Kundalini yoga, un articolo da Etudes Traditionnelles, di René Guénon

Cominciando dall’alto, l’assimilazione di sahasrāra , «localizzato» alla corona della testa, con la sefìroth suprema non presenta difficoltà alcuna, anzi il suo nome kether significa appunto « corona ». Troviamo quindi la coppia Hokmah e Binah, la quale corrisponde ad âjnâ , e la cui dualità potrebbe anche essere rappresentata dai due petali di questo « loto »; esse d’altronde hanno per «risultante» «Daath», cioè la «Conoscenza», ed abbiamo visto che la « localizzazione » di âjnâ si riferisce anche all’«occhio della Conoscenza». La successiva coppia, cioè Hesed e Geburah, può essere messa in relazione, secondo un simbolismo molto diffuso che riguarda gli attributi di « Misericordia » e di « Giustizia », con le due braccia; queste due sefìroth dovranno dunque esser sistemate alle due spalle, e quindi al livello della regione gutturale corrispondente cioè a vīshuddha. Quanto a Thifereth, la sua posizione centrale si riferisce manifestamente al cuore, il che implica una corrispondenza immediata con anāhata. La coppia Netsah – Hod troverà il suo posto alle anche, punti d’attacco delle estremità inferiori, analogamente a Hesed e Geburah punti d’attacco delle superiori; orbene, le anche sono al livello della regione ombelicale, quindi di manipūra. Per quanto riguarda infine le due ultime sefiroth pare si debba far intervenire, un’interversione in quanto Jesod nel suo vero significato è il «fondamento », il che corrisponde esatta-mente a mūlādhāra. Occorrerebbe dunque assimilare Malkuth a swādhishtāna come il significato dei nomi sembra giustificare, poiché Malkuth è il « Regno » e swādhishtāna significa letteralmente la «dimora propria» della shaktī. Continua a Leggere →

Il Nodo del Cuore nelle Upanishad

[di Stephen Cross, Temenos Academy Review 12 (2009), traduzione e adattamento Beatrice Polidori] Infatti, colui che conosce il Brahman Supremo diventa Brahman stesso . . . Liberato dai nodi del luogo segreto, diventa immortale (Mundaka Upanishad) La parola Brahman è legata al verbo sanscrito brh, che significa “espandersi, crescere, estendere” e trasmette l’idea dell’immensità che contiene tutto, oppure della ‘Vastità’. È quindi un concetto molto più impersonale rispetto al termine occidentale ‘Dio’ ed è meglio tradotto da espressioni come “Realtà suprema”, “La Divinità”, ‘Il Pervasivo’, o ‘la Vastità’. Shankara, che è considerato come il principale commentatore dei testi della tradizione Hindu e probabilmente il suo pensatore più influente, descrive Brahman come senza forma e onnipervadente, senza nascita, privo di ogni modificazione o cambiamento, costante, privo di paura e ‘residente nei cuori di tutti’. Questa “Vastità” onnicomprensiva, secondo il pensiero Upanishadico, è ciò che è reale, vale a dire, spiega Shankara, “l’essenza di questa esistenza fenomenica, la fonte da cui scaturisce ” e quello in cui di nuovo si dissolve. Tutto ciò che prende forma appare in questo Brahman o Vastità, e così il mondo fisico, l’intero universo, e anche i mondi interiori ‘sottili’ o psichici della mente sono tutti solo relativamente reali. Sia il mondo esterno che il mondo interiore delle emozioni e dei pensieri cambiano. E tutto ciò che cambia, Shankara sostiene (come naturalmente molti filosofi occidentali), non è vero e in definitiva non è reale, sebbene possa avere una realtà relativa. È solo un aspetto che sorge nella Continua a Leggere →

René Guénon: Il Cuore e la Caverna; La Montagna e la Caverna.

