Iside nel simbolismo ermetico

[Tratto da : Dom Antonio G. Pernety- Le favole egizie e greche svelate e riportate ad unico fondamento]

Quando si conosce la genealogìa d’Osiride, si sa anche della d’Iside sua sposa, inquanto chè questa era sua sorella. Comunemente si ritiene che questa Dea era il simbolo della Luna, così come Osiride era quello del Sole; ma la si riteneva anche come simbolo della Natura in generale, e per la Terra, secondo Macrobio. Partendo da tale concetto, dice questo Autore, la ci rappresentava avente il corpo tutto coperto di mammelle. Apuleio concorda con Macrobio, e ne fa il seguente ritratto: « Una chioma lunga e tolta cadeva ondeggiante sul suo collo divino: aveva sul capo una corona variamente bella nella forma e per i fiori della quale era ornata. Sul davanti, nel mezzo, spiccava una specie di globo, quasi in forma di specchio, il quale proiettava una luce brillante argentea come quella della Luna. A destra ed a sinistra di detto globo stavano due ondeggianti vipere quasi ad incastrarlo e sostenerlo; e dalla base della corona venivan fuori delle spighe di grano. Una veste di finissimo lino la copriva completamente, ed era molto brillante sia per il suo estrèmo candore, sia per il suo giallo zafferanato, ed infine per un color di fuoco tanto vivido, che i miei occhi ne erano abbagliati. Una zimarra rimarchevole per la sua più fonda negrezza, le passava dalla spalla sinistra al disotto del braccio destro, e cadendo con molte pieghe le scendeva sino ai piedi, ed era bordata con fiocchi e svariati fiori, e disseminata di stelle per tutto il tessuto. Nel mezzo, fra le stelle, stava la Luna con i suoi raggi simili a fiamme. La Dea aveva un sistro nella mano destra, e con il movimento che gli comunicava, dava un suono acuto, ma gradevolissimo; con la sinistra sorreggeva un vaso d’oro l’ansa del quale era formata da un aspide, il quale rizzava la testa in attitudine minacciosa; la calzatura che rivestiva i suoi piedi esalanti l’ambrosia, era fatta di un tessuto della palma della vittoria. Questa grande Dea, la dolcezza dell’alito della quale sorpassa tutti i profumi dell’Arabia felice, si degnò parlarmi in questi termini: Io sono la Natura Madre delle cose, padrona degli elementi: il cominciamento dei secoli, la sovrana degli Dei, la Regina dei Mani, la prima delle nature celesti, la faccia uniforme degli Dei e delle Dee; son io che governo la sublimità luminosa dei cieli, i venti salutari dei mari, il lugubre silenzio degl’inferi. La mia unica divinità è onorata in tutto l’Universo, ma sotto differenti forme, sotto diversi nomi, e con differenti cerimonie. I Frigi primigenii dell’umanità mi chiamano la Pessinontiana madre degli Dei, gli Ateniesi: Minerva Cecropica; quelli di Cipro: Venere Pafica; quelli di Creta: Diana Dictinna; i Siciliani che parlano tre lingue: Proserpina Stigia; gli Eleusini: l’antica Dea; altri: Giunone; altri: Bellona; alcuni: Ecate; altri: Ramnusia. Ma gli Egizi che sono istruiti dell’ antica dottrina, m’onorano con cerimonie che mi sono proprie e convellenti, e mi chiamano con il mio vero nome: la Regina Iside ». Iside va considerata nome principio generale della Natura, e come principio materiale dell’Arte Ermetica. Il ritratto di Iside che abbiamo riportato da Apuleio è un’allegoria dell’Opera, allegoria palpabile per coloro che hanno letto attentamente gli Autori che trattano della stessa. Infatti, la corona di questa Dea ed i colori delle sue vesti indicano tutto in generale ed in particolare. Iside era considerata quale la Luna, la Terra e la Natura. La sua corona formata da un globo brillante come la Luna, l’annunzia manifestamente a tutti. I due serpi che sostengono detto globo sono gli stessi di quelli del quali abbiamo parlato nel capitolo primo di questo libro, dando la spiegazione del monumento l’Errenuleius Ermete. Il globo è anche la stessa cosa dell’uovo dello stesso monumento. Le due spighe che ne sortono indicano che la materia dell’Arte ermetica è la stessa di quella che la Natura impiega per far vegetare tutto nell’Universo.

