Seminari e Satsang 2018: Ramayana. Il cammino celeste dell’Eroe. 22 Aprile.

Seminari e Satsang 2018 con Udai Nath
22 aprile 2018
RAMAYANA. IL CAMMINO CELESTE DELL’EROE.

L’incontro si svolge a Pesaro, sono disponibili sette posti in presenza.
E’ possibile partecipare al seminario in collegamento Skype.
Informazioni: 370.3636348
L’orario del seminario è 9-12 e 15-18.

La storia di Rama, narrata dell’epica del Ramayana, racconta la vicenda dell’Eroe divino nella sua discesa nel mondo, l’esilio nella foresta, le lotte con i demoni, la separazione dall’Amata, la guerra e la riconquista del Regno. Sono i temi essenziali della vicenda spirituale, che ricorrono nelle dottrine gnostiche e nei miti dell’antichità classica. Rama è l’Eroe solare, che compie la discesa nell’ombra per liberare le anime imprigionate, è il trionfo dello spirito sull’ignoranza, il processo di individuazione, il mistero del ricongiungimento con l’Anima, che giace trattenuta in prigionia dai demoni.

 

Perché la vicenda eroica si compia, il giovane eroe deve discendere in esilio nella foresta. Il viaggio dell’eroe si svolge in un luogo che è completamente separato dalla vita delle persone comuni, è la sfida ad attraversare il luogo oscuro, il mondo immaginale, dove abitano gli antichi maestri, i demoni e le altre figure archetipe, che non vivono nel mondo ma lo determinano spiritualmente: così i demoni che tormentano gli uomini pii, e che Rama è chiamato a sconfiggere, come i saggi asceti che con le loro preghiere e la potenza dello yoga tessono la trama del viaggio dell’eroe e quindi la vittoria del Dharma sulle forze oscure.
Perché l’opera dell’eroe si compia qualcosa di spezzato deve essere ricomposto, l’unità originaria deve scindersi perché scaturisca la domanda salvifica e la ricerca che condurrà alla salvezza. Tema che ha percorso l’Occidente dalle religioni orfiche fino al cristianesimo primitivo e al ciclo delle storie del Santo Graal, in India vive ancora nelle popolari gesta di Rama, a cui ognuno deve ispirarsi per compiere il suo viaggio terreno.
Il seminario attraverserà la narrazione del Ramayana per approdare alla ricerca di assonanze e temi comuni nella spiritualità occidentale e nella psicologia del profondo.

Per informazioni, e per iscriversi al seminario su Skype o approfittare dei pochi posti disponibili in presenza, chiamare il 370.3636348 o contattare via Email o Messanger, attraverso la pagina Facebook.

L’orario del seminario è 9-12 e 15-18.

Aggiornamenti alla pagina: https://www.facebook.com/visionaire.org/

 

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Tulsi Ramayana, Lanka Kanda: Sri Rama installa lo Shivalingam di Rameshwar e marcia su Lanka

La mia devozione a Sri Rama, la divinità suprema, oggetto dell’adorazione finanche di Shiva (che sconfisse Kama), colui che libera dal timore della rinascita, il leone che domina la morte elefantina, il Maestro degli Yogi, quello che si realizza nella conoscenza immediata, ricettacolo di vitrù, invincibile, senza attributi, immutabile, oltre il regno di Maya, Signore dei celesti, nemico dei malfattori, protettore dei Brahmani, bello come una nube carica di pioggia, dagli occhi splendidi come fiori di loto, colui che è apparso nelle sembianze di un monarca terreno.
Io glorifico Sankara, Signore di Kanchi (Varanasi), Consorte di Girijia (figlia dell’Himalaya), ricettacolo di virtù, vincitore di Kama, degno di ogni lode, Colui che splende del bianco della conchiglia o della luna, il più bello degli esseri, ornato della pelle di tigre e di monili terrificanti come serpenti letali, innamorato della luna e dell’acqua del Gange, Colui che allevia la sofferenza del Kali yuga e che è albero celestiale carico di Benedizioni per chi le chiede.
Che Shambo il Signore, fonte di benedizioni, colui che accorda al virtuoso la liberazione finale, che raramente è concessa, colui che punisce i malfattori, estenda su di me la sua benedizione.
O anima mia, chi non adora Sri Rama, colui che possiede l’invisibile arco del Tempo e le sue diverse misure, dal paramanu*, alla scintilla, al momento, fino all’anno e all’era e fino al ciclo temporale come su potenti frecce?
[* La misura del tempo impiegato da un raggio di sole per passare attraverso un atomo di materia.]

