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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

Ramakrishna Math, Gretz, France (giugno 2005)

Posted by beatrice on February 16, 2010

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Sulla meditazione

Posted by beatrice on December 10, 2009

I piani fisico, mentale, intellettuale e spirituale, devono essere ricondotti a un insieme armonico. La meditazione è la tecnica per trovare questa armonia. È la disciplina spirituale più elevata. Attraverso la meditazione si può incontrare l’esperienza della pace dentro e fuori di noi. Terminano i conflitti fra i desideri, le indecisioni sui compiti e lo stress nervoso. La mente è nella posizione di vedere la vita nel suo complesso. Ogni impegno si risolve con successo, poichè terminano le fluttuazioni mentali e la conseguente dispersione. E’ possibile perciò dirigere le proprie potenzialità, con una concentrazione che non incontri ostacoli.
Nessuno può mancare di osservare il risultato della concentrazione. I raggi del sole convergenti su un punto attraverso una lente focale bruciano la cosa su cui sono concentrati. Tutti coloro che hanno successo nelle professioni o nel sapere, lo devono alla capacità di concentrarsi su un solo punto. Occupare la mente in pensieri e problemi reca danno alla concentrazione e al rendimento. Una mente divisa ottiene risultati mediocri. Le Scritture hanno giustamente indicato che ogni uomo è un genio potenziale. La maggior parte di noi è in grado di utilizzare solo una parte insignificante delle potenzialità. Pertanto, le delusioni sono il nostro destino inevitabile. Abbiamo poteri illimitati che purtroppo non abbiamo imparato a conoscere e utilizzare. E’ una questione di ritrovare noi stessi.
Sotto la superficialità dei pensieri e dei comportamenti, resiste in noi la costante ricerca inconscia di un denominatore comune. Come un solo binario, su cui far scivolare tutti i diversi aspetti della nostra personalità senza problemi, rapidamente, e in perfetto equilibrio - per raggiungere l’esperienza della realtà.
La mente è sempre occupata da un oggetto o l’altro. Il flusso dei pensieri è incessante. Ovviamente, prima che la mente possa controllare se stessa e concentrarsi su qualcosa, deve essere coltivata. Nella meditazione la mente è condotta a ritirare la sua attenzione da tutti gli oggetti sensibili.
Con la pratica assidua la mente impara a pensare solo una cosa alla volta. La mente è davvero una forza da non sottovalutare, anzi potremmo considerarla invincibile. Dopo aver preso coscienza della propria vera natura, la mente non è più distirbata dai dolori passeggeri e dalle gioie effimere del mondo. La prosperità non la svaluta, l’avversità non la degrada. Proprio come le scoperte scientifiche di indistruttibilità della materia e dell’energia danno un nuovo significato agli oggetti, che sono una combinazione di entrambi, la realizzazione del Sat-Chit-Ananda da parte della mente-intelletto, attraverso la meditazione, schiude una nuova visione della vita e dei fenomeni del mondo, così che appaiono nella loro nudità, spogliati del loro potere di ingannare. Tutte le coperture si sollevano allo sguardo di una mente così stabilita nella pura coscienza, grazie la meditazione regolare. Spogliata di tutti i complessi, non sarà più assalita da dubbi e timori.

E che dire, dal punto di vista del mondo, cosa è necessario per giustificare la meditazione? La prova del budino è nell’assaggio. Iniziate la meditazione da ora in poi, e presto l’esperienza incomparabile dei doni che ricadranno su di voi, supererà la semplice logica.
Siate regolari. Siate sinceri. Siate puri. La meditazione non può mai fallire. Sarà sempre un successo.
La sincerità e la regolarità sono il segreto del successo nella meditazione. Il contatto con il guru e il costante studio delle scritture sono fattori che garantiscono il successo totale.

[Swami Chinmayananda]

Obama e L’Islam. Il discorso del Cairo.

Posted by Beatrice on June 5, 2009

Ecco la traduzione integrale del discorso del presidente americano Barack Obama all’Università del Cairo.

Sono onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l’Università del Cairo è la culla del progresso dell’Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.

