La contemplazione. Diwali 2017.

IMG_20171017_204115_062

I filosofi come Eraclito e Gaudapada paragonarono la condizione umana al sogno, quell’illusione, pesante come una schiavitù in catene, in cui la coscienza è imprigionata nel proprio mondo interno, in un mondo di fantasmi, di regole e di relazioni che la mente interpreta come reali, senza mai riuscire a percepire il proprio vero Sè, la sua condizione indipendente, autonoma da tutto, nascosta sotto il fragore della natura. Gaudapada spaccava il guscio con la sciabola: nessuno nasce, nessuno è mai nato. Strana affermazione, quando tutto ciò che vediamo nasce e muore, che non è fine a se stessa. Chi abita davvero la coscienza che assume di essere nata e di vivere in questa o quella situazione? Quando si può davvero affermare di avere visto nascere il senso dell'”io sono”? “Ham Sa – So Ham”, io sono, Quello io sono, ripete costantemente il respiro, 27.000 volte al giorno, in ogni essere vivente, dice Gorakhnath. Ogni creatura che vive e respira è sostenuta da questo mantra, è la sostanza fatta carne e coscienza di questo suono. Tutto ciò che vive, vive del proprio respiro, dell’essere in se stesso, il vivente, “io sono”. Quel respiro, il soffio, è il vero Sé, gli fanno eco le Upanishad. Niente altro ci è trasmesso in eredità dall’universo e dagli antenati, se non questo soffio che tutti attraversa indiscriminatamente. Senza giudizio, senza nessun legame, nemmeno a questo o a quel corpo, a questa o a quella nascita. Tutti i corpi li attraversa ugualmente, ripetendo lo stesso mantra, quelli liberi e quelli che, distratti dal mondo delle ombre mentali, non lo percepiscono, sopraffatti dal rumore della mente.

La prima cosa che si manifesta in una istruzione spirituale effettiva è la rinascita a questa nuova vita: Spirituale, significa che è la vita del soffio. Il Maestro, la Grazia, ti strappa dalle catene della nascita terrena e sociale, e rimette in piedi, libero, in una nuova vita che non ha inizio né fine, non essendo collocata in nessuna persona specifica, ma ugualmente presente in ogni dove. Lì puoi respirare. Respiri e osservi, osservi per la prima volta che quello che eri apparteneva al mondo dei morti, delle ombre, delle illusioni, dettate dalle infinite parole e formule vuote che hai registrato come realtà vere. Quello che sembrava la volontà di altre persone, è solo un continuo di suoni e opinioni e immagini parziali che risuonava attraverso le persone e le cose, come altrettanti strumenti attraversati dal vento, impauriti, a cui la mente dava una forma perché, non distaccandosene, ne era catturata. Si può riuscire a stare nell’onda e danzare, ma si può altrettanto facilmente cadere e annegare. Finché non si sale al di sopra del movimento ogni onda può essere fatale e noi troppo deboli per sollevarci con essa.

Dall’alto vediamo che non c’era nessuno, solo l’onda che creava i movimenti, le curve e i riflessi – di cui finalmente si può restare l’osservatore pacifico. Semplice osservatore. Ognuno di quelli che abbiamo incontrato era identico a questo noi stessi, puro essere, libero e innocente, sufficiente in se stesso, più o meno sbattuto dalla forza dell’onda che è la vita stessa, di solito inconsapevolmente, spesso in balia delle circostanze. Se lo vediamo, come noi stessi, nella sua natura ultima e originaria, creaturale, è innocente e puro. E separato il Se dal non-sé, da tutto ciò che non gli apparteneva, e distinguendo l’essere dal rumore delle relazioni e delle opinioni, non è altro che identico al proprio stesso io originario, infinite volte, e completamente privo di colpe, di meriti e di ogni idea o giustapposizione. Semplicemente non c’è qualcuno lì, c’è solo coscienza, e infinita compassione e amore e identità, e niente altro che commozione, come vedere la vita per la prima volta. (Così accade che siamo commossi nel vedere un animale, un cucciolo, un neonato, o che piangiamo di fronte alla morte di qualcuno, perché intuiamo per un attimo ciò che è, al di là delle sovrapposizioni, a mente spenta, direttamente con il cuore).