All’udire la parole dell’Oceano Sri Rama richiamò i suoi consiglieri e disse loro:”Perché attendere? Si costruisca il ponte, così che l’esercito lo possa attraversare!”
“Ascolta, gloria della stirpe solare” rispose Jambavan con le mani giunte “Il tuo nome stesso, mio signore, è un ponte sul quale gli uomini attraversano l’oceano dell’esistenza mondana. Non sarà un problema attraversare il mare.”
Udite queste parole, il figlio del vento [Hanuman – ndt] aggiunse: “La gloria del mio signore è come un fuoco sottomarino che brucia indomito finché non è prosciugato l’oceano. Ma il mare si è riempito ancora delle lacrime delle vedove dei tuoi nemici, perciò le sue acque sanno di sale.” Quando le scimmie ebbero ascoltato le lodi iperboliche del figlio del vento, guardarono Sri Rama sorridenti. Jambavan chiamò quindi i due fratelli, Nala e Nila, e riportò a loro ciò che voleva il Signore. “Richiamando sempre alla mente la gloria di Sri Rama, incominciate a costruire il ponte e non incontrerete difficoltà di sorta”. Chiamò quindi l’esercito delle scimmie, disse loro “Ascoltate tutti la mia breve richiesta. Contemplate nel cuore i piedi di loto del Signore Rama e impegnatevi in uno sport, scimmie e orsi insieme. E in seguito, popolo formidabile delle scimmie, sarete in grado di trasportare alberi e montagne”. A questo comando, scimmie e orsi esplosero in grida di gioia ed esclamarono “Gloria all’onnipotente Signore dei Raghu!”

Sollevarono dunque alberi giganteschi e montagne per semplice sport, e infine li portarono a Nala e Nila, che li raccoglievano e disponevano accuratamente per la realizzazione del ponte.
Le scimmie portarono enormi montagne, che Nala e Nila prendevano come lanci di palla. Quando il Compassionevole vide la costruzione magnifica del ponte, sorrise e osservò soddisfatto: “Questo luogo è talmente piacevole ed eccellenti sono le opere, che la sua gloria è incommensurabile e non può essere descritta a parole. Io installerò un emblema di Sambho [Shiva] proprio qui: è l’ambizione più elevata del mio cuore”. Udendo questo il signore delle scimmie inviò una serie di messaggeri presso tutti i grandi saggi. Dopo aver installato un Lingam di Shiva e averlo adorato con la dovuta solennità, Egli disse: “Nessun altro è a me tanto caro come Shiva. Un nemico di Shiva, anche se si dichiara mio devoto, non potrò raggiungere me neanche in un sogno. Colui che si oppone Sankara e aspira ancora alla devozione a Me è destinato alla perdizione, stupido e ottuso quale egli è “.
“Gli uomini che, anche se dedicati a Sankara, sono ostili a Me e così anche quelli che sono nemici di Shiva, ma devoti a me devono avere la loro dimora nel più terribile inferno fino alla fine della creazione.”
“Coloro che onoreranno il Signore di Rameshvara quando lasceranno il corpo andranno direttamente al mio regno celeste. E un uomo che prende l’acqua del Gange e ne versa sul Signore [Shiva] ottiene la liberazione, sotto forma di assorbimento nel mio essere. Ancora una volta, chi adora il Signore, con spirito disinteressato e senza ipocrisia sarà benedetto da Sankara con il dono della devozione a me. E chi vede il ponte eretto da me sarà in grado di attraversare l’oceano della vita mondana senza il minimo sforzo.” Le parole di Sri Rama allietarono il cuore di tutti e i grandi saggi rientrarono agli eremi, concludendo la cerimonia.

