I Siddha e la Via del Rasa

Un Siddha è qualcuno che si dice abbia raggiunto poteri sovrumani (Siddhi) o un Jivanmukthi, un liberato in vita. Il termine potrebbe anche essere tradotto come il raggiungimento della perfezione o dell’immortalità. Tale Siddha dotato di un corpo divino (divyadeha) è Shiva stesso (Maheshvara Siddha). È il perfetto, che ha superato le barriere del tempo, dello spazio e dei limiti umani. Un Siddha nella sua forma idealizzata è liberato da tutti i desideri (anyābhilāṣitā-śūnyam), colui che ha raggiunto un’identità impeccabile con la Realtà suprema. Per un Siddha, il mondo è un campo di gioco (Lila kshetra) in cui sperimenta l’assoluto come il mondo fenomenico. Quindi, in questo caso, la ricerca dello stato di Jivanmukthi è la libertà dai vincoli e dalle debolezze umane, che sembra (ai profani) differente da Moksha, la totale liberazione dall’esistenza. Un Siddha è quindi un mago che sfida la morte e che fa miracoli. Lui è nel mondo, eppure, è fuori di esso. Per un Siddha, il mondo è scivolato dolcemente, anche se permane ancora. Il Siddha è anche descritto come un Kavi, nel senso esposto nel Rig-Veda di un veggente estatico, del tipo di Asura Kavya Usanas (Shukra) – detto essere il figlio di Rishi Bhrigu e Kavyamata (Ushana) – che univa i mondi di Indra e Rudra. Si dice che Kavya Usanas fosse il solo depositario della conoscenza segreta (guhya vidya) della magia vivificante che ringiovaniva il vecchio e il malato e riportava in vita i morti (Sanjivani vidya). Un Siddha, che è un Continua a Leggere →

Shiva Bhairava, la città santa di Varanasi e l’Axis Mundi. Geografia sacra della morte e della liberazione.

Brahmâ e Vishnu stavano discutendo l’uno con l’altro per lo status di Dio supremo. Si appellarono alla testimonianza dei quattro Veda, che proclamavano all’unanimità Rudra-Shiva come la Verità ultima dell’universo. Ma i disputanti non furono in grado di accettare che Rudra, dotato di tanti simboli rivoltanti di impurità e degradazione, potesse essere identico alla Realtà Assoluta di Brahman, la realtà metafisica senza forma dietro a tutti i fenomeni. Fu in questo frangente che Shiva apparve come un ardente pilastro di luce (jyotir linga) che univa gli inferi e il cielo. La quinta testa di Brahmâ lo schernì e Shiva, traboccante di rabbia, creò uno sfolgorante Bhairava in forma umana. Rivolgendosi a Kâla Bhairava come “Signore del Tempo o della Morte” (Kâla), poiché brillava come il dio della Morte, Shiva gli ordinò di castigare Brahmâ, promettendogli in cambio la sovranità eterna sulla sua città sacra di Kâshî (Varanasi). Vedendo Bhairava strappare la testa colpevole di Brahmâ, il terrorizzato Vishnu elogiò Shiva e recitò devotamente i suoi sacri inni, seguito da un pentito Brahmâ. Entrambi quindi riconobbero la suprema realtà di Shiva. La testa mozzata si attaccò immediatamente alla mano di Bhairava, dove rimase come il teschio destinato a servire come sua ciotola per l’elemosina. Shiva quindi ordinò a Bhairava di vagare per il mondo come mendicante per espiare il peccato di Brahmanicidio. “Mostra al mondo il rito di espiazione per rimuovere il peccato di Brahmanicidio, chiedi le elemosine con il rito penitenziale del cranio (kapâla-vrata)”. Creando una fanciulla chiamata “Brahmanicidio” (brahma-hatyâ), Shiva le ordinò di seguire inesorabilmente il Bhairava ovunque si recasse, fino a quando avrebbe raggiunto la città santa di Kâshî, a cui non avrebbe avuto accesso. Lì, finalmente assolto, il dio criminale fu immediatamente promosso al rango di poliziotto-magistrato (Kotwal) e incaricato di escludere l’ingresso di altri malfattori in questa città della morte e della liberazione finale. Continua a Leggere →

L’educazione della mente nel Vedanta. Ascolto, riflessione e meditazione nella pratica dell’Advaita Vedanta (2)