I colori che sopravvengono a questa materia durante le operazioni non sono forse espressamente indicate dall’enumerazione di quelli delle vesti d’Iside? Una zimarra o lungo abito che colpisce per la intensità del suo nero, ” palla nigerrima splendescens atro nitore”, covre talmente il corpo d’Iside da lasciar intravedere soltanto in alto un’altra veste di finissimo lino ch’è bianca dapprima, indi color giallo di zafferano e poi del colore di fuoco. “Multicolor bysso tenui pertexta, nunc albo candore lucida, nune croceo flore lutea, nunc roseo rubore flammea”. Apuleio, senza dubbio, aveva copiato questa descrizione da qualche Filosofo, poiché i Filosofi s’esprimono tutti nella stessa maniera su tale argomento. Essi chiamano il color nero, il nero più nero del nero stesso: nigrum, nigro, nigrius. Omero concede un abito simile a Teti, allorquando questa si dispone ad andare a sollecitare i favori e la protezione di Giove per il proprio figlio Achille (Iliade, 1. 24, v. 93); e questo Poeta dice che non v’era al mondo un abbigliamento più nero di quello indossato da Teti. Il color bianco succede al nero, quello di zafferano al bianco, ed il rosso a quello di zafferano, precisamente come dice Apuleio. [..] Pare che Apuleio abbia voluto dirci che tutti questi colori si originano l’uno dall’altro; che il bianco è contenuto nel nero, il giallo nel bianco ed il rosso nel giallo; ed è perciò che il nero copre gli altri. Mi si potrebbe obbiettare che forse questa veste nera è il simbolo della notte, e che ciò è sufficientemente evidente per il crescente lunare che si trova al centro fra le stelle dalle quali il tessuto è disseminato; ma faccio osservare che gli altri ornamenti ed attributi non convengono affatto per una tale interpretazione. Non dobbiamo meraviagiarci che sulla veste d’Iside si trovi un crescente, dato che la Dea la si considerava quale Luna; ma poiché la notte impedisce di distinguere i colori degli oggetti, Apuleio avrebbe detto male a proposito che i quattro colori, della veste d’Iside, si distinguevano ed emanavano, ciascuno particolarmente, un così intenso splendore ch’egli ne rimase abbagliato. Del resto questo Autore non fa alcun accenno ne alla notte né alla Luna, ma esclusivamente ad Iside quale principio di tutto ciò che la Natura produce, compito che non s’addice alla Luna celeste, ma esclusivamente alla Luna Filosofica, intatti nella Luna celeste non si nota che il solo color bianco, e non lo zafferanato né il rosso. Le spighe di grano ci danno la comprova che tanto Cerere quanto Iside costituivano uno stesso simbolo; il sistro ed il vaso o secchietto sono le due cose richieste per l’Opera, vale a dire: il lattone Filosofico e l’acqua mercuriale; perché il sistro era comunemente uno strumento di rame e le verghette che lo attraversavano erano anche di rame e talvolta di ferro. I Greci inventarono poi la favola di Èrcole che caccia gli uccelli dal lago Stintalide facendo del rumore con uno strumento di rame. L’uno e l’altro di questi strumenti debbono avere la stessa spiegazione, e ne parleremo nelle fatiche d’Ercole ai quinto libro. Ordinariamente Iside la si rappresentava non solo con il sistro, ma anche con un secchio od altro vaso in mano o deposto vicino ad essa, e ciò per mettere in evidenza ch’essa non poteva far niente senza dell’acqua mercuriale, o quel mercurio che le era stato dato per consigliere. Essa è la terra od il lattone dei Filosofi; ma il lattone nulla può da per sé stesso, dicono essi, se non viene purificato e bianchito mediante l’azoto o l’acqua mercuriale. Per la stessa ragione Iside spessissimo era rappresentata con una brocca sulla testa. Sovente anche con un corno d’abbondanza in mano, per simboleggiare in generale la Natura che tutto fornisce abbondantemente ed in particolare, poi: la sorgente della felicita, della salute e delle ricchezze, tutte cose che si trovano nell’Opera Ermetica.

