La contemplazione. Diwali 2017.

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I filosofi come Eraclito e Gaudapada paragonarono la condizione umana al sogno, quell’illusione, pesante come una schiavitù in catene, in cui la coscienza è imprigionata nel proprio mondo interno, in un mondo di fantasmi, di regole e di relazioni che la mente interpreta come reali, senza mai riuscire a percepire il proprio vero Sè, la sua condizione indipendente, autonoma da tutto, nascosta sotto il fragore della natura. Gaudapada spaccava il guscio con la sciabola: nessuno nasce, nessuno è mai nato. Strana affermazione, quando tutto ciò che vediamo nasce e muore, che non è fine a se stessa. Chi abita davvero la coscienza che assume di essere nata e di vivere in questa o quella situazione? Quando si può davvero affermare di avere visto nascere il senso dell'”io sono”? “Ham Sa – So Ham”, io sono, Quello io sono, ripete costantemente il respiro, 27.000 volte al giorno, in ogni essere vivente, dice Gorakhnath. Ogni creatura che vive e respira è sostenuta da questo mantra, è la sostanza fatta carne e coscienza di questo suono. Tutto ciò che vive, vive del proprio respiro, dell’essere in se stesso, il vivente, “io sono”. Quel respiro, il soffio, è il vero Sé, gli fanno eco le Upanishad. Niente altro ci è trasmesso in eredità dall’universo e dagli antenati, se non questo soffio che tutti attraversa indiscriminatamente. Senza giudizio, senza nessun legame, nemmeno a questo o a quel corpo, a questa o a quella nascita. Tutti i corpi li attraversa ugualmente, ripetendo lo stesso mantra, quelli liberi e quelli che, distratti dal mondo delle ombre mentali, non lo percepiscono, sopraffatti dal rumore della mente.

La prima cosa che si manifesta in una istruzione spirituale effettiva è la rinascita a questa nuova vita: Spirituale, significa che è la vita del soffio. Il Maestro, la Grazia, ti strappa dalle catene della nascita terrena e sociale, e rimette in piedi, libero, in una nuova vita che non ha inizio né fine, non essendo collocata in nessuna persona specifica, ma ugualmente presente in ogni dove. Lì puoi respirare. Respiri e osservi, osservi per la prima volta che quello che eri apparteneva al mondo dei morti, delle ombre, delle illusioni, dettate dalle infinite parole e formule vuote che hai registrato come realtà vere. Quello che sembrava la volontà di altre persone, è solo un continuo di suoni e opinioni e immagini parziali che risuonava attraverso le persone e le cose, come altrettanti strumenti attraversati dal vento, impauriti, a cui la mente dava una forma perché, non distaccandosene, ne era catturata. Si può riuscire a stare nell’onda e danzare, ma si può altrettanto facilmente cadere e annegare. Finché non si sale al di sopra del movimento ogni onda può essere fatale e noi troppo deboli per sollevarci con essa.

Dall’alto vediamo che non c’era nessuno, solo l’onda che creava i movimenti, le curve e i riflessi – di cui finalmente si può restare l’osservatore pacifico. Semplice osservatore. Ognuno di quelli che abbiamo incontrato era identico a questo noi stessi, puro essere, libero e innocente, sufficiente in se stesso, più o meno sbattuto dalla forza dell’onda che è la vita stessa, di solito inconsapevolmente, spesso in balia delle circostanze. Se lo vediamo, come noi stessi, nella sua natura ultima e originaria, creaturale, è innocente e puro. E separato il Se dal non-sé, da tutto ciò che non gli apparteneva, e distinguendo l’essere dal rumore delle relazioni e delle opinioni, non è altro che identico al proprio stesso io originario, infinite volte, e completamente privo di colpe, di meriti e di ogni idea o giustapposizione. Semplicemente non c’è qualcuno lì, c’è solo coscienza, e infinita compassione e amore e identità, e niente altro che commozione, come vedere la vita per la prima volta. (Così accade che siamo commossi nel vedere un animale, un cucciolo, un neonato, o che piangiamo di fronte alla morte di qualcuno, perché intuiamo per un attimo ciò che è, al di là delle sovrapposizioni, a mente spenta, direttamente con il cuore). Continua a Leggere →

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Pontormo, Deposizione: il corpo alchemico.

Il 24 maggio 1494 nasceva Jacopo Carucci conosciuto come Jacopo da Pontormo, o il Pontormo. Malinconico, temperamento lunatico, saturnino, lo definisce il Vasari, “un uomo fantastico e solitario”. Se Marsilio Ficino aveva definito Saturno il pianeta la cui disposizione alla nascita reca la malinconia creatrice, questo modello è incarnato da Pontormo (“Raramente caratteri e destini comuni, ma uomini diversi dagli altri, divini o bestiali, felici oppure oppressi dalla miseria più grande”). Con la benedizione di Aristotele, Saturno torna a essere il simbolo della genialità, dell’oscurità e, al limite, della follia.

Si accende, per questa grazia, una nuova scala cromatica e si rivela una geometria priva di gravità, che si chiamerà Maniera, portata a spingersi oltre le caratteristiche naturali, verso una visione completamente trasformata, innaturale e labirintica, come una Gnosi. La via è quella delle trasformazioni alchemiche e del moto serpentino: lo spirito esoterico si impadronisce dell’arte religiosa.
Ognuno dei colori che ci colpiscono in questo quadro era un procedimento oltre il colore naturale, verso la luce. La trasformazione della materia in luce era la pratica spirituale, o alchimistica. La cosiddetta “Maniera” sta per il procedimento, l’arte dello yoga, della fusione della materia con la luce.

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Le figure non indossano abiti attillati, come vuole la vulgata della storia dell’arte, sono corpi che hanno cambiato colore. La trasformazione del corpo yogico o corpo alchemico in pietra dura (perciò il colore traslucente) si manifesta in relazione alla posizione del moto serpentino. Al centro c’è il Vuoto. Accanto al vuoto, o al limite del vuoto, un fazzoletto di accettabile retorica per detergere le lacrime della Madonna, o per asciugare la materia umida che sale dal livello naturale al piano spirituale. O, come avrebbe voluto il Buddha, a significare la compassione per cui si accede al Vuoto. Forse così l’Alchimista raccoglie al mattino la rugiada, per restare tra le retoriche.