Girija, (dice Sankara,) questo è il Signore dei Raghu: Egli ama sempre quelli che si rifugiano in lui. Gli abili Nala e Nila costruirono il ponte per grazia di Rama e la loro fama arrivò molto lontano. Quelle rocce che per loro natura non solo affondano se stesse, ma sono causa dell’affondare di altre cose, galleggiavano come altrettante zattere. Questo tuttavia non accadeva per un qualsiasi potere miracoloso del mare, né per una virtù delle rocce stesse, né per una rara abilità delle scimmie.
Fu per la grazia di Sri Rama (l’eroe del lignaggio dei Raghu) che le rocce galleggiavano sull’oceano. Sono ottusi, infatti, coloro che adorano un signore diverso da Sri Rama. Continua a Leggere →

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Shiva Purana, Satarudra Samhita: quando Shiva si incarnò in Hanuman

[da “Shiva e Dioniso” di Alain Danielou]

A suo tempo Shiva si incarnò nella forma della scimmia chiamata Hanumat, famosa per la sua forza e le sue prodezze. Sin dalla più giovane età Hanumat, la più possente delle scimmie, era di un’audacia estrema. Un mattino prese il sole per un frutto e lo volle divorare ma vi rinunciò a richiesta degli dèi. Si recò da Sugriva, il fratello di Bali, re delle scimmie, che questi aveva esiliato nella foresta. Qui si alleò con Rama, che viveva anch’egli in esilio con il fratello Laksmana e che si lamentava perché il demone Ravana aveva rapito Sita, sua moglie. Rama uccise il potente re delle scimmie, Bali, che era un malvagio. A richiesta di Rama, Hanumat, robusto e scaltro, partì alla ricerca di Sita con un esercito di scimmie. Venuto a sapere che si trovava nella città di Lanka (Ceylon), attraversò il mare con un balzo, cosa che nessuno aveva mai fatto prima, e raggiunse Lanka. Qui, dopo molte prodezza, diede a Sita il segno di riconoscimento che gli aveva affidato Rama e la consolò. Per strada distrusse i giardini di Ravana e uccise molti Raksasa. Uccise il figlio stesso di Ravana. Questa scimmia eroica seminò il disastro al suo passaggio. Infine fu catturata. Ravana le fece avvolgere la coda con stoffe impregnate d’olio e vi diede fuoco. Hanumat ne approfittò per spargere l’incendio nell’intera città, dopo di che saltò in mare, spegnendosi così la coda e raggiunse la riva opposta. Senza dar segno di fatica o sofferenza, consegnò a Rama il gioiello che Sita portava in fronte. Con l’aiuto dell’esercito delle scimmie trasportò pezzi di montagne e costruì un ponte sul mare.

Rama eresse un emblema fallico di Shiva e lo venerò per ottenere la vittoria, poi attraversò il mare e assediò Lanka con l’esercito delle scimmie. L’eroe Hanumat comandò l’esercito di Rama, uccise molti Raksasa. Guarì Laksmana, ferito dal giavellotto.

Distrusse Ravana, la sua famiglia e i suoi servi, poi riaccompagnò Rama e Laksmana al loro eremo. Obbbligò tutti i Raksasa a fare atto di sottomissione a Rama e compì molte imprese. Stabilì nel mondo il culto di Rama. Era incarnazione di Shiva, la risorsa di tutti i suoi fedeli. Aveva salvato la vita di Laksmana e umiliato i titani. E’ chiamato il Messaggero di Rama nel mondo. Protegge coloro che lo venerano.

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La nascita di Rama

Re Dasharatha si recò in visita presso il regno di Anga, accompagnato dalle sue regine e i suoi ministri. Romapada, il re di Anga e suo parente, accolse con piacere il corteo reale e gli tributò tutti gli onori. Dopo i saluti di rito, Dasharatha espose il motivo della sua visita: “Mio caro amico, tu sai che io sono senza figli e desidero una discendenza. E’ stato predetto dal grande saggio Sanat Kumara che solo Rishyashringa, marito di tua figlia di Shanta, può condurre il rituale per assicurarmi una discendenza. In assenza di suo padre Vibhandaka, tu sei come un padre per lui. Ti chiedo gentilmente, accompagnalo ad Ayodhya, insieme alla famiglia, e permettigli di condurre per me lo Yagna Ashwamedha per farmi ottenere i figli che tanto desidero”.

