un’altra volta dopo la soluzione o la morte d’Osiride, è per questo che la si messa nel rango degli Dei; ma degli Dei Filosofici, poiché essa è la loro Diana o la Luna,si comprende perché s`attribuisce questa deificazione a Mercurio. Continua a Leggere →

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La Madonna Nera, statue di Iside e della Vergine paritura. La Benedetta Signora sotterranea.

da Fulcanelli,  “Il Mistero delle Cattedrali”.

Un tempo, le camere sotterranee dei templi servivano come dimora per le statue di Iside, ed esse diventarono, al tempo dell’introduzione del cristianesimo in Gallia, quelle Vergini nere che il popolo, ai giorni nostri, circonda d’una venerazione tutta particolare. Del resto il simbolismo tra queste due raffigurazioni è lo stesso: le une e le altre mostrano sul loro basamento la famosa iscrizione: Virgini pariturae; alla Vergine che deve partorire. Ch. Bigarne (Considérations sur le Culle d’Isis chez les Eduens. Beaune, 1862.), ci parla di parecchie statue di Iside designate dallo stesso vocabolo. L’erudito Pierre Dujois ci dice: «Già nella sua Bibliografia generale dell’Occulto, il sapiente Elias Schadius aveva segnalato, nel suo libro De dictis Germanicis, un’iscrizione analoga: Isidi, seu Virgini ex qua filius proditurus est (A Iside, o alla Vergine dalla quale nascerà il Figlio). Queste icone, dunque, non avevano per nulla il significato cristiano, che comunemente viene loro dato, almeno dal punto di vista esoterico. Bigarne dice che Iside, prima della concezione è, secondo la teogonia astronomica, l’attributo di quella Vergine che parecchi monumenti, molto più antichi del cristianesimo, indicano col nome di Virgo paritura, cioè la terra prima d’essere fecondata, e che sarà ben presto rianimata dai raggi del sole. È anche la madre degli dei, come attesta una pietra di Dio: Matri Deum Magnae ideae». Il senso esoterico delle nostre Vergini nere non può esser meglio definito. Esse raffigurano, nella simbologia ermetica, la terra primitiva, quella che l’artista deve scegliere come soggetto della propria grande opera. È la materia prima allo stato di minerale, come e quando viene estratta dai filoni metalliferi, profondamente nascosta sotto la massa rocciosa. I testi ci dicono che è «una sostanza nera, pesante, friabile, fragile, che ha l’aspetto d’una pietra e può essere frantumata in piccoli pezzi proprio come una pietra». Sembra dunque normale che il geroglifico umanizzato di questo minerale abbia il suo stesso colore caratteristico e che gli si riservi come sede i luoghi sotterranei dei templi.

Ai nostri giorni, le Vergini nere non sono numerose. Ne citeremo alcune, che godono di gran celebrità. La cattedrale di Chartres sotto questo punto di vista è la più favorita; infatti ne possiede due, una, chiamata con l’espressivo nome di Notre-Dame-sous-Terre, è posta nella cripta, ed è seduta su di un trono il cui basamento reca l’iscrizione già nota: Virgini pariturae; l’altra si trova nella chiesa, è chiamata Notre-Dame-du-Pilier, occupa il centro di una nicchia piena di ex voto in forma di cuori che mandano raggi. Witkowski ci dice che quest’ultima è oggetto di devozione da parte d’un gran numero di pellegrini. «Un tempo, aggiunge questo autore, la colonna di pietra che gli fa da supporto era “scavata” dalle lingue e dai denti dei suoi focosi fedeli, come il piede di san Pietro, a Roma, o il ginocchio di Ercole, adorato dai pagani in Sicilia; ma per preservarla da quei baci troppo ardenti, la colonna fu avvolta, nel 1831, con un rivestimento in legno». Chartres, con la sua Vergine sotterranea, è considerata la più antica meta dei pellegrinaggi. Un tempo c’era soltanto un’antica statuetta di Iside «scolpita prima di Gesù Cristo», come raccontano alcune antiche cronache locali. Però, l’immagine che possediamo ora data soltanto dalla fine del XVIII secolo, perché quella della dea Iside era stata distrutta non si sa quando, e sostituita con una statuetta in legno, che teneva il Bambino seduto sulle ginocchia, e che, a sua volta, fu bruciata nel 1793.

Quanto alla Vergine nera di Notre-Dame du Puy — le cui membra non sono visibili — ha la forma d’un triangolo, con il vestito che la cinge al collo e si allarga senza pieghe fino ai piedi. La stoffa è decorata con tralci di vite e di spighe di grano — allegorie del pane e del vino eucaristici — e lascia passare, all’altezza dell’ombelico, la testa del Bambino, incoronato altrettanto sontuosamente della madre.
Notre-Dame-de-Confession, celebre Vergine nera delle cripte di Saint- Victor a Marsiglia, ci mostra un bello specimen di statuaria antica, morbida, larga e grassa. Questa figura, piena di nobiltà, tiene nella mano destra uno scettro ed ha la fronte cinta da una corona a triplice fiorone.

Notre-Dame de Rocamadour, meta d’un famoso pellegrinaggio, già frequentata nell’anno 1166, è una madonna miracolosa; la tradizione fa risalire la sua origine al giudeo Zaccheo, capo dei pubblicani di Gerico; questa statua sovrasta l’altare della cappella della Vergine, costruita nel 1479. È una statuetta di legno, annerito dal tempo, rivestita da una veste di lamine d’argento che consolidano i resti in legno ormai tarlati. «La celebrità di Rocamadour risale al leggendario eremita, santo Amatore o Amadour, che scolpì in legno la statuetta della Vergine alla quale furono attribuiti parecchi miracoli. Si racconta che Amatore era lo pseudonimo del pubblicano Zaccheo, convertito da Gesù Cristo; venuto in Gallia, avrebbe diffuso il culto della Vergine. Questo culto è molto antico a Rocamadour; però, la gran voga del pellegrinaggio data soltanto dal XII secolo (La Grande Encyclopédie, t. XXVIII, p. 761.).»
A Vichy si venera, da epoca molto antica, la Vergine nera della chiesa di Saint-Blaise, come testimonia Antoine Gravier, prete partigiano dell’indipendenza dei comuni nel XVII secolo. Gli archeologi datano questa scultura del XIV secolo e, poiché le parti più antiche della chiesa di Saint- Blaise, nella quale è posta, furono costruite solo nel XV secolo, l’abate Allot, segnalandoci questa statua, esprime il parere ch’essa un tempo facesse parte della cappella Saint-Nicolas, fondata nel 1372 da Guillaume de Hames.
Anche la chiesa di Guéodet, chiamata Notre-Dame-de-la-Cité, a Quimper, possiede una Vergine nera.
Camille Flammarion (Camille Flammarion, l’Atmosphère. Parigi, Hachette, 1888, p. 362.) ci parla d’una statua analoga ch’egli vide, nei sotterranei dell’Osservatorio, il 24 settembre 1871, due secoli dopo la prima osservazione termometrica, che fu fatta nel 1671. Egli scrive : « Il colossale edificio di Luigi XIV che eleva la balaustra della terrazza a ventotto metri dal suolo, scende nel sottosuolo con delle fondazioni che hanno la stessa profondità: ventotto metri. All’angolo d’una galleria sotterranea, si nota una Vergine, messa in quello stesso anno 1671, e dei versi incisi ai suoi piedi la invocano col nome di Notre-Dame di sottoterra). Questa poco conosciuta Vergine parigina, che impersonifica nella capitale il misterioso soggetto di Ermes, sembra che sia una replica di quella di Chartres, la Benedetta Signora sotterranea.
Ancora un particolare utile per l’ermetista. Nel cerimoniale prescritto per le processioni delle Vergini nere, venivano bruciati soltanto ceri di color verde.
Quanto alle statuette d’Iside, — parliamo di quelle che sono sfuggite alla cristianizzazione, — sono ancora più rare delle Vergini nere. Forse sarebbe utile ricercarne la ragione nell’alta antichità di queste icone. Witkowski (L’Art profane a l’Eglise. p. 26.) ce ne segnala una sistemata nella cattedrale Saint-Etienne, a Metz. «Questa figura in pietra di Iside, scrive l’autore, misura o m. 43 di altezza e o m. 29 di larghezza e proviene dal vecchio chiostro. La sporgenza di questo altorilievo era di o m. 18; rappresentava un busto nudo di donna, ma così magro che, per servirci d’un’espressione figurata dell’abate Brantóme, “non poteva mostrare altro che la carcassa “; la sua testa era coperta da un velo. Due mammelle asciutte pendevano dal suo petto, simili a quelle delle Diane di Efeso. La pelle era tinta di rosso, e il drappo che cingeva la vita era nero… Una statua analoga esisteva a Saint-Germain-des-Prés e a Saint-Etienne de Lyon.»
Tuttavia, il culto di Iside, la Cerere egiziana, era molto misterioso, e tale rimane anche per noi. Sappiamo soltanto che la dea era festeggiata solennemente, ogni anno, nella città di Busiris, e che le veniva sacrificato un bue. Ci dice Erodoto : «Dopo il sacrifìcio, uomini e donne, parecchie migliala, si danno dei grandi colpi. Per quale dio si stanno battendo, sarebbe, io credo, un’empietà dirlo.» I Greci, come gli Egiziani, mantenevano un assoluto silenzio sui misteri del culto di Cerere e gli storici non ci hanno appreso nulla che possa soddisfare la nostra curiosità. La rivelazione ai profani del segreto di queste pratiche era punito con la morte. Ascoltare la divulgazione era considerato un crimine della stessa gravita. Come per i santuari egiziani di Iside, così nei templi di Cerere era rigorosamente vietato l’ingresso a tutti coloro che non avevano ricevuto l’iniziazione. Eppure, le informazioni che ci sono state tramandate, sulla gerarchia dei grandi sacerdoti, ci autorizzano a pensare che i misteri di Cerere dovevano essere dello stesso tipo di quelli della Scienza ermetica. Infatti sappiamo che i ministri del culto si dividevano in quattro gradi: lo Ierofante, incaricato d’iniziare i neofiti; il Porta-fiaccola, che rappresentava il Sole; l’Araldo, che rappresentava Mercurio; il Ministro dell’Altare, che rappresentava la Luna. A Roma le Cerealies si celebravano il 12 aprile e duravano otto giorni. Veniva portato in processione un uovo, simbolo del mondo, e ad esso venivano sacrificati dei maiali.
Abbiamo detto prima che Die, una statua che rappresentava Iside, era chiamata madre degli dei. Lo stesso epiteto era riservato a Rea o Cibele. Così le due divinità si rivelano parenti assai prossime, e noi saremmo piuttosto dell’idea di considerarle come espressioni diverse d’un solo e unico principio. Charles Vincens conferma questa opinione con la descrizione ch’egli fornisce d’un bassorilievo raffigurante Cibele, che, per secoli, è stato visto all’esterno della chiesa parrocchiale di Pennes (Bouches-du-Rhóne), con la sua iscrizione: Matri Deum. «Questo strano frammento, ci dice il Vincens, è scomparso soltanto intorno al 1610 ma è riprodotto in una incisione nel Recueil di Grosson.» Analogia ermetica strana: Cibele era adorata a Pessinunte, in Frigia, sotto la forma di una pietra nera che si diceva essere caduta dal cielo. Fidia rappresenta la dea seduta su di un trono tra due leoni, essa ha sul capo una corona murale dalla quale scende un velo. Talvolta viene raffigurata mentre tiene una chiave e sembra che stia togliendo il velo. Iside, Cerere, Cibele: tre teste sotto lo stesso velo.

Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali

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La saggezza ermetica e l’Intelletto universale

[Tratto da Titus Burckhardt, ALCHIMIA – Significato e visione del mondo]

La visione ermetica delle cose si fonda sull’analogia fra l’universo – il macrocosmo – e l’uomo – il microcosmo – : analogia il cui asse o la cui chiave di volta è lo Spirito o Intelletto universale, prima emanazione dell’Uno assoluto.
L’universo e l’uomo si rispecchiano l’uno nell’altro: tutto ciò si trova nel primo deve necessariamente trovarsi, in un modo o nell’altro, anche nel secondo. Tale corrispondenza potrà essere meglio intuita riconducendola, anche se in via del tutto provvisoria, alla relazione soggetto-oggetto, conoscente-conosciuto: il mondo, in quanto oggetto, si riflette a tal punto nello specchio del soggetto umano che non ci sarebbe possibile percepirlo al di fuori di quest’ultimo.
Mentre il soggetto, lo specchio, esiste solo per quello che vi si riflette. Queste due polarità possono anche essere distinte, ma in nessun caso separate. Empiricamente, il soggetto si identifica con l’Io; e poiché questo si identifica a sua volta con il corpo, ecco che il soggetto ci potrà apparire non soltanto frantumato nelle prospettive individuali e variegato dalla diversa presenza dei sentimenti, ma anche, come indica la parola stessa, «sottomesso» al mondo oggettivo. Si tratta in realtà di una nostra di illusione ottica: se il soggetto, in quanto polarità interiore della conoscenza, non fosse che questo, cioè un puro centro di sensibilità individuale legato alle vicende de1 corpo e sottomesso alle sue leggi, non sarebbe evidentemente « all’altezza » del suo oggetto; la conoscenza oggettiva del mondo sarebbe impossibile, non esisterebbe anzi nessun livello possibile di conoscenza. Certo, la nostra conoscenza del mondo è frammentaria: non coglie gli oggetti che parzialmente, e rimane necessariamente indiretta non riuscendo a superare, in se stessa, la dualità oggetto-soggetto.
Ma questo non significa che sia meno adeguata: è comunque conoscenza e, in quanto tale, si iscrive in quella Verità universale senza la quale la nostra esperienza del mondo si ridurrebbe a un sogno evanescente e assurdo (ammesso poi che sia possibile la definizione di qualcosa in assenza di un autentico criterio di certezza); non vi sarebbe nessuna possibile coincidenza, né fra le cose e il nostro spirito, né fra i diversi « mondi » che corrispondono ai diversi soggetti.

L’universo è costituito da una serie indefinita di soggetti posti a confronto con una serie altrettanto indefinita di oggetti, in un sistema di assoluta continuità: la sfera oggettiva che corrisponde a questo o a quel soggetto particolare si inserisce senza fratture nell’insieme delle realtà soggettive e oggettive – avendo ogni soggetto, secondo i modi che gli sono propri, una visione globale e adeguata del mondo. Tutti i soggetti individuali, infatti, non sono che polarizzazioni più o meno dirette o indirette (del solo soggetto universale: lo Spirito o Intelletto).
Occorre quindi considerare un nuovo campo di analogie: poiché l’uomo rappresenta, nell’ordine terreno, il supporto più perfetto dello Spirito universale, o il suo più diretto luogo di attualizzazione, possiamo considerarlo – in linea di principio, se non di fatto – come la sintesi o la « risultanza » di questo essere macrocosmico costituito a sua volta dalla serie indefinita delle polarizzazioni dello Spirito unico. In questo senso, molti autori ermetici della tradizione araba hanno ritenuto di poter scrivere: « L’universo è un grande uomo e l’uomo è l’universo in piccolo ». È quindi evidente che l’Intelletto universale trascende le facoltà psichiche e mentali. Conviene comunque precisare che tale essenzialità gli è propria sempre e dappertutto, anche là dove si manifesta attraverso facoltà o coscienze più o meno limitate o più o meno opache: così come una luce pura riflessa da vetri colorati continua, in se stessa, a essere incolore. In assenza dell’Intelletto, nessuna forma mentale sarebbe in grado di contenere un benché minimo elemento di verità. La dottrina ermetica dell’Intelletto universale coincide, insomma, con quella tramandataci dai Platonici in un linguaggio sostanzialmente analogo. Come insegna Ermete Trismegisto, « l’Intelletto (nous) deriva dalla Sostanza (ousia) di Dio, nei limiti in cui sia possibile attribuire a Dio una sostanza; soltanto Dio conosce in che consiste la natura di tale sostanza. L’Intelletto non è una parte della sostanza divina; ne è piuttosto l’irradiazione, come un raggio di luce che scaturisce dal sole. Nell’uomo, questo Intelletto è Dio … ». L’immagine non potrebbe essere più chiara. La luce scaturisce dal sole senza che questo ne abbia ad essere diminuito; nello stesso modo, l’Intelletto procede dalla sostanza divina senza che questa ne venga a perdere nelle sue manifestazioni in sovranità e trascendenza. Ma di più: come la luce del sole affida tutta la propria realtà al sole stesso, e a tal punto che non ci è più dire quale sia l’una e quale sia l’altro, così l’Intelletto diventa in qualche modo Dio – nell’uomo, cioè nel suo specchio cosmico più perfetto, è Dio.

Anche se l’Intelletto si mantiene intrinsecamente identico dappertutto, non manca tuttavia di dare origine, estrinsecamente, a una gerarchia di entità , al cui primo posto è l’Anima universale (psyché) e all’ultimo la materia. Nell’uomo – al cui livello il più alto e il più interiore coincidono – il corpo sembra contenere l’anima, a sua volta abitata da un intelletto che è portatore del Verbo Divino o Logos. È in questi precisi termini che ne parla Ermete Trismegisto nel libro già citato, là dove fra l’altro definisce Dio come «Il Padre di Tutto».
Le analogie fra questa dottrina e la teologia giovannea sono abbastanza evidenti, ed è comprensibile che non pochi padri della Chiesa, per esempio Alberto Magno, abbiano potuto vedere nel Corpus Hermeticum il « seme » precristiano della dottrina del Logos. Per chi sa leggere, la dottrina dell’unità trascendente dell’Intelletto è già tutta presente nel prologo ne1 Vangelo secondo Giovanni, e implicitamente affermata in tutte le rivelazioni della Sacra Scrittura, anche se il suo carattere esoterico resta necessariamente confermato dall’impossibilità di cogliere tale unità per mezzo dell’immaginazione o della stessa ragione, in quanto tale unità è la premessa e non l’oggetto della logica. Vedere nell’unità dello Spirito o Intelletto una sorta di continuità sostanziale – e per cosi dire materiale – in grado di dissolvere le distinzioni invece inerenti all’esistenza, a partire dalla distinzione evidentemente incommensurabile fra creato e increato, porterebbe inevitabilmente a gravissimi errori. La natura universale dello Spirito gli permette di essere totalmente presente in ogni creatura, ma senza annullarne l’essenza che è quella di una forma limitata e distinta non solo in rapporto alle altre creature, ma anche in rapporto allo Spirito stesso, da cui infinita è la distanza. Non dimenticando inoltre che l’anima (la psyché) è a sua volta una forma e che questa forma continua a esistere anche dopo la morte del corpo: tesi, questa, che l’averroismo – per eccesso di aristotelismo – non ha saputo conciliare con quella dello Spirito unico. Continua a Leggere →

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Adi Nath, Matsyendra Nath e Goraksh Nath. L’origine della tradizione Nath.