Di queste esperienze, sebbene rare, se ne possono attraversare perfino un certo numero, nel corso della vita, le possiamo chiamare esperienze delle vette, momenti di essere, chiari del bosco, per citare delle voci occidentali moderne. Sono momenti di chiarezza, di vero perdono, di consapevolezza e di estrema lucidità, che rischiano però di ritornare offuscati e poi scomparire nell’oceano della quotidianità, o nell’ “oceano della nascita e della morte”, come dicevano gli antichi. Nella condizione in cui di nuovo ci ritroveremmo ad essere legati alle dinamiche della proprietà (dell’io) e delle relazioni, avviliti dalla percezione di morire e di disperderci, mortificati, confusi, ombre tra le ombre. Allora interviene un livello successivo, quando la consapevolezza deve farsi da esperienza occasionale a percorso, condizione permanente, di vita. Questa parte, erroneamente, la si ritiene più frustrante. Se è così, è perché raramente abbiamo occasione di incontrare qualcuno, o una circostanza, che ci indichino immediatamente la verità, qui e ora, dove ci troviamo, in noi stessi e in tutto, cioè qualcuno o qualcosa che ci porti a osservare dalla vetta per poi insegnarci il sentiero per raggiungerla. O forse i maestri indicano sovente la Luna e davvero noi guardiamo solo il dito. Ma nessuno può far accadere la consapevolezza senza che il discepolo ne senta la spinta dirompente in se stesso. Il richiamo viene da dentro. Il serpente sibila nel profondo di noi stessi il suo sforzo verso l’ascesa e la liberazione. Non c’è altro maestro all’infuori di quello.

L’esistente permane. Nessuno muore. Diventa anche esso trasparenza, come il corpo e la mente. Tutto traspare il gioco divino, e acconsentire quel gioco, danzare quella danza, illuminare quello spazio infinito è il mandato spirituale, questa è la sostanza di ciò che in varie forme possiamo vivere come pratica spirituale o religiosa. Si dice, dai Veda almeno, che molti sentieri, che sono le diverse pratiche e dottrine particolari, conducono alla stessa vetta. Teniamo bene a mente la vetta. A questo ci richiamavano varie istante etiche, non uccidere, non causare sofferenza, non usare gli altri come corpi incoscienti. In India si dice Ahimsa: non nuocere, non commettere violenza. In occidente si pensa che occorrono espedienti complicati per tenere a mente al verità, si chiede se sia oggettiva o non oggettiva, e altri sofismi divertenti, ma errati. La verità consiste nel mantenere la visione dell’essere attraverso l’innocenza.

Non nuocere è mantenere salva la verità originaria, quella senza sovrapposizioni, senza io e tu, servi e padroni, fuori dalla dimensione antropocentrica e egocentrica che ha costruito la “nostra” cultura, mentre devastava il pianeta e la nostra anima. Astenersi dalla crudeltà e dall’uso di persone, animali e dell’ambiente tutto, è già una meditazione costante. Alcuni protestano che le dottrine etiche sono state impugnate da persone crudeli e allo scopo di abusare e opprimere con dei divieti pretestuosi. Qualsiasi recriminazione è inutile, il primo passo del cammino è questa autonomia, questo passaggio all’età adulta, secondo determinazione spirituale e non reazione ad altre ed esterne circostanze precedenti. Qualsiasi idea che ce lo impedisca è offuscamento della mente e di fatto dipendenza e servitù verso passati condizionamenti. Purificazione iniziale è liberarsi da condizionamenti e falsi bisogni che ci legano alla catena delle sofferenze.