Il moto dei tre serpenti è dipinto in sezione circolare. Il blu, centrale, la Grande Madre in gran manto notturno che attorciglia e dipana tutte le potenze, si accende di luce celeste, “il cielo attira il desiderio” scriveva agli yogi Gorakhnath [Gorakh bodh], mentre il rosso e il verde minerali, cingono la mater/ia trasformata/nte, arrotolandosi intorno alla sua spirale che racchiude e fa consistere il vuoto. Susumna, Ida e Pingala, che si unificano in un vortice centrale.

A proposito del colore usato per il verde, forse è Bistro, o fuliggine stemperata, che ha anche altri nomi e procedimenti segreti e pericolosi. Che non è verde, è cromaticamente giallo e nero, residuo di bruciatura, fuoco e purificazione, a cui l’occhio umano può attribuire il colore verde per effetto ottico.
Il Cristo giace imbiancato di cenere, come l’asceta, che veste di cenere o di panni gialli o neri, nell’ascesi/a della morte. E’ il Samadhi dello yogi, è Shiva che giace immobile, come morto, sotto la spira di potenza della Madre Kali, il cui nero di Lapis Niger si sublima nella traslucenza del celeste violetto, che si innalza in preda all’estasi e in compassione.

Scuro di Bistro è il cielo di sfondo e l’autoritratto del pittore, a destra, che si ammanta di fuliggine per umiltà, segno del figlio di Saturno, della macerazione che produce nuova vita,  della conoscenza negativa, del segreto e dell’esilio. Il cielo si vela della stessa Melanconia saturnina, precondizione della salita, non fine, ma luogo della trasformazione, verde come Tara, la prima Kali, che presiede alla Natura Naturans e alla sua felice crudeltà, traslucenza seminale del nero di bistro della Maha Kali, le cui sorelle e controparti sono il bianco della virtù/conoscenza e il rosso del desiderio/volontà, poste a Corona finale attorno alla Fonte da cui si sale affinché il Nettare discenda. Tre colori che lo Yogi intona come suoni per chiamare la risalita della sua potenza, qui dipinte nel loro dinamismo glorioso.

(Eccole infine, le Dame della luce spirituale, le Shakti illuminate, danzanti sulla corona del cranio, accogliere la Madre celeste, nella celebre Visitazione:)

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Un qualche studioso accademico, che non ricordo e non mi sforzo di ricordare, ha detto che la melanconia dell’alchimista dipendeva dal fatto che la Grande Opera falliva. Ecco, fallire come fallì Pontormo.

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La figura di Ganesha e il rito di iniziazione. Lo smembramento e l’integrazione.

Ganesha è il Dio dalla testa di elefante. Egli è colui che viene adorato per primo. I suoi nomi sono invocati all’inizio di ogni opera per assicurarsi la riuscita, e prima di incominciare qualsiasi tipo di culto.

Ganesha è immagine del primo “Shabda” (AUM) o vibrazione che si manifestò al principio dell’Universo. Perciò è associato al “principio”, come il “Signore dell’Inizio.”

Ganesha o Ganapati è un Dio molto popolare in India come il distruttore degli ostacoli. La gente lo invoca chiedendo siddhi, successo nelle imprese, e buddhi, intelligenza. Egli è invocato prima di incominciare ogni impresa. E’ anche il patrono di istruzione, conoscenza e saggezza, letteratura e arti.

La storia della nascita di Ganesha è riportata dallo Shiva Purana. La Dea Parvati si stava accingendo a fare un bagno al fiume, e aveva modellato la figura di un ragazzo dalla sporcizia prelevata dal proprio corpo: quando l’immagine prese vita, chiese al giovane di fare la guardia mentre lei faceva il bagno. Nel frattempo Shiva ritornava da Parvati, e trovava con lei un giovane sconosciuto, che gli impediva di passare. Infuriato, Shiva mozzò la testa del ragazzo, e Parvati ne fu profondamente addolorata. Per rimediare, Shiva mandò allora i suoi demoni (Gana) a prendere la testa di chiunque fosse sorpreso a dormire con il capo rivolto a nord. I Gana trovarono un elefante addormentato e riportarono dunque la sua testa. Shiva pose il capo mastodontico dell’elefante sul corpo del ragazzo e lo fece così rivivere. Shiva nominò il ragazzo Ganapati, comandante dell’esercito dei demoni, e gli concesse la prerogativa che chiunque avrebbe dovuto adorarlo prima di iniziare qualsiasi impresa.

Tra le figure che abitano il mondo archetipo, il novizio, l’iniziato, il principiante, addentrandosi nel percorso spirituale, indossa una maschera e si avventura nel labirinto o nel percorso della conoscenza. Il cappuccio, la tonsura, una esclusione del volto umano precedono il momento dell’incontro con la presenza divina, al suo inizio. Il candidato si spoglia della propria identità di nascita e si offre ignoto all’ignoto, straniero in territorio sconosciuto, alla ricerca del Supremo. Così si incomincia la grande impresa della conoscenza sacra.

Una maschera rappresentava Dioniso durante i Misteri. Veniva appesa a un palo, decorato con un mantello e rami di edera. Indicava perciò la presenza e l’assenza, il limite: che oltre la rappresentazione fittizia della maschera vi è solo il senza-forma, l’asse stesso del cosmo, immobile e silenzioso. La maschera manifestava l’ambiguità di Dioniso, la sua onnipotente presenza e la sua radicale assenza, rivelando la specificità di Dioniso, il “dio dell’alterità”. La maschera è un volto e nasconde il vero volto, è figura di persona e rinuncia alla persona, nasconde e manifesta. Paradosso che, per i seguaci del culto dionisiaco, era proprio lo sguardo della maschera, lo sguardo di Dioniso, capace di indurre la trance, o l’entusiasmo, la possessione divina. Guardare i grandi occhi cavi e spalancati della maschera del dio era la chiave per perdersi nel suo enigma.

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Scrive Walter Otto: “Dioniso è il dio che sopraggiunge, enigmatico nello sguardo che sconvolge. Suo simbolo è la maschera, che presso tutti i popoli sta a significare l’immediata presenza di uno spirito misterioso. Egli stesso è venerato come maschera. Il suo sguardo toglie il respiro, confonde, annienta equilibrio e misura. L’uomo è colpito da follia: può essere la follia beatificante, che rapisce in ineffabili stati di trance, che libera dal peso della terra, che danza e che canta; e può essere la follia oscura, dilacerante, apportatrice di morte.” Nella teofania della maschera Dioniso manifestava l’essenza insita nel concetto stesso di divinità, quella di essere Altro dall’uomo. Egli, per antonomasia, egli era il “dio-altro”, il “dio straniero” venuto da un altrove immaginario, non geografico. Era presente, al tempo stesso, sia fuori sia dentro le città. Con l’alterità del suo sguardo l’adepto stabiliva una relazione asimmetrica, mutando il proprio stato di coscienza: usciva da se stesso (èkstasis), annullando temporaneamente la propria individualità (aphànisis: “sparizione”, “invisibilità”), e, mediante l’estesìa, introiettava il dio in uno stato entusiastico di possessione.[*]

Un altro giovane dio e Figlio, nato dalla Vergine, dal Medio Oriente giungerà a conquistare tutto l’Occidente. La sua vicenda assumerà il titolo di Persona e Volto forse più di ogni altro, e si ritroverà appeso al Legno, asse del mondo, durante la sua rappresentazione sacra della morte e della rinascita. Per l’Occidente, questo figlio della Vergine, diventerà l’unico Dio.