SHIVGORAKSHANATHJI

 Amar Katha

Una volta Parvati chiese al suo consorte, il Signore Shiva: “O il più grande degli Dei, tu indossi attorno al collo una ghirlanda di teschi umani. Puoi spiegarmi perché lo fai e a chi sono appartenuti?”. Con un sorriso, il Signore degli Yogi rispose: “Tutti appartenevano a te nelle tue vite precedenti, e li indosso perché mi ricordano dei momenti felici.” Parvati fu molto stupita di questa risposta. Era chiaramente turbata: “Tu sei una persona senza cuore! Sono stata la tua amata compagna, vita dopo vita, e tu che sei immortale hai collezionato i miei teschi e li hai messi intorno al collo senza pietà? Questo è dunque il tuo amore!”. Era molto arrabbiata con Shiva. Come al solito rimanendo tranquillo, il Signore degli Yogi rispose con un sorriso gentile: “Mia cara, non è colpa mia se sei morta e nata molte volte, dipende solo da te. Poiché non sei a conoscenza dell’Amar Katha (Dottrina dell’Immortalità), il tuo destino può essere solo questo. Solo chi sa può diventare immortale. L’Amar Katha è il più grande segreto e il mistero di questo mondo, e il solo modo per ottenere l’immortalità”. Dopo che ebbe finito di parlare, Parvati esclamò:”Dovresti subito insegnarmi questo Amar Katha, così diventerò immortale come te e non morirò più.” Era furiosa come non mai. Shiva sorrise dolcemente e disse: “Che cosa meravigliosa! Sai, Parvati, di volta in volta, nelle tue vite precedenti, hai chiesto la stessa cosa. E ogni volta che cercavo di raccontarti questo Katha (storia), poiché non stavi ascoltando con la dovuta attenzione, non hai potuto raggiungere la sua piena conoscenza. Per raggiungere l’immortalità si deve ascoltare attentamente dall’inizio fino alla fine. Tu non sei stata in grado di farlo in nessuna delle tue vite precedenti, quindi sei morta ogni volta. Se insisti, proviamoci ancora una volta. Ma per favore, ascolta con attenzione questa volta, perché per diventare libera dagli infiniti cicli di nascita e morte, devi sapere tutto il Katha, dall’inizio fino alla fine. Appartiamoci quindi in un luogo solitario dove nessuno ci possa ascoltare, perché dovremmo tenere questa conoscenza segreta a tutti gli altri.” Raggiunsero la riva del mare, dove erano completamente soli e il rumore delle onde non consentiva a nessuno di ascoltare quello che dicevano. Si sedettero comodamente, e Shiva incominciò a raccontare l’Amar Katha a Parvati.

Accadeva che qualche tempo prima di questo evento, in una famiglia bramina era nato un bambino, e poiché la posizione delle stelle al momento della sua nascita era molto infausta, suo padre lo aveva gettato in mare. Il bambino non era annegato, ma era stato inghiottito da un grosso pesce, e nello stomaco del pesce miracolosamente era sopravvissuto, e lì dentro ancora viveva. Poco prima dell’arrivo di Shiva e Parvati, il pesce aveva raggiunto lo stesso luogo e si era fermato lì per una sosta. Essendo ricoperto dall’acqua, era del tutto invisibile. Il bambino che viveva nel ventre del pesce, anche lui era giunto lì. Così, quando Shiva e Parvati arrivarono, anch’egli si trovava lì con loro, coperto dall’acqua, e impotente. Grazie a questa situazione, si trovò ad ascoltare tutto l’Amar Katha dall’inizio fino alla fine, senza interruzione. Shiva non si accorse della sua presenza fino alla fine, e il bambino rimase per tutto il tempo ad ascoltare con attenzione. Parvati era inizialmente molto desiderosa di ascoltare. Ascoltava con grande concentrazione, ma siccome il Katha era molto lungo, e la voce insieme al suono delle onde erano così monotoni, si sentì sopraffare dalla sonnolenza dopo poco tempo. Lentamente scivolò nel sonno profondo. Quando Shiva finì di raccontare, disse a Parvati: “Dunque spero che questa volta tu abbia compreso tutto correttamente”, ma lei non rispose. Allora Shiva volse lo sguardo verso Parvati e fu di nuovo sorpreso di vedere che era profondamente addormentata. La svegliò e disse:”Ancora una volta ho recitato la storia dell’Amar Katha per te, ma come nelle tue vite precedenti, non sei stata in grado di ascoltare attentamente e hai ceduto al sonno. Ora, che cosa posso fare per te?” Parvati provava vergogna di se stessa e delusione, quindi implorava con le mani giunte: “O Mahadeva, ti prego, raccontamelo di nuovo, questa volta non dormirò”. “Mi dispiace”, rispose Shiva “ma non posso farlo una volta di più perché tale è la legge, l’Amar Katha può essere detto alla stessa persona solo una volta nel corso di una vita. Dobbiamo aspettare la tua prossima vita, mi dispiace”. Parvati fu costretta ad accettare quello che era successo, e poiché non si poteva rimediare, si mise in pace.

Improvvisamente Shiva sentì che qualcuno si trovava nelle vicinanze, ma inizialmente non riusciva a localizzare dove fosse. Con i suoi poteri Yogici percepiva chiaramente che qualcun altro aveva ascoltato l’Amar Katha, senza il suo permesso. “Ehi, chiunque tu sia, vieni subito davanti a me!” disse. Allora il pesce aprì la bocca e il bambino saltò fuori dall’acqua, proprio di fronte a lui. In un primo momento, Shiva si adirò alla vista questo ascoltatore non voluto: “Ed eccoti qui!”esclamò. Stava per ucciderlo con il suo tridente, perché ragazzo aveva commesso un grave crimine ascoltando di nascosto l’Amar Katha. Il bambino era in piedi di fronte a lui, con le mani giunte.”Chi sei e come sei arrivato qui?” Śiva chiese. Il ragazzo raccontò la sua storia, di come fosse stato inghiottito dal pesce e avesse involontariamente ascoltato il segreto che Śiva narrava a Parvati. Shiva comprese che il ragazzo era innocente e che tutto questo era accaduto contro la sua volontà. Comprese però che quel ragazzo era diventato immortale poiché aveva ascoltato l’intero Amar Katha, ed era stato iniziato alla “Dottrina dell’Immortalità”. La Devi esclamò: “Che bel bambino! Che cosa hai intenzione di fare di lui?” Shiva stava riflettendo da un po’. Poi disse: “Vedo in quello che è successo oggi un segno del destino, quindi penso che sia venuto il tempo di offrire alla gente la conoscenza dello Yoga. Io sono Adi Nath e lui ha ricevuto l’iniziazione da me, anche se non ero disposto a concedergliela. D’ora in poi il suo nome sarà Matsyendra Nath, poiché è diventato un Nath ed è venuto da un pesce. Fino a questo momento io ho tenuto segreta la conoscenza dello Yoga, ma ora penso che sia giunto il momento di accordarla a tutti. Lui andrà tra il popolo a diffondere la dottrina dello Yoga. Poi Shiva inserì i kundal (orecchini) nelle orecchie del ragazzo, come i kundal che egli stesso indossava. Ora il ragazzo era in piedi davanti a Śiva con le mani giunte: “O Nath! Sono solo un piccolo bambino indifeso. La dottrina che sono venuto a sapere è molto difficile da capire, più difficile da praticare e impossibile da insegnare agli altri. Come posso da solo svolgere questo compito? Ti prego di avere pietà di me”. Il Grande Signore sorrise e disse: “Non ti preoccupare, figlio mio, ora non sei indifeso come prima e non sei solo, perché io sono con te. Io stesso ti assisterò nella fondazione della dottrina dello Yoga sulla terra. Ora vai e incomincia, poi io stesso mi unirò a te e ti aiuterò in questo compito; ancora di più, io diventerò tuo discepolo, per il bene dello Yoga”.

Matsyendra Nath

śrīGuruṁ paramānandaṁ Vande svānandavigraham |
yasya sannidhyamātreṇa cidānandāyate tanuḥ | | 1 | |
antarniścalitātmadīpakalikā svādhārabandhādibhiḥ
yo Yogi yugakalpakālakalanāttvaṁ ca jegīyate |
jñānāmodamahodadhiḥ samabhavad yatrādināthaḥ Svayam
vyaktāvyaktaguṇādhikaṁ tamaniśaṁ śrīmīnanāthaṁ bhaje | | 2 | |
(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

“[1] Saluto il Guru, (che è) incarnazione della beatitudine eterna, che conferisce (al discepolo) lo stato di beatitudine del Sé, il sommo eterno Sé, e grazie alla cui sola vicinanza il corpo è trasceso come pura coscienza e beatitudine. || [2] A tale Yogi che in tutte le età e in ogni epoca dimora all’interno della luce perpetua della fiamma della sua anima, lì stabilito in virtù della sua pratica, e che non è influenzato dai cambiamenti del tempo, che ha realizzato la sua unità con Adi Nath stesso, che è come il grande oceano di conoscenza e beatitudine, che è più di ciò che le qualità vyakta e avyakta possano descrivere, a quel venerabile Mīnanātha io porgo il mio saluto.”(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

Il nome di Matsyendra Nath è uno dei più noti tra gli Yogi del Nath Sampradaya, nonché di tutta la tradizione Mahasiddha. E’ sopratutto conosciuto come il Guru di Goraksh Nath, e meno conosciuto come uno dei fondatori della scuola tantrica Kaula. Matsyendra Nath è una figura molto importante per i Nath, quale fondatore della tradizione. Anche se il fondatore è ritenuto essere Guru Goraksh Nath, che propriamente ha fondato l’ordine degli Yogi, i nomi di Matsyendra Nath e Jalandhar Nath lo precedono temporalmente nella lista degli Acharya, ovvero nel Parampara – il lignaggio della setta. Per questo motivo Matsyendra Nath è anche conosciuto come Dada (Guru) Matsyendra Nath, dove “Dada” significa”nonno” Guru. Se Goraksh è unanimemente accettato come Guru da tutti i Natha, Matsyendra Nath è riconosciuto come il precettore e il padre spirituale del loro Guru, e quindi come il “nonno” Guru.