Nei monumenti Greci la si vede talvolta avvolta da una serpe, oppure accompagnata da tale rettile, perché il serpe era il simbolo dell’Esculapio, Dio della Medicina, e di questa gli Egizi ne attribuivano l’invenzione ad Iside. Ma noi abbiamo più valide ragioni di non ritenerla quale inventrice della Medicina, sebbene come la stessa materia della Medicina Filosofica, od universale, che i Sacerdoti Egizi impiegavano per guarir ogni specie di malattie, senza che il popolo conoscesse come ne con che, dato che la maniera di fare questo rimedio era contenuto nei libri d’Ermete, che i soli Sacerdoti avevano il diritto di leggere, ed erano i soli che li potevano capire perché tutto era velato sotto le tenebre dei geroglifici. Trimegisto stesso ci dice, in Asclepio, che Iside non fu l’inventrice della Medicina, ma che l’inventore ne fu l’avo di Asclepio, cioè Ermete del quale egli portava il nome. Quindi non bisogna credere a Diodoro, e neppure alla tradizione volgare d’Egitto, secondo la quale egli riferisce, che non soltanto Iside inventò molti rimedi per la cura delle malattie, che contribuì infinitamente alla perfezione della Medicina, ma che trovò anche un rimedio capace di procurare l’immortalità, e del quale se ne servì per suo figlio Oro, allorquando questi tu ucciso dai Titani, e lo rese in effetti immortale. Si deve convenir meco che tutto ciò si deve spiegare allegoricamente, e che secondo la spiegazione che ci fornisce l’Arte Ermetica, Iside contribuì molto alla perfezione della Medicina, dato ch’essa era la materia dalla quale si faceva il più eccellente rimedio che si trovi nella Natura. Ma non sarebbe tale se Iside fosse sola, perché necessita assolutamente ch’essa sia maritata con Osiride, poiché i due principii debbono essere riuniti in un sol tutto, così come al cominciamento dell’Opera essi formavano uno stesso soggetto, nel quale erano contenute due sostanze: l’una maschio e l’altra femmina. Il viaggio d’Iside nella Fenicia per andare a cercare il corpo del suo sposo, le lagrime che versa prima di trovarlo, l’albero sotto il quale lo trovò nascosto, tutto ciò è detto seguendo l’Arte Sacerdotale. In effetti, Osiride essendo morto è gettato a mare, vale a dire, sommerso nell’acqua mercuriale, o mare dei Filosofi; Iside versa delle lagrime, poiché la materia ch’è ancora volatile – rappresentata da Iside – s’eleva sotto forma di vapori, si condensa, e ricade in gocce. Questa tenera sposa cerca con inquietudine suo marito, con pianti e gemiti, e non può ritrovarlo se non sotto un tamarisco; ciò perdio la parte volatile non si riunisce con la fissa se non quando sopravviene la bianchezza; allora è il rosso nel quale Osiride è nascosto sotto il tamarisco,poiché i fiori di quest’albero sono bianchi e le sue radici sono rosse. Quest’ultimo colore è anche più precisamente indicalo dal nome stesso della Fenicia: rosso, il colore della porpora. Iside sopravvisse a suo marito, e dopo aver regnato gloriosamente, fu messa nel novero degli Dei. Mercurio decise il suo culto, come aveva stabilito quello d’Osiride. Poiché nella seconda operazione chiamata seconda opera, o seconda disposizione da Moriano; la Luna dei Filosofi o la loro Diana, o la materia al bianco simboleggiala pure da Iside appare un’altra volta dopo la soluzione o la morte d’Osiride, è per questo che la si messa nel rango degli Dei; ma degli Dei Filosofici, poiché essa è la loro Diana o la Luna,si comprende perché s`attribuisce questa deificazione a Mercurio. Continua a Leggere →

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Seminari e Satsang 2018: Ramayana. Il cammino celeste dell’Eroe. 22 Aprile.

Seminari e Satsang 2018 con Udai Nath
22 aprile 2018
RAMAYANA. IL CAMMINO CELESTE DELL’EROE.

L’incontro si svolge a Pesaro, sono disponibili sette posti in presenza.
E’ possibile partecipare al seminario in collegamento Skype.
Informazioni: 370.3636348
L’orario del seminario è 9-12 e 15-18.

La storia di Rama, narrata dell’epica del Ramayana, racconta la vicenda dell’Eroe divino nella sua discesa nel mondo, l’esilio nella foresta, le lotte con i demoni, la separazione dall’Amata, la guerra e la riconquista del Regno. Sono i temi essenziali della vicenda spirituale, che ricorrono nelle dottrine gnostiche e nei miti dell’antichità classica. Rama è l’Eroe solare, che compie la discesa nell’ombra per liberare le anime imprigionate, è il trionfo dello spirito sull’ignoranza, il processo di individuazione, il mistero del ricongiungimento con l’Anima, che giace trattenuta in prigionia dai demoni.

 

Perché la vicenda eroica si compia, il giovane eroe deve discendere in esilio nella foresta. Il viaggio dell’eroe si svolge in un luogo che è completamente separato dalla vita delle persone comuni, è la sfida ad attraversare il luogo oscuro, il mondo immaginale, dove abitano gli antichi maestri, i demoni e le altre figure archetipe, che non vivono nel mondo ma lo determinano spiritualmente: così i demoni che tormentano gli uomini pii, e che Rama è chiamato a sconfiggere, come i saggi asceti che con le loro preghiere e la potenza dello yoga tessono la trama del viaggio dell’eroe e quindi la vittoria del Dharma sulle forze oscure.
Perché l’opera dell’eroe si compia qualcosa di spezzato deve essere ricomposto, l’unità originaria deve scindersi perché scaturisca la domanda salvifica e la ricerca che condurrà alla salvezza. Tema che ha percorso l’Occidente dalle religioni orfiche fino al cristianesimo primitivo e al ciclo delle storie del Santo Graal, in India vive ancora nelle popolari gesta di Rama, a cui ognuno deve ispirarsi per compiere il suo viaggio terreno.
Il seminario attraverserà la narrazione del Ramayana per approdare alla ricerca di assonanze e temi comuni nella spiritualità occidentale e nella psicologia del profondo.

