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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

Etteilla: 1788, il primo mazzo di Tarocchi divinatori

Posted by beatrice on July 31, 2010

Etteilla (1738-91) (pseudonimo di Jean-Baptiste Alliette), è stato un occultista francese, il cui ruolo fu fondamentale nello sviluppo dei Tarocchi esoterici. Fu il primo, grazie alle sue pubblicazioni, a diffondere al livello popolare l’arte della divinazione con i Tarocchi e a stabilire le connessioni tra i Tarocchi, l’Astrologia, gli Elementi naturali. Il suo fu il primo mazzo di Tarocchi disegnato per la pratica divinatoria.

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Nel 1781 il pastore protestante svizzero Antoine Court, rinominatosi Court de Gébelin, teorizza nel suo poderoso lavoro intitolato “Le monde primitif” la tesi che i Tarocchi discendano da un antico libro sapienziale Egizio. Nessuna prova conforta questa tesi, ma nella grande entusiastica risposta che seguì questa pubblicazione, emerse un altro trattato: Manière de se récréer avec le jeu de cartes nommées Tarots (1785) di Jean-Baptiste Alliette, o Etteilla. Si tratta del primo libro che propone la divinazione per mezzo dei Tarocchi. Nel libro, Etteilla dichiara tra l’altro di essere stato iniziato alla cartomanzia nel 1751, molto prima della comparsa del lavoro di Court de Gebelin.

Intorno al 1788 Etteilla pubblica il primo mazzo di Tarocchi dedicato esplicitamente allo studio dell’esoterismo e alle sue pratiche, inclusa la divinazione. Tutti i mazzi precedenti, infatti, fino al Tarocco di Marsiglia, erano disegnati principalmente per il gioco.

Etteilla dichiarava di recuperare la finalità originaria, stabilita dagli antichi Egizi, nel leggendario “Libro di Thoth”, le cui pagine contengono i segreti della creazione del mondo e del destino umano. Esso era stato ideato, affermava il cartomante, durante un convegno di maghi presieduto da Ermete Trismegisto, nel 2170 a.C. Nel corso dei millenni, a dire di Etteilla, le figure dei Tarocchi erano state completamente stravolte, per cui egli stesso volle ripristinare il loro aspetto originario (o presunto tale) e intorno al 1788 fece stampare un nuovo mazzo che intitolò Livre de Thoth, ou Jeu di 78 Tarots Egyptièns, che include la sua rielaborazione degli Arcani Maggiori e Minori, una introduzione allo studio dei Quattro Elementi e dell’Astrologia.

Di quell’opera sono rimaste soltanto quattro figure delle virtù cardinali (Forza, Giustizia, Prudenza e Temperanza), riprodotte a scopo talismanico nei suoi libri, e 30 carte conservate in una collezione privata di Parigi. In compenso si conosce una versione completa realizzata nel 1804 da un allievo di Etteilla, Melchior Montmignon D’Odoucet, chiamata Grande Etteilla. Da quelle 78 carte presero vita numerose varianti, più o meno fedeli all’originale.

Tra le versioni più affascinanti spicca il Grande Jeu de l’Oracle des Dames, definito dagli specialisti “Grande Etteilla III”, stampato verso il 1865 dall’editore parigino Grimaud.

[Mazzo Grimaud 1890]

Jean-Baptiste Alliette era nato a Parigi nel 1738 da una famiglia di commercianti. I documenti sulla sua vita sono scarsi e poco esaustivi, e non sappiamo nulla della sua giovinezza. Lo stile dei suoi scritti suggerisce che abbia ricevuto un’educazione modesta e che sia stato, per molti aspetti, autodidatta; Continua a leggere »

Guido Gozzano: Una Devadasis

Posted by beatrice on June 2, 2010

Una Devadasis (ancella della Dea), cioè una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobiltà  millenaria, poichè non può essere che figlia di una bajadera, come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. E’ facile comprendere come, anche solo per istinto ereditario, s’affini in una Devadasis l’arte del gesto, del passo, dell’atteggiamento, l’arte della voce e della maschera, l’attitudine letteraria a penetrare, commentare insuperabilmente i capolavori la poesia indiana.

Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa non ha bisogno di imparare le lingue sacre: il sanscrito, il pali, le son famigliari fin dall’infanzia; le strofe dei Pouranas, i poemi storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi si muovono istintivamente a ritmo di danza, le sue prime parole a un ritmo di canto e poesia, i begli occhi tenebrosi si sono appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie e nei cortei. Prigioniera nel Tempio fino a quindici anni, essa limita l’orizzonte dell’universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l’alte mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima s’accrescono esclusivamente di religiosità. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei la viva scultura del Tempio. Continua a leggere »

Giuseppe Tucci: Umanesimo Indiano (1936)

Posted by beatrice on February 16, 2010

Giuseppe Tucci
Umanesimo Indiano
(Asiatica, III [1937], pp. 416-420)

Nel 1936 cadde l’anniversario della nascita di Ramakrishna, di una cioè delle più grandi figure della mistica indiana.
Ramakrishna, come dissi nella commemorazione che ne feci, è ancora vivo e presente nell’India moderna, la quale traverso l’interpretazione che ne diede Vivekanada, ha visto in lui il rinnovatore dell’anima indiana: colui cioè che ha riportato gli spiriti a una spontaneità e immediatezza di sentire; che non solo purifica la religione, ma fortifica e nobilita le qualità morali.
Tutta l’India si è ancora raccolta intorno a lui e ne ha ricordato la grande personalità che il tempo sembra piuttosto accrescere che diminuire, e l’ha commemorato in diverse guise: sia cominciando la costruzione di un gran tempio a Belur ove meditò e si spense il discepolo ed allievo principale di Ramakrishna, voglio dire Vivekanada, sia tenendo a Calcutta un congresso mondiale di problemi religiosi, sia infine pubblicando in suo onore tre grossi volumi che espongono, in sintesi, i caratteri della civiltà indiana e la conquista del pensiero indiano2.
Modo più degno non si poteva trovare per commemorare un asceta il quale nel XIX secolo ha rinnovato la tradizione millenaria della mistica indiana e sembrò in se medesimo raccogliere e impersonare gli ideali religiosi della sua stirpe. Tre grossi volumi divisi in 90 capitoli, ciascuno compilato da un autore competente.
Fa piacere vedere che gli scrittori sono tutti quanti indiani. È passato ormai il tempo quando l’indologia era il privilegio delle università occidentali; gli indiani hanno cominciato a studiare da sè il proprio paese e le proprie tradizioni ed in pochi decenni hanno pubblicato lavori di prim’ordine. Certo in questa opera non di rado si nota un appassionato amor di patria che induce gli scrittori a valutazioni eccessive e non sempre sostenibili di molti aspetti del pensiero e dell’arte indiana. Ma è naturale sia così, quando alla coscienza di un grande passato facciano riscontro condizioni politiche non fiorenti, e si cerchi perciò nel ricordo degli antichi fastigi trarre l’auspicio di un radioso futuro.
Un’opera come questa di cui sto parlando, fatta per collaborazione, è naturale che si presenti un po’ frammentaria: i varii capitoli sono spesso giustapposti più che organicamente collegati in un’esposizione unitaria dell’anima dell’India. Si sarebbe forse potuto ovviare a questo difetto con un capitolo introduttivo o di conclusione in cui qualcheduno avesse in  certo modo tirato la somma di questa lucida e minuta esposizione che in quasi 2000 pagine traccia lo sviluppo del pensiero e dello spirito indiano. Poiché è, secondo me, venuto il tempo di liberarsi da un grave pregiudizio che ha imperato nei nostri studi e s’è riflesso nell’opinione della gente nei riguardi dell’India, che cioè questa sia un mosaico di culture e una pluralità di atteggiamenti spirituali male unificati e male unificabili.
In fondo noi ci siamo lasciati fuorviare dall’apparenza esteriore di certi atteggiamenti filosofici che sono il frutto di una lunga elaborazione scolastica – abbiamo cioè seguito le orme degli eruditi indiani ed abbiamo arbitrariamente scisso l’esperienza filosofica e religiosa dell’India in cinque o sei grandi rami: la speculazione upanishadica, la Mîmâmsâ (ritualistica), il Vedânta, il Sankhya, lo Yoga, il Nyâya (logica) ed il Vaisesika (atomosmo) più due scuole che abbiamo senz’altro qualificato come eterodosse, il Jainismo ed il Buddhismo. Ma l’apparente diversità delle formulazioni dommatiche inasprita dalla rivalità di scuole ci ha fatto dimenticare che tutte le più tardive elucubrazioni e i sottili filosofemi dei teologi nascondono, col loro rigoglioso e spesso farraginoso prosperare, un’unità di indirizzo e di concezioni: unità nella quale si esprimono i caratteri essenziali dell’anima indiana di fronte ai massimi problemi.
Unità che è anche continuità nel tempo, ché dagli albori della civiltà indiana, dei quali gli scavi fatti a Mohenjodaro e ad Harappa ci hanno dato imprevedute rivelazioni, fino ai tempi nostri vediamo le stesse idee e le stesse concezioni, ora più vive ora più languide, permeare, sia pure sempre arricchendosi di nuovi elementi, tutte quante le forme di vita e di pensiero di questo popolo. Se uno volesse trovare una parola sola per esprimerle potrebbe ricorrere alla parola Yoga. Poiché Yoga non significa già una tecnica psico-fisica, ma presuppone l’esperienza come base della vita spirituale. L’indiano, in altre parole, non ha voluto conoscere per conoscere, ma conoscere per vivere: e non già per vivere nel tempo, ma per vivere nell’eterno. L’India non ha conosciuto la lotta fra l’io ed il non io, intesi come due realtà, che tendono a fondersi e non trovano mai la via di trasmutarsi l’una nell’altra, ma ha superato o meglio negato la parvenza del divenire per perdersi nell’essere assoluto. Tutto ciò che diviene non è e non su quello si volge l’attenzione dell’uomo, ma piuttosto su quell’essere che a quel divenire soggiace e che quel divenire condiziona. La personalità umana è sogno: il fine del conoscere e dell’operare è l’âtman o il  nirvâna, definizione l’una positiva, l’altra negativa della stessa indiscriminabile realtà nella quale il molteplice si annulla e il divenire cede all’essere o il tempo all’eterno. È evidente perciò che la mistica abbia avuto in India preminenza sulla scienza. La scienza parte dal presupposto che il mondo sia reale, ma per l’India il mondo è un sogno, anche per quei sistemi, come quelli tantrici, che lo consideravano come la veste o il velo o il gioco di Dio: perché è sempre un miraggio che bisogna raggiungere. Su tali basi non può sorgere e svilupparsi nessuna scienza degna di questo nome: la vera scienza dell’India è stata la psicologia mistica intesa ad indicare la via per cui l’uomo si annulli, con le proprie forze, nel tutto. E questo annullamento della personalità può ottenersi quando, per progressivo ascendere, l’uomo si smaterializzi e quindi si perda nell’infinita luce delle coscienza cosmica, che è perfezione di essere, intelligenza e beatitudine.

