Figli della Terra e del Cielo stellato

I versi delle Lamine Orfiche sono sempre stati per me un fortissimo richiamo. Mi sembrano, irrazionalmente, gli esempi di poesia più pura ed elevata:anelito, paesaggio interiore e invocazione, in brevi, scarne ed esatte parole. Hanno il richiamo di un paesaggio noto, la presenza rassicurante di un mondo segreto e accogliente, di un grembo perenne, del fresco delle acque di fonte. Il contenuto di questi versi era per gli iniziati la cosa più importante da sapere, il viatico essenziale per il viaggio ultramondano e la migliore certezza durante la vita terrena. Si sente quasi il dovere di impararli a memoria, serbarli come una luce indefettibile, si vorrebbe avere al possibilità di tramandarli con ragione ai cari che lasciano questo mondo, e in fondo è quello che vorremmo dire loro, e che gli avremmo detto. Se solo la conoscenza che ha guidato i nostri antenati del IV sec non fosse giunta a noi, proprio come da un altro mondo, a frammenti e briciole, cancellata dalla maggior ragione di nuovi culti, e in parte assorbita da essi, ma resa vana. Nelle lamine orfiche si riassume la conoscenza iniziatica, o gnosi, fissata nell’esperienza ultima e inappellabile della morte: non è luogo di argomentazioni logiche o religiose, è il punto dove ogni sovrapposizione che copriva la verità decade e il paesaggio si fa essenziale, pericoloso e crepuscolare. Un cipresso bianco, una fonte, due spiriti guardiani misericordiosi, la presenza numinosa di un Madre divina, tomba e grembo, memoria e salvezza. Con queste conoscenze oggettive gli iniziati Continua a Leggere →

Ramakrishna e la Visione di Kali. L’Estasi divina.

LA PRIMA VISIONE DI KALI […] E, in effetti, ben presto scoprì che strana Dea aveva scelto di servire. A poco a poco divenne sempre più avvinto nella rete della sua presenza cosmica. Se per l’ignorante Ella è l’immagine della distruzione,(Ramakrishna) in lei trovò la benevola, amorevole Madre. Il Suo collo è ornato da una ghirlanda di teste, i suoi fianchi da una cintura di braccia umane, le Sue mani reggono armi mortali, i suoi occhi lanciano fiamme,  ma Ramakrishna sentiva nel Suo respiro il  confortante tocco di un tenero amore, e vide in lei il seme dell’immortalità. (Kali) Si innalza sul petto del suo consorte, Siva, perché Lei è Shakti, la Potenza inseparabile dall’Assoluto. E’ circondata da sciacalli e altre creature abiette, gli abitanti dei campi di cremazione. Ma non è la Realtà Ultima superiore alla santità e all’empietà? La Dea sembra ubriaca, sotto l’effetto del vino. Ma chi avrebbe creato questo mondo pazzo se non sotto l’influenza di una ebbrezza divina ? E’ il simbolo più alto di tutte le forze della natura, la sintesi delle loro antinomie, l’ultima Divinità, in forma di donna. Lei divenne per Sri Ramakrishna l’unica Realtà, e il mondo divenne un’ombra inconsistente. Al suo culto dedicò la sua anima. Davanti a lui fu il portale trasparente dell’ineffabile realtà. Il culto nel tempio intensificava il desiderio di Sri Ramakrishna di una visione vivente della Madre dell’Universo. Cominciò a passare in meditazione il tempo non  impiegato nel servizio del tempio, e per questo scopo scelse un luogo estremamente solitario. Una giungla profonda, fitta Continua a Leggere →

Il tempo del Risveglio: Dioniso.