Esistono molte leggende, in India e Nepal, che descrivono i poteri soprannaturali e i miracoli compiuti da Matsyendra Nath. E’ opinione diffusa che, come Goraksh Nath, anche lui fosse immortale, dotato di straordinari poteri magici e superiore all’essere umano ordinario. Egli è menzionato come uno dei grandi Siddha, tra coloro che hanno annientato l’effetto del tempo grazie al potere dell’Hatha Yoga, capaci di spostarsi nell’Universo liberamente. A volte Matsyendra Nath è paragonato a Shiva nella tradizione indiana Nath, e nella tradizione buddista del Nepal è adorato come Avalokiteshvara, divinità del pantheon buddista. Uno dei più noti tra i suoi poteri soprannaturali, citati nelle leggende, è stata la capacità di abbandonare un corpo e di entrare in un altro a suo piacimento, e di rimanervi per un periodo prolungato di tempo. Si ritiene che nella conoscenza delle scienze occulte e della magia non fosse secondo a nessuno, probabilmente escludendo solo il suo grande discepolo. Ha avuto anche reputazione di famoso praticante tantrico, e in alcune storie appare come mago malvagio che stermina con la sua magia l’esercito del re del Nepal, che sarà successivamente restaurato da Gorakh Nath. Egli è onorato come Guru e come ideale di sadhaka da molti praticanti moderni di Tantra, soprattutto tra coloro che cercano di seguire il percorso Kaula Shakti marga.

Alcune leggende lo dipingono come lo Yogi”caduto”, che imprigionato dalla sua passione per le donne, dimentica il suo passato yogico, e Goraksh Nath deve salvarlo da questa situazione. Eppure altre fonti dicono che avrebbe commesso i suoi”errori”solo a beneficio del mondo e del suo illustre discepolo, totalmente distaccato da tutto quello che stava facendo (e se supponiamo che il suo spirito fosse libero dall’attaccamento al corpo, ciò dovrebbe essere vero); infatti, essere il Guru di Dio era compito non facile. I rapporti tra Matsyendra Nath e Goraksh Nath sono considerati un esempio ideale della relazione tra Guru e discepolo, e ne indicano il percorso da seguire; tutti coloro che hanno raggiunto la liberazione e l’immortalità hanno compiuto solo questo percorso.
Esistono molti elenchi differenti dei Nove Grandi Nath, e Matseyndra Nath appare in quasi tutti. Tra Tra i membri della Enneade dei Grandi Natha è conosciuto come Māyā Svarupī o Māyā Pati Dada Matsyendra Nath, nomi che hanno un significato simbolico. Māyā Svarupī può essere tradotto come “la forma di Maya (illusione)” e Maya Pati indica il padrone dell’illusione. In questo contesto egli appare non come limitata individualità umana, ma piuttosto come paradigma universale del potere dello Yoga. Dopo il risveglio della Kundalini, non è Guru solo l’individuo che sta guidando lo Yogi attraverso il cammino, ma l’intera esistenza diventa il suo Guru; Maya passa dal ruolo di mera illusione a diventare Yoga Maya, il potere della trasformazione che conduce verso il Sé spirituale.
Intorno alla tradizione Nath esistono numerosi canti popolari devozionali che presentano le idee degli Yogi Nath, composti in vari dialetti antichi e moderni dell’India, i cui temi sono molto popolari, soprattutto nella parte settentrionale del paese. La maggior parte di essi sono scritti in forma di monologo di Matsyendra Nath, che si rivolge al suo discepolo Goraksh Nath e terminano con le parole,’Kahate Matsendar Baba, suno Jati Goraksh’, che significa ‘Matsendar sta parlando, ascolta oh Goraksh!’

Goraksh Nath

Da tempo l’India è riconosciuta come un importante centro della vita spirituale, che ha esercitato grande influenza sullo sviluppo di tutta la civiltà umana. La storia del paese è stata sempre segnata dalle storie di diversi grandi santi, Siddha e MahaYogis, che appaiono di volta in volta a guidare l’umanità verso ideali più alti, grazie all’esempio delle loro vite illustri.
Tra le altre personalità di spicco dell’India il nome di Guru Goraksh Nath è riconoscibile per le molte leggende sulle sue opere meravigliose. Si tratta di storie molto inusuali, che appaiono fiabesche alla mentalità moderna, orientata al materialismo, tanto che oggi risulta molto difficile sospendere l’incredulità e lasciarsi persuadere da esse. Tra le sua gesta, è descritto volare, trasformare una montagna in oro, creare delle persone viventi con i suoi poteri Yogici e compiere molti miracoli e altri eventi soprannaturali, contraddicendo tutte le leggi della scienza moderna. Nella lingua Hindi esiste un’espressione connessa con il suo nome:”Goraksh Dhanda”, che tradotto letteralmente significa”sconcertante come le gesta di Goraksh”, che viene utilizzata per definire gli eventi che accadono in circostanze strane e misteriose. Letteralmente tradotto, il nome di Go – raksa significa “Colui che difende le vacche”. In una delle rime devozionali dei Natha, i sensi sono paragonati a vacche brade che chiedono che egli le protegga come un mandriano. Gorakh è una variante della grafia dello stesso nome, con lo stesso significato.
Come personaggio storico, Goraksh Nath è molto famoso in tutta l’India, un celebre santo, che ha raggiunto l’eccellenza suprema nella pratica dello Yoga e acquisito poteri soprannaturali. Avrebbe viaggiato ampiamente in India e nei paesi vicini, e ancora oggi, molti luoghi sono ricordati come teatro delle leggende e dei suoi miracoli. La forte personalità e la realizzazione nello Yoga gli hanno accordato un vasto seguito, e alcuni dei regnanti suoi contemporanei diventarono suoi discepoli. Sembra che al momento della formazione dell’ordine Nath, egli sia stato unanimemente accettato come un’incarnazione di Shiva, e in tal modo, molte altre sette ascetiche furono felici di unirsi all’ordine appena creato. Esistono molti libri attribuiti alla paternità di Goraksh Nath, alcuni dei quali sono stati pietre miliari per lo sviluppo della tradizione Yoga. Tra di essi, alcuni sono in sanscrito e altri sono scritti nei dialetti medievali dell’India.
Non si sa molto del luogo della sua nascita, e opinioni diverse sono state sostenute da diversi studiosi. Le aree del Bengala, Nepal, Assam, Punjab, Gujarat, Karnataka, Uttar Pradesh, Himachal Pradesh, Uttarakhand e Maharashtra sono le più menzionate nelle leggende della sua vita. Secondo le opinioni espresse da alcuni ricercatori, egli non visse prima del 7° secolo e non oltre il 12° secolo dC. La prima data si basa sull’ipotesi che sia stato contemporaneo del re del Nepal Narendra Deva, che salì al trono intorno al 640 dC e governò fino alla morte, avvenuta nel 683 dC. L’ultima data è ricavata sulla base della biografia del santo Jñāneśvar, secondo cui Goraksh Nath non era vissuto molto tempo prima di lui.

I Nath Yogi credono che Goraksh Nath fosse molto più di un Guru umano, e insistono sulla sua miracolosa nascita non umana e ne affermano l’immortalità. Si racconta che vivesse ancor prima che la Creazione avesse avuto luogo, e poi attraverso tutti i quattro Yuga, e che viva ancora adesso, sebbene invisibile. Varie testimonianze riportano di incontri con diverse persone vissute in epoche molto distanti tra loro, e dunque in un arco di tempo impossibile per l’essere umano ordinario. Egli è descritto come sfondo invisibile e potere ispiratore dietro la manifestazione di molti santi, in diversi periodi della storia. Kabir, Guru Nanak, Guga Pir, Raja Bhartrihari e molti altri sono tradizionalmente collegati con la sua personalità. Secondo alcune leggende, egli non era legato a un corpo fisico, ed era in grado di lasciare facilmente il proprio corpo ed entrare in altri corpi, o di crearne uno, o più di uno, con la sua volontà e che, dunque, fosse immortale. I Nath ritengono che sia ancora vivo e appaia in luoghi diversi, quando si renda necessario proteggere Dharma. Continua a Leggere →

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Alcuni aspetti degli insegnamenti dei Nath

Gorakshnath

[Da Gopinath Kaviraj, “Princess of Wales Sarasvati Bhavan Series, Vol VI”, 1927]

La posizione metafisica dei Nath non è monista né dualista. E’ trascendente nel più vero senso della parola. Essi parlano dell’Assoluto (Nath), al di là delle opposizioni implicite nei concetti di Saguna e Nirguna, o di Sakara e Nirakara. Perciò, per essi il fine supremo della vita è realizzare se stessi come Nath e restare eternamente radicati al di là del mondo delle relazioni. La via per conquistare tale realizzazione è detta essere lo yoga, su cui investono molta energia. Sostengono che la Perfezione non si posa raggiungere con altri mezzi, se non con il sostegno della disciplina dello yoga.

Ma che cos’è lo yoga? E’ spiegato in realtà in termini differenti, a seconda dei testi. Ma in qualsiasi forma lo si voglia spiegare, il concetto centrale rimane lo stesso. Secondo Brahmananda il sole e la luna sono come Prana e Apana, la cui unione è Pranayama, che è dunque il significato di Hata Yoga. La conquista di Vayu è dunque l’essenza dell’Hata yoga.

Si ritiene che questo tipo di yoga sia stato introdotto in India dai Nath. Lo Hata yoga Pradipika afferma che il mistero di questo yoga è noto solo a Matsyendra Nath e Goraksa Nath. Brahmananda aggiunge il nome di Jalandhara, Bhartrhari e Gopichand, tutti appartenuti all’ordine dei Nath. Sembra quindi che Goraksa, o forse prima ancora Matsyendra, furono i primi precettori dello Hata Yoga. E questo si può collegare al detto: “poiché tutta la conoscenza si deve dire che proviene dal Supremo Signore” (HataYoga Pr.1-1)

Il principio generale da cui procedono pare essere la ricognizione delle diverse gradazioni di Materia, partendo dalla più densa, che si mostra ai nostri sensi nella condizione di veglia, fino alla più rarefatta e sottile, a cui si giunge eventualmente al termine dello stato di Samprajnata Samadhi, con il cosiddetto Sasmita Samadhi. Questo in lessico Sankhya.