La mente guarda al passato, continua a inseguire quello che sa, che è ombra e illusione. Occorre tenere la mente vigile sul presente, e nel presente sulla realtà dell’essere puro e incondizionato, innocente. Che si osservi la trasparenza del proprio essere, nella ritrovata innocenza, come vuoto in cui affluiscono trascorsi remoti, fin dalla formazione della terra, scontri ed epifanie di mondi, Dei e demoni che tutto tracciarono fin dall’inizio, per la prima volta. A questo servono le storie mitologiche, a risvegliare gli archetipi addormentati nel profondo. Di questo è effettivamente fatta l’esperienza che viviamo in infinitesima parte nel nostro quotidiano, senza che minimamente la sua portata universale ne sia diminuita. La vocazione dello Yogi è la contemplazione. La dimensione propria dell’essere vivente, e della nascita umana dicono in particolare, è la contemplazione. Noi siamo l’osservatore e più la nostra condizione è distaccata, più ampio sarà l’orizzonte che siamo capaci di osservare, potenzialmente senza fine.

La dimensione umana naturale è contemplazione e canto (come tutta la natura è contemplazione e canto). La nostra natura risponde al suono, alla bellezza della forma, a ogni informazione che sottilmente arriva all’olfatto e agli altri sensi. Ciascuno di questi fenomeni ha il potere di scuotere l’osservatore, è la divina Shakti che scuote Shiva dalla meditazione, per coinvolgerlo nella sua danza, nell’amore divino. Il suono stesso, contemplato nella sua purezza, è risveglio, la forma è segno delle potenze cosmiche che la modellano, il profumo chiama al risveglio perché proviene da un fuoco invisibile, che arde da qualche parte, che il meditatore supremo, il Mahayogi, Shiva, sulla cima della montagna perfetta, ha acceso all’inizio dei tempi…

Lo yogi istruito nell’osservazione delle stelle guarda il fenomeno della vicenda umana come l’attimo che solo un momento nel grande ciclo del cielo stellato ha fissato nella carne, già passato, e in continuo ritorno. Uguale in cielo, in alto, dove è disposto dal corteo ordinato del cosmo, con magnificenza e generosità indifferente, e nella persona vivente, che incarna in terra la disposizione celeste, attimo che racchiude milioni di anni luce (e ancora, allora, quando davvero si nasce?), che si manifestano in un carattere, una fisionomia, una storia. Quella storia è mitologia, mondo immaginale, Dei e potenze, perché non è qualcuno, separato da tutto, ma un momento nel flusso continuo della danza dei pianeti, senza sosta, osservato da un punto cosciente del tutto-coscienza. Ognuna di queste immagini perfette e accadute del tempo è già passato, è solo ciò che è stato – e quello che è, è, esattamente come appare. Osservare la natura è fermarsi davanti al suo mistero svelato, al suo centro vuoto e potente che riassume tutto, lo fa roteare al suo esterno, con le stelle, i sensi e l’intelletto, e lo riprende in sé nel silenzio. Ogni cosa ruota attorno al centro del vuoto stesso. Quella Shakti divina, a cui possiamo inchinarci solamente, poiché siamo già ai suoi piedi, emanati e riassorbiti nell’infinito. Come Shiva, restiamo sopraffatti, in estatico stupore, dalla danza di Kali.