Per informazioni, e per iscriversi al seminario su Skype o approfittare dei pochi posti disponibili in presenza, chiamare il 370.3636348 o contattare via Email o Messanger, attraverso la pagina Facebook.

L’orario del seminario è 9-12 e 15-18.

Aggiornamenti alla pagina: https://www.facebook.com/visionaire.org/

 

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6 Gennaio, la nascita di Aion.

Dal Supremo dei cieli un Fanciullo parla.
Quale nome gli si potrebbe dare?” Gorakh Bani

“Lui è un bambino che gioca come un bambino e sposta le figure sul tavoliere.
Il regno è di un bambino” Eraclito

La prima festività della nascita di Mitra celebrava la nota nascita dalla Pietra, che coincideva con il Solstizio invernale, mentre una seconda celebrazione, dodici giorni dopo (come dopo un anno in miniatura) avveniva il 6 Gennaio, nella ricorrenza della nascita di Aion. Queste due “nascite” apparentemente rappresentavano le due modalità in cui era concepito Mitra, quale Signore del Tempo. Secondo alcuni autori, la prima nascita era intesa come il ciclo temporale, riferito all’avvicendarsi degli anni, dei secoli, ecc, e la seconda in riferimento al Tempo Infinito; oppure, per dirlo con le parole di Platone: “Il Tempo (Cronos) era l’immagine in movimento dell’Eternità perfetta (Aion)”.

Iconograficamente lo troviamo raffigurato come un uomo con la testa leonina, con uno scettro, una chiave ed un fulmine tra le mani, avvolto da un serpente che intorno al suo corpo compie sette giri e mezzo, corrispondenti alle sfere celesti.

Nella forma triadica Mitra/Cronos è passato, presente e futuro: concetto che sembra essere rappresentato nella Casa di Aion in Antiochia, in cui tre Cronoi sono ritratti seduti attorno a una tavola imbandita con incenso e vino, mentre la figura di Aion, in piedi accanto a loro, muove la ruota dello Zodiaco.

Nel IV secolo, in Egitto, insieme alla festività nazionale della nascita del Sole, celebrata al Solstizio invernale, Epifanio descriveva la nascita di Aion celebrata il 6 Gennaio:
“Ogni anno, presso il santuario (Koreion) si teneva la festa per la nascita di Aion. I fedeli trascorrevano la notte vegliando, accompagnandosi con musiche sacre. Al primo canto del gallo, alcuni di loro si spostavano, reggendo le torce, verso la cappella sotterranea, da cui prelevavano un idolo ligneo, seduto su una sorta di lettiga, segnato con cinque sigilli a forma di croce, uno sulla fronte, due sulle mani, due sulle ginocchia. Questo idolo era portato in processione, compiendo sette volte il giro della cappella interna del tempio, salutato con suono di flauti e tamburelli e con il canto degli inni. Infine, l’immagine era riposta nella cripta. Alla richiesta di una spiegazione del mistero, i fedeli rispondevano: ‘In questo giorno e in questa ora la Vergine (Kore/Atena/Iside) ha dato alla luce Aion’”.

In relazione a questo, Petazzoni cita Plutarco che dice che Neith-Atena era identificata con Iside, il cui titolo era Kore, tra i molti altri, e di cui scrive:
“A Sais, nell’andito di Neith, che i greci identificano con Atena, si trovava un’iscrizione in cui la Dea esprimeva se stessa in questi termini: ‘Io sono tutto ciò che è stato e che sarà, e nessun mortale ha sollevato la mia veste (cioè, ‘sono vergine’); il frutto del mio grembo è il Sole’”.

Ad Alessandria, Mitra/Aion era identificato con Serapide, come in altri siti Mitriaci, come nel rilevo della Tauroctonia di Dura Europos, dove occupa il posto di Aion, dalla testa leonina. Aion in questa forma a volte detiene una chiave, mentre Serapide tiene l’Ankh, che porta a pensare che i due dovevano essere equivalenti in questi particolari contesti. L’Ankh al posto della chiave poteva riferirsi alla vita elevata al livello noetico, introducendo l’anima alle sfere al di là dello zodiaco.