Romapada rispose: “Caro Re, è detto che un uomo senza un figlio non può aspirare a raggiungere le regioni celesti dei suoi antenati. Sono molto onorato che mio genero possa aiutare la continuazione della dinastia di Ikshvaku. Io sarò certamente presente a questo nobile Yagna condotta da Rishyashringa “. Con queste parole, Romapada inviò un messaggero per informare Rishyashringa della richiesta avanzata dal re Dasharatha. Ottenuto il consenso dei Brahmana, Dasharatha tornò al suo Regno di Kosala e incominciò i preparativi per lo Yagna.

L’intera città di Ayodhya venne addobbata in vista del rito vedico. Molti eminenti bramini furono invitati a partecipare e a presenziare alla cerimonia. I cittadini erano in trepidante attesa del giorno dello Yagna, perché finalmente avrebbero avuto un erede al trono. Quando l’eminente Ritwik Rishyashringa giunse, il re e i suoi ministri lo ricevettero alle porte della città e lo salutarono al suono di conchiglie e tamburi. Dasharatha scortò Rishyashringa al palazzo e lo salutò con reverenza, come ordinato nelle Scritture, e formalmente lo investì del titolo di sacerdote officiante del sacrificio. Dasharatha gioì nel riconoscere nel giovane Rishi l’illuminazione data dalla vera conoscenza e dalla penitenza, ritenendolo un segno che il suo desiderio sarebbe stato esaudito. Shanta, la moglie di Rishyashringa fu ugualmente ben accolta e onorata dalle donne della famiglia reale.

Prima di eseguire un rituale vedico del più alto ordine, lo Yajaman (qui re Dasharatha) è tenuto ad osservare i vari rituali subordinati e prepararsi per il periodo di un anno. Dasharatha osservò questi rituali diligentemente, sotto la supervisione di Rishyashringa, e fu pronto a svolgere il sacrificio all’inizio della primavera dell’anno seguente.

Alla fine dell’anno di penitenza, Dasharatha chiese al suo sacerdote capo Vasishta di iniziare il rituale principale. Il saggio Vasishta diede istruzioni ai dotti Brahmana, agli architetti e agli altri esperti per costruire area e altare in conformità con le Scritture. Alcuni dei più stretti amici di Dasharatha si erano stabiliti in Ayodhya un anno prima, per partecipare alla festa che precede il rituale vedico. Altri amici e alleati furono invitati per l’occasione solenne. Tra i re giunti per partecipare al sacrificio c’erano: Janaka, il re di Mithila, il re di Kashi, il suocero di Dasharatha re di Kekeya e i suoi figli, Romapada il re di Anga, Bhanumanta il re di Kosala, Praptijna il re di Magadha, e molti altri. Tutti offrirono doni preziosi per dichiarare il loro affetto per Dasharatha.

All’ora propizia stabilita, i Brahmana guidati da Rishyashringa e Vasishta entrarono nell’area rituale. Re Dasharatha e le sue mogli formularono le intenzioni e i voti per lo svolgimento del rito e la cerimonia ebbe inizio. L’etere vibrava del canto dei Veda. Uno per uno, tutti gli Dei furono invocati e le oblazioni gettate nel fuoco rituale. Grazie all’impeccabile Rishyashringa e al nobile Vasishta a dirigere la cerimonia, nemmeno il più piccolo errore turbò lo svolgimento del rito.

Per tutta la durata dello Yagna, a tutta la città fu offerto cibo abbondante e prelibato. Nessuno doveva patire la fame durante la cerimonia. Mentre le oblazioni erano offerte nell’ara centrale, molti dibattiti e di altri concorsi accademici si svolgevano negli edifici esterni. Rappresentazioni teatrali, musicali e spettacoli di danza si tennero per l’intrattenimento degli ospiti riuniti.