Anche Ganesha nasce dalla sola Madre, è figlio della Natura soltanto, e con la Madre trascorre una prima infanzia sulla riva di un fiume. E’ un bambino come ogni altro, un semplice e bellissimo figlio della polvere e del sudore di madre natura. Proprio così dice il mito, letteralmente: Ganesha nasce dal sudore e dalla polvere sulla pelle di Parvati, quindi è prodotto della materia di scarto, la materia primordiale, la sozzura con cui l’iniziato deve produrre l’oro filosofale. Finché per l’incontro fortuito con Shiva la sua testa umana cade, mozzata da un impeto d’ira del dio. Le suppliche della Madre convincono Shiva a restituirgli salva la vita, ma la sua testa è ormai perduta, e deve essere sostituita in fretta con quella di un elefante. Ecco apparire il fanciullo divino dalla testa elefantina. Adesso che la sua vita è stata spezzata e restituita dalla grazia di Shiva, egli è figlio non più della Natura, ma del Mahadeva, ed è diventato un dio egli stesso.

Con lo smembramento della testa, Shiva compie un’azione iniziatica, cuore dei riti di passaggio, del motivo del “fanciullo divino”, in cui un fanciullo prodigioso è trasformato in dio: trasforma la semplice creatura, concepita solo dalla materia di scarto della natura, in una personificazione divina. A subire lo stesso destino nella mitologia greca è Dioniso, ancora neonato, ancora creatura ibrida tra il divino padre Zeus e la madre umana Semele; o quando ancora prima, nel mito cretese, Dioniso era l’oscura figura del serpente Zagreus, che viveva nascosto in una grotta. La dea Hera, gelosa del figlio di Zeus, concepito nel tradimento (sozzura/degradazione), inviò i Titani, con i volti sbiancati di cenere, per ucciderlo e farlo a pezzi. Una dea pietosa – Atena, Rea o Demetra – ne salvò il cuore ancora palpitante in un cofanetto, mentre le ossa e il cranio furono sepolte a Delfi. Zeus inghiottì il cuore di Dioniso, che era stato preservato dall’amore della Dea compassionevole, e rigenerò Zagrèus, che prese il nome di Iacco (Iakchos) o Bacco; oppure, secondo un altra versione, il cuore intatto fu dato a Semele affinché generasse un secondo Dioniso. Da questo evento, a Dioniso fu attribuito il titolo di “nato due volte”. Questo attributo è, ed è sempre stato, quello che contraddistingue l’iniziato, il “nato due volte”, rinato una seconda volta nella/per la grazia divina. Bacco non era solo il nome personale del dio, che meglio è detto appunto Dioniso, ma indicava altresì colui che è nato due volte, che è stato iniziato secondo i misteri di Dioniso. Celebre la frase di Platone: “molti agitano il tirso, ma pochi sono i Bacchi”, cioè i veri iniziati. La stessa radice etimologica lega, secondo Alain Danielou, i termini Bacco e Bhakta, la forma mistica di devozione che infine cancella ogni dualità tra l’uomo e il divino.

Allo smembramento rituale si sottopongono anche i monaci tibetani nel rituale del Chod (letteralmente: “taglio”), le cui origini sono probabilmente pre-buddhiste e sciamaniche. Il candidato viene portato dal maestro in un luogo isolato, tra le montagne, e abbandonato, talvolta legato a un palo sacrificale o a una roccia. Alexandra David Neel, definisce il Chod “una specie di mistero macabro rappresentato da un solo attore: l’officiante”. Preceduto da diversi gradi di purificazione, il rituale raggiunge il suo scopo quando il novizio, prostrato e isolato da tutto, deve affrontare i demoni, da lui stesso invocati mediante canti e suoni appropriati, e invitarli a divorare il suo stesso corpo.
Durante la pratica, l’anima del praticante è visualizzata al centro del cuore, custodita da una divinità, solitamente femminile, mentre il corpo fisico è osservato come morto. In questo stato meditativo, l’iniziato separa la consapevolezza di sé dal corpo, mentre la coscienza viene custodita dalla divinità femminile. La divinità recide il cranio e quindi riduce il corpo in pezzi, mettendo la carne, il sangue, e le ossa dentro il cranio, in cui si ciberanno gli esseri immateriali, chiamati a partecipare del rito.

Il rituale ha lo scopo dichiarato di portare l’iniziato a sperimentare un radicale distacco dall’identificazione con il corpo e con le istanze psichiche, e permettergli di realizzare un profondo stato di non dualità e compassione universale.

L’immagine mentale della Dakini Nera, custode della coscienza/cuore dell’officiante, che sovrasta il cadavere del corpo fisico, richiama l’immagine di Kali, la tagliatrice di teste, che troneggia sul corpo di Shiva, apparentemente morto. La dea che recide, che istruisce il rito (come Hera nel mito dionisiaco) e la Dea che protegge, sono infine due momenti della stessa funzione: madre-matrigna e custode-maestra, tabernacolo del cuore sacro dell’iniziato – o Maria tabernacolo di Dio, diranno i cattolici, preposta alla conservazione del corpo e sangue del Figlio, che i devoti sono chiamati a dividere (smembrare) e mangiare.