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“Ed è la mia fede che ogni fiore gode dell’aria che respira”

Posted by beatrice on January 20, 2010

Erotismo, compassione, creato

da Etain Addey , Pratale

Quando arrivai qui nella valle trovai nel casale più vicino a casa mia una donna, Lucia, che allora aveva quasi ottant’anni. Aveva fatto sempre la vita della mezzadra, ma era la persona più padrona del mondo che abbia mai conosciuto. Era padrona del mondo nel senso più interiore della parola, nel senso che ne avrebbe dato il filosofo arabo al-Kindi, che parlava dell’unitas reggitiva, il principio unificante che permette alla volontà dell’individuo di modificare l’esistente quanto più la volontà è innervata dai moti dell’animo e dai desideri. Lucia strofinava il fianco caldo della vacca Chianina che usciva dalla stalla con la stessa sensualità palpabile con cui mi accarezzava la pancia arrotondata dalla prima gravidanza. La vedevo versare litri di latte nel calderone per fare il formaggio, come se quel latte fosse la soma dei Vedici, lavorare la pasta per la crescia come se ogni chicco di grano le fosse familiare, come se potesse sfamare ogni creatura del mondo con quello che usciva dalle sue mani.  Nonostante l’età, aveva nella sua persona un ardore conturbante.  Aveva fatto undici figli, “tutti boni”, ma dava a me l’impressione di fare ancora, nel suo quotidiano, l’amore con ogni cosa. Al-Kindi affermava che ogni sostanza, celeste o sublunare, emette raggi in ogni direzione, di modo che, in virtù di queste radiazioni e della loro propagazione, non sarebbe avventato sostenere che ogni cosa sia in ogni altra, e che ogni parte del cosmo sia legato empaticamente a tutte le altre.