L’ara sacrificale era costruita a forma di una grande aquila, simbolo del volo di Garuda, il veicolo del Signore Vishnu. Le ali di questo altare erano decorate in oro zecchino. Innumerevoli animali di ogni tipo furono preparati per essere sacrificati agli Dei come previsto nelle Scritture. Come è noto, il sacrificio principale era quello del cavallo, che era già stato ucciso. Le tre mogli del re Dasharatha simbolicamente trafissero l’animale morto con aghi e coltelli d’oro, per significare l’offerta agli dei.

La regina Kausalya, la prima regina di Dasharatha, trascorse quindi una notte con il cavallo morto. Poi si tenne l’offerta rituale di tutte le ricchezze del re ai Ritwik, i sacerdoti. Il re simbolicamente offrì il suo regno, il suo bestiame, le sue mogli ai Ritwik, che immediatamente glieli resero. Il Ritwik poi raccolse il grasso del cavallo morto e lo lasciò cadere sull’altare, nel fuoco sacrificale, come offerta ai celesti. Una per una, le restanti parti del corpo del cavallo furono gettate nel fuoco sacrificale dal collegio dei sedici sacerdoti officianti.

Allora il re fece dono di terre e di bovini ai quattro sommi sacerdoti del sacrificio. Oro fu distribuito anche agli altri Brahmana che avevano assistito al sacrificio. Allietato dalle opere meritorie di Dasharatha, Rishyashringa lo benedisse, dicendo: “Genererai quattro figli illustri”.

Dopo aver terminato lo Yagna Ashwamedha, si osservò il rituale del Putra Kameshti al fine di garantirsi la progenie. Poiché se tale rito è officiato, gli Dei e le altre nobili anime celesti ricevono le dovute oblazioni sacrificali. Continua a Leggere →

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Sita ripudiata e la stesura del Ramayana

Ramayana, Uttara Kanda: il canto finale.

Rama interpellava e ascoltava la gente comune di Ayodhya per capire che cosa i cittadini pensavano di lui. Si rivolse al suo amico Bhadra e chiese: “Dimmi Bhadra, che cosa dice la gente di me e di Sita e dei miei fratelli? I re sono sempre oggetto delle critiche della gente comune”. Bhadra giunse le mani e disse: “Sire, la gente parla solo bene di te. A volte si rievocano gli eventi degli anni passati, quando avete compiuto l’impresa impossibile, uccidendo il re dei demoni Ravana per salvare la principessa di Videha. Le vostre gesta sono raccontate con grande entusiasmo da tutti”-  “Che altro si dice, Bhadra. Dimmi tutto. Perché giri la faccia ? C’è qualcosa che si dice che non dovrebbe essere riferito a me? Non avere paura. Voglio conoscere il bene e il male. Nessun re può permettersi di ignorare ciò che dice la gente di lui, quindi parla.” E a voce bassa, Bhadra aggiunse: “Hanno anche osservato che se le vostre imprese di guerra sono degne di plauso, il tuo comportamento nei confronti di tua moglie è vergognoso. Come poteva il re accettare una donna che era stata tra le braccia di Ravana e che aveva vissuto nel suo palazzo per tanti mesi? Come può la regina restare tale dopo tante umiliazioni? Dovremo ammettere tutti noi insulti simili e saremo costretti a perdonare ogni affronto. Come il re, i sudditi! Questo è ciò che dice la gente, nella sua ignoranza”.

Rama si vestì allora come una persona comune e vagava in Ayodhya per carpire i veri sentimenti dei suoi sudditi. Per caso Rama udì un uomo che rimproverava sua moglie, accusandola di essere stata a casa di un altro uomo. Nel corso della lite con la moglie, l’uomo citò negativamente l’indole di Sita Devi, e aggiunse “Credi che io sia Rama, per tollerare un simile comportamento? lui è il re e può fare ciò che vuole. Ma, per quanto mi riguarda, io non resterò con una moglie che è stata vista con un altro uomo”. Rama subito rientrò a palazzo, e temendo queste voci, decise di abbandonare Sita Devi. La fece condurre presso l’ashrama di Valmiki Muni. Sita, che era incinta, più tardi diede alla luce due gemelli di nome Lava e Kusa.