ShravNa, Manana, NidhidhyAsana. [adattamento da I Discorsi di Sri Chandrasekarendra Saraswati] L’analisi mentale dell’Upadesha (insegnamento) attraverso la riflessione costante è l’esercizio detto Manana. Successivamente, quando non esiste più necessità e scopo per ulteriore analisi e discussione, si procede con NidhidhyAsana, che è lo stato in cui la mente è concentrata esclusivamente nell’identificazione con l’atman- tattva, su cui si è giunti a una perfetta chiarezza, e la mente non è scossa da alcun movimento. Shankaracharya, nel trattato sulla Discriminazione tra Atman e anatman (AtmA-anAAtma-vivekam) ha descritto in prosa, mediante domande e risposte, il contenuto delle espressioni “ShravaNa” ”manana” e “nidhidhyAsana”. La verità che è insegnata nel Vedanta è espressa nelle dichiarazioni (Mahavakya) dei Veda, che vengono esposte e dimostrate dal Guru secondo un procedimento tradizionale. Ascoltare e ricevere questo insegnamento è detto shravaNaM. Avendo imparato a conoscere l’Essere non duale, si analizza e persegue nel ragionamento in accordo con i Veda-ShAstra; questo è mananaM. E’ importante sottolineare “in accordo con i Veda-shAstra”. La logica da seguire deve essere conforme ai Veda-shAstra. Attraverso la sadhana la mente deve essere forgiata a lavorare nella giusta direzione. Solo così si può affrontare la riflessione sull’upadesha impartita dal Guru senza essere condotti in errore dal mentale inferiore, erroneamente chiamato mente razionale. Scartata la logica distorta, si adotta quindi una logica coerente con lo scopo dei Veda. Tale analisi è mananaM. Quando l’intelletto ha trovato la conferma ricercata, è il momento dell’esperienza. Quindi, senza essere distratta da alcun altro pensiero, la mente (cittaM) dovrebbe ora fluire Continua a Leggere →

Mente, apprendimento e meditazione nell’Advaita Vedanta. La Mente e la funzione dei Mahavakya. (1)

La mente, che è chiamata ‘organo interno’ (antaHkaraNam), è indicata con quattro nomi in base alle rispettive funzioni: manas, buddhi, chittam e ahamkAra. La funzione del pensiero è conosciuta come manas, che designa l’attività della mente ordinaria, come comportamento, esperienza di piacere, repulsione, reazione e relazione. Quando viene presa una decisione, appellandosi al senso etico, alla verità, al discernimento, è detta buddhi o intelletto. La funzione di memorizzare le esperienze e le informazioni, e di compiere operazioni formali, è chiamata chittam. Il senso dell’io è ahamkAra. La parola “antaHkaraNam” è anche usata per la mente nel suo complesso quando queste distinzioni non sono espresse. L’ascolto e la meditazione dei mahAvAkya, secondo il pensiero vedantico, dà origine alla conoscenza del Sé, facendo assumere alla mente la “forma” del Brahman, secondo la formula espressa nell’insegnamento impartito. Questa facoltà “plastica” della mente, di prendere la forma del contenuto su cui si focalizza, è la caratteristica principale della psicologia indiana tradizionale. Con un’intuizione che precede di molti secoli le scienze cognitive moderne, si comprese come l’apprendimento modifica l’assetto della mente discente e la riorganizza. Questa funzione, quindi, per il Vedanta va utilizzata orientando la mente a apprendere, elaborare e meditare le istruzioni del Guru, secondo il dettato scritturale, fino che la mente non sia completamente purificata dalle impressioni esteriori e dalle concezioni errate, derivate dalla percezione e dalla logica ordinarie, così che attraverso l’esercizio, si concentri sulla verità spirituale e in essa trovi tutte le riposte e la pacificazione dei movimenti e dei turbamenti. Continua a Leggere →

Il Nodo del Cuore nelle Upanishad

[di Stephen Cross, Temenos Academy Review 12 (2009), traduzione e adattamento Beatrice Polidori] Infatti, colui che conosce il Brahman Supremo diventa Brahman stesso . . . Liberato dai nodi del luogo segreto, diventa immortale (Mundaka Upanishad) La parola Brahman è legata al verbo sanscrito brh, che significa “espandersi, crescere, estendere” e trasmette l’idea dell’immensità che contiene tutto, oppure della ‘Vastità’. È quindi un concetto molto più impersonale rispetto al termine occidentale ‘Dio’ ed è meglio tradotto da espressioni come “Realtà suprema”, “La Divinità”, ‘Il Pervasivo’, o ‘la Vastità’. Shankara, che è considerato come il principale commentatore dei testi della tradizione Hindu e probabilmente il suo pensatore più influente, descrive Brahman come senza forma e onnipervadente, senza nascita, privo di ogni modificazione o cambiamento, costante, privo di paura e ‘residente nei cuori di tutti’. Questa “Vastità” onnicomprensiva, secondo il pensiero Upanishadico, è ciò che è reale, vale a dire, spiega Shankara, “l’essenza di questa esistenza fenomenica, la fonte da cui scaturisce ” e quello in cui di nuovo si dissolve. Tutto ciò che prende forma appare in questo Brahman o Vastità, e così il mondo fisico, l’intero universo, e anche i mondi interiori ‘sottili’ o psichici della mente sono tutti solo relativamente reali. Sia il mondo esterno che il mondo interiore delle emozioni e dei pensieri cambiano. E tutto ciò che cambia, Shankara sostiene (come naturalmente molti filosofi occidentali), non è vero e in definitiva non è reale, sebbene possa avere una realtà relativa. È solo un aspetto che sorge nella Continua a Leggere →