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Ovidio, Metamorfosi: Orfeo ed Euridice

Orfeo ed Euridice (Ovidio, Metamorfosi, X, 1-77)

Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo
per l’etere infinito, dirigendosi verso la terra
dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano.
Invano, sì, perché il dio venne, ma senza le parole di rito,
senza letizia in volto, senza presagi propizi.
Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo,
provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme.
Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa,
mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo
di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente.
A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta
del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti,
non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro:
tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse
alla presenza di Persefone e del signore che regge
lo squallido regno dei morti. Intonando al canto le corde
della lira, così disse: «O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi,
dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire,
se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi
di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare
le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole,
irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa.
Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato,
in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso.
Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato:
ha vinto Amore! Lassù, sulla terra, è un dio ben noto questo; Continua a Leggere →

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Inno Omerico a Demetra

INNO A DEMETRA
Attribuito a Omero – traduzione di F. Cassola

Demetra dalle belle chiome, dea, veneranda, io comincio a cantare,
e con lei la figlia dalle belle caviglie, che Aidoneo rapì;
lo concedeva Zeus dal tuono profondo, che vede lontano,
eludendo Demetra dalla spada d’oro, dea delle splendide messi
mentre giocava con le fanciulle dal florido seno, figlie di Oceano,
e coglieva fiori: rose, croco, e le belle viole,
sul tenero prato; e le iridi e il giacinto;
e il narciso, che aveva generato, insidia per la fanciulla dal roseo volto,
la Terra, per volere di Zeus compiacendo il dio che molti uomini accoglie.

Mirabile fiore raggiante, spettacolo prodigioso, quel giorno per tutti:
dalla sua radice erano sbocciati cento fiori
e all’effluvio fragrante tutto l’ampio cielo, in alto,
e tutta la terra sorrideva, e i salsi flutti del mare.
Attonita, ella protese le due mani insieme
per cogliere il bel giocattolo: ma si aprì la terra dalle ampie strade
nella pianura di Nisa, e ne sorse il dio che molti uomini accoglie,
il figlio di Crono, che ha molti nomi, con i cavalli immortali.

E afferrata la dea, sul suo carro d’oro, riluttante, in lacrime, la trascinava via;
ed ella gettava alte grida invocando il padre Cronide, eccelso e possente.
Ma nessuno degli immortali o degli uomini mortali
udì la sua voce e nemmeno gli olivi dagli splendidi frutti.
Solo la figlia di Perse, che ha candida mente,
Ecate dal diadema luminoso, nel suo antro,
e il divino Elio, splendido figlio di Iperione,
udivano la fanciulla che invocava il padre Cronide; ma questi, in disparte
lontano dagli dei sedeva nel tempio dalle molte preghiere,
ricevendo belle offerte dagli uomini mortali. Continua a Leggere →

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Tulsi Ramayana, Lanka Kanda: Sri Rama installa lo Shivalingam di Rameshwar e marcia su Lanka

La mia devozione a Sri Rama, la divinità suprema, oggetto dell’adorazione finanche di Shiva (che sconfisse Kama), colui che libera dal timore della rinascita, il leone che domina la morte elefantina, il Maestro degli Yogi, quello che si realizza nella conoscenza immediata, ricettacolo di vitrù, invincibile, senza attributi, immutabile, oltre il regno di Maya, Signore dei celesti, nemico dei malfattori, protettore dei Brahmani, bello come una nube carica di pioggia, dagli occhi splendidi come fiori di loto, colui che è apparso nelle sembianze di un monarca terreno.
Io glorifico Sankara, Signore di Kanchi (Varanasi), Consorte di Girijia (figlia dell’Himalaya), ricettacolo di virtù, vincitore di Kama, degno di ogni lode, Colui che splende del bianco della conchiglia o della luna, il più bello degli esseri, ornato della pelle di tigre e di monili terrificanti come serpenti letali, innamorato della luna e dell’acqua del Gange, Colui che allevia la sofferenza del Kali yuga e che è albero celestiale carico di Benedizioni per chi le chiede.
Che Shambo il Signore, fonte di benedizioni, colui che accorda al virtuoso la liberazione finale, che raramente è concessa, colui che punisce i malfattori, estenda su di me la sua benedizione.
O anima mia, chi non adora Sri Rama, colui che possiede l’invisibile arco del Tempo e le sue diverse misure, dal paramanu*, alla scintilla, al momento, fino all’anno e all’era e fino al ciclo temporale come su potenti frecce?
[* La misura del tempo impiegato da un raggio di sole per passare attraverso un atomo di materia.]

All’udire la parole dell’Oceano Sri Rama richiamò i suoi consiglieri e disse loro:”Perché attendere? Si costruisca il ponte, così che l’esercito lo possa attraversare!”
“Ascolta, gloria della stirpe solare” rispose Jambavan con le mani giunte “Il tuo nome stesso, mio signore, è un ponte sul quale gli uomini attraversano l’oceano dell’esistenza mondana. Non sarà un problema attraversare il mare.”
Udite queste parole, il figlio del vento [Hanuman – ndt] aggiunse: “La gloria del mio signore è come un fuoco sottomarino che brucia indomito finché non è prosciugato l’oceano. Ma il mare si è riempito ancora delle lacrime delle vedove dei tuoi nemici, perciò le sue acque sanno di sale.” Quando le scimmie ebbero ascoltato le lodi iperboliche del figlio del vento, guardarono Sri Rama sorridenti. Jambavan chiamò quindi i due fratelli, Nala e Nila, e riportò a loro ciò che voleva il Signore. “Richiamando sempre alla mente la gloria di Sri Rama, incominciate a costruire il ponte e non incontrerete difficoltà di sorta”. Chiamò quindi l’esercito delle scimmie, disse loro “Ascoltate tutti la mia breve richiesta. Contemplate nel cuore i piedi di loto del Signore Rama e impegnatevi in uno sport, scimmie e orsi insieme. E in seguito, popolo formidabile delle scimmie, sarete in grado di trasportare alberi e montagne”. A questo comando, scimmie e orsi esplosero in grida di gioia ed esclamarono “Gloria all’onnipotente Signore dei Raghu!”

