Posted by Beatrice on July 5, 2008
Gli adulti vedevano gli Ufo ma, strano, i bambini no.
Credo di aver smesso di giocare “a marziani” quando qualcuno a me abbastanza vicino cominciò a raccontare di veri avvistamenti. Se quello, quel tipo di uomo aveva visto, allora la cosa cadeva completamente al di fuori del regno dell’Immaginario-sacro dell’infanzia, dal mondo inviolato dell’invisibile e del sovrano, cioè non-politico e non-duale. Era un immaginario posseduto, violato. Quindi cancellato. Non era più possibile giocare perchè il fatto entrava nella realtà, che è quella cosa, ti abitui in quegli anni, che ti dicono che sia. Anche se non è. Gli Ufo, infatti, esistono, ci spiegava la tv ieri sera.
Tra la famiglia d’origine di mia madre e quella di mio padre c’erano appena 20 km di distanza. Vicende estremamente distanti nello spazio, alla fine confluivano in un raggio limitato. In realtà i miei erano due cosmonauti che avevano attraversato distanze siderali per ritrovarsi, come sbalzati dalle rispettive orbite, a condividere gli studi e lo status sociale della nuova classe media, che raccoglieva da altri pianeti quelli che avrebbero abitato la nostra colonia aliena. E io, che nascevo in essa, non ero già più il contatto tra i pianeti precedenti, perchè in quei due pianeti, comprenderò poi, già da molto non abitava più nessuno, solo registrazioni, fantasmi e l’eco di altre vite ormai cancellate dalla storia senza storia che dovevamo incominciare a vivere ora.
La vicenda dell’uomo col giornale si svolgeva sul pianeta Terra, Roma. Gli alieni guardavano dal monitor della cucina lo svolgimento dell’intricata mitologia, e sibilavano o borbottavano nei dialetti dei vecchi pianeti la riprovazione per quasi tutti i protagonisti. Di fronte a quella rappresentazione i nuovi abitanti del pianeta erano alieni. Nessuno dei loro dialetti, né i poveri strumenti dell’istruzione presuntuosa che avevano ricevuto era adeguato a rispondere a questo enigma. La cittadinanza appena inaugurata già vacillava. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on March 25, 2008
Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese cede infine al “il vizio assurdo” e si toglie la vita, ingerendo una forte dose di sonniferi; affida le ultime, poche righe al frontespizio di una copia dei Dialoghi con Leucò, forse il suo libro più coraggioso, di certo il più lontano dalla tendenza letteraria dell’epoca e – apparentemente – del suo stesso autore. Composto nell’immediato Dopoguerra, in un momento cioè di dominante Neorealismo, Dialoghi con Leucò mette in scena personaggi che di attuale sembrano non avere nulla (appartenendo alla mitologia greco-latina), e costituisce a detta dello stesso Pavese “un lusso che da un pezzo meditavo di prendermi”: di fatto, i ventisei “dialoghetti” (come li chiamava lo scrittore piemontese) non sono immediatamente compresi, e vengono a lungo considerati un vezzo, un capriccio di uno degli autori altrimenti più presenti alla difficile situazione sociale, culturale ed economica dell’Italia di quegli anni.
In realtà, il tema del mito è già presente nelle precedenti opere pavesiane e continuerà ad esserlo in quelle successive; vero è che i Dialoghi proiettano il lettore di allora e di oggi in uno scenario a prima vista decisamente lontano da quello in cui si svolge la quotidiana vicenda di ognuno: non solo i celeberrimi Achille e Patroclo, Edipo e Teseo, Eros e Thanatos, ma anche i meno comunemente conosciuti Issione e Ippoloco, Britomarti e Litierse, Virbio e Ariane sono protagonisti di queste pagine. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on September 17, 2007
Sono nata e cresciuta in una casa che rimbombava delle note del melodramma lirico ad ogni ora. Nel corso degli anni mi portarono ad assistere all’opera nei teatri italiani: all’Arena di Verona, alla Scala, alla Fenice prima dell’incendio; e anche al Regio di Parma, a Modena, a Bologna, all’Opera di Roma, ecc ecc. Andavamo col pulman. Era un pulman stipato di creature immaginarie, come noi. Avevamo un abito elegante e sobrio, molto sobrio e rialzato con le spalline, un po’ di bigiotteria e qualche gioiello della nonna. Avevamo attorno signore composte e colte, secondo il canone del secolo scorso, professoresse, mogli di, coppie di anziani con arie aristocratiche, sognatori, zitelle con le lenti spesse. Un mondo di compostezza, virtù e repressione emozionale che cercava le grida dei cantanti e il calore delle romanze, che si esaltava a quelle smanie amorose e agli intrighi che non avrebbe mai conosciuto direttamente. Un mondo sommesso ed educato, mite, che si lasciava trasportare lecitamente solo dall’emozione del belcanto. Sopra la mesta piegatura delle gonne di tweed, sopra l’illuminazione al neon delle cucine, sulla pioggia che inondava le strade d’autunno, sopra l’odore scomparso
dell’estate, dominava l’immaginario l’ultimo archetipo occidentale vivente, una divinità che gridava la sua energia soprannaturale direttamente dalla Grecia del mito, energia femminile arcaica ed elegantissima, sintesi di distacco e di passione.