Da: SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA TITOLO ORIGINALE: Symboles fondamentaux de la Science sacrée Traduzione di Francesco Zambon seconda edizione: aprile 1978 1962 EDITIONS GALLIMARD – PARIS 1975 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. – MILANO IL CUORE E LA CAVERNA Abbiamo accennato in precedenza alla stretta relazione che esiste fra il simbolismo della caverna e quello del cuore, e che spiega il ruolo svolto dalla caverna dal punto di vista iniziatico, in quanto rappresentazione di un centro spirituale. Infatti, il cuore è essenzialmente un simbolo del centro, che si tratti del centro di un essere o, analogicamente, di quello di un mondo, cioè, in altri termini, sia che ci si ponga dal punto di vista microcosmico sia dal punto di vista macrocosmico; e quindi naturale, in virtù di questa relazione, che lo stesso significato convenga ugualmente alla caverna; ma dobbiamo ora spiegare più completamente proprio questa connessione simbolica. La «caverna del cuore” è una nota espressione tradizionale: il termine “guha”, in sanscrito, designa in genere una caverna, ma si applica anche alla cavità interna del cuore, e quindi al cuore stesso; è questa «caverna del cuore” il centro vitale in cui risiede, non solo “jivatma”, ma anche “Atma” incondizionato, che è in realtà identico a Brahma stesso, come abbiamo detto altrove [“L’Homme et son devenir selon le Vedanta”, cap. III (si veda Chhandogya Upanishad, 3° Prapathaka, 14° Khanda, shruti 3, e 8° Prapathaka, 1° Khanda, shruti 1)]. La parola “guha” è derivata dalla radice “guh”, il cui senso è «coprire» o «nascondere», senso Continua a Leggere →

Mundus Imaginalis

[tratto da: Henry Corbin “Mundus Imaginalis, o l’immaginario e l’immaginale”, traduzione di Beatrice Polidori] Al principio della storia che Sohravardi intitola “L’Angelo Rosso” il prigioniero, sfuggito alla sorveglianza dei suoi aguzzini, ovvero temporaneamente lasciato il mondo dell’esperienza sensoriale, si trova nel deserto alla presenza di un essere al quale domanda, poiché vede in lui il fascino dell’adolescente: “Oh giovane! da dove vieni?” e riceve la risposta “Cosa dici? Io sono il primo nato tra i figli del Creatore [in termini gnostici il Protoktistos, il Primo-Creato] e tu mi chiami giovane?”. Questa è l’origine del colore rosso dei suoi abiti: l’apparire di un essere di pura Luce il cui splendore è ridotto, dal mondo sensoriale, nel rosso del crepuscolo. “Provengo da oltre il monte di Qaf… Là eri in origine, e lì ritornerai quando infine ti libererai dai tuoi legami” La montagna di Qaf è la montagna cosmica costituita, di vetta in vetta, di valle in valle, dalle Sfere celesti che sono racchiuse una nell’altra. Qual è, dunque, la strada che porta al di fuori di essa? Quanto è lunga? “Non importa quanto a lungo camminerai” è detto “arriverai di nuovo al punto di partenza” come la mina del compasso che ritorna allo stesso punto. Ciò implica abbandonare se stessi al fine di conquistare se stessi? Non esattamente. Tra i due, c’è un evento che cambia tutto; il sé stessi che si trova là è quello al di là del monte di Qaf, un sé superiore, un sé “in seconda persona”. Continua a Leggere →