Quella mezzadra che mungeva, che mieteva, che partoriva, che faceva partorire, che macinava e tritava, che raccoglieva e seminava, che uccideva, che cuoceva e conservava, che lavava il morto, che accarezzava e incoraggiava, era nella condizione ideale per penetrare, no, per incarnare l’erotismo del mondo.  “La conoscenza integra ed esauriente di una pur minima cosa rivela, come dentro uno specchio, l’universale essenza del cosmo”

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Papa Damballah (Haiti, gennaio 2010)

Posted by beatrice on January 13, 2010

“Haiti ha un passato glorioso, ma un presente drammatico e un futuro fosco” Joel Dreyfuss, oggi.

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Il brano che segue è l’incipit di un romanzo importante e di eccezionale efficacia su quel passato glorioso e poco conosciuto dell’isola di Haiti, libro che ha il pregio di riportare, al lettore sensibile, tracce vivissime e sottili della spiritualità e della gnosi afrocaraibica, accennate anche nella frase enigmatica sull’Africa “in fondo al mare” che chiude il brano, metafora del sentimento del “ritorno a casa”, cara a ogni anima che abbia sofferto il senso della schiavitù terrena e l’anelito alla liberazione. Un libro che parla soprattutto di una strana rivoluzione, di passioni furiose, di magia e di Dei ancestrali.

Questa citazione è un modestissimo omaggio alla terra di Haiti, che oggi è devastata da un terremoto di proporzioni apocalittiche; una terra a cui riconosco di custodire una Tradizione, cioè la narrazione vivente, per figure e riti, della possibilità di Unione con il divino e la nostalgia per il Ritorno.

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Dal romanzo: Quando le anime si sollevano
di Madison Smartt Bell

PROLOGO
Avere levato l’àncora con la marea del mattino è stato un sollievo. Le voci di nuovi disordini hanno reso gli ultimi giorni in porto terribilmente inquieti: forse si prepara una rivolta ben più grave, scatenata dalla deportazione del capo brigante Toussaint, nostro passeggero e prigioniero. Tutte le fazioni della città di Le Cap, o meglio di quel che ne rimane, sono insorte l’una contro l’altra. Quanto al porto stesso, pullula di squali voraci pronti a divorare le carni di chi ha la peggio nelle battaglie sulla costa.
Ecco perché mi rinfranca trovarmi ormai così distante, qui sulla poppa, la brezza in volto, a osservare le rovine fuligginose che s’inabissano velocemente all’orizzonte. In dieci anni Le Cap è stata rasa al suolo per ben due volte, ma anche all’apice del suo splendore, se ammirata da lontano, non poteva sembrare che una precaria roccaforte su queste rive selvagge. Mentre doppiamo il capo vedo la città cedere il passo a scarpate rocciose che scendono a strapiombo tra le onde; più in alto si staglia la tenebra impenetrabile delle foreste o, dove gli alberi sono stati abbattuti, picchi spogli e affilati come aghi. Il mio soggiorno è stato breve, ma per quanto mi riguarda è durato anche troppo. Nulla è andato a buon fine da queste parti: la mano dell’uomo civilizzato è riuscita soltanto a trasformare in deserto la natura selvaggia. Forse, prima di Colombo, l’isola era una specie di Eden. Credo sarebbe stato meglio per tutti se non vi fosse mai sbarcato.
Quando siamo salpati, accanto a me e agli altri ufficiali di bordo c’erano alcuni membri della cerchia di Toussaint, lo schiavo ribelle; da par suo, il gentiluomo se ne rimaneva strettamente sorvegliato sottocoperta. Finora ai suoi amici è stato concesso di muoversi a loro piacimento per la nave, e io ho cercato di studiarli da vicino per poterne un giorno affidare alla carta una descrizione, destinata a chi, non lo so. Continua a leggere »

Nanga Parbat

Posted by beatrice on November 9, 2009

“…Si ha l’impressione di planare sopra ogni cosa, di aver perso ogni contatto con la terra, di essere staccati dal mondo e dall’umanità. Mi sembra di trovarmi su una minuscola isola in mezzo ad un oceano sconfinato. Verso nord, possenti montagne si perdono nel remoto orizzonte. Ad est si estende un altro e analogo mare di innumerevoli cime, coperte di ghiaccio, inviolate, inesplorate: l’Himalaya.”