Il Maestro non mostra alcuna via, perché non c’è un luogo da raggiungere, un tempo successivo, tutto è adesso, qui e ora. L’istruzione spirituale mostra qualcosa come l’arte di stare, restare fermi, in una posizione fisica e mentale composta, ordinata, felice, dice Patanjali, dove sia agevole permettere alla mente di raccogliersi in un punto e superare le barriere che formano la gabbia delle illusioni, in realtà sottilissima, fatta di ombra, e scivolare fino sopra la luce stessa, nel luogo della contemplazione perfetta. Davanti al fuoco sacro, davanti alla luce, dove anche gli Dei si raccolgono cantando sottilmente i loro suoni monosillabici, continui, a cui si tende l’orecchio spirituale, come l’occhio alle forme archetipe che stanno sopraggiungendo. Ogni suono è creazione, ogni suono è la divinità in forma eterica, che si espande per lo spazio e nei mondi, attraverso la mente, attraverso la coscienza universale che è il Dharma, e forma le persone, le maschere del divino, in corpi umani e animali, eterei e geometrici, matematici, semantici, vegetali e minerali… La danza degli Dei si manifesta attorno al fuoco del meditatore, quelli erano il padre, la madre, i fratelli, l’amato e l’amata, l’amico, il nemico e la sfida. Per quello splendore li abbiamo amati, temuti, combattuti, cercati e perduti e li abbiamo infine ritrovati, perenni. E allo splendore della fiamma tutti scivolano infine in silenzio, nella fissità nel bronzo immobile, mentre solo il cuore ancora si espande e si contrae, sempre più gentile, forse si sospende.

Felice Diwali a tutti.

IMG_20171019_011716_753

FacebookTwitterGoogle+Pinterest

Navaratri 2017

Questo Equinozio di Autunno troneggia sul terzo giorno di Navaratri, sopra la Luna Nuova in Vergine, oscura fanciulla che scende nell’Ade invernale, diventando segreta signora di infinite moltitudini. Signora del Tempo e della Morte, Kali, che tutte le creature governa, e quindi Madre di ogni vivente, che dal tempo nasce e nel tempo muore per nascere di nuovo. Signora che in superficie si muove in esilio, in cerca dell’anima perduta del mondo, vestita da pellegrina, dal nero manto saturnino dell’inverno, dal mondo temuta e disprezzata, non (ri)conosciuta. Salute a Iside Demetra, racchiusa nel suo velo plumbeo di cielo, inaccessibile (Durga), freddo discernimento e distacco supremo. Colei che partorisce il Sole imperituro, che guida la vittoria dell’Eroe, che aprirà il corso delle acque del cuore nella stagione in cui risorta nella Stella della compassione potrà ritornate a inondare la terra.

f0964bdff6f7d38d8c60c2b46a476462

Navaratri sono i nove giorni in cui in India si celebra la Madre Divina, la Grande Dea. Nove come una gestazione da cui rinascere più pienamente se stessi, più consapevoli, più liberi.
La Madre Divina è il liquido in cui tutti noi viviamo e respiriamo, ci nutriamo e pensiamo, tutto ciò che si vede e che non si vede. E’ la coscienza universale dove non c’è né io né tu, quella che dice io e tu, la mente che pensa in ogni essere pensante e disegna ogni cosa pensata. La forma di tutto ciò che ha forma e la liberazione dalla forma. Il vuoto in cui si abita e il vuoto in cui si nasce, il vuoto per cui si ascende e che ci sostanzia. Il cavo dell’essere, il luogo dell’essere, il Cuore.
La grande illusione e la grande sapienza. La schiavitù e la liberazione.
A Lei ogni lode. Sua ogni parola di lode. Ogni gesto è la sua puja, ogni passo la sua pradakshina, ogni parola è il suo mantra, ogni respiro il suo yoga. Questo era il proposito di Adi Shankaracharya, espresso nel poema del Soundarya Lahari: http://www.visionaire.org/sri-adi-shankara/soundarya-lahari

Come meditare colei che è la potenza di Dio, il cosmo, la vita stessa? Con la conoscenza metafisica, che ne è la forma intellegibile. I Mille Nomi, che con epiteti diversi ricorrono nelle diverse tradizioni che ricordano la grande Dea, come Iside, Demetra, Mariam, sono la recitazione del Mistero ineffabile che ci avvolge e ci trasporta… : http://www.visionaire.org/stotravali-raccolta-di-inni/1000-nomi-madre-divina

[immagine: Petrus Christus, Madonna dell’albero secco,  1465]