Sono grato di questa ospitalità e dell’accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.

Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l’Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell’Islam.

Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell’11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l’Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell’America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.

Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l’odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.

Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l’inizio di un rapporto che si basi sull’interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell’uomo.

Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell’arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l’uno dall’altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: “Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità”. Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l’importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
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Aderisci all’appello “Per una Repubblica che rispetti le donne”

Posted by Beatrice on

Noi donne siamo una risorsa importante del Paese, dall’ambito familiare e sociale a quello professionale e istituzionale.
Siamo in prima linea nell’impegno quotidiano di cura e di lavoro che svolgiamo con dedizione, competenza e serietà. Eppure oggi le donne assurgono agli onori delle prime pagine dei media se sono compiacenti verso i “potenti” e asservite ad un modello mercificato e lesivo dell’identità femminile.
Se il presupposto è questo, per le donne italiane si prefigura un futuro difficile. Non solo per la crisi economica di cui pagano, più degli uomini, lo scotto nel mercato del lavoro, ma soprattutto per la strisciante corruzione che aleggia, che gioca sull’apparenza come primo requisito dell’affermarsi, falsifica la valorizzazione dei talenti e tradisce le persone.
Siamo alla vigilia delle elezioni europee e guardiamo all’Europa come allo spazio dove si può agire per cambiare questa mortificante situazione. Per portare avanti uno sviluppo personale e sociale basato sulle pari opportunità e sul merito.
Ma come arrivare a questo obiettivo se i contenuti, le candidate e i candidati per il Parlamento Europeo sono oscurati nei media, da un lato dai “finti candidati” che non andranno a Bruxelles e dall’altro dalla insopportabile telenovela che purtroppo riguarda la quarta carica dello Stato.
Se a questo si aggiunge il malizioso bizantinismo con cui sono applicate le regole per i passaggi televisivi, non stupisce la perdurante disinformazione dei cittadini sulle elezioni europee.
Non esiste il confronto tra opinioni diverse, non è permesso un incontro aperto: ma, ci domandiamo, l’Europa non è il nostro futuro? E le donne non hanno, come sempre, la responsabilità educativa nei confronti dei cittadini d’Europa? Continua a leggere »

Padre America

Posted by Beatrice on January 25, 2009

Eccolo Bush padre, anziano, sciarpa viola e andatura tremate, appoggiato al bastone, entrare lentamente nel palco della cerimonia per salutare l’insediamento di Obama. Vedo la cerimonia dell’Inauguration - non perché ami le cerimonie - come tutti per la prima volta, e attraverso una lente che mi costringe a estremizzare quei volti e queste circostanze, come altrettante ferite umane insanate e cocenti.

Di notte, come di soprassalto, ho realizzato il rischio che Oliver Stone ha accarezzato, non potendo salvarsi, nel suo incomprensibile ritratto dell’ultimo presidente, andando senza compromessi a deludere coloro che attendevano un film politico, che individuasse responsabilità e crimini e ristabilisse una giustizia almeno ideale.

Di più: ecco che alla cerimonia entra George W., ancora immerso nel suo psichismo texano, e batte il cinque all’addetta che incrocia lungo il corridoio, come entrasse sugli spalti di una partita di baseball. E la diretta intercetta la finzione cinematografica, o la finzione tout court attraversa ancora una volta il corridoio del palazzo.

Dove siamo, esattamente? Nella notte precedente è suonato nel corridoio della mia scatola cranica un ricordo nitido, come il diapason della nota dominante: i Karamazov. Che Stone non poteva citare esattamente, non assegnare personaggi e interpreti, ma suggerire - accontentandosi di parlare a coloro che hanno assorbito il problema nell’età in cui l’emancipazione è vitale - di riconoscere che nelle persone del massimo potere, ieri, adesso, erano seduti i tristi uomini del Sottosuolo. Che essi sono afoni, poveri o deprivati cognitivamente ed emotivamente della coscienza tormentata che fu dei protagonisti del romanzo russo (ed è innegabile), tanto da risultare irriconoscibili, ma ridotti all’osso, al nocciolo della tragedia.