Sollevarono dunque alberi giganteschi e montagne per semplice sport, e infine li portarono a Nala e Nila, che li raccoglievano e disponevano accuratamente per la realizzazione del ponte.
Le scimmie portarono enormi montagne, che Nala e Nila prendevano come lanci di palla. Quando il Compassionevole vide la costruzione magnifica del ponte, sorrise e osservò soddisfatto: “Questo luogo è talmente piacevole ed eccellenti sono le opere, che la sua gloria è incommensurabile e non può essere descritta a parole. Io installerò un emblema di Sambho [Shiva] proprio qui: è l’ambizione più elevata del mio cuore”. Udendo questo il signore delle scimmie inviò una serie di messaggeri presso tutti i grandi saggi. Dopo aver installato un Lingam di Shiva e averlo adorato con la dovuta solennità, Egli disse: “Nessun altro è a me tanto caro come Shiva. Un nemico di Shiva, anche se si dichiara mio devoto, non potrò raggiungere me neanche in un sogno. Colui che si oppone Sankara e aspira ancora alla devozione a Me è destinato alla perdizione, stupido e ottuso quale egli è “.
“Gli uomini che, anche se dedicati a Sankara, sono ostili a Me e così anche quelli che sono nemici di Shiva, ma devoti a me devono avere la loro dimora nel più terribile inferno fino alla fine della creazione.”
“Coloro che onoreranno il Signore di Rameshvara quando lasceranno il corpo andranno direttamente al mio regno celeste. E un uomo che prende l’acqua del Gange e ne versa sul Signore [Shiva] ottiene la liberazione, sotto forma di assorbimento nel mio essere. Ancora una volta, chi adora il Signore, con spirito disinteressato e senza ipocrisia sarà benedetto da Sankara con il dono della devozione a me. E chi vede il ponte eretto da me sarà in grado di attraversare l’oceano della vita mondana senza il minimo sforzo.” Le parole di Sri Rama allietarono il cuore di tutti e i grandi saggi rientrarono agli eremi, concludendo la cerimonia.

Girija, (dice Sankara,) questo è il Signore dei Raghu: Egli ama sempre quelli che si rifugiano in lui. Gli abili Nala e Nila costruirono il ponte per grazia di Rama e la loro fama arrivò molto lontano. Quelle rocce che per loro natura non solo affondano se stesse, ma sono causa dell’affondare di altre cose, galleggiavano come altrettante zattere. Questo tuttavia non accadeva per un qualsiasi potere miracoloso del mare, né per una virtù delle rocce stesse, né per una rara abilità delle scimmie.
Fu per la grazia di Sri Rama (l’eroe del lignaggio dei Raghu) che le rocce galleggiavano sull’oceano. Sono ottusi, infatti, coloro che adorano un signore diverso da Sri Rama. Continua a Leggere →

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Shiva Purana, Satarudra Samhita: quando Shiva si incarnò in Hanuman

[da “Shiva e Dioniso” di Alain Danielou]

A suo tempo Shiva si incarnò nella forma della scimmia chiamata Hanumat, famosa per la sua forza e le sue prodezze. Sin dalla più giovane età Hanumat, la più possente delle scimmie, era di un’audacia estrema. Un mattino prese il sole per un frutto e lo volle divorare ma vi rinunciò a richiesta degli dèi. Si recò da Sugriva, il fratello di Bali, re delle scimmie, che questi aveva esiliato nella foresta. Qui si alleò con Rama, che viveva anch’egli in esilio con il fratello Laksmana e che si lamentava perché il demone Ravana aveva rapito Sita, sua moglie. Rama uccise il potente re delle scimmie, Bali, che era un malvagio. A richiesta di Rama, Hanumat, robusto e scaltro, partì alla ricerca di Sita con un esercito di scimmie. Venuto a sapere che si trovava nella città di Lanka (Ceylon), attraversò il mare con un balzo, cosa che nessuno aveva mai fatto prima, e raggiunse Lanka. Qui, dopo molte prodezza, diede a Sita il segno di riconoscimento che gli aveva affidato Rama e la consolò. Per strada distrusse i giardini di Ravana e uccise molti Raksasa. Uccise il figlio stesso di Ravana. Questa scimmia eroica seminò il disastro al suo passaggio. Infine fu catturata. Ravana le fece avvolgere la coda con stoffe impregnate d’olio e vi diede fuoco. Hanumat ne approfittò per spargere l’incendio nell’intera città, dopo di che saltò in mare, spegnendosi così la coda e raggiunse la riva opposta. Senza dar segno di fatica o sofferenza, consegnò a Rama il gioiello che Sita portava in fronte. Con l’aiuto dell’esercito delle scimmie trasportò pezzi di montagne e costruì un ponte sul mare.