Hermann Buhl nel 1953, primo scalatore del Nanga Parbat

foto: M. Hurlimann, 1935 circa, collezione privata.

Kali Maa, mito e simbolo

Posted by beatrice on October 30, 2009

Il nome Kali deriva dalla parola radice sanscrita Kal, tempo. Nulla sfugge al tempo.

Kali Maa è una Rupa (forma) di Durga Maa. Creata da Durga Maa per lottare contro i demoni, l’aspetto feroce di Durga. Secondo i Purana, l’ immagine di Kali, ampiamente venerata nelle regioni orientali dell’India, deve la sua origine alla battaglia di Durga con Shumbha e Nishumbha. E’ anche nota come colei che uccise il demone Raktabija bevendo le gocce del suo sangue, per impedire che queste cadessero a terra.

Nelle immagini popolari, Kali è rappresentata come un essere femminile molto nero, con quattro braccia. In una mano ha una scimitarra, in un’altra la testa di un demone, che tiene per i capelli, la terza mano si apre a elargire benedizioni e la quarta regge un’altra arma, di solito una lancia o un tridente. Ha una collana fatta di teschi e due teste di demoni come orecchini. La sua lingua è rosso sangue ed è esposta fino al mento. Il sangue sgocciola anche dalla lingua e sul corpo. Sovente è rappresentata in piedi sul corpo di Shiva, con un piede sul petto e l’altro sulla coscia. In alcune statue è nuda, tranne che per i suoi ornamenti, quali una specie di gonna fatta di mani e arti mozzati attorno ai fianchi.

Kali indossa una ghirlanda di 52 teschi e una gonna fatta di braccia smembrate perché l’ego abbandoni l’identificazione con il corpo, per riconoscersi nello spirito. Se il nostro attaccamento al corpo giunge al termine, la liberazione non può che prevalere. Pertanto la gonna e la ghirlanda dei trofei sono indossati dalla Dea per rappresentare la liberazione dei suoi figli dall’attaccamento al corpo materiale.

Con due mani tiene una spada e una testa mozzata di fresco, grondante sangue. Questo particolare rappresenta la celebre battaglia in cui sconfise il demone Raktabija.

Il nero (o talvolta blu scuro) della pelle rappresenta il grembo del non manifesto, da cui tutta la creazione è nata e in cui tutta la creazione alla fine farà ritorno. Dea Kali Ma è raffigurata in piedi su uno Shiva dalla pelle bianchissima, che è sdraiato sotto di lei. La sua pelle bianca è in contrasto con la nera o blu di Lei. Lo sguardo di Shiva esprime distaccata beatitudine. Shiva è pura consapevolezza senza oggetto Sat-Chit-Ananda (essere-coscienza-beatitudine), mentre Lei rappresenta la “forma” eternamente sostenuta dal principio di pura consapevolezza. Continua a leggere »

L’acqua, il suicidio e la follia femminile nell’immaginario vittoriano

Posted by beatrice on August 7, 2009

Le statistiche e le aspettative

Nell’Inghilterra vittoriana le donne furono rappresentate e mitizzate come creature mostruose. Erano sostanzialmente “altri” – recipienti fragili e demoni, angeli del focolare o angeli decaduti – e il suicidio era spostato su di loro quali demoniaci alter ego. La narrativa sulle donne e il suicidio divenne preponderante e superò di credibilità i fatti. I fatti di per sé erano limpidi: per tutto il diciannovesimo secolo i suicidi tra le donne furono sensibilmente inferiori a quelli commessi dagli uomini. Evidenti anche le differenze di mezzi scelti. Per lo più le donne utilizzarono l’ingestione di veleno e l’annegamento, piuttosto della morte violenta per arma da fuoco o coltello, così come accade ancora. E questi dati erano già ampiamente accertati prima della metà del secolo e confermati dopo il 1858, quando William Farr introdusse la raccolta sistematica dei dati sulle cause di morte. La bassa incidenza del suicidio tra le donne, però, era più facile da rendicontare che da accettare. Nonostante tutte le prove contrarie, i vittoriani credettero vero ciò che volevano credere sulla frequenza del suicidio tra le donne.