Februare. [Elemire Zolla, Discesa all’Ade e resurrezione] Senza l’Essere l’ente non sussiste: infatti ne promana e ne fa parte. Ma l’essere non si restringe a spazione e tempo. Senza lo spazio non spaziale del luogo efficiente, suscitatore, dove si figura il punto, non nasce la geometria del mondo in divenire. Come designare questa fonte eterna? In latino proporrei “februare”, che Semeraro fa derivare dall’accadico “haburu”, germoglio, dal dio agrario Ha-ab-bu-ru; Servio informa che “februm” era un tratto di pelle lupesca, salata,; nelle cerimonie februanti si celebrava il dio dell’impulso primaverile, Lupercus, e i luperci erano giovani coribanteschi che animavano, flagellandole, le donne, con fruste di pelle lupesca, i “febri”. Le potenze generatrici « non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte insieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione» diceva l’osservatore platonico alla conclusione del mondo antico, Salustio (Sugli dèi e il mondo, IV,8). […] Verde è il “februare” delle valli prative e delle fronde boscherecce, la loro trasformazione clorofillica:nodo in cui si avvolgono e compongono esaltandosi tutte le forze favorevoli alla vita vegetale sulla terra; simbolo dunque dell’eterna genesi,dell’essere che forma gli enti. Nelle lingue antiche l’accadico poteva dare origine a metafore del genere con “di’u”, cripta o cella o divinità che vi stanzia,prossimo a “dis’u”, primavera. Potè derivarne il greco “diò”, la prima parte di Diò-nysos[…]. Il Risveglio di Dioniso. [Karl Kerenyi, Dioniso] Nel primo anno della “trieteris” il culto dei tre mesi invernali raggiungeva il suo apice e il suo scopo con Continua a Leggere →

Inni orfici: ad Apollo

Vieni, beato, Paian, uccisore di Tizio, Febo, Licoreo, Menfita, splendidamente onorato, invocato col grido, datore di felicità, Dalla lira d’oro, che proteggi la semina e l’aratro, Pizio, Titano, Grinio, Sminteo, uccisore del Pitone, Delfico, indovino, selvaggio, demone apportatore di luce, amabile, giovane glorioso, guida delle Muse, istruttore del coro, che colpisci di lontano, saettatore, Branchio e Didimeo, operante di lontano, Lossia, santo, signore Delio, che hai l’occhio che tutto vede e da luce ai mortali, dalla chioma d’oro, che sveli sincere profezie e oracoli; ascolta con animo benevolo me che prego per gli uomini: perché tu vedi tutto questo etere infinito e la terra felice di lassù, e attraverso la penombra nella quiete della notte sotto la tenebra dagli occhi di stelle hai scorto sotto terra le radici, e possiedi i confini del cosmo tutto; a te stanno a cuore il principio e la fine, fai fiorire ogni cosa, tutta la sfera celeste tu accordi con la cetra sonora, talora andando al limite della corda più corta, talora invece della più lunga, talora secondo il modo Dorico accordando tutta la sfera celeste distingui le specie viventi, con l’armonia contemperando per gli uomini il destino universale, mischiando ugual misura d’inverno e d’estate per gli uni e per gli altri, distinguendo nelle corde più lunghe l’inverno, nelle più corte l’estate, nel Dorico il fiore fresco della primavera molto amabile. Da quì i mortali ti celebrano col nome di signore, Pan, dio dalle due corna, che invii i sibili dei venti; perché hai Continua a Leggere →

Inni orfici: alla Luna

Ascolta, dea regina, portatrice di luce, Luna divina, Mene dalle corna di toro, che corri di notte, ti aggiri nell’aria, notturna, portatrice di fiaccole, fanciulla, Mene dai begli astri, crescente e calante, femmina e maschio, splendente, ami i cavalli, madre del tempo, portatrice di frutti, luminosa, triste, che rischiari, ti accendi di notte, che tutto vedi, ami la veglia, ti circondi di begli astri, godi della tranquillità e della notte felice, Lampetie, dispensatrice di grazia, porti a compimento, ornamento della notte, guida degli astri, dall’ampio manto, dal moto circolare, fanciulla sapientissima, vieni, beata, benevola, dai begli astri, del tuo splendore rifulgente, salvando i tuoi nuovi supplici, fanciulla. [A cura di Gabriella Ricciarelli, Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondatori Editore ]

Swami Vivekananda: al Parlamento mondiale delle religioni, Chicago 11 Settembre 1893