Se quindi nella pratica comune, la figura di Ganesha presiede l’inizio di tutto, se si trova sulla porta delle case e degli esercizi commerciali, se è invocato all’inizio di ogni rituale devozionale, come prima immagine a cui rendere omaggio, il luogo di Ganesha è proprio situato sulla soglia, poiché egli E’ la soglia. Come la sillaba Aum, è il principio di ogni cosa, l’inizio del cammino sacro, indicando la postura mentale e spirituale con cui l’impresa che desideriamo compiere avrà successo: il sacrificio di sé, l’abbandono di ogni attaccamento e di ogni egoismo, e un saldo e cruciale affidamento della propria salvezza e continuità cosciente alla Madre divina, che custodirà il cuore del suo figlio/devoto, fino al compimento della trasformazione. Ogni opera e ogni impresa sono quindi benedette da Ganesha in quanto altrettante prove iniziatiche e occasioni di evoluzione e trasformazione spirituale, cui ostacoli saranno altrettanti mezzi di elevazione, e saranno efficacemente superati. Benedette da questo simbolo, le opere porteranno conoscenza e ricchezza, rappresentate dalla particolare cura che Ganesha riserva all’apprendimento, attività di ogni novizio, e ai molti doni che ne riceve, i dolciumi che sempre accompagnano la gioviale figura elefantina.

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Ganesha diviene così signore e comandante dei demoni, dei desideri che muovono l’uomo comune e che lo sottopongono alle prove della vita. Al termine delle celebrazioni per Ganesha incomincia il periodo autunnale di celebrazione dei defunti, secondo il calendario Hindu, detto Pritu Paksha. Durante i quattordici giorni della luna calante, si ricordano gli antenati invocando per loro l’elevazione ai mondi celesti e offrendo elemosina e cibo ai poveri o ai templi che ne ridistribuiranno, perché è si ritiene di offrirli così alle anime dei trapassati. Sembra quindi di riprendere nei fatti quello che l’immagine sacra aveva riassunto: il devoto è chiamato a smembrare una parte dei propri beni materiali – il nutrimento del corpo – in favore dei demoni che, in senso lato, abitano il mondo ancestrale. Le anime e le istanze da cui ereditiamo un debito karmico che muove, nel bene e nel male, i nostri progetti di vita, i successi e gli insuccessi, chiedono di dividere con noi il cibo, che si plachi la loro fame. Nel corso della vita, grazie al nostro lavoro e alla cura dei legami famigliari, presenti e passati, al nutrimento che dividiamo con essi, diventiamo consapevoli delle componenti ereditarie, e delle lunghe catene karmiche che ci legano a questo mondo, e grazie alla compassione, infine, liberati.
Al termine di Pritu Paksha, che si conclude con la Luna Nuova (Amavasya), incomincia il periodo di Navaratri, le nove notti dedicate al culto della Madre divina. Come nella favola dell’Asino d’oro di Apuleio, al termine delle sue fatiche l’iniziato può vedere direttamente la grande Dea e intonare le Sue lodi, risanato e in piena coscienza. Nella fiaba di Apuleio, Lucio perde finalmente la testa di asino, che gli era stata imposta da un incantesimo all’inizio della vicenda iniziatica, per ritrovare la sua forma umana: lo smembramento rituale è concluso, l’unità dell’iniziato è ritrovata. Finisce qui la vicenda dell’Eroe, nell’unità dell’essere, liberato dai demoni e dall’ignoranza, in adorazione dalla Madre universale.

Se il Navaratri primaverile finisce con la nascita di Rama (Ram Navami), simmetricamente inverso, quello autunnale è preceduto dalla nascita del figlio/iniziato Ganesha, per terminare con la celebrazione di Durga, la vittoriosa, l’inaccessibile, colei che mette fine alle sofferenze.  Dopo lo smembramento, l’integrazione, dopo la separazione e discriminazione, la compassione e l’integrazione nell’unità non duale.

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Approfondimenti:

[*] LO SGUARDO DI DIONISO E L’ENTHOUSIASMÒS DIONISIACO di Filippo Sciacca:
http://linguaggidipsiche.it/onewebmedia/Sguardo%20di%20Dioniso%20e%20enthousiasm%C3%B2s%20dionisiaco.pdf

MASCHERA E DAIMON di Giuseppe Lampis:
http://www.atopon.it/maschera-e-daimon/

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Nag Panchami, la festa dedicata ai serpenti. La vita primordiale e il demone benevolo degli antichi.

Nag Panchami è il giorno in cui gli hindu di India e Nepal celebrano i cobra, offrendo loro latte e rituali, al fine di garantirsi la buona sorte e protezione dagli attacchi dei serpenti e da ogni sorta di pericoli.

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Nel giorno di Nag Panchami, in India e Nepal i serpenti si avvicinano ai luoghi dedicati, e bevono il latte che viene loro offerto. E’ un’immagine forte, paradossale, in cui il nutrimento eccellente, purezza e antidoto, è dato in pasto al nemico naturale, all’avvelenatore. I serpenti accettano l’offerta, bevono il latte, si placano e poi spariscono di nuovo nel loro mondo segreto. La loro condizione tra gli esseri spirituali è ambigua e molto antica, presente in tutte le culture tradizionali, da epoche molto precedenti all’avvento delle cosiddette religioni. Non esiste un gruppo umano che non abbia osservato il serpente e non ne abbia interpretato la presenza come condizione vivente addirittura precedente alla propria. La stessa Bibbia si apre e si chiude con la vicenda umana segnata dalla sfida lanciata dal serpente, per poi concludersi con la sua sconfitta sotto il piede santo della Madre, durante l’Apocalisse. A questo punto la condizione del rettile è già una espressione definita, con uno statuto morale, che ne riduce il potere e lo definisce, per annientarlo.

Cosa stanno facendo, invece, gli uomini che avvicinano i serpenti con rispetto e con le offerte? A chi si stanno rivolgendo? I Naga, nella cultura indiana, sono esseri semi-divini, la cui natura è molto simile a quella che attribuivano loro greci e romani. Spiriti antichi, anime di antenati, guaritori, custodi. Abitavano caverne e grotte, dedicate alla guarigione, alla profezia o all’iniziazione, e ad essi si portavano o si gettavano offerte rituali, al fine di placare il mondo inferiore, i morti, gli antenati, gli spiriti che tormentano la mente e il corpo. A Lanuvio, alle porte di Roma, solo le fanciulle vergini potevano recare le offerte al serpente che dimorava nella grotta della dea Giunone Sospita, che proteggeva puerpere e raccolti.
Da queste profondità della terra, il serpente sacro emerge solo in particolari circostanze. E’ il caso che si mostra nel bastone di Asclepio, il dio guaritore. Il culto di Asclepio era dedicato ai suoi iniziati, che dimoravano per un periodo necessario in caverne sotterranee, in stato di semi-incoscienza, per emergere capaci di guarire e di insegnare la Gnosi agli uomini. Il più noto tra questi è il padre della filosofia occidentale, Parmenide. La dormizione nelle profondità di un tempio, usata anche a scopi terapeutici, discende da questa pratica iniziatica, molto radicata anche in India, tra gli yogi del Nath Sampradaya.