“Il mio dovere di re è chiaro. Il primo dovere di è un re è verso i suoi sudditi, e non verso se stesso. Sita mi è più cara che la vita stessa ma non ho altra scelta che abbandonarla per il bene del popolo.  Lakshman, portarla via sul carro con Sumantra, e lasciarla dall’altra parte del Gange vicino al fiume Tamasa, dove abbiamo soggiornato molto tempo fa. Proprio questa mattina mi ha chiesto di portarla là. Lascia che segua il suo desiderio. Lei non sospetta nulla “. Così parlò a Laksman, mentre si faceva cinereo in volto e rigido come una maschera: “Va, Lakshman! Lasciarla in un luogo appartato sulla riva del fiume Tamasa, nei pressi del santo Gange, vicino agli eremi, e torna immediatamente. Non cercare di parlare con lei. Non cercare di spiegare nulla. Lascia che pensi il peggio di me, altrimenti morirà di crepacuore. Non guardarmi. Chiunque obietti la mia decisione è ora mio acerrimo nemico. Vai e allontanarla da me, in questo stesso istante, Lakshman! Se io la vedo ancora una volta, sono condannato. Sarò in grado di rispettare il mio comando, ma se vedo il suo sguardo da cerbiatto, sarò perso e nemmeno tutta la calunnia nel mondo mi permetterà di lasciarla andare. Quindi vai ora vai, prima che il mio cuore mi tradisca.”.

Sita aveva già legato un piccolo fascio di doni per gli ashramiti e le loro mogli ed era pronta per andare quando Lakshman giunse. Senza guardarla, le disse con voce priva di emozioni, “Il re, tuo marito, mi ha comandato di soddisfare il tuo desiderio di visitare il Ganga e gli eremi dei saggi. Sei pronta a partire?” Sita felicemente lo seguì al carro che la attendeva, ignara e piena di allegria. Si voltò per un ultimo saluto alla città addormentata, non rendendosi conto che sarebbe stato, di fatto, il suo ultimo sguardo. Improvvisamente nel cuore sentì un dubbio. Ovunque vedeva cattivi presagi.  Con voce agitata, chiese, “O figlio di Sumitra! Dimmi, è in buona salute tuo fratello? Io non l’ho visto questa mattina. Dov’era questa notte? Temo che qualcosa di nefasto possa essere successo”, con voce soffocata Lakshman rispose, “Il re tuo marito sta bene. Voleva che tu trascorressi una notte tranquilla, perché dovevi partire di prima mattina. Mi ha detto di augurarti ogni bene. Più di questo non posso dire.” Nel pomeriggio giunsero sulle rive del fiume Gomati e si accamparono in uno degli ashram. Il mattino dopo raggiunsero le rive del fiume sacro. Lakshman non poteva contenere più il suo rimorso e scoppiò in lacrime come un bambino. “Mia nobile regina! Perdonami per quello che devo fare. Ram mi ha affidato il compito ignobile di abbandonarti qui. Meglio per me sarebbe morire che svolgere tale comando”. Così dicendo si prostrò davanti a lei.  Sita si piegò verso di lui e delicatamente lo sollevò, “Che cos’è successo Lakshman? Qual è la ragione della decisione improvvisa di mio marito?” Non poteva credere alle sue parole.