La coscienza del sé individuale, invischiata nella materia più densa, è in realtà identica alla Coscienza Universale del Mondo – anzi – alla Coscienza Assoluta stessa. Dunque le limitazioni devono essere accuratamente rimosse. Gli Hatha Yogi insegnano che l’unico modo sicuro e veloce di trascendere le limitazioni è quello di risalire, controllando il Vayu, da un piano ad un altro fino a raggiunge l’unione Spirito-Materia del piano più elevato, che si manifesta nella cosiddetta corona del Loto dai Mille Petali (Sahastradalakamala). Le limitazioni sovrapposte sono prodotte dall’impulso creativo del Signore Supremo nella Materia.

Per parlare più chiaramente. L’anima pura, che è modo dell’Assoluto e, in ultima analisi, consustanziale con esso, nella sua fase mondana si avvolge in un doppio rivestimento di Manas e Bhùta, che rappresentano due aspetti della materia sottile. Manas (mente) è inteso in un senso molto ampio, come buddhi, anhankara, ecc. I sensi, che si sviluppano più tardi, sono le variazioni funzionali di Manas e sono contenuti in esso. Bhuta sta per gli aspetti materiali concreti, in uno stato di relativo equilibrio. Questo contiene al suo interno i cosiddetti tanmatra (elementi e sensazioni), viz. sabda, Sparsa, Rupa, rasa e gandha, che non sono ancora riconoscibili come tali. Ognuno dei cinque matras ha un proprio centro, in cui può espandersi o contrarsi. L’anima nel suo corso discendente si riveste di questi strati di materia sottile. Anche se la sua purezza innata è oscurata, mantiene ancora un certo grado di coscienza di sé e dei suoi poteri. Il totale oblio avviene solo quando emerge nel mondo esterno, nella materia grossolana. La discesa nella Materia sottile era, per così dire, in linea retta, ma la nascita nel mondo esterno è il prodotto di un movimento obliquo di Vayu. Non appena la coscienza si ritrova racchiusa nella materia sensibile o grossolana, il Manas sviluppa i sensi che iniziano ad operare ciascuno in una propria direzione, in riferimento ad un corrispondente aspetto della materia. E’ per questo motivo che i sensi non possono apprendere nulla al di là della materia densa. Il Manas, quando è astratto dai sensi, è infatti in grado di rivolgersi alla conoscenza soprasensibile. Maggiore è l’astrazione, più pura sarà la qualità della conoscenza. L’astrazione di Manas è dunque sinonimo della sua concentrazione e purificazione conseguente. Il Divyachaksu, il Terzo Occhio o il Terzo Occhio di Shiva non è altro che mente purificata e concentrata. Il Manas quando è rivestito di materia densa può essere descritto come grossolano o legato ai sensi. E in questo stato il Vayu non si muove più in senso rettilineo. Ogni forma di Vayu conosciuta nella nostra esperienza sensibile è di questo tipo secondario, obliquo.

Il movimento obliquo di Vayu nel nostro corpo fisico richiede l’esistenza di canali obliqui, Nadichakra, costituiti da numerose Nadi ramificate in diverse direzioni. Tranne Susumna che è il canale centrale del moto rettilineo del Vayu rettificato, le altre Nadi possono essere classificate sotto due tipi, destra e sinistra, dalla loro posizione rispetto Susumna. Il Manas e Vayu di un uomo comune si muovono lungo questi percorsi tortuosi, collegando tra loro i suoi sensi. Questo movimento è il Samsara, o Vyutthana.

I Nath insistono sul fatto che, se l’Assoluto è da raggiungere, la via centrale che conduce direttamente ad esso, come un fiume che si getta nel mare, deve essere scoperta e seguita. Tutti gli altri percorsi portano fuori strada, verso diversi piani di esistenza materiale, perché contengono sedimenti di materia grossolana. Appena le diverse correnti di Manas, le vrtti dei sensi e Vayu – cioè le funzioni del principio vitale, sono concentrate in un punto con una certa intensità, si osserva la visione di una luce che rappresenta l’espressione della Sakti. E’ il risveglio della Kundalini e la sua liberazione parziale dall’oscuramento della Materia. La Sakti così liberata, per quanto parziale possa essere, si solleva e scompare spontaneamente nell’Assoluto. Questa sparizione non rappresenta un annientamento, ma si verifica per assorbimento e unificazione. L’Assoluto, come concepito in termini di Sakti, è l’infinità di Sakti realizzata. Sakti è un’Unità, sia manifesta o meno. Brahman non è altro che la Shakti eternamente manifesta, che in quanto tale è solo un sinonimo di Siva, privo di azione e delle gradazioni della Materia. Ma una parte di Sakti è inghiottita dalla Materia e sembra perdere la sua identità sotto la pressione di quest’ultima. I Nath sostengono che il Sad-guru, il vero Maestro Spirituale, in virtù della sua Sakti, e poiché il Guru non è altri che Siva al lavoro, da solo è in grado di suscitare la Shakti addormentata del discepolo. La differenza tra Siva e Sakti è davvero una differenza senza alcuna distinzione.

Si tratta di un mistero imperscrutabile come Sakti possa essere oscurata nella Materia. E’ tuttavia vero che una volta che viene risvegliata fa ritorno alla fonte infinita e universale che, in realtà, è libera. La materia sembra dividere Shiva e Shakti, ma non appena la Materia è trascesa questa divisione apparente svanisce. E quindi che cos’è la materia? Si tratta di un fantasma che appare dall’inconsapevolezza dell’unità dell’Assoluto, come Shiva e Shakti. Naturalmente, quindi, quando Shiva e Shakti si realizzano uniti questo fantasma svanisce nel nulla. Lo scopo dello Yoga è la realizzazione di questa Unione. Ciò spiega anche l’immaginario erotico in relazione a questo tema, nel tantrismo e nella letteratura Nath, Hindu e Buddista, utilizzato già dal medioevo. Continua a Leggere →

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“Il Guru” – Da un discorso di Sri Abhinava Vidyatirtha, Sri Sarada Peetham, Sringeri.

Oltre ai commenti alle Upanishad, alla Bhagavad Gita e al Brahma Sutra, Shankara Bhagavatpada scrisse i cosiddetti Prakarana, o testi brevi, per facilitare i ricercatori nella comprensione della verità. Un Guru è necessario al fine di comprendere il significato dei commentari. Si deve comunque possedere un buon intelletto. Le difficoltà diminuiscono invece con i testi minori; il loro stile è molto semplice e le spiegazioni sono chiare. Neelakanta Dikshitar ha detto: “Gli argomenti che sono più difficili da capire per mezzo delle scritture, sono facilmente comprensibili nelle parole dei poeti. La gemma che incute terrore sulla testa del serpente è mirabile sul palmo della mano.”

Quando un tema è esposto nel linguaggio delle scritture deve essere analizzato con l’intelletto, quando invece è descritto con le parole della poesia è colto con facilità. Per esempio quando un argomento scientifico è elaborato in termini matematici, la gente fatica a comprenderlo. Ma se la terminologia matematica è riversata in immagini famigliari si riesce subito a comprenderne il concetto. Non di meno, non si entra immediatamente nella disposizione di mettere in atto ciò che si è appreso. Nel nostro caso la differenza sta nel fatto che non solo si deve essere pronti a comprendere il significato delle scritture, ma anche di mettere in pratica il loro insegnamento.

Lo Shatashloki, una della composizioni di Bhagavatpada, è uno dei testi Prakarana. Incomincia con questi versi:

drushhTaanto naiva drushhTastribhuvanajaThare sadgurorjnaanadaatuH
sparshashcettatra kalpyaH sa nayati yadaho svarNataamashmasaaram .
na sparshatvam tathaapi shritacaraNayuge sadgurussviiyashishhye
sviiyam saamyam vidhatte bhavati nirupamastena vaa laukiko.api ..

“Nessuna raffigurazione è data nei tre mondi – celeste, terreno e inferiore – per il Sadguru, colui che impartisce la Conoscenza. Cosa avviene se ci è concesso un contatto (Sparsa)? Questo contatto può trasformare il ferro in oro, senza mutare la qualità della pietra filosofale (Sparsa). Il Sadguru istruisce il discepolo che ha cercato rifugio ai suoi piedi, offrendogli il proprio naturale stato di coscienza. Perciò persino il maestro che insegna una conoscenza mondana è incomparabile (e trascendente).”

Se dobbiamo indicare la natura di un oggetto, un modo efficace è quello di scegliere un oggetto famigliare a chi ascolta e che sia simile a quello che dobbiamo descrivere. Se si deve descrivere il Guru, occorre scegliere un’immagine di ben conosciuta che si adatti allo scopo. Un Guru trasforma l’uomo ignorante in un conoscitore. Esiste un esempio al mondo per questa funzione?

sparshashcettatra kalpyaH sa nayati yadaho svarNataamashmasaaram.

Se un pezzo di ferro viene in contatto con la Pietra filosofale (Sparsa), si trasformerà in oro. Ma quanto basso è il valore del ferro a paragone dell’oro! La pietra filosofale ha dunque il potere di convertire il ferro, di basso valore, in oro pregiato. Un Guru converte una persona ignorante e senza valore in un pregevole modello di saggezza. Ecco perché la pietra filosofale sembra un buon esempio per descrivere il Guru.