Il serpente adorna quindi il bastone di Asclepio, che come animale ha il cane, l’animale “impuro”, guardiano dell’oltretomba. Così in India il cane è sacro a Bhairava e abita i campi crematori dove si ciba anche dei resti umani. Anche Bhairava, che come Asclepio porta il bastone, è invocato per sconfiggere gli spiriti e i demoni, e salvare coloro che si trovano in condizioni di pericolo estremo. Il Signore oscuro del pantheon indiano, come l’Asclepio greco, non sconfigge il serpente, ma lo domina, ne è il signore, ne determina la dinamica interna e quella metafisica, quella in cui abita il corpo in forma di Kundalini, e ne direziona la spinta ascendente e discendente, i cambiamenti di polarità, la funzione inferiore e superiore: veleno o medicina, morte o salvezza.

Presso le abitazioni delle famiglie, il serpente era considerato uno spirito custode della casa, il Genius Loci, e perciò – parimenti in Grecia, a Roma e in India – da rispettare e mantenere, affinché proteggesse la casa, i suoi abitanti e la buona sorte. L’Agathos Diamon, il demone buono, si celebrava nella antichità classica ogni inizio del mese, con l’offerta di una coppa di vino. La sua forma, che solitamente è quella di un serpente coronato, che sulla coda regge un fiore di loto, nella tarda antichità si muta in figure più complesse, che si fondono con quella del fanciullo, il Puer Eternus, e in una visione ancora più metafisica nell’immagine di Aion, il Tempo eterno, il dio con la testa di leone, avvolto nelle spire del serpente. L’eternità è un concetto sostanziale della metafisica del serpente: antenato, essere primordiale e primigenio, colui che abita la terra da un tempo immemorabile, progenitore di ogni essere vivente. La stessa forma, che nega la figura antropomorfa ravvisabile in tutti i mammiferi, è quella che sembra precedere la forma, il seme, e che sopravvive a ogni mutazione e differenziazione.
Un serpente abitava alcune sepolture degli eroi fondatori di una città o di un paese, come guardiano e presenza della personalità che lì era stata sepolta, e a lui si versavano offerte di vino o di altri sacrifici, affinché lo spirito si placasse, nelle circostanze in cui la città era in pericolo, o perché continuasse a garantire la sua protezione. Nella forma primordiale del serpente sopravviveva la presenza tutelare del Genius di una città o di una nazione. Da “genius”, “gens”, famiglia, discendenza. Il genius era il seme, l’origine della stirpe che lo manteneva.

Nella visione esoterica, il rituale con cui si onorano i serpenti è il processo di trasformazione e di elevazione della forza primordiale, che, attraverso gli antenati, dai più remoti, si è incarnata nella vita dei discendenti, nel presente, e che si opera affinché dal regno “dei morti”, della vita mortale, tale forza si elevi a livello impersonale, celeste, puro. Si elevano quindi offerte ai Mani, affinché lascino la via della terra, per ascendere al Cielo, e la nostra stessa vita possa percorrere lo stesso moto ascendente, con essi, e da essi tratta, con essi ricongiunta e pacificata, mettendo fine a tutte le miserie che affliggono gli uomini, trasmesse per via ereditaria o attraverso le vite precedenti.
Così il serpente celeste, che sovrasta la sua immagine terrena, segna nell’oroscopo individuale la direzione karmica ed evolutiva dell’essere: là dove si incontra la nostra natura demoniaca /daimon (il Nodo Lunare Sud) e dove la spinta ascensionale ci porta a raggiungere gli obiettivi del nostro cammino (Nodo Lunare Nord).

Il serpente, quindi, così identificato, ricorre in numerose raffigurazioni: è avvolto, in doppia spira, maschile e femminile, intorno al caduceo di Hermes, a rappresentare le dinamiche dello zolfo e del mercurio nella chimica dei corpi e degli elementi, e quelle dei canali del Prana, Ida e Pingala, conoscenze necessarie all’iniziato per conseguire la Salute Suprema, che è, sostanzialmente, lo scopo della pratica dello yogi, dell’alchimista e dell’iniziato antico – illuminazione, immortalità o liberazione: molti nomi, come molti sono stati coloro che hanno fallito nella sua ricerca. Il nome e la forma per un Hindu si traducono soltanto con Shiva: il supremo Bene. L’identità con l’Uno, con il Signore supremo, il Mahayogi, che attorno al collo porta il serpente, domato e perfettamente cosciente.

 

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Il fiume, la stella, il solstizio.

Avanti al Solstizio d’Estate, che dicevano gli antichi è la porta degli uomini, della incarnazione terrena, c’è una lenta avanzata del cielo e della terra verso un punto culminante, epifanico, dove si accordano terra e cielo, formando una sola realtà che è allegoria e dato vivente, matrice di questo discendere nella materia viva. Attorno al tempo del Solstizio si alza in cielo la stella Sirio. Prima del Solstizio, dal cielo discende il fiume Ganga (Ganga Dussera, che si celebra a metà giugno), chiamato a lavare e custodire le ceneri degli uomini. E mentre discende dal cielo un fiume, attenuato dalle trecce di Shiva, fino a riempire la grande pianura gangetica, spandendo la vita nel Nord dell’India, un altro fiume sale, in Egitto, seguendo il corso della Stella, attorno alla quale altri mondi scandivano il loro calendario, e il Nilo prendeva corpo, cresceva, esondava, diventava Madre fertile e benedizione divina. Alla foce, entrambi i fiumi manifestano la forma benedetta della grande Madre Nera, Kali e Iside, del cupo colore del limo trasportato dai flutti. Datrice di vita, signora dei morti, signora degli dei, regina, guerriera, consolatrice, protettrice delle puerpere e dei fanciulli, nemica dei demoni, signora degli animali selvatici.
Questo è il momento in cui il nettare benedetto inonda i campi rendendoli fertili, e accorda immortalità a chi si lascia incenerire nel fuoco del Dharma. La porta degli uomini è perciò il Dharma, e l’origine del Dharma è la Compassione. La Dea ascolta la preghiera dei suoi figli e concede loro una sepoltura santa, trasportandoli dolcemente all’Oceano infinito, e con in suo passaggio concede vita e immortalità, acqua per i campi, animali selvatici, mentre tutto si amalgama discendendo lungo il tragitto in una tonalità indifferenziata di vita e morte, pienezza e abbandono.