Sorelle e Fratelli d’America, Riempie il mio cuore di gioia indicibile alzarmi per rispondere al caloroso e cordiale benvenuto con cui ci avete accolto. Vi ringrazio a nome del più antico ordine di monaci nel mondo, vi ringrazio a nome della madre delle religioni, e vi ringrazio a nome di milioni e milioni di indù di tutte le classi e le sette. Il mio grazie, anche, ad alcuni dei relatori di questa piattaforma che, riferendosi ai delegati provenienti dall’Oriente, hanno detto che questi uomini provenienti da lontane nazioni possono ben rivendicare l’onore di portare in altre terre l’idea di tolleranza. Sono orgoglioso di appartenere a una religione che ha insegnato al mondo la tolleranza e l’accettazione universale. Noi crediamo non solo nella tolleranza universale, ma accettiamo tutte le religioni come vere. Sono orgoglioso di appartenere a una nazione che ha ospitato i perseguitati e i profughi di tutte le religioni e di tutte le nazioni della terra. Sono orgoglioso di dirvi che abbiamo raccolto nel nostro seno il più puro ceppo di profughi Israeliti, che venne nel sud dell’India e vi si rifugiò nell’anno stesso in cui fu distrutto il loro tempio sacro dalla tirannide romana. Sono orgoglioso di appartenere alla religione che ha ospitato e continua a sostenere ciò che rimane della grande nazione zoroastriana. Citerò per voi, fratelli, poche righe di un inno che ricordo di aver ripetuto nella mia infanzia, e che è recitato ogni giorno da milioni di persone: “Come i fiumi sgorgano da diverse sorgenti Continua a Leggere →

Ovidio, Metamorfosi: Orfeo ed Euridice

Orfeo ed Euridice (Ovidio, Metamorfosi, X, 1-77) Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo per l’etere infinito, dirigendosi verso la terra dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano. Invano, sì, perché il dio venne, ma senza le parole di rito, senza letizia in volto, senza presagi propizi. Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo, provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme. Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa, mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente. A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti, non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro: tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse alla presenza di Persefone e del signore che regge lo squallido regno dei morti. Intonando al canto le corde della lira, così disse: «O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi, dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire, se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole, irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa. Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato, in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso. Avrei voluto poter sopportare, Continua a Leggere →

Inno Omerico a Demetra

INNO A DEMETRA Attribuito a Omero – traduzione di F. Cassola Demetra dalle belle chiome, dea, veneranda, io comincio a cantare, e con lei la figlia dalle belle caviglie, che Aidoneo rapì; lo concedeva Zeus dal tuono profondo, che vede lontano, eludendo Demetra dalla spada d’oro, dea delle splendide messi mentre giocava con le fanciulle dal florido seno, figlie di Oceano, e coglieva fiori: rose, croco, e le belle viole, sul tenero prato; e le iridi e il giacinto; e il narciso, che aveva generato, insidia per la fanciulla dal roseo volto, la Terra, per volere di Zeus compiacendo il dio che molti uomini accoglie. Mirabile fiore raggiante, spettacolo prodigioso, quel giorno per tutti: dalla sua radice erano sbocciati cento fiori e all’effluvio fragrante tutto l’ampio cielo, in alto, e tutta la terra sorrideva, e i salsi flutti del mare. Attonita, ella protese le due mani insieme per cogliere il bel giocattolo: ma si aprì la terra dalle ampie strade nella pianura di Nisa, e ne sorse il dio che molti uomini accoglie, il figlio di Crono, che ha molti nomi, con i cavalli immortali. E afferrata la dea, sul suo carro d’oro, riluttante, in lacrime, la trascinava via; ed ella gettava alte grida invocando il padre Cronide, eccelso e possente. Ma nessuno degli immortali o degli uomini mortali udì la sua voce e nemmeno gli olivi dagli splendidi frutti. Solo la figlia di Perse, che ha candida mente, Ecate dal diadema luminoso, nel suo antro, e il divino Elio, Continua a Leggere →