La saggezza ermetica e l’Intelletto universale

[Tratto da Titus Burckhardt, ALCHIMIA – Significato e visione del mondo] La visione ermetica delle cose si fonda sull’analogia fra l’universo – il macrocosmo – e l’uomo – il microcosmo – : analogia il cui asse o la cui chiave di volta è lo Spirito o Intelletto universale, prima emanazione dell’Uno assoluto. L’universo e l’uomo si rispecchiano l’uno nell’altro: tutto ciò si trova nel primo deve necessariamente trovarsi, in un modo o nell’altro, anche nel secondo. Tale corrispondenza potrà essere meglio intuita riconducendola, anche se in via del tutto provvisoria, alla relazione soggetto-oggetto, conoscente-conosciuto: il mondo, in quanto oggetto, si riflette a tal punto nello specchio del soggetto umano che non ci sarebbe possibile percepirlo al di fuori di quest’ultimo. Mentre il soggetto, lo specchio, esiste solo per quello che vi si riflette. Queste due polarità possono anche essere distinte, ma in nessun caso separate. Empiricamente, il soggetto si identifica con l’Io; e poiché questo si identifica a sua volta con il corpo, ecco che il soggetto ci potrà apparire non soltanto frantumato nelle prospettive individuali e variegato dalla diversa presenza dei sentimenti, ma anche, come indica la parola stessa, «sottomesso» al mondo oggettivo. Si tratta in realtà di una nostra di illusione ottica: se il soggetto, in quanto polarità interiore della conoscenza, non fosse che questo, cioè un puro centro di sensibilità individuale legato alle vicende de1 corpo e sottomesso alle sue leggi, non sarebbe evidentemente « all’altezza » del suo oggetto; la conoscenza oggettiva del mondo sarebbe impossibile, non Continua a Leggere →

Pontormo, Deposizione: il corpo alchemico.

Il 24 maggio 1494 nasceva Jacopo Carucci conosciuto come Jacopo da Pontormo, o il Pontormo. Malinconico, temperamento lunatico, saturnino, lo definisce il Vasari, “un uomo fantastico e solitario”. Se Marsilio Ficino aveva definito Saturno il pianeta la cui disposizione alla nascita reca la malinconia creatrice, questo modello è incarnato da Pontormo (“Raramente caratteri e destini comuni, ma uomini diversi dagli altri, divini o bestiali, felici oppure oppressi dalla miseria più grande”). Con la benedizione di Aristotele, Saturno torna a essere il simbolo della genialità, dell’oscurità e, al limite, della follia. Si accende, per questa grazia, una nuova scala cromatica e si rivela una geometria priva di gravità, che si chiamerà Maniera, portata a spingersi oltre le caratteristiche naturali, verso una visione completamente trasformata, innaturale e labirintica, come una Gnosi. La via è quella delle trasformazioni alchemiche e del moto serpentino: lo spirito esoterico si impadronisce dell’arte religiosa. Ognuno dei colori che ci colpiscono in questo quadro era un procedimento oltre il colore naturale, verso la luce. La trasformazione della materia in luce era la pratica spirituale, o alchimistica. La cosiddetta “Maniera” sta per il procedimento, l’arte dello yoga, della fusione della materia con la luce. Le figure non indossano abiti attillati, come vuole la vulgata della storia dell’arte, sono corpi che hanno cambiato colore. La trasformazione del corpo yogico o corpo alchemico in pietra dura (perciò il colore traslucente) si manifesta in relazione alla posizione del moto serpentino. Al centro c’è il Vuoto. Accanto al vuoto, o al limite del vuoto, Continua a Leggere →

La figura di Ganesha e il rito di iniziazione. Lo smembramento e l’integrazione.

Ganesha è il Dio dalla testa di elefante. Egli è colui che viene adorato per primo. I suoi nomi sono invocati all’inizio di ogni opera per assicurarsi la riuscita, e prima di incominciare qualsiasi tipo di culto. Ganesha è immagine del primo “Shabda” (AUM) o vibrazione che si manifestò al principio dell’Universo. Perciò è associato al “principio”, come il “Signore dell’Inizio.” Ganesha o Ganapati è un Dio molto popolare in India come il distruttore degli ostacoli. La gente lo invoca chiedendo siddhi, successo nelle imprese, e buddhi, intelligenza. Egli è invocato prima di incominciare ogni impresa. E’ anche il patrono di istruzione, conoscenza e saggezza, letteratura e arti. La storia della nascita di Ganesha è riportata dallo Shiva Purana. La Dea Parvati si stava accingendo a fare un bagno al fiume, e aveva modellato la figura di un ragazzo dalla sporcizia prelevata dal proprio corpo: quando l’immagine prese vita, chiese al giovane di fare la guardia mentre lei faceva il bagno. Nel frattempo Shiva ritornava da Parvati, e trovava con lei un giovane sconosciuto, che gli impediva di passare. Infuriato, Shiva mozzò la testa del ragazzo, e Parvati ne fu profondamente addolorata. Per rimediare, Shiva mandò allora i suoi demoni (Gana) a prendere la testa di chiunque fosse sorpreso a dormire con il capo rivolto a nord. I Gana trovarono un elefante addormentato e riportarono dunque la sua testa. Shiva pose il capo mastodontico dell’elefante sul corpo del ragazzo e lo fece così rivivere. Shiva nominò il ragazzo Ganapati, comandante Continua a Leggere →