Ravi_Varma-Descent_of_Ganga

 

Discende la Shakti sul discepolo, per grazia del Guru, e lo risveglia a nuova vita (Shaktipata). La porta degli uomini è aprirsi al fluire del nettare che dal vertice della corona, come tra le spire delle trecce di Shiva, discende a benedire l’universo, portando sollievo, consolazione, rinascita, e lasciando che dal suo nutrimento ogni vita possa prosperare. La via degli uomini è scandita dal sorgere della stella e dall’ellittica del Sole, che due volte all’anno sembra fermarsi per meditare sulla morte e sulla vita, senza che nulla sia mai nato, mai morto, così come il sole non si è mai mosso e mai fermato. Ogni cosa scorre nel flusso continuo, trasportata e nutrita.
Persefone l’oscura regina fanciulla, prigioniera dell’Ade, ritorna allora alla superficie terrestre, Empedontimo la vede danzare in cielo, nel mezzogiorno torrido di un giugno ellenico, ci dice Proclo, e comprende l’avvicendarsi della vita e della morte, mentre attorno, possiamo immaginare, i campi si riempiono di grano biondo e di fiori, dono della Madre Demetra, che finalmente può riabbracciare la figlia ritornata dal regno dei morti. Discende nei campi la rugiada carica di presagi nella notte di San Giovanni, per la tradizione contadina italiana, e le ragazze cercano di sapere a chi andranno in spose.
Diceva Gaudapada, che tutto ciò che doveva nascere è già nato. Diceva poi che osservando un tizzone ardente in movimento, (come il sole, o una brace, di sera) si percepisce l’illusione di una forma. E quella illusione è quanto chiamiamo vita. La mente che instancabilmente si muove, crea forme, circolarità. Non ci sono stazioni intermedie, tempo, causa, effetto, inizio o fine. Noi teniamo in mano la brace e disegniamo un cerchio che sempre ci stupisce guardare, e su cui ogni storia prende forma e nome.
La Luna piena di questa sera di vigilia di Solstizio, carica di nettare rinfrescante, in attesa di essere colpita e penetrata dal serpente che risale veloce nella nostra coscienza, e la Grande Croce Mobile dei pianeti, che segna l’incarnazione precaria nei corpi viventi, rafforzano e raccontano questa storia senza inizio e senza fine, senza causa e senza altra conseguenza, che il suo stesso accadere. Disse Ganga a Shantanu, che desiderava sposarla: se desideri essere il mio sposo, ti chiedo solo di non fare, mai, nessuna domanda.

Shantanu_Meets_Goddess_Ganga_by_Warivick_Goble

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La violenza e l’anima

In tutto il dibattito a proposito di un “problema culturale”, alla base dei fatti di crescente violenza diffusa, si sente sempre auspicare un rafforzamento dei metodi di controllo che a questo problema culturale hanno contribuito sistematicamente: istituzioni, scuola, psicologia. A volte con dolo, a volte per inadeguatezza. Se qualcuno proponesse di cambiare il paradigma, come la vera psicologia insegna, non riceverebbe la minima attenzione. Perciò restano misteriosamente esclusi, perfino dalle ipotesi, gli strumenti che favorirebbero una vera risoluzione dei conflitti. La filosofia della conoscenza di sé, la spiritualità del mondo classico e orientale, la meditazione e lo yoga. Questi strumenti l’umanità ha tramandato allo scopo di gestire il conflitto, la complessità della vita, il paradosso.

La spiritualità orientale, che mira alla vera emancipazione dell’individuo, nonostante un radicamento nella nostra cultura che data già dall’inizio del secolo scorso, resta un elemento marginale, spesso ridicolizzato, o al limite decorativo, che molti coltivano senza esporsi. Noi siamo “santoni”, noi facciamo il “lavaggio del cervello” (che sarebbe invece davvero auspicabile), siamo newager, cialtroni pericolosi, o donne in crisi di mezza età. In questa emarginazione della vera conoscenza, della buona scuola di vita, è da individuare il germe della violenza crescente intorno a noi: perché è il disconoscimento sistematico di se stessi e dei propri autentici bisogni.

Non si può tacere l’importanza dell’estetica, la cui banalizzazione, e la violenza esplicita e implicita, rispecchiano aridità intellettuale e spirituale. Perciò non si tratta solo di portare e diffondere yoga, meditazione e filosofia realizzativa, ma anche la tradizione musicale e artistica che è stata la via spirituale dell’Occidente. Perché occorre possedere strumenti di espressione efficaci, saper leggere le proprie emozioni e la realtà del mondo, e agire creativamente, di conseguenza. Senza una pratica, non c’è evoluzione. Invece la nostra enorme eredità culturale è anche questa avvilita a ingombrante patrimonio, che deve diventare redditizio, musealizzato, sempre più turistico e somigliante a Disneyland, piuttosto che al respiro della nostra anima.

Anima, certo, quella cosa dubbia che ci intimavano di custodire, a rischio di perdita e di dannazione eterna. Forse finalmente diventa chiaro il significato di questi ammonimenti a lungo considerati inutili e mistificatorii. Quando poi le parole ci sfuggono di mano e chiamiamo un assassino “animale”, mostro, orco, ecc., non facciamo altro che additare l’anima, proprio dove ci colpisce la sua assenza, la sua definitiva perdita. L’anima, che di solito si preferisce ignorare, di cui nessuno conosce la natura, e nessuno vuole sentire parlare.

Infine, per non restare nel vago, si può ricordare che nella spiritualità si trovano i lineamenti della comunità ideale, quella degli uomini liberi e non violenti. Dove si è chiamati al dono, all’ascolto, al rispetto, all’umiltà, all’autocontrollo, alla contemplazione del divino in tutti gli esseri viventi. Eccoci quindi davanti al vero cambiamento di paradigma, nonché a una considerevole porzione di ciò che appare più ridicolo, se non rischioso e discutibile. Liberi di accantonare la questione come utopistica, fintanto che si può credere, ragionevolmente, di poter risolvere i problemi urgenti e più critici con altri mezzi. Eppure, ognuno di noi, fino a un certo punto della sua vita, ha avuto ben chiaro quale fosse la cosa giusta. Anche in questo caso, cancellare la moralità autentica e spontanea che ciascuno apprende dalla propria madre, è una scelta ben precisa. Come una scelta molto strategica potrebbe essere quella di recuperarla e decidere di riaffermarla apertamente.

 

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Karma e Jnana, premesse alla Isavasya Upanishad. Con introduzione dal commento di Adi Shankaracharya.