Questa visione ci costringe a scrutare con attenzione i volti che si posizionano entro il perimetro della cerimonia, cercare. C’è là sotto, nella folla assiepata per l’evento, un popolo di quasi-poveri accorsi ad accamparsi lungo l’area del Campidoglio, accovacciati a terra, coperti di cose inutili e imbacuccati, come un’abitudine strisciante, inconsapevolmente mutuata dal mondo parallelo di homeless accucciati in ogni angolo d’America, che alla tirannide paterna sono sfuggiti con la propria rovina, con la condanna definitiva alla marginalità. Continua a leggere »

Mumbay, 27 novembre

Posted by Beatrice on November 27, 2008

Quando in Nepal il sig. “Prachanga” vinse le elezioni dello scorso aprile, portando il Paese dalla monarchia a uno stato democratico a maggioranza “comunista”, un anziano - che come molti della sua generazione, nonostante una personalità notevole, deve definirsi “comunista” per possedere un’etica e un ideale - mi chiese: e l’India? In India, dissi io, esistono partiti di ispirazione comunista, in alcuni stati hanno la maggioranza, a livello centrale si assestano in percentuali “normali” e contrattano il proprio appoggio alle coalizioni di centro-sinistra. Perchè? Dice, perché secondo lui in India ci sono contraddizioni enormi, c’è troppa povertà, e potrebbe capitare che ne esca un Prachanga, che scoppi la rivoluzione. Giovane!! ah, sì, esistono da sempre i gruppi dei guerriglieri nella jungla, i Naxaliti, formazioni di vaga ispirazione maoista e dal misterioso rifornimento di armi: conquistano militarmente un po’ di villaggi, applicano una giustizia sommaria e plateale, ma di lì poi non si spostano, non prenderanno Nuova Dheli con metodi così primitivi, né gli interessa, sono i bulli della jungla, secondo me, e basta. L’anziano giovane si stupisce che la gente attenda con pazienza il proprio turno all’accesso alla ricchezza, ammassandosi alla rinfusa ai margini delle metropoli. Dico, vanno al cinema, canticchiano le canzoni alla moda, venerano i divi di Bolliwood, sperano in un futuro migliore. Non coglie il parallelo che molti vedono con il dopoguerra felice dell’Italia di qualche decennio fa. Non vede una felicità che non miri a un riscatto radicale e universale; quello che per molti è benessere, per altri è miseria, miseria morale prima che materiale, ma dove la povertà materiale deve essere il perno dell’equazione e della presa di coscienza.

Tra due ore prenderò il caffè con mio padre, che mi dirà: hai visto in India? Ho visto, sì. Eh? Il fatto di appartenere in maniera indipendente e testardissima a qualcosa denominato Induismo mi qualifica , purtroppo, come sostenitrice di un sistema politico ed economico che invece mi è completamente indifferente, come qualsiasi altro. Ma a questo punto per me è già la barriera visibilissima dell’impossibilità di comunicare. Non è riconoscibile, nella nostra disperata decadenza, una denominazione che non corrisponda a un’adesione politica e pseudo-ideale, che deve essere manifestata con la faziosità truculenta e identitaria della tifoseria, cui di solito la connotazione religiosa aggiunge caratteri di untuosità e senso di presunta giustizia. Fatico enormemente a sopportare questa attribuzione. L’occidente, il monoteismo, l’ambizione imperiale di ciascuna delle “grandi religioni” hanno ormai stabilito che solo questa pretesa megalomane e omicida è fede. A questa “fede” credono tutti, ecco come si spiega il presunto misticismo rimontante nel XXI secolo. Ma la povertà, la politica, le contraddizioni sociali - mi dicono le notizie di oggi - sono definitivamente lasciate fuori dalla porta. Il trionfo è dell’immagine, della sigla, dell’intelligence e della televisione. Continua a leggere »