FacebookTwitterGoogle+Pinterest

La preghiera di Kunti a Krishna

le_mahabharata_1989
1-3. Sebbene nella mia ignoranza, io ti adoro, Essere primordiale, Tu che esisti al di là di Prakriti, Tu che sei all’interno e all’esterno di ogni creatura. Tu che sei nascosto dal velo di Maya, che trascendi la conoscenza dei sensi, Tu immutabile; come l’attore mascherato sulla scena, sei visto anche da coloro che non sanno. Come può una donna comprendere Te, che hai preso corpo per insegnare la Bhakti ai saggi capaci di discriminare tra il Sé e il non-Sé, e a coloro che hanno padronanza della mente e della meditazione.

4. Mi inchino a Govinda, a Krishna, al figlio di Vasudeva e Devaki, al figlio adottivo di Nanda.

5. Mi inchino a Te che hai un loto per ombelico, a Te che indossi una ghirlanda di fiori di loto, a Te che hai fiori di loto come occhi e piedi come fiori di loto.

6. O Hrishikesha (Signore dei sensi), reggitore del mondo, io e i miei figli siamo stati soccorsi puntualmente da Te in molti pericoli, Signore, più rapidamente di come hai raggiunto tua madre, che rimase a lungo prigioniera di Kamsa.

7. Sono stata protetta da Te, o Hari, in tutte le circostanze, dall’avvelenamento, dall’incendio (di Jatugriha), dai demoni, dagli intrighi di corte, dalla miseria nella foresta, e dalle armi sul campo di battaglia.

8. O Maestro del mondo, fai che altre calamità ci colpiscano, perchè ancora godremo della visione di Colui che libera dalla reincarnazione.

9. L’uomo la cui dignità è offuscata dall’orgoglio per la nascita, la ricchezza, il potere, la cultura o la fortuna non è degno di pronunciare il tuo nome, che è invece dato in dote ai puri e a coloro che non desiderano alcun possesso.

10. Mi inchino a Te, che sei la ricchezza di quei devoti che hanno abbandonato ogni oggetto di desiderio, Tu che hai pace in te stesso, imperturbato, il Signore che libera dalla morte e dalla rinascita.

11. Ti riconosco come il tempo poichè ogni cosa è sotto il tuo controllo, come Colui che tutto pervade, senza inizio e senza fine; Tu abiti egualmente in tutto e da te provengono le differenze individuali di tutti gli esseri.

12. Nessuno conosce lo scopo delle tue azioni, O Signore, nella forma umana. Tu non favorisci nessuno e nessuno avversi, eppure gli uomini credono che Tu lo faccia.

13. Tu sei il Sé universale, senza nascita e senza movimento, e la tua nascita e le azioni, come accadono tra gli animali sulla terra nell’acqua, e tra i Rishi e tra gli uomini, sono solo un grande scherzo.

14-16. Coloro che costantemente ascoltano, cantano, parlano, pensano e godono delle Tue vicende memorabili, raggiungono presto i tuoi piedi e il termine del ciclo di nascita e morte. Perciò, o Signore e Sè universale, o Essere Supremo, spezza rapidamente i miei tenaci legami affettivi con la famiglia dei Pandu e di Vrishnis, così che, O Signore di Mathura, la mia mente non più distratta possa costantemente e saldamente rivolgersi alla Devozione per Te, come l’acqua del Gange corre veloce a gettarsi nell’oceano.

[Tratto dal libro “Altar Flowers” Ed. Advaita Ashrama, Calcutta, 1934. Traduzione di Beatrice Polidori, Krishna Janmashtami 2011]

La regina Kunti è la madre di Arjuna e di due dei suoi fratelli, della stirpe dei Pandava, nel poema epico indiano Mahabharata. La sua storia è tramandata anche nel Bhagavata Purana, in cui è esempio magistrale della devozione per Krishna, o Bhakti Yoga. Kunti è una figura di grande importanza all’interno di molte tradizioni indù e soprattutto tra i fedeli di Krishna.