La religione Vedica fonda la stessa esistenza del cosmo nel sacrificio compiuto da Prajapati all’origine e, da quello, nel rituale che ogni capofamiglia eredita e deve svolgere incessantemente, nei riti stabiliti per ogni giorno, all’alba mezzodì e tramonto, e in quelli indicati poi per i passaggi del sole, per le lunazioni, per le eclissi e per i giorni festivi veri e propri; sono poi osservati i digiuni, i pellegrinaggi, i sacrifici, e infine i sacramenti che segnano le diverse fasi della vita, e le pubbliche celebrazioni; inoltre tutti i rituali di commemorazione dei defunti e in loro favore. La concezione sacerdotale dell’essere umano stabilisce un profondo senso di interdipendenza tra uomini, cosmo e dei, e la sua funzione si propaga attraverso il passaggio generazionale di un debito individuale, verso gli antenati e la tradizione famigliare, che tra gli obblighi religiosi sancisce allo stesso modo anche il matrimonio e la procreazione, per assicurare la continuità dell’opera rituale e della stirpe. Sacrificio, matrimonio e procreazione sono i compiti con cui si assicurano la vita sulla terra, la prosperità della comunità umana, e sui quali si proietta l’immortalità del singolo attraverso la continuità delle generazioni, e in essa lo scopo esistenziale dell’individuo. I Brahmini sono effettivamente la casta che deve custodire e mantenere vivo il ridondante corpus ritualistico vedico. Per tutti gli altri, ogni legittima occupazione è inserita in una prospettiva organica, finalizzata al pieno compimento della regola sacrificale del mondo – Dharma – ciascuno secondo le proprie possibilità e competenze.

L’universo religioso così espresso nella parte rituale dei Veda, detta perciò Karma Kanda (o delle opere), sembra essere superato o negato nella parte finale, dedicata alle Upanishad, detta Jnana Kanda (della conoscenza). Il Karma Kanda ingiunge all’uomo la devozione per le divinità e descrive le procedure rituali per la loro adorazione. Nelle Upanishad, invece, sembra di assistere alla sistematica denigrazione delle pratiche vediche in favore della conoscenza filosofica, e lo stesso ritualista è descritto alla stregua di un animale. Nell’uso comune, si è soliti indicare come Veda il Karma Kanda e come Vedanta il Jnana Kanda.

La contraddizione è solo apparente. Al fine di realizzare la condizione assoluta dell’Atman si devono spezzare i legami con il mondo e meditare sul Sé con concentrazione perfetta, e il lavoro rituale prescritto dai Veda è quindi inteso come un percorso graduale, che purifica e rafforza il devoto mano a mano. Fintanto che il mondo è percepito in termini di realtà, la pratica rituale conduce alla fruizione, al benessere e al profitto generale, e disegna una vita ultraterrena in cui continuare a beneficiare dei frutti di una vita trascorsa in rettitudine. Il sacrificio è dato a beneficio universale, non egoistico, poiché è universale e organico il fondamento etico del Dharma. Dice l’officiante offrendo l’oblazione al fuoco: “Na mama”: non per me. Ogni ripetizione del rito è un progressivo trasformare il senso dell’io e il “mio” in cenere. Yajna, il sacrificio è “tyasa”, lasciare andare, sciogliere da sé. Il secondo verso dell’Isavasya Upanishad, dedicato alla via religiosa destinata agli uomini comuni, secondo l’interpretazione vedantina, coincide con l’insegnamento più noto della Bhagavad Gita: il Karma prescritto dai Veda si può compiere vivendo cent’anni, ma occorre svolgerlo come offerta a Dio, e non per vantaggio personale. Non costituirà, in questo modo, un ulteriore legame karmico.

“L’uomo è il sacrificio” (Chandogya Upanishad III.16-17). La percezione del cosmo come sacrificio ritorna in termini mistici e impersonali nelle Upanishad, a ribadire quella continuità creatrice nei cui confronti il saggio non si pone in contrapposizione, ma in atteggiamento di osservatore, rinunciando a prendervi parte. Troviamo infatti una meditazione sublime sul sacrificio nella Brahdaryaniaka (VI.2) e nella Chandogya Upanishad (V.4-10), che è detta Pancagni-vidya. Il cosmo con gli esseri senzienti e insenzienti sono immaginati discendere da un sacrificio cosmico che si compie in cinque fuochi successivi, discendenti in ordine di sottigliezza. La fede è offerta in oblazione in cielo, dove si trova il più alto fuoco sacrificale; come risultato, è creato il mondo lunare o mondo degli antenati. La luna è quindi offerta in sacrificio nel secondo fuoco, che è dovuto al dio della pioggia (Indra), così che le piogge cadano sulla terra, dove si trova il terzo fuoco. Da questo sacrificio proviene il cibo, che è offerto all’uomo, che è il quarto fuoco, da cui proviene il seme. Il quinto fuoco è la moglie, da cui nasce il figlio.

La santità promossa dalla dottrina del Vedanta invece non si misura con la grandezza della stirpe, e nemmeno si accontenta nella sopravvivenza dell’anima individuale in un mondo celeste riservato ai devoti (Devaloka), o nel vecchio mondo venerato delle anime degli antenati (Pithru Loka), mira invece a un passaggio definitivo e superiore a qualsiasi altro: l’identità perfetta e mai spezzata con l’Unità dell’Essere, senza attributi, senza separazione, senza mutamento.

Numerose aggregazioni spirituali e monastiche sorte attorno alle figure dei santi e degli yogi, riuniscono persone che fin dalla pubertà o al termine della vita attiva scelgono l’abbandono della propria casa e delle occupazioni mondane e la ricerca della Realtà pura e trascendente, Jnana. Si compiono voti solenni con i quali il rinunciante sceglie quindi di vivere il celibato, la solitudine o il servizio alla comunità monastica, e di perseguire solo l’insegnamento del Guru e l’anelito alla Liberazione. Il sacrificio esteriore diventa sacrificio vivente, il fuoco rituale diventa ardore yogico.

La vita monastica è comunque scandita da un certo numero di osservanze e di esercizi spirituali, che costituiscono la disciplina e la scuola del santo Hindu. L’anelito alla liberazione (mumukshuta) è il fondamento di tutto il percorso, stabilito il quale, Adi Shankara indica che gli aspiranti Jnani sviluppino la Bhakti, la devozione pura e disinteressata per il divino, perchè essa è necessaria a neutralizzare, evirare l’ego. Non esiste una differenza effettiva tra la pratica della meditazione, dell’Upasana vedico e la Bhakti, e lo stesso Shankara ritiene che le due cose siano sostanzialmente la stessa. Se la Bhakti è stata una forma divulgata principalmente dalle sette e scuole dualiste, non è perciò esclusa dalla pratica dell’aspirante alla non-dualità. L’upasana accompagna lo studente al raggiungimento dell’identità suprema, osservando e meditando livelli di realtà sempre più sottili: il grossolano, Virat; il sottile, Hiranyagarbha; il causale, Isvara o Saguna Brahaman, cioè il divino con attributi; fino alla Realtà assoluta, il Nirguna Brahman, senza attributi di nome e di forma. Si tratta in fine di “ricondurre ogni cosa a Dio”, così come indica l’Isavasya Upanishad, nel verso di apertura.