La Stampa.it ricorda così PierPaolo Pasolini nel 33° anniversario della morte

Posted by Beatrice on November 3, 2008

“Il 2 novembre 1975 sulla spiaggia di Ostia viene ucciso Pier Paolo Pasolini; uno degli intellettuali italiani più significativi del XX secolo; bolognese, ma cresciuto nel Veneto cattolico; un prodotto di oratorio, istituzioni fasciste per i giovani e federazioni comuniste. Fin dagli anni 50 Pasolini vive permanentemente a Roma; colto, intelligente, curioso, ottimo scrittore e buon regista di cinema; bravo a giocare al pallone. Un nostalgico della Italia contadina tra le due guerre mondiali, nel 1963 Pasolini viene processato per vilipendio alla religione di stato nei suoi film. Scettico sulla rivolta giovanile del 68, Pasolini è comunque tra i finanziatori di gruppi di estrema sinistra tra cui Lotta continua. Primo grande rappresentante del catto-comunismo Pasolini, ironicamente, viene ancora oggi guardato con sospetto e freddezza sia dai cattolici che dai comunisti”.

Pasolini non è cresciuto in Veneto ma bensì in Friuli, cosa che chiunque sa o dovrebbe sapere, specie i cosiddetti mediatori culturali, visto il lavoro eccelso compiuto dal poeta nella riscoperta e la valorizzazione della cultura dialettale friulana, semplicemente uno dei maggiori contributi alla storia culturale di questo paese e che è ancora oggetto di un alacre lavoro interpretativo da parte dei nostri maggiori filologi.

Se proprio bisognava ricordare il vergognoso attacco dello stato cattolico al grande poeta, non si doveva omettere il fatto che il processo per vilipendo della religione di stato si concluse con assoluzione con formula piena. E non è una sfumatura.

Che poi Pasolini sia stato un finanziatore di gruppi di estrema sinistra è pura illazione, e rafforza l’impressione che questo ricordo sia in realtà solo l’ennesima occasione per infangare la memoria del grande intellettuale italiano.

Primo grande rappresentate del catto-comunismo? Su questo sono state scritte tesi di dottorato che non arrivano nemmeno vicine a fare luce sul reale rapporto di Pasolini con la religione. Argomento spinosissimo, che chiunque abbia un po’ di sale in zucca eviterebbe di toccare in una brevissima nota di ricordo. E poi: che ci siano in giro ancora dei comunisti, e che questi comunisti si ricordino di Pasolini, è altrettanto discutibile.

Forse l’unica nota reale in questo assurdo ricordo del poeta, è il fatto che Pasolini venga guardato con sospetto, cosa che fra l’altro giustifica il taglio di questo articoletto.

Complimenti vivissimi alla Stampa e all’opera di diffusione dell’alta cultura italiana di cui si fa artefice.

Claudia Boscolo,

Beatrice Polidori

La brutta guerra degli Indù

Posted by Beatrice on August 26, 2008

Mi ero distratta, ultimamente, così mi è toccato risvegliarmi bruscamente stamattina nell’apprendere che mentre noi eravamo impegnati nella solita vita privata, nel privato delle nostre meditazioni e delle nostre malinconie, era scoppiato un tumulto, in India, in cui ha perso la vita una religiosa, in attesa dell’inevitabile escalation. La guerra dei “fanatici” Indù, dicono i giornali. Anche questa volta, sotto accusa sono Dio e i suoi devoti, mai si dovesse pensare un uomo pio e la sua pietas come altro che fame atavica di sopraffazione e di vendetta.

Non ho, in questo momento, tutti i dati a disposizione per raccogliere anche soltanto un profilo della frizione che oggi ha ucciso una suora. Ho la sensazione di non voler andare in India; ho il ricordo che una volta, una avveduta signora cristiana mi consigliò caldamente di trasferirmi là al più presto, e non capivo perché; ho la percezione che l’India sia già troppo Occidente, per me, fanatica Indù, se oggi scoppia una guerra di stampo comunalista e quindi global.