Rama eresse un emblema fallico di Shiva e lo venerò per ottenere la vittoria, poi attraversò il mare e assediò Lanka con l’esercito delle scimmie. L’eroe Hanumat comandò l’esercito di Rama, uccise molti Raksasa. Guarì Laksmana, ferito dal giavellotto.

Distrusse Ravana, la sua famiglia e i suoi servi, poi riaccompagnò Rama e Laksmana al loro eremo. Obbbligò tutti i Raksasa a fare atto di sottomissione a Rama e compì molte imprese. Stabilì nel mondo il culto di Rama. Era incarnazione di Shiva, la risorsa di tutti i suoi fedeli. Aveva salvato la vita di Laksmana e umiliato i titani. E’ chiamato il Messaggero di Rama nel mondo. Protegge coloro che lo venerano.

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La nascita di Rama

Re Dasharatha si recò in visita presso il regno di Anga, accompagnato dalle sue regine e i suoi ministri. Romapada, il re di Anga e suo parente, accolse con piacere il corteo reale e gli tributò tutti gli onori. Dopo i saluti di rito, Dasharatha espose il motivo della sua visita: “Mio caro amico, tu sai che io sono senza figli e desidero una discendenza. E’ stato predetto dal grande saggio Sanat Kumara che solo Rishyashringa, marito di tua figlia di Shanta, può condurre il rituale per assicurarmi una discendenza. In assenza di suo padre Vibhandaka, tu sei come un padre per lui. Ti chiedo gentilmente, accompagnalo ad Ayodhya, insieme alla famiglia, e permettigli di condurre per me lo Yagna Ashwamedha per farmi ottenere i figli che tanto desidero”.

Romapada rispose: “Caro Re, è detto che un uomo senza un figlio non può aspirare a raggiungere le regioni celesti dei suoi antenati. Sono molto onorato che mio genero possa aiutare la continuazione della dinastia di Ikshvaku. Io sarò certamente presente a questo nobile Yagna condotta da Rishyashringa “. Con queste parole, Romapada inviò un messaggero per informare Rishyashringa della richiesta avanzata dal re Dasharatha. Ottenuto il consenso dei Brahmana, Dasharatha tornò al suo Regno di Kosala e incominciò i preparativi per lo Yagna.

L’intera città di Ayodhya venne addobbata in vista del rito vedico. Molti eminenti bramini furono invitati a partecipare e a presenziare alla cerimonia. I cittadini erano in trepidante attesa del giorno dello Yagna, perché finalmente avrebbero avuto un erede al trono. Quando l’eminente Ritwik Rishyashringa giunse, il re e i suoi ministri lo ricevettero alle porte della città e lo salutarono al suono di conchiglie e tamburi. Dasharatha scortò Rishyashringa al palazzo e lo salutò con reverenza, come ordinato nelle Scritture, e formalmente lo investì del titolo di sacerdote officiante del sacrificio. Dasharatha gioì nel riconoscere nel giovane Rishi l’illuminazione data dalla vera conoscenza e dalla penitenza, ritenendolo un segno che il suo desiderio sarebbe stato esaudito. Shanta, la moglie di Rishyashringa fu ugualmente ben accolta e onorata dalle donne della famiglia reale.

Prima di eseguire un rituale vedico del più alto ordine, lo Yajaman (qui re Dasharatha) è tenuto ad osservare i vari rituali subordinati e prepararsi per il periodo di un anno. Dasharatha osservò questi rituali diligentemente, sotto la supervisione di Rishyashringa, e fu pronto a svolgere il sacrificio all’inizio della primavera dell’anno seguente.

Alla fine dell’anno di penitenza, Dasharatha chiese al suo sacerdote capo Vasishta di iniziare il rituale principale. Il saggio Vasishta diede istruzioni ai dotti Brahmana, agli architetti e agli altri esperti per costruire area e altare in conformità con le Scritture. Alcuni dei più stretti amici di Dasharatha si erano stabiliti in Ayodhya un anno prima, per partecipare alla festa che precede il rituale vedico. Altri amici e alleati furono invitati per l’occasione solenne. Tra i re giunti per partecipare al sacrificio c’erano: Janaka, il re di Mithila, il re di Kashi, il suocero di Dasharatha re di Kekeya e i suoi figli, Romapada il re di Anga, Bhanumanta il re di Kosala, Praptijna il re di Magadha, e molti altri. Tutti offrirono doni preziosi per dichiarare il loro affetto per Dasharatha.