Dunque cercare di descrivere il Guru con l’immagine della pietra filosofale non è sbagliato. Perché effettivamente la pietra filosofale trasforma il ferro con cui viene in contatto in oro puro. Se invece fossero venuti a contatto l’oro e il ferro senza la sua mediazione, ciascuno sarebbe rimasto come era. Nessuna metamorfosi. Invece il discepolo, forte della propria fede e devozione, non solo è trasformato dal Guru in un conoscitore ma è anche reso capace di trasformare altri discepoli in persone simili a lui. In altre parole, il Guru non si limita a trasformare un discepolo in conoscitore, ma gli conferisce il potere di convertire altri alla conoscenza. Ecco perché:

nirupamastena vaa laukiko.api

“Anche colui che impartisce la conoscenza mondana è incomparabile.”

Se ciò è vero perfino nel caso del comune insegnante, cosa dobbiamo dire del Guru trascendente che istruisce nella conoscenza del Brahman? In verità, grande è il merito che guadagna colui che ha la fortuna di incontrare un tale Guru.

shravaNaayaapi bahubhiryo na labhyaH
shruNvantopi bahavo yam na vidyuH ..

“Quello che a pochi è concesso perfino di sentirne parlare e di cui i più non comprendono neppure se ne sentono parlare…”

In accordo con questa dichiarazione delle Upanishad a proposito del Sé, è raro incontrare un Guru conoscitore del Brahman e perciò, in essenza, non-differente dal Supremo. Se, qualora si faccia l’incontro con tale Guru, si ascolta la verità da lui stesso e la si medita con mente completamente concentrata in un solo punto, il vantaggio è ancora maggiore. Un beneficio incomparabile è ottenere la realizzazione del Sé per Sua grazia: Continua a Leggere →

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René Guénon: Il Cuore e la Caverna; La Montagna e la Caverna.

Da: SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA
TITOLO ORIGINALE: Symboles fondamentaux de la Science sacrée
Traduzione di Francesco Zambon
seconda edizione: aprile 1978
1962 EDITIONS GALLIMARD – PARIS
1975 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. – MILANO


IL CUORE E LA CAVERNA

Abbiamo accennato in precedenza alla stretta relazione che esiste fra il simbolismo della caverna e quello del cuore, e che spiega il ruolo svolto dalla caverna dal punto di vista iniziatico, in quanto rappresentazione di un centro spirituale. Infatti, il cuore è essenzialmente un simbolo del centro, che si tratti del centro di un essere o, analogicamente, di quello di un mondo, cioè, in altri termini, sia che ci si ponga dal punto di vista microcosmico sia dal punto di vista macrocosmico; e quindi naturale, in virtù di questa relazione, che lo stesso significato convenga ugualmente alla caverna; ma dobbiamo ora spiegare più completamente proprio questa connessione simbolica. La «caverna del cuore” è una nota espressione tradizionale: il termine “guha”, in sanscrito, designa in genere una caverna, ma si applica anche alla cavità interna del cuore, e quindi al cuore stesso; è questa «caverna del cuore” il centro vitale in cui risiede, non solo “jivatma”, ma anche “Atma” incondizionato, che è in realtà identico a Brahma stesso, come abbiamo detto altrove [“L’Homme et son devenir selon le Vedanta”, cap. III (si veda Chhandogya Upanishad, 3° Prapathaka, 14° Khanda, shruti 3, e 8° Prapathaka, 1° Khanda, shruti 1)]. La parola “guha” è derivata dalla radice “guh”, il cui senso è «coprire» o «nascondere», senso che è pure quello di un’altra radice similare “gup”, da cui “gupta” che si applica a tutto ciò che ha un carattere segreto, a tutto ciò che non si manifesta esteriormente: è l’equivalente del greco “Kruptos”, da cui la parola «cripta», sinonimo di caverna.

Queste idee si riferiscono al centro, in quanto esso è considerato il punto più interno, e di conseguenza il più nascosto; nello stesso tempo, si riferiscono anche al segreto iniziatico, sia in se stesso, sia in quanto è simboleggiato dalla disposizione del luogo in cui si compie l’iniziazione, luogo nascosto o “coperto» [Cfr. l’espressione massonica «essere al coperto”], cioè inaccessibile ai profani, sia che l’accesso ne sia impedito da una struttura «labirintica» o in qualsiasi altro modo (come, per esempio, i «templi senza porte” dell’iniziazione estremo-orientale), e sempre considerato un’immagine del centro.

D’altra parte, è importante notare che questo carattere nascosto o segreto, per quel che concerne i centri spirituali o la loro raffigurazione, implica che la verità tradizionale stessa, nella sua integralità, non sia più accessibile a tutti gli uomini indistintamente, il che indica che si tratta di un’epoca di «oscuramento” almeno relativo; ciò permette di «situare» questo simbolismo nel corso del processo ciclico; ma è questo un punto sul quale dovremo ritornare più esaurientemente studiando i rapporti fra la montagna e la caverna, in quanto simboli del centro. Ci accontenteremo di indicare per ora che lo schema del cuore è un triangolo con la punta rivolta verso il basso (il «triangolo del cuore” è un’altra espressione tradizionale); e questo stesso schema è applicato anche alla caverna, mentre quello della montagna, o della piramide che le equivale, è al contrario un triangolo con la punta volta verso l’alto; questo mostra come si tratti di un rapporto inverso, e anche in un certo senso complementare. Aggiungeremo, a proposito di questa rappresentazione del cuore e della caverna con il triangolo rovesciato, che si tratta di uno di quei casi in cui esso evidentemente non è collegato con alcuna idea di «magia nera», contrariamente a quanto pretendono troppo spesso coloro che hanno del simbolismo una conoscenza del tutto insufficiente.

Detto questo, torniamo a ciò che, secondo la tradizione indù è nascosto nella «caverna del cuore»: è il principio stesso dell’essere, che, in questo stato di «avviluppamento» e in rapporto alla manifestazione, è paragonato a quanto c’è di più piccolo (la parola “dahara”, che designa la cavità in cui risiede, si riferisce anch’essa a quest’idea di piccolezza), mentre esso è in realtà quanto c’è di più grande, così come il punto è spazialmente infimo e anzi nullo, per quanto sia il principio dal quale è prodotto tutto lo spazio; o, ancora, come l’unità appare il numero più piccolo, per quanto contenga tutti i numeri principialmente e produca da sé tutta la loro serie indefinita. Anche qui, troviamo dunque l’espressione di un rapporto inverso in quanto il principio è considerato secondo due punti di vista diversi; di questi due punti di vista, quello dell’estrema piccolezza concerne il suo stato nascosto e in qualche modo «invisibile», che per l’essere è ancora solo una «virtualità», ma a partire dal quale si effettuerà lo sviluppo spirituale di quest’essere; si tratta dunque, propriamente, dell’»inizio” (initium) di questo sviluppo, il che si trova in relazione diretta con l’iniziazione, intesa nel senso etimologico del termine; e proprio da questo punto di vista la caverna può essere considerata il luogo della «seconda nascita». A questo proposito, troviamo testi come il seguente: «Sappi che questo Agni, che è il fondamento del mondo eterno (principiale), e per mezzo del quale quest’ultimo può essere raggiunto, è nascosto nella caverna (del cuore)» [“Katha Upanishad”, 1° Valli, shruti 14], il che si riferisce, nell’ordine microcosmico, alla «seconda nascita», e anche, per trasposizione nell’ordine macrocosmico, analogicamente, alla nascita dell’Avatara.

Abbiamo detto che nel cuore risiede a un tempo “jivatma”, dal punto di vista della manifestazione individuale, e Atma incondizionato o Paramatma, dal punto di vista principiale; questi due sono distinti in modo soltanto illusorio, cioè relativamente alla manifestazione stessa, e sono identici nella realtà assoluta. Sono «i due che sono entrati nella caverna» e, nello stesso tempo, sono detti anche «dimorare sulla vetta più alta», così che i due simbolismi della montagna e della caverna si trovano qui riuniti [Katha Upanishad, 3° Valli, shruti 1 (cfr. Brahma-Sutra, 1° AdhyAya, 2° Pada, sutra 11-12)]. Il testo aggiunge che «coloro che conoscono Brahma li chiamano ombra e luce»; ciò si riferisce più specificamente al simbolismo di Nara-narayana, di cui abbiamo parlato a proposito dell’Atma-Gita, citando proprio questo testo: Nara, l’umano o il mortale, che è “jivatma”, è assimilato ad Arjuna, e Narayana, il divino o l’immortale, che è Paramatma, è assimilato a Krishna; ora, secondo il loro senso proprio, il nome di Krishna designa il colore oscuro e quello di Arjuna il colore chiaro, ossia rispettivamente la notte e il giorno, in quanto rappresentano il non-manifestato e il manifestato [Cfr. Ananda Coomaraswamy, “The Darker Side of the Dawn” e “Angel and Titan, an Essay in Vedic Ontology”]. Un simbolismo esattamente uguale sotto questo profilo si ritrova altrove nei Dioscuri, messi d’altra parte in relazione con i due emisferi, l’uno oscuro e l’altro illuminato, come abbiamo indicato studiando il significato della «doppia spirale». Da un altro lato, questi «due», cioè jivatma e Paramatma, sono anche i «due uccelli» di cui si parla in altri testi secondo i quali essi «risiedono su uno stesso albero» (così come Arjuna e Krishna stanno su uno stesso carro), e sono detti «inseparabilmente uniti» perché, come dicevamo sopra, sono in realtà uno solo e si distinguono solo illusoriamente [Mundaka Upanishad, 62 3° Mundaka, 1° Khanda, shruti 1; Shwetashwatara Upanishad, 4° Adhyaya, shruti 6]; è importante notare a questo punto che il simbolismo dell’albero è essenzialmente «assiale» come quello della montagna; e la caverna, in quanto viene situata sotto la montagna o all’interno di essa, si trova anch’essa sull’asse, giacché, in ogni caso, e in qualunque modo si considerino le cose, il centro è necessariamente sempre là, essendo il luogo dell’unione dell’individuale con l’Universale.