Per l’Jnani che abbia realizzato l’unità con il Paramatman anche gli Dei che sono originati dal Paramatman non sono entità differenti o separate. Quando egli stesso si riconosce nell’infinito e in esso si dissolve, anche le divinità sono riassorbite in quello.

“A che servono i figli, i mondi e le ricchezze se è possibile ottenere il Brahman supremo?” Osservano i saggi nella Brahdaranyaka Upanishad. L’idea radicale della rinuncia è già implicita nella teologia vedica: con il rito e il compimento dei propri doveri si ottiene il mondo dei Mani e il mondo degli Dei. Ma tutti i mondi ottenuti attraverso i propri meriti, fino al Brahmaloka, che è il più elevato e meritorio, sono altresì impermanenti. Alla fine di un ciclo cosmico, anche coloro che abbiano conquistato il Brahmaloka dovrebbero rientrare nella manifestazione attraverso la sofferenza di una nuova nascita. Dunque occorre realizzare il Brahman in questa stessa vita. “Dobbiamo conoscere il Brahman mentre siamo in questo corpo, altrimenti saremo vissuti nell’ignoranza e andremo incontro alla nostra rovina. Coloro che lo conoscono divengono immortali, mentre gli altri ottengono soltanto dolore.” (Brahdaranyaka Up.). E con la stessa ingiunzione incomincia il testo teorico per eccellenza del Vedanta classico, il BrahmaSutra di Vyasa: “Athato Brahmajijnasa”, si proceda dunque (senza indugi) alla conoscenza del Brahman.[Vyasa Brahmasutra I, 1]. Questo assunto è il fondamento del pensiero che guiderà Shankara e la tradizione dei vedantini alla ricerca di una conoscenza diretta, pura, indipendente dai ogni mezzo, della Realtà spirituale. Continua a Leggere →

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Parmenide filosofo e guaritore sacro. Il viaggio ultraterreno dello iatromante e l’origine sciamanica della filosofia.

I. I ritrovamenti di Velia.

Nel 1958 le spedizioni archeologiche di Pellegrino Claudio Sestieri e Mario Napoli nei territori italiani, dove un tempo sorgeva Velia, misero in luce qualcosa di sconvolgente per il pensiero filosofico contemporaneo. I ritrovamenti erano semplici iscrizioni che testimoniavano la presenza a Velia di un forte culto per Apollo Oulis. Diffuso per lo più nelle regioni costiere dell’Anatolia occidentale – ossia le terre di provenienza dei focei, Apollo veniva pensato e venerato come distruttore che risana e guaritore che distrugge. Gli uomini a cui le tre iscrizioni facevano riferimento erano chiamati guaritori e phōlarchós. L’uomo votato ad Apollo è un guaritore e caso vuole che Asclepio – mitico fondatore della medicina – sia figlio di Apollo. La guarigione non è chiaramente quella che noi oggi comunemente intendiamo, piuttosto in quel contesto significava l’entrare in una dimensione altra rispetto quella vissuta, un livello di consapevolezza tale che è esclusivamente la comunicazione con il divino a guarire.
Phōlarchós è la combinazione di phōleós, rifugio e archós, signore. Il phōleós era il rifugio nel quali gli animali giacevano immobili in uno stato letargico, uno stato di morte apparente. Dunque i Phōlarchós sono i custodi del rifugio come luogo dell’incubazione, ovvero luogo dove si credeva avvenisse la guarigione: le persone dovevano giacere in una condizione di letargia e lasciare che Apollo li penetrasse guarendoli. I Phōlarchós sono i sacerdoti di Apollo, in virtù dei quali è possibile la manifestazione del dio agli uomini.
Due anni dopo, nel 1960, vicino l’edificio nel quale poco tempo prima erano state trovate le iscrizioni con il nome Oulis, venne trovato un blocco di marmo che presentava tracce di un’epigrafe di ringraziamento, le cui parole incise erano: Ouliádēs, Iatromantis, Apollo.

La nuova scoperta era davvero la prova che attendevano, ma il frammento di marmo si rivelò fonte di imbarazzo, era qualcosa di cui parlare il meno possibile o piuttosto da dimenticare perché non trovava posto nella mappa delle nostre conoscenze.

Il senso è chiaro: l’epigrafe – insieme alle scoperte precedenti – era la testimonianza lampante che la grecità fosse altro rispetto quella che da tempo si credeva che fosse e le origini della cultura occidentale sembravano ormai svelare una forte impronta mistica. I tre termini sono naturalmente strettamente legati: Ouliádēs è “figlio di Apollo”, mentre Iatromantis indica il guaritore di cui abbiamo parlato, ossia che risana in virtù delle sue capacità profetiche.
Velia settembre 1962. Un’altra lastra di marmo: Parmeneides Pyretos Ouliádēs Physikós. È il frammento che tutti attendevano, quello che lega Parmenide ad Apollo, all’incubazione. La grafia corretta Parmeneide – e non Parmenide – era già ipotesi di studio, ma adesso veniva ad assumere una valenza di certo più pregnante. La novità assoluta è però quella di fare di Parmeneide un Ouliádēs, un sacerdote di Apollo, un phōlarchós, un custode del rifugio. E quello che più sconvolge è allo stesso tempo altro, ovvero sia l’attribuzione di Ouliádēs solo a Parmeneide, che la mancata datazione dell’iscrizione, con notevole differenza rispetto le lastre precedenti nelle quali i sacerdoti erano Oulis e datati “a partire da qualcosa”.
Secolo dopo secolo, i guaritori furono considerati suoi discendenti ed era in riferimento a lui che veniva data la linea di successione. Nel mondo antico era prassi usuale calcolare le date risalendo alla vita del fondatore di una stirpe o di una istituzione, a cui veniva riconosciuto il titolo di eroe e come tale era venerato dal momento della sua morte. […] il fondatore della filosofia occidentale [era] un sacerdote, soprattutto un sacerdote venerato come eroe. (1) Continua a Leggere →

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