Nel video una scena del film “Mahabharata” di Peter Brook (1989). Kunti, interpretata dall’attrice Miriam Goldschmidt, ritrova il figlio Karna ucciso sul campo di battaglia.

FacebookTwitterGoogle+Pinterest

Sri Krishna Janmashtami: Bhagavad Gita cap. X – XI, la gloria del Supremo, la visione di Arjuna.

Bhagavad GitaCap. X

20. Sono l’Anima Suprema situata nel cuore di ogni creatura, o Gudakesha. Sono l’inizio, la metà e la fine di tutti gli esseri.
21. Tra gli Aditya Io sono Visknu, e tra le sorgenti luminose, il sole radiante. Tra i Marut sono Marici, e tra i corpi celesti sono la luna.
22. Fra i Veda sono il Samaveda, fra gli Dei sono Vasava, per i sensi sono la mente e degli esseri sono la coscienza.
23. Tra i Rudra sono Shiva, tra gli Yaksha e i Rakshasa sono il signore delle ricchezze (Kuvera); tra i Vasu sono il fuoco (Agni). Tra le montagne sono Meru.
24. Tra i sacerdoti, o Arjuna, sappi che Io sono il capo, Brihaspati, e tra i generali sono Skanda, il signore della guerra. Tra le acque sono l’oceano.
25. Tra i grandi saggi sono Bhrihu. Tra i suoni sono Om, la sillaba indefettibile; e tra i sacrifici, il japa, il canto dei santi nomi. Tra le montagne sono l’Himalaya.
26. Tra gli alberi sono il fico sacro, e tra i saggi e gli esseri celesti Narada. Tra i Gandharva, cantori celesti, sono Chitaratha e tra le anime realizzate, il saggio Kapila.
27. Tra i cavalli, sappi che io sono Uccaishrava, che uscì dall’oceano e nacque nell’immortalità. Tra i nobili elefanti sono Airavata e tra gli uomini il Sovrano.
28. Tra le armi sono il fulmine, e tra le vacche la vacca dei desideri. Tra i procreatori sono Kandarpa, il dio dell’amore; e tra i serpenti il re, Vasuki.
29. Tra i Naga, serpenti celesti, io sono Ananta; e tra le divinità delle acque, Varuna. Tra gli antenati sono Aryama, e tra gli amministratori della legge sono Yama, il signore della morte.
30. Tra gli esseri demoniaci Daitya Io sono il fervente Prahlada, e tra gli oppressori, il tempo. Tra le bestie sono il leone, e tra gli uccelli, Garuda, che trasporta Vishnu.
31. Tra i purificatori sono il vento, e tra coloro che portano le armi sono Rama. Tra i pesci sono lo squalo, e tra i corsi d’acqua, il Gange.
32. O Arjuna, di ogni creazione sono l’inizio e la fine, e sono il mezzo. Fra tutte le scienze sono la metafisica, e della logica sono la conclusione, la verità finale.
33. Tra le lettere sono la A, e tra le parole composte, sono la doppia. Sono il tempo inesauribile;  tra i creatori sono Brahma, i cui volti multipli guardano ogni lato.
34. Sono la morte che tutto divora, e la sorgente di tutto ciò che verrà. Nella donna sono la fama, la fortuna, l’eloquenza, la memoria, l’intelligenza, la fedeltà e la pazienza.
35. Tra gli inni sono il Brihat-sama, che si canta per Indra; e tra i versi poetici, la Gayatri, cantata ogni giorno dai brahmana. Tra i mesi sono novembre e dicembre, e tra le stagioni, la primavera.
36. Tra le truffe sono il gioco d’azzardo e sono la luce di tutto ciò che è visibile. Sono la vittoria, la risoluzione, e dei bravi sono la bravura.
37. Tra i discendenti di Vrishni sono Vasudeva e tra i Pandava, Arjuna. Tra i saggi sono Vyasa, e tra i grandi pensatori, Ushana.
38. Di quelli che opprimono sono la verga, e dei vincitori sono la strategia. Dei misteri sono il silenzio, e del saggio la saggezza.
39. Inoltre, o Arjuna, sono il seme che genera tutto ciò che vivrà. Né vi è qualcosa che si possa muovere o non muovere, esistere o non esistere senza di Me.
40. O potente vincitore dei nemici, le Mie manifestazioni divine non hanno limiti. Ciò che ti ho rivelato non è che una minima parte della Mia grandezza infinita.
41. Tutto ciò che è bello, potente, glorioso, sappi che scaturisce da un semplice frammento del Mio splendore.
42. Ma a che servono, o Arjuna, tutti questi particolari? Con una semplice scintilla della Mia Persona, Io penetro e sostengo l’universo intero.