Principalmente questo accadde perché si voleva e si intendeva il suicidio, come la follia, una “malattia femminile”. E poiché le donne erano in numero prevalente tra i malati di mente – in quanto più spesso erano recluse nei manicomi e perciò soggette a censimento – erano generalmente considerate più vulnerabili alla malattia mentale. Il collegamento tra donne e suicidio era grossomodo questo: esiste un maggior numero di donne ricoverate per follia e il suicidio è una conseguenza della follia; perciò le donne dovrebbero suicidarsi più degli uomini. Oppure: la donna è un tipo umano inferiore, più debole, fisicamente e mentalmente, e se per resistere al suicidio occorrono forza di volontà e coraggio, le donne saranno preda dell’impulso suicida più degli uomini. A meno di non voler dar credito al sesso debole di una forza d’animo indesiderata, il fatto che le donne commettessero meno suicidi degli uomini doveva essere spiegato attentamente. Era questo il prezzo della conservazione dello spostamento dell’auto-distruzione sulle donne, nella società patriarcale dedita alla difesa della superiorità maschile, mentale e fisica, e alla razionalizzazione delle differenze sessuali.

Per tutto il secolo, le spiegazioni degli uomini sulla discrepanza tra le statistiche e le aspettative si concentrarono sulle presunte predisposizioni femminili. Nel 1857, sulla Westminster Review, George Henry Lewes scrisse che la causa del basso tasso di suicidi tra le donne era da attribuire alla “maggiore timidezza” e al “maggior capacità di sopportazione passiva del dolore fisico e mentale” A Lewes fece eco nel 1880 il Blackwood che asserì che le donne sono “abitualmente di migliori maniere e più calme; possiedono maggiore obbedienza e rassegnazione, nonché un forte e orientato sentimento del dovere… Possiedono precise disposizioni del temperamento e insegnamenti che sono di potente inibizione alla morte volontaria”. Le analiste donne che presero in esame gli stessi dati sul suicidio furono meno propense alle affermazioni naive sul carattere femminile, ma si sentirono comunque chiamate a fornire una spiegazione delle statistiche. Dopo aver osservato che “commettono suicidio tre uomini per contro a uno commesso da donne”, Harriet Martineau concluse che “se non c’è differenza nei soggetti per quanto riguarda ciò che chiamiamo insanità naturale, si deve attribuire il maggior numero di suicidi all’abitudine maschile di incorrere nell’insanità artificiale, dovuta all’intemperanza”. Alla timidezza femminile, quindi, Harriet Martineau sostituì l’altra bestia nera tra le debolezze dell’età vittoriana, il demone della bottiglia.

Metodo e follia

Alla fine del secolo, uomini come S.A.K. Strahan e Havelock Ellis proposero tesi ancor meno generose sul temperamento femminile e il suicidio. Strahan ritenne che le donne fossero la parte debole nella lotta per l’esistenza e quindi meno inclini ai suoi effetti secondari – quali il suicidio. Per lui il minor indice di suicidi dipendeva “dalla mancanza di coraggio e dalla naturale ripugnanza per la violenza personale e lo sfigurare”. L’ignobiltà femminile, non la nobiltà, connotava la sua argomentazione. Il simile giudizio espresso da Ellis puntava meno sul numero e più sui mezzi del suicidio. In riferimento a quelli che definiva i metodi “passivi” di suicidio (l’annegamento, ad esempio) Ellis definisce le donne caratterialmente irresolute, per la scelta di mezzi che richiedono minore preparazione e minore spargimento di sangue. Le forme più violente di suicidio offendono “il femminile senso della decenza e l’orrore per il disordine” e riflettono la preoccupazione per il giudizio degli altri dopo la propria morte. “Se fosse possibile trovare un metodo accessibile di suicidio con cui sbarazzarsi perfettamente del corpo” dice Ellis “avremmo probabilmente un considerevole incremento dei suicidi tra le donne”. Continua a leggere »