Prima di abbandonare questo argomento, segnaleremo un’osservazione linguistica alla quale non bisogna forse attribuire un’eccessiva importanza, ma che è nondimeno curiosa: la parola egiziana “hor”, che è il nome stesso di Horus, sembra significare propriamente «cuore»; Horus sarebbe quindi il «Cuore del Mondo», secondo una designazione che si trova nella maggior parte delle tradizioni, e che d’altronde conviene perfettamente all’insieme del suo simbolismo, nella misura in cui è possibile rendersene conto. Si potrebbe essere tentati, a prima vista, di accostare questa parola “hor” al latino “cor”, che ha lo stesso senso, e questo tanto più che, nelle diverse lingue, le radici similari che designano il cuore si trovano sia con l’aspirata sia con la gutturale come lettera iniziale: così, da una parte, “hrid” o “hridaya” in sanscrito, “heart” in inglese, “herz” in tedesco, e, dall’altra, “ker” o “kardion” in greco, e “cor” (genitivo “cordis”) in latino; ma la radice comune di tutte queste parole, compresa l’ultima, è in realtà HRD o KRD, mentre non sembra si possa dire altrettanto per il termine “hor”, di modo che si tratterebbe qui, non di una reale identità di radice, ma solo di una specie di convergenza fonetica, comunque abbastanza singolare. Ma ecco la cosa forse più notevole, e che in ogni caso si ricollega direttamente al nostro tema: in ebraico, la parola “hor” o “hur”, scritta con la lettera “heth”, significa «caverna»; non vogliamo dire che ci sia un legame etimologico fra le due parole, l’ebraica e l’egiziana, benché a rigore possano avere un’origine comune più o meno remota; ma poco importa in fondo, perché quando si sa che non può esserci da nessuna parte alcunché di puramente fortuito, l’accostamento appare comunque degno d’interesse. Non è tutto: anche in ebraico, “hor” o “har”, scritto questa volta con la lettera “he”, significa «montagna»; se si osserva che la “heth”, nell’ordine delle aspirate, è un rafforzamento o un indurimento della “he”, il che denota in qualche modo una «compressione», e che d’altronde questa lettera esprime di per se stessa, ideograficamente, un’idea di limite o di chiusura, si vede che, per il rapporto stesso delle due parole, la caverna è indicata come il luogo chiuso all’interno della montagna, il che è esatto sia letteralmente sia simbolicamente; e ci troviamo così ricondotti ancora una volta ai rapporti della montagna e della caverna, che dovremo esaminare ora più in particolare.

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Logos e Brahman: raffronto tra il pensiero di Eraclito e le dottrine indiane.

Logos e Brahman: raffronto tra il pensiero di Eraclito e le dottrine indiane
di Ada Somigliana
da «Sophia», gennaio-giugno 1959, pp. 87-94.

Gli studiosi sono, per lo più, d’accordo sul valore che ha in Eraclito il termine Logos da un punto di vista generale; ma le opinioni divergono, quando si scenda al particolare e si debba spiegare in quali rapporti esso si trovi con determinati concetti espressi dal filosofo che, si comprende bene, debbono essergli collegati.

G. S. Kirk, in un suo recente saggio nella Revue philosophique [1], scrive: «Logos si trova nel fr. 1, nel fr. 2 e nel fr. 50. La difficoltà è che non sappiamo ciò che Logos voglia dire in questo senso». E continua: «Si tratta di qualche cosa che si può intendere e di cui si può sentir parlare (fr. 1), o di qualche cosa che si può ascoltare (fr. 50), o seguire e alla quale si obbedisce (fr. 2); tutte le cose avvengono secondo essa (fr. 1), essa è comune (ciò vuol dire, probabilmente, presente in tutte le cose, dunque afferrabile da tutti gli uomini) (fr. 2) etc.»; e conclude affermando che Logos sembra essere qualche cosa come «la verità delle cose».

Il moderno esegeta è riuscito a rilevare tutte le caratteristiche dell’Ente, che domina sovrano nella costruzione eraclitea; ma egli non ci spiega in quale connessione esse siano tra loro. Infatti questo non si rileva facilmente dai frammenti, considerati a sé, tanto più che la bivalenza di talune espressioni della lingua greca dà adito a diverse interpretazioni. Il neutro hén, per esempio, può esser tradotto “una sola cosa”, come nel fr. 41 (Essere una cosa sola il sapere: conoscere l’intelletto, che governa tutto nel tutto), ma può essere tradotto anche “l’Uno”. Così nel fr. 29: «I migliori scelgono l’Uno invece di tutte le cose, gloria eterna invece di soddisfazioni mortali». e nel fr. 50: «Non a me, ma al Logos dando ascolto, conviene riconoscere che l’Uno è tutte le cose», e nel fr. 57: «Dei più e maestro Esiodo; ritengono ch’egli tutto sapesse, lui che non conosceva il giorno e la notte: sono infatti l’Uno».

Con il cambiamento di una sola parola muta profondamente il valore ed il significato dei tre frammenti. Il filosofo non ci parla, in forma misteriosa, di una cosa non facilmente identificabile, ma dice chiaramente: l’Uno. E poiché questo Uno è tutte le cose (fr. 50), poiché questo Uno rappresenta la gloria eterna (fr. 29) ed in esso s’identificano i contrari (fr. 57), non abbiamo difficoltà a riconoscere quell’entità metafisica ch’è al centro della speculazione eraclitea, presente in tutti gli esseri ed in tutte le cose e realtà spirituale di ciascuno di noi [2].

Essa viene dal filosofo chiamata con differenti nomi, secondo il suo diverso modo di manifestarsi nell’universo e nella psiche [3]. Tra questi nomi vi è quello di lògos, che letteralmente significa Parola; ma non una parola qualunque, perché in essa è contenuta l’idea di qualche cosa di eletto e di spirituale, e veniva usata fin dall’epoca di Omero ad esprimere un’attività dello spirito.

Tale termine trova il suo equivalente in un nome largamente usato nel linguaggio metafisico dell’India, per indicare un’entità che ha le stesse caratteristiche del Logos, e questo nome è Brahman. Esso trae origine dal culto sacrificale e, nei testi vedici più antichi, aveva il valore di “parola sacra” con speciale riferimento al suono “Aum” (om), che i sacerdoti, nel cantare gli inni durante i sacrifici, ripetevano dopo ciascun verso [4]. Poiché si attribuiva grande potenza al sacrificio e si riteneva che la parola sacramentale pronunciata dal sacerdote operasse con magico potere su tutto l’universo, così il Primo Principio si metteva in relazione d’identità con la formula sacrificale ed il termine Brahman veniva usato, nella speculazione teosofica, quale punto d’attacco dell’idea per giungere alla conoscenza dell’Inconoscibile.

Ma la genesi di questo nome ha solo un interesse indiretto ai fini del nostro studio; quello ch’è importante per ora precisare è il parallelismo dei due termini Logos e Brahman, che hanno entrambi il significato di Parola con un certo valore di sacralità e stanno entrambi ad indicare l’Ente preso in senso astratto e quale espressione di supremo Vero [5]. Quando, come ho avuto occasione di osservare altrove [6], si tenga presente che questa entità divina è cosmica e psichica nel tempo stesso, e che l’essere umano, secondo il nostro filosofo, è compenetrato dallo spirito eterno, il quale rappresenta il suo “Io” trascendentale ed assoluto, non è facile rispondere al quesito che il Kirk si pone riguardo al valore del termine Logos nei su citati frammenti.

Il primo di essi si basa sull’importanza che il filosofo attribuiva alla conoscenza del Logos, particolare che non è sfuggito al Kirk e che trova, come il resto, piena rispondenza nelle dottrine dell’antico Oriente. Infatti, secondo il pensiero indiano, il tempo ha carattere ciclico [7] ed il mondo storico e le forme che si sviluppano nel tempo, viste sul piano dei ritmi cosmici, non hanno valore, perché mancano di durata e si definiscono per l’esistenza dei contrari. Ma, se si considera che il tempo e l’eternità (kâlâc-âkalaçca, tempo e senza tempo) sono due aspetti di un unico ente (aspetto manifesto e non manifesto) [8], che riunisce in sé tutte le polarità e le opposizioni, chi accede ad esso, realtà unica che trascende «il giorno e la notte» [9], ossia trascende i contrari, che sono l’espressione della limitatezza e della sofferenza, «passa al di là del dolore» [10].

«Chi vede [questa verità] non vede la morte, né la malattia; né il dolore; chi vede, vede il Tutto, raggiunge il Tutto da ogni parte. Egli diventa unico, diventa triplice, settemplice e nonuplo, ed inoltre vien ricordato ch’egli è undici e centoundici e ventimila» [11].

Ma questa conoscenza, che viene considerata il più alto vertice del sapere e via di salvazione [12], non è agevole né accessibile a tutti; solo pochi eletti possono pervenire ad essa attraverso l’insegnamento di un maestro che «li liberi dalle bende dell’ignoranza» [13] e l’aiuto della fede perché «quando uno, invero, ha fede, allora pensa. Chi non ha fede, non pensa» [14].

Pure Eraclito quando, nel primo frammento, accenna al Logos come a «qualche cosa di cui si può sentir parlare» (Kirk), allude a questa dottrina metafisica, ch’egli si accingeva a spiegare nel suo libro. Nel fr. che stiamo esaminando infatti si legge:

«E la Parola, che pure è sempre quella, gli uomini non la intendono né prima di averla ascoltata [15], né ascoltandola per la prima volta.

Infatti pure avvenendo ogni cosa secondo la Parola, inesperti ne sembrano anche quelli che hanno esperienza di idee e fatti, quali io espongo, spiegando ciascuna cosa secondo natura ed indicando come sia».