Più o meno mentre in Italia la madonna piangeva sangue a Civitavecchia, in India, una statua di Ganesh beveva latte. Un anglo-indiano, Thackeray, che non fa lo scrittore, salì su un palco e gridò a una folla eterogenea che la rinascita era incominciata che gli indù si sarebbero riappropriati dell’India. Thackeray è un uomo pio perché crede che la statua abbia bevuto, e lo sono improvvisamente i suoi seguaci. Tra il 1992 -93 almeno mille persone perdono la vita negli scontri tra hindu e musulmani e il bilancio negli anni ha continuato a crescere. Non c’è nulla di Indù in tutto questo. Se si vuole, una recente intervista a Lal Kishen Advani [1], leader della destra Indù, spiegherà con nitore che il problema è squisitamente identitario, e l’identità è un problema moderno, o meglio, coloniale. Continua a leggere »

La preghiera dell’Aspirante

Posted by Beatrice on July 27, 2008

Quando gli occhi sono aperti, vediamo cose, persone ed eventi. In tutte queste occasioni si manifestano le idee di “io” e di “mio” e le differenziazioni del “non io” e “non mio”. La mente può essere rivolta ancora di nuovo al Supremo con questa preghiera:

Signore, tu sei tutto questo. Tu sei colui che risplende come universo. Vedo te nei bambini e negli adulti, in me stesso e negli altri. Eppure, ogni volta, dimentico che tu sei tutto. A causa di questa dimenticanza divento arrogante e aggressivo, indifferente e irriverente. Se non sono consapevole del tuo sguardo che tutto vede, cado in errore e indulgo nella falsità. Signore, benedicimi. Apri l’occhio della mia saggezza. Quando i bambini giocano, che io possa vedere il tuo sguardo amorevole e attento negli occhi di ognuno. In ogni suono che vibra nelle mie orecchie, che io oda la dolcezza della tua voce. Invece di percepirmi come individuo, fai che prevalga la consapevolezza della totalità nella sua interezza. Che io possa sentirmi sempre in separabile dal tutto. Che questa preghiera riecheggi nell’orizzonte della mia mente. Aiutami a ripetere questo versi e andare sempre più a fondo nella prodigio del loro significato, e che io possa sentire la benedizione di questa comprensione unitiva. Aum…

(Guru Nitya Chaitanya Yati)

Perchè non adoriamo la Madre?

Posted by Beatrice on March 26, 2008

Sebbene il contatto con le tradizioni orientali abbia trasportato fino in occidente una certa visione mistica e trascendente del femminile, il contagio ha toccato soltanto un livello superficiale, intellettualistico o sentimentale. Una parte dei ricercatori, con sincerità, avverte che il nostro sentimento nei confronti di una Madre Divina non riesce a superare il dubbio, addirittura lo stallo, per cui verso l’elemento duale, che contraddistingue una diade divina e sperimentale, tra divino e naturale, trascendente e formale, non può stabilirsi con facilità un continuo, o un riconoscimento di identità. Anche per le donne che cercano con interesse le figure che hanno incarnato in forme femminili il Maestro e il Divino c’è fortemente il desiderio di incontrare la differenza di genere, o di “polarità”, come la chiamano altri, che però non può superare la separazione, perchè sembra appunto fondarsi su di essa. Al fine, occorre chiarire che anche la posizione di certi studi tradizionali, in occidente, ha forzato la contrapposizione con esiti errati, per adeguare le dottrine mistiche dell’oriente a certa filosofia decadente, con il risultato di un pateracchio idealista in salsa sanscrita, piuttosto che un Vedanta in lingua occidentale.

Ma è della nostra esperienza quotidiana, e di questo invece vorrei parlare, il blocco emozionale/spirituale che ci impedisce di cogliere l’aspetto femminile della divinità, così come tramandato dai sanscriti, e di re-integrarlo - insieme alla nostra vita - nell’ unicità divina. Noi non amiamo la vita. Per noi vivere è manipolare, trasformare, violentare e infine consumare completamente la vita. Possiamo anche dichiarare di difenderla o di curarla, ma mai ci verrà in mente che la vita non necessita affatto della nostra attivazione nei suoi confronti. Che essa sia giusto un’immagine degna della nostra più spassionata e semplice contemplazione. Continua a leggere »