I segni del “risvegliato”, o l’Avadhuta. Dal “Goraksha vacana samgraha”, le Istruzioni di Gorakhnath.

<<E’ chiamato un Avadhuta chi è stato “tosato” (mundana, cioè liberato) tagliando la vasta rete delle sofferenze, e così è libero da tutti gli stati.   Si chiama Avadhuta chi è libero dalla confusione e dimora con stabilità nel mezzo del mondo, che indossa un lembo di stoffa (kaupina), che porta una ciotola per l’elemosina (kharpara, metà teschio) ed è gioioso (adainya, non infelice).   Si chiama Avadhuta quello i cui sandali (paduka pada) sono la suprema conoscenza, la cui pelle di daino (mrgatvac) è il suono incausato (anahata), la cui pratica è la coscienza suprema.   Si chiama Avadhuta colui la cui cintura (mekhala) è la fine dell’azione mondana (nivrtti), la cui stuoia di paglia (kata) è la forma del suo Sé, e che si è liberato da tutti i disordini (shavikara).   Si chiama Avadhuta colui i cui due orecchini sono la luce della coscienza (citprakasha), e il cui riposo è il rosario dei semi di rudraksha (malaksha).   Si chiama Avadhuta colui il cui bastone (danda) è il coraggio (dhairya), il cui recipiente per le elemosine è lo spazio (parakasha), e il cui sentiero dello yoga (patta) è il potere innato (nija shakti).   Si chiama Avadhuta colui che trasforma le sue elemosine in duali e non duali (bheda abheda, spezzate e non spezzate), e che si nutre di questo cibo, lo digerisce e lo trasforma (nello stato supremo).   E’ chiamato un Avadhuta colui che spontaneamente (svayam) e perfettamente (samyak) ritorna al proprio Sé, e vede il Continua a Leggere →

Seminari e Satsang 2018: Ramayana. Il cammino celeste dell’Eroe. 22 Aprile.

Seminari e Satsang 2018 con Udai Nath 22 aprile 2018 RAMAYANA. IL CAMMINO CELESTE DELL’EROE. L’incontro si svolge a Pesaro, sono disponibili sette posti in presenza. E’ possibile partecipare al seminario in collegamento Skype. Informazioni: 370.3636348 L’orario del seminario è 9-12 e 15-18. La storia di Rama, narrata dell’epica del Ramayana, racconta la vicenda dell’Eroe divino nella sua discesa nel mondo, l’esilio nella foresta, le lotte con i demoni, la separazione dall’Amata, la guerra e la riconquista del Regno. Sono i temi essenziali della vicenda spirituale, che ricorrono nelle dottrine gnostiche e nei miti dell’antichità classica. Rama è l’Eroe solare, che compie la discesa nell’ombra per liberare le anime imprigionate, è il trionfo dello spirito sull’ignoranza, il processo di individuazione, il mistero del ricongiungimento con l’Anima, che giace trattenuta in prigionia dai demoni.   Perché la vicenda eroica si compia, il giovane eroe deve discendere in esilio nella foresta. Il viaggio dell’eroe si svolge in un luogo che è completamente separato dalla vita delle persone comuni, è la sfida ad attraversare il luogo oscuro, il mondo immaginale, dove abitano gli antichi maestri, i demoni e le altre figure archetipe, che non vivono nel mondo ma lo determinano spiritualmente: così i demoni che tormentano gli uomini pii, e che Rama è chiamato a sconfiggere, come i saggi asceti che con le loro preghiere e la potenza dello yoga tessono la trama del viaggio dell’eroe e quindi la vittoria del Dharma sulle forze oscure. Perché l’opera dell’eroe si compia qualcosa di spezzato deve Continua a Leggere →