cc074fc5b25032af1427a0bd815ed656

[…]

9. Sanjaya disse: O re, così parlando, Dio, la Persona Suprema, maestro dello yoga, mostra ad Arjuna la Sua forma divina.
10-11. Arjuna vide in quella forma universale innumerevoli bocche e innumerevoli occhi. Tutto era prodigioso. Quella forma era adorna di gioielli sfavillanti e di meravigliosi vestiti. Era gloriosamente coperta di ghirlande e profumata da essenze di divina fragranza. Era tutto magnifico, illimitato e continuamente in espansione. Così vide Arjuna.
12. Se migliaia e migliaia di soli si levassero tutti insieme nel cielo, il loro sfolgorio si avvicinerebbe forse a quello del Supremo Essere.
13. Gli universi, sebbene infiniti e innumerevoli, Arjuna li vede tutti riuniti in un solo punto, nella forma universale del Signore.
14. Allora Arjuna, confuso e attonito, i capelli ritti, chinato il capo al Signore e giunte le mani, comincò a offrirgli le sue preghiere.
15. Arjuna disse: Krishna, mio Signore, vedo riuniti nel Tuo corpo tutti gli esseri celesti e molti altri esseri. Vedo Brahma, seduto sul fiore di loto, e Shiva e i saggi e i serpenti divini.
16. O Signore, vedo nel Tuo corpo universale innumerevoli forme, occhi, bocche, braccia e ventri, estesi all’infinito. Non c’è fine, né centro, né inizio in tutto questo.
17. La Tua forma, ornata di corona, scettro e disco, è difficile a guardarsi per la sua radiosità accecante, ardente come quella del sole.
18. Tu sei il fine primo e supremo che deve essere compreso, l’incorruttibile; Tu sei il sostegno di tutti gli universi, l’eterno guardiano del Dharma; in Te vedo l’eterna presenza divina.
19. Senza inizio, senza metà e senza fine, Tu sei l’origine di tutto. Innumerevoli sono le Tue braccia, innumerevoli i Tuoi occhi maestosi e, tra essi, il sole e la luna. Le Tue bocche sprigionano un fuoco ardente e la Tua radiosità riscalda l’universo intero.
20. Sebbene Tu sia Uno, Ti estendi attraverso il cielo, i pianeti e lo spazio che li separa. Contemplando questa Tua forma terribile, o grande tra i grandi, vedo i sistemi planetari in preda allo sgomento.
21. Tutti gli esseri celesti si sottomettono ed entrano in Te. Atterriti, essi Ti rivolgono delle preghiere a mani giunte e cantano gli inni dei Veda.
22. I Rudra, gli Aditya, i Vasu, i Sadhya, i Visvadeva, i due Ashvini, i Marut, gli antenati e i Gandharva, gli Yaksa, gli Asura e i perfetti esseri celesti, tutti Ti contemplano in preda allo stupore.

12a4e6b73ba8d199066ab23f3292120f

 

Qui: Il Testo della Bhagavad Gita

Versione italiana a cura di Beatrice Polidori

 

FacebookTwitterGoogle+Pinterest