«Sempre quella», perché eterna, come giustamente intende lo Zeller, e pure perché costantemente presente in tutte le cose, di cui costituisce l’unica essenza [16]. Ma a questa importante verità metafisica gli uomini non sono capaci di arrivare da soli, e non sanno neppure comprenderla quando venga loro insegnata per la prima volta.

Inoltre, benché tutto avvenga attraverso questo Ente, il quale rappresenta la forza universale operante sullo svolgimento di tutti i fenomeni naturali, non lo conoscono neppure quelli che hanno dimestichezza con tale genere di studi (e qui forse Eraclito vuole alludere ai filosofi della Natura, che indagavano sui problemi della generazione e dissoluzione). Ad essi è rivolto l’insegnamento dell’Efesio, non agli altri uomini, che non sono animati dal desiderio di conoscere la verità, di cui non comprendono il valore ed il significato, indifferenti ed inconsci, quasi dormienti.

«Agli altri uomini sfuggono le cose che fanno quando sono desti, come non sanno quanto compiono dormienti». Continua a Leggere →

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Adi Shankaracharya, componimenti brevi per Aspiranti e Sadhaka.

In occasione di Vasant Panchami, festività Hindu che celebra Saraswati, dea della conoscenza e dell’apprendimento, e  poiché questo è il giorno più propizio per incominciare un nuovo percorso o per rinnovare i vecchi impegni in materia di studio e di conoscenza,  raccogliamo i componimenti brevi di Shankara dedicati agli studenti e agli aspiranti.

Bhaja Govindam
1. Cerca Govinda! Cerca Govinda! Oh ignorante, quando la morte verrà, le regole della grammatica, che oggi cerchi affannosamente di padroneggiare, non ti daranno la salvezza.
2. Oh sciocco! Abbandona il tuo insaziabile desiderio di ricchezze terrene; sii mite e sviluppa serenità e contentezza. Sii soddisfatto e felice di ciò che guadagni col sudore della tua fronte e di quanto il destino ti darà in sorte.
3. Sedotto dalle grazie fisiche delle donne non abbandonarti ai sensi; il corpo è soltanto un ammasso di carne, non dimenticarlo mai.
4. La goccia d’acqua sulla foglia del loto è tremula e instabile. Così è la vita, sempre nell’incertezza. Il corpo è sempre ghermito dalla malattia, che potrebbe inghiottirlo in qualsiasi momento. [Leggi tutto]

Sadhana Panchakam, Istruzioni agli aspiranti
1. Studia le Scritture ogni giorno. Osserva i doveri prescritti in esse. Attraverso di essi onora Dio. Distogli la mente dal desiderare i frutti delle azioni. Evita tutte le azioni peccaminose. Considera la felicità mondana come fonte di dolore. Sviluppa amore verso il Sé. Abbandona la tua casa il prima possibile.
2. Cerca la compagnia di uomini pii. Sviluppa una salda fede in Dio. Con determinazione ricerca la pace della mente e prosegui il cammino. Abbandona in primo luogo le azioni egoistiche. Avvicina quindi un saggio versato nelle Scritture. Venera ogni giorno i suoi sandali. Prega per la conoscenza del Brahman, come espresso dalla sacra sillaba ‘”AUM”. Ascolta le sentenze filosofiche delle Upanisad.
3. Esplora il significato dei Mantra del Vedanta. Prendi rifugio nelle visioni tramandate nei Veda. Mantieniti distante dalle discussioni inutili. Rifletti sulle conclusioni logiche accettate dai Veda. Assumi l’attitudine di colui che sa:”Io sono Brahman”. Abbandona totalmente l’orgoglio. Smetti di pensare il corpo come il Sé. Non discutere con gli eruditi. [Leggi tutto]

Praatah smaranam – Preghiera del mattino
Medito al mattino il Sé che risplende nel cuore, che è essere-coscienza-beatitudine, che è il fine supremo della vita umana, chiamato il ‘Quarto’ perché è al di là dei tre stati di coscienza: veglia, sogno e sonno profondo, e che di tutti è il testimone immobile. Io sono quel Brahman, che è indivisibile e non si forma per aggregato degli elementi naturali.
Medito al mattino l’Essere supremo splendente di cui parlano i Veda, il non nato, immutabile, supremo, inaccessibile alla mente, inattingibile alla parola, ma per la cui benedizione è data la facoltà del linguaggio, e che è descritto nelle Upanishad dalle parole ‘non questo, non quello’.
Medito al mattino l’Infinito, l’Essere eterno che è conosciuto come il Supremo Purusha, che è oltre le tenebre dell’ignoranza, che risplende come il sole, che è fondamento di tutto e su cui questo universo appare, proprio come una corda appare come un serpente. [Leggi tutto]

Nirvana Shatkam, sei strofe sul Nirvana [ShivoHam]
Io non sono la mente, né l’intelligenza,
Non l’individuo, né il pensiero con i suoi sensi,
Né sono la terra o il cielo o l’aria o la luce,
Io sono Shiva, sono Shiva, pura coscienza e beatitudine.
Non sono il respiro, né i cinque soffi,
Non sono i sette elementi, né i cinque involucri,
Non sono la voce o le mani o piedi o gli altri organi,
Io sono Shiva, sono Shiva, pura coscienza e beatitudine.
Non conosco ostilità o amicizia,
Né vigore, né desiderio di competizione,
Non ho doveri, né beni, non cerco la passione o la salvezza,
Io sono Shiva, sono Shiva, pura coscienza e beatitudine. [Leggi tutto]

Nirguna Manasa Puja. L’adorazione dell’Essere Senza Attributi.
Il discepolo disse:
1. All’indivisibile Satcitananda la cui natura è incondizionata e che è conosciuto anche come lo stato non-duale, come è dovuta l’adorazione?
2. Quali sono le invocazioni (avahana) della Pienezza e la posizione (asana) di Ciò che Tutto supporta? Come lavare i Suoi piedi (padya), offrire dell’acqua (arghya) e come prenderne un sorso (achamana) davanti al limpido e puro Uno?
3. Come si procederà all’abluzione (snana) per l’Immacolato e alla vestizione (vasa) per il ventre dell’universo? Quale cordone brahmanico (upavita) per Colui che è senza ascendenti o casta?
4. Come offriremo la pasta di sandalo (gandha) a Quello che nulla attacca, e fiori a Colui che è senza odore? Quale sarà il gioiello per l’Indifferenziato? Quale l’ornamento per Colui che non ha forma?
5. A cosa servirà l’incenso a Colui che è senza macchia, o la lampada (dipa) per il Testimone di tutto? Quale offerta di cibo (naivedyam) per Colui che è sazio della Sua Beatitudine? [Leggi tutto]

Inno a Dakshinamurti
Io leverò le lodi di Dakshinamurti, il bel giovane che istruiva nella conoscenza del Parabrahman col silenzio; colui che era circondato dai saggi venerabili come dai giovani discepoli, tutti assorti nella stabile meditazione del Brahman; colui che è il Maestro supremo; colui che unendo pollice e indice mostrò l’unione dell’anima con l’assoluto, colui il cui volto risplende nella beatitudine del Sé.
[1] Colui che a causa della sua illusione vede, come nei sogni, l’universo esistente al suo esterno, come una città veduta allo specchio, mentre esso è verosimilmente in lui; colui che con il risveglio non percepirà che se stesso, senza secondo, a quel Maestro incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.
[2] Colui che come un mago, uno yogi dai poteri straordinari, manifesta di sua volontà questo universo a partire dal principio indifferenziato, che come il germoglio latente nel seme si svilupperà nelle varie condizioni di spazio e di tempo indotte dall’illusione, a quel Maestro incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.
[3] Quella luce reale che illumina gli oggetti non reali; colui che direttamente ha risvegliato i suoi devoti prounciando il detto “Tu sei Quello”, impedendogli col risveglio di ricadere nella acque del Samsara, a quel Maestro incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto. [Leggi tutto]

Gurvastakam
Il corpo e la consorte mostrano la loro bellezza. La gloria è variegata e attraente. La ricchezza è gloriosa quanto il Monte Meru. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò?
La consorte, la ricchezza, i figli e i nipoti, la casa, i parenti, tutto ciò si avvicenda nell’esistenza. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò?
I Veda in sei parti, la conoscenza di ogni trattato, e il talento e l’abilità poetica riempiono la bocca. Comporrò allora una bella prosa o poesia. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò?
Nei paesi stranieri si può guadagnare rispetto. Nel proprio paese, essere un nobile. Tutto ciò rientra nel meccanismo dei doveri, nient’altro. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? Il rispetto e la venerazione si rivolgono anche ai re nelle occasioni ufficiali. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò?
La mia fama può raggiungere tutte le regioni, se offro con generosità. Grazie alle mie mani, tutti gli oggetti del mondo sono disponibili. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [Leggi tutto]

Shiva manasa Puja, l’adorazione mentale di Shiva.
Ti offro un trono immaginario adorno di preziosi,
un bagno d’acqua raccolta dalle nevi dell’Himalaya,
paramenti di seta da indossare, e gioielli preziosi a profusione,
Ti offro muschio e sandalo, fiori di melo e gelsomino,
E la lampada rituale, e questi doni li offro attraverso l’occhio della mente,
Oh Dio misericordioso e Signore di tutti gli esseri,
Accetta la mia offerta e concedimi la Tua benedizione.
Ti offro ghee e dolci prelibati nel vaso d’oro dalle nove gemme preziose,
Ti offro piatti di cagliata e latte, banane, verdure, acqua e foglie di betel,
Ti offro la canfora ardente e campanelli tintinnanti,
Questi doni nella mia mente sono offerti con devozione assoluta a Te,
Signore, ti prego accettali e accordami la tua benedizione. [Leggi tutto]

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