Avevo sette anni quando arrivò la notizia che la Divina, Maria Callas, era morta a Parigi. L’icona sacra lumeggiava dal grande tv in bianco e nero, il candido della pelle su cui si disegnavano gli occhi dipinti, i veli scuri, il bagliore delle luci di scena, la figura ieratica, le sopracciglia saettanti, lo sguardo più intenso del secolo. La Callas senza il bianco e nero non è la Callas, l’ho vista molti anni dopo, diretta a colori da Pasolini in Medea: una creatura fragile, quasi piccola sotto l’enormità del costume di scena, segnata dal dolore, rigida, di una insicurezza isterica, che privata della voce e della densità del melodramma, era come un uccello legato e affamato. Ma quel notiziario di settembre era ancora l’elegia del mito, bianco e nero come la Luna. Per quel breve tempo, un mondo non ancora di nicchia, visse il privilegio anacronistico di tuffarsi nel sogno e nella devozione della sacerdotessa eterna, di venerarla e di temerla, di guardarla con un brivido, di vivere una emozione ormai indecifrabile che da quel volto bianco e nero rispecchiava ricordi arcaici, guidati dalla musica sentimentale e nostalgica per eccellenza, fino a intuire la soglia di un mistero che sconfinava dalla liceità delle pagine dei libretti. Perciò in alcuni prevalse la repulsione; si disse che era stonata, che interpretava senza criterio, che rovinava le regole auree del canto. In realtà quella visione della soglia, dell’oltre-tempo, quasi una visione del soprannaturale, non poteva che creare sconcerto.
Per me, bambina tra le nuvole, che ricordava le vite passate, era segno che il passato non era morto, che ancora Lei esisteva e richiamava a sé i cuori, intrappolati nel concerto di torbido e di innocente che scatenava in chi non poteva fare a meno di adorarla, lei che rappresentava non l’opera sguaiata, ma il Mistero – quello antico, la rappresentazione di sé. Questo arrivava per vie non verbali alla mia sensibilità eccitabile, confermato dalle parole accorate, dai commenti di ammirazione e perfino dalle critiche feroci che si riversavano verso quell’immagine familiare, ormai incastrata per sempre nell’inconscio a incarnare un’Idea che niente aveva a che fare con la sua professione, ma molto con la sua bravura. Tutti avevano la certezza di avere assistito a qualcosa di unico, ammiratori, devoti e detrattori non potevano negare, per un verso o per l’altro, di avere incontrato un fenomeno francamente eccezionale, perciò fu chiamata la “Divina”.
Mi è difficile non sentire, al ricordo di quel sentimento, quasi una stretta di rammarico. Quella divinità si sostanziava in tragedia, che colpì per primo l’essere che la impersonava, condannato alla solitudine e a una morte prematura. Poi divorò le anime ingenue che avevano creduto quasi religiosamente al bagliore lunare della sua immagine e al suono che emanava. Fu la fine dell’innocenza che adorava romanticamente la personalità individuale, la grande personalità, come si diceva allora, l’interpretazione magistrale che era anche (o soprattutto) l’interpretazione della vita, come da sempre e fino ad allora si intendeva il valore e la grandezza di un essere umano. Poi fu il diluvio.