“Le voci sono ovunque, signora, ma Ram mi ha proibito di riferirti di cosa si tratta. Posso assicurarti che il suo cuore si è spezzato quando ha sentito delle accuse così vili contro di te. Ma lui è il re. Egli è Dharma incarnato, e dovere del re è sempre quello di salvaguardare gli interessi dei suoi sudditi. Perdonarlo e perdona anche me, O graziosa regina di Ayodhya. Possa questo sacro fiume esaudire tutti i tuoi desideri. Signora, ricorda, tu porti il seme della dinastia di lkshvaku nel tuo grembo. E’ tuo dovere di tutelarlo in ogni momento “. Lakshman aveva paura che nella sua agonia, Sita potesse fare del male a se stessa.
Sita sembrava un cervo spaventato, mente ascoltava le parole Lakshman, e poi disse: “Che peccato ho commesso, che senza nessuna colpa, mio marito mi debba ripudiare, due volte? Sicuramente io sono nata per il dolore. Il dolore solo sembra essere il mio compagno costante. Lasciando tutto, ho seguito mio marito nel bosco, abitato da animali selvatici e Rakshasa. Nessuna donna avrebbe fatto quello che ho fatto io, ma ora lui ha abbandonato me. Forse è stata colpa mia, se il rakshasa mi ha rapita? Quando i saggi mi chiederanno quale delitto ho commesso, che mio marito mi debba abbandonare, che cosa devo dire loro, O Lakshman? Che male ho fatto? non riesco nemmeno a prendere la decisione di finire la mia vita in questo fiume santo, perché sarei colpevole di rompere la linea nobile della razza di lkshvaku. Lakshman, non affliggerti. Lasciami qui e torna dal re, mio ​marito, e dirgli che sua moglie lo ama. Il marito è  dio di una donna e io l’ho sempre considerato come tale. Possa trovare fama eterna, seguendo il dharma di un re. Più importante della mia sofferenza è che il suo onore possa rimanere intatto. Mai Sita sia colpevole di portare disonore a Rama. Addio Lakshman. Sei stato più di un fratello per me. Ho profonda stima per te e nessun rancore”.

Lakshman cadde ai suoi piedi ancora una volta. Non poteva dire una parola. Lentamente raggiunse la barca e partì.  Si voltò a guardarla ancora una volta, e la vide stesa a terra, sul seno di sua madre, che piangeva come se le si spezzasse il cuore.

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Rama continuava a svolgere regolari sacrifici durante il suo regno su Ayodhya. A un tale sacrificio, circa quindici anni dopo, due ragazzi si presentarono durante il rito, mentre Rama era seduto nel suo asana. Valmiki aveva insegnato ai ragazzi l’intero poema del Ramayana e aveva reso la storia in uno ‘Swara’ molto suadente e melodioso. Valmiki, che accompagnava i due ragazzi, chiese il permesso a Rama di lasciare che i ragazzi recitassero la sua poesia. Rama acconsentì, e i ragazzi iniziarono in perfetta sincronia. Continua a Leggere →

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Ramayana, canto XLVIII: Lamento di Sita.

Dissero il falso, dunque, i profeti del mio destino,
quelli che in un lontano tempo di pace
prevedevano per me una vita benedetta
e che mai sarei stata donna senza figli,
o avrei conosciuto il dolore della vedova
– tutti mentivano, e le loro parole erano vane
se Tu, mia vita e mio signore, sei stato ucciso.
Falso era il sacerdote e vana la sapienza
che mi benedissero in quei giorni beati
quando regnavo ignara al fianco di Rama:
se tu, mio signore e mia vita sei stato ucciso.
Mi chiamarono felice fin dalla nascita
fiera imperatrice del re del mondo
e mi benedirono – ma quel pensiero è dolore
se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso.
Ah speranza vana! Ogni auspicio di gloria,
che segni una futura regina, è stato mio
e nessuna traccia di malaugurio mostrava
abbattersi su di me il dolore della vedovanza.
Dissero che avevo bei capelli neri
lodarono la linea delle mie sopracciglia
e i denti ben divisi e allineati
e la curva graziosa del mio seno.
Ci furono lodi per i miei piedi e per le mie dita
dissero della mia pelle che era morbida e liscia
e che dunque ero da dirsi felice di possedere
il dodici segni perfetti del successo.
Ma io rinnego ogni vantaggio concesso,
se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso.
Il veggente lusinghiero che così parlava,
che lodava il mio sorriso di ragazza
e con la mano del bramino sul mio capo
versava acqua santa dichiarandomi regina, sposa del gran re:
come onorerà ormai questa promessa?

sita

I fratelli dalla forza impareggiabile
sconfissero l’armata dei giganti
e obbligarono l’oceano indomabile
a farsi attraversare per soccorrermi. Continua a Leggere →

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