All’ora propizia stabilita, i Brahmana guidati da Rishyashringa e Vasishta entrarono nell’area rituale. Re Dasharatha e le sue mogli formularono le intenzioni e i voti per lo svolgimento del rito e la cerimonia ebbe inizio. L’etere vibrava del canto dei Veda. Uno per uno, tutti gli Dei furono invocati e le oblazioni gettate nel fuoco rituale. Grazie all’impeccabile Rishyashringa e al nobile Vasishta a dirigere la cerimonia, nemmeno il più piccolo errore turbò lo svolgimento del rito.

Per tutta la durata dello Yagna, a tutta la città fu offerto cibo abbondante e prelibato. Nessuno doveva patire la fame durante la cerimonia. Mentre le oblazioni erano offerte nell’ara centrale, molti dibattiti e di altri concorsi accademici si svolgevano negli edifici esterni. Rappresentazioni teatrali, musicali e spettacoli di danza si tennero per l’intrattenimento degli ospiti riuniti.

L’ara sacrificale era costruita a forma di una grande aquila, simbolo del volo di Garuda, il veicolo del Signore Vishnu. Le ali di questo altare erano decorate in oro zecchino. Innumerevoli animali di ogni tipo furono preparati per essere sacrificati agli Dei come previsto nelle Scritture. Come è noto, il sacrificio principale era quello del cavallo, che era già stato ucciso. Le tre mogli del re Dasharatha simbolicamente trafissero l’animale morto con aghi e coltelli d’oro, per significare l’offerta agli dei.

La regina Kausalya, la prima regina di Dasharatha, trascorse quindi una notte con il cavallo morto. Poi si tenne l’offerta rituale di tutte le ricchezze del re ai Ritwik, i sacerdoti. Il re simbolicamente offrì il suo regno, il suo bestiame, le sue mogli ai Ritwik, che immediatamente glieli resero. Il Ritwik poi raccolse il grasso del cavallo morto e lo lasciò cadere sull’altare, nel fuoco sacrificale, come offerta ai celesti. Una per una, le restanti parti del corpo del cavallo furono gettate nel fuoco sacrificale dal collegio dei sedici sacerdoti officianti.

Allora il re fece dono di terre e di bovini ai quattro sommi sacerdoti del sacrificio. Oro fu distribuito anche agli altri Brahmana che avevano assistito al sacrificio. Allietato dalle opere meritorie di Dasharatha, Rishyashringa lo benedisse, dicendo: “Genererai quattro figli illustri”.

Dopo aver terminato lo Yagna Ashwamedha, si osservò il rituale del Putra Kameshti al fine di garantirsi la progenie. Poiché se tale rito è officiato, gli Dei e le altre nobili anime celesti ricevono le dovute oblazioni sacrificali. Continua a Leggere →

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Ramayana, canto XLVIII: Lamento di Sita.

Dissero il falso, dunque, i profeti del mio destino,
quelli che in un lontano tempo di pace
prevedevano per me una vita benedetta
e che mai sarei stata donna senza figli,
o avrei conosciuto il dolore della vedova
– tutti mentivano, e le loro parole erano vane
se Tu, mia vita e mio signore, sei stato ucciso.
Falso era il sacerdote e vana la sapienza
che mi benedissero in quei giorni beati
quando regnavo ignara al fianco di Rama:
se tu, mio signore e mia vita sei stato ucciso.
Mi chiamarono felice fin dalla nascita
fiera imperatrice del re del mondo
e mi benedirono – ma quel pensiero è dolore
se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso.
Ah speranza vana! Ogni auspicio di gloria,
che segni una futura regina, è stato mio
e nessuna traccia di malaugurio mostrava
abbattersi su di me il dolore della vedovanza.
Dissero che avevo bei capelli neri
lodarono la linea delle mie sopracciglia
e i denti ben divisi e allineati
e la curva graziosa del mio seno.
Ci furono lodi per i miei piedi e per le mie dita
dissero della mia pelle che era morbida e liscia
e che dunque ero da dirsi felice di possedere
il dodici segni perfetti del successo.
Ma io rinnego ogni vantaggio concesso,
se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso.
Il veggente lusinghiero che così parlava,
che lodava il mio sorriso di ragazza
e con la mano del bramino sul mio capo
versava acqua santa dichiarandomi regina, sposa del gran re:
come onorerà ormai questa promessa?

sita

I fratelli dalla forza impareggiabile
sconfissero l’armata dei giganti
e obbligarono l’oceano indomabile
a farsi attraversare per soccorrermi. Continua a Leggere →

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