Posted by beatrice on November 9, 2009
Ognuno vuole restare solo con la sua colpa
accudire nel cuore il carnefice
allevare l’emozione sola che ci accomuna e ci divide.
Con essa ci siamo incontrati, scambiati
il primo sguardo che riconosce la sua preda
il simile, il lupo, il celeste antenato crudele
che scavò il cavo nel seno e vi depose il suo uovo.
Abbiamo diviso la febbre come altri fanno col pane,
digiunato al mattino, appena sorgeva il sole, in silenzio
amputato gli arti per l’ultimo abbraccio, chiesto scusa.
Vedo ancora la tua solitudine alzarsi in cielo al tramonto
dormire senza sogni, farsi stella chiusa e lucente un istante
per scomparire, come scompare chi è solo.
(9 novembre 2009)

Posted by Beatrice on July 9, 2009
Gli uccelli dai rami cantano la morte
di chi, di chi.
Mortifero canto che rimanda al fatto
non detto della notte e avverte
chi chi chi chi… l’estrema importanza
che ci è sfuggita di un soffio ascoltando
soltanto le mani. Palese è
che il canto preluda la morte, l’incosciente
rumore del vivo, il corpo
che sigilla il suo canto, a guida
del plotone di uccelli sul ramo.
Domani verranno, cantando.
(2 giugno 2009)
Posted by Beatrice on July 28, 2008
Ogni essere che abbia affacciato lo sguardo sulla coscienza perfetta, pur non avendola realizzata, ma che ne è stato toccato, commosso o chiamato in qualche modo, ha accesso all’infinità delle combinazioni che sottendono l’unità del Tutto. Tra questa infinità si dà il Riconoscimento tra gli enti, che nelle vicissitudini della vita, improvvisamente riconoscono l’Altro come sé, lo identificano e lo assorbono, anche nella sua forma individuata e raccolgono questa esperienza sotto la voce Amore. E’ un amore “già dato”, è un amore “a priori”, eternemente dato e da sempre, e nel momento che lo si è colto lo si è anche vissuto fino allo scopo unitivo finale. Si rivela già come unione, come unità di due, uno.
Nondimeno, al di sotto e al di dentro di questa visione a priori e unitiva, come esseri umani, e individui incarnati, non siamo esenti dalla necessità di interrogarci sull’amore, di temerlo e di agognare alla sua piena realizzazione. Se abbiamo colto la realtà assoluta dell’uno di due, e non solo una valenza teorica, elegante, ma proprio la sua drammatica esperienza umana, siamo profondamente colpiti dalla instabilità della vicenda umana. Sono le visioni dell’Uno, in qualunque forma, a procurare quella ferita d’amore che desideriamo curare con la spiritualità, con la disciplina o sadhana. Ci incamminiamo perché si guarisca il dolore, perché si chiuda la spaccatura e infine l’occhio che osserva inorridito la piaga.
Abbiamo due strade. La prima, se abbiamo perfettamente compreso quanto espresso sopra, se lo abbiamo anche realizzato e se la nostra vita – e dico: esperienza di ente individuato – è pienamente felice, realizzata e compiuta nel disegno unitivo assoluto: allora quella sporadica visione è una breve e sincera epifania di un continuo, senza conseguenze, senza dolore e senza spaccature. Da questa posizione si origina un dono indiscriminato e fluente su tutto il creato e il dato, e su quello che sarà dato poi, ininterrottamente. La sofferenza e la spaccatura non hanno luogo, semplicemente, qui vengono curate e probabilmente guarite. Continua a leggere »