Nag Panchami, la festa dedicata ai serpenti. La vita primordiale e il demone benevolo degli antichi.

Nag Panchami è il giorno in cui gli hindu di India e Nepal celebrano i cobra, offrendo loro latte e rituali, al fine di garantirsi la buona sorte e protezione dagli attacchi dei serpenti e da ogni sorta di pericoli. Nel giorno di Nag Panchami, in India e Nepal i serpenti si avvicinano ai luoghi dedicati, e bevono il latte che viene loro offerto. E’ un’immagine forte, paradossale, in cui il nutrimento eccellente, purezza e antidoto, è dato in pasto al nemico naturale, all’avvelenatore. I serpenti accettano l’offerta, bevono il latte, si placano e poi spariscono di nuovo nel loro mondo segreto. La loro condizione tra gli esseri spirituali è ambigua e molto antica, presente in tutte le culture tradizionali, da epoche molto precedenti all’avvento delle cosiddette religioni. Non esiste un gruppo umano che non abbia osservato il serpente e non ne abbia interpretato la presenza come condizione vivente addirittura precedente alla propria. La stessa Bibbia si apre e si chiude con la vicenda umana segnata dalla sfida lanciata dal serpente, per poi concludersi con la sua sconfitta sotto il piede santo della Madre, durante l’Apocalisse. A questo punto la condizione del rettile è già una espressione definita, con uno statuto morale, che ne riduce il potere e lo definisce, per annientarlo. Cosa stanno facendo, invece, gli uomini che avvicinano i serpenti con rispetto e con le offerte? A chi si stanno rivolgendo? I Naga, nella cultura indiana, sono esseri semi-divini, la cui natura è molto simile a quella che Continua a Leggere →

Il fiume, la stella, il solstizio.

Avanti al Solstizio d’Estate, che dicevano gli antichi è la porta degli uomini, della incarnazione terrena, c’è una lenta avanzata del cielo e della terra verso un punto culminante, epifanico, dove si accordano terra e cielo, formando una sola realtà che è allegoria e dato vivente, matrice di questo discendere nella materia viva. Attorno al tempo del Solstizio si alza in cielo la stella Sirio. Prima del Solstizio, dal cielo discende il fiume Ganga (Ganga Dussera, che si celebra a metà giugno), chiamato a lavare e custodire le ceneri degli uomini. E mentre discende dal cielo un fiume, attenuato dalle trecce di Shiva, fino a riempire la grande pianura gangetica, spandendo la vita nel Nord dell’India, un altro fiume sale, in Egitto, seguendo il corso della Stella, attorno alla quale altri mondi scandivano il loro calendario, e il Nilo prendeva corpo, cresceva, esondava, diventava Madre fertile e benedizione divina. Alla foce, entrambi i fiumi manifestano la forma benedetta della grande Madre Nera, Kali e Iside, del cupo colore del limo trasportato dai flutti. Datrice di vita, signora dei morti, signora degli dei, regina, guerriera, consolatrice, protettrice delle puerpere e dei fanciulli, nemica dei demoni, signora degli animali selvatici. Questo è il momento in cui il nettare benedetto inonda i campi rendendoli fertili, e accorda immortalità a chi si lascia incenerire nel fuoco del Dharma. La porta degli uomini è perciò il Dharma, e l’origine del Dharma è la Compassione. La Dea ascolta la preghiera dei suoi figli e concede loro Continua a Leggere →