Navaratri 2017

Questo Equinozio di Autunno troneggia sul terzo giorno di Navaratri, sopra la Luna Nuova in Vergine, oscura fanciulla che scende nell’Ade invernale, diventando segreta signora di infinite moltitudini. Signora del Tempo e della Morte, Kali, che tutte le creature governa, e quindi Madre di ogni vivente, che dal tempo nasce e nel tempo muore per nascere di nuovo. Signora che in superficie si muove in esilio, in cerca dell’anima perduta del mondo, vestita da pellegrina, dal nero manto saturnino dell’inverno, dal mondo temuta e disprezzata, non (ri)conosciuta. Salute a Iside Demetra, racchiusa nel suo velo plumbeo di cielo, inaccessibile (Durga), freddo discernimento e distacco supremo. Colei che partorisce il Sole imperituro, che guida la vittoria dell’Eroe, che aprirà il corso delle acque del cuore nella stagione in cui risorta nella Stella della compassione potrà ritornate a inondare la terra.

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Navaratri sono i nove giorni in cui in India si celebra la Madre Divina, la Grande Dea. Nove come una gestazione da cui rinascere più pienamente se stessi, più consapevoli, più liberi.
La Madre Divina è il liquido in cui tutti noi viviamo e respiriamo, ci nutriamo e pensiamo, tutto ciò che si vede e che non si vede. E’ la coscienza universale dove non c’è né io né tu, quella che dice io e tu, la mente che pensa in ogni essere pensante e disegna ogni cosa pensata. La forma di tutto ciò che ha forma e la liberazione dalla forma. Il vuoto in cui si abita e il vuoto in cui si nasce, il vuoto per cui si ascende e che ci sostanzia. Il cavo dell’essere, il luogo dell’essere, il Cuore.
La grande illusione e la grande sapienza. La schiavitù e la liberazione.
A Lei ogni lode. Sua ogni parola di lode. Ogni gesto è la sua puja, ogni passo la sua pradakshina, ogni parola è il suo mantra, ogni respiro il suo yoga. Questo era il proposito di Adi Shankaracharya, espresso nel poema del Soundarya Lahari: http://www.visionaire.org/sri-adi-shankara/soundarya-lahari

Come meditare colei che è la potenza di Dio, il cosmo, la vita stessa? Con la conoscenza metafisica, che ne è la forma intellegibile. I Mille Nomi, che con epiteti diversi ricorrono nelle diverse tradizioni che ricordano la grande Dea, come Iside, Demetra, Mariam, sono la recitazione del Mistero ineffabile che ci avvolge e ci trasporta… : http://www.visionaire.org/stotravali-raccolta-di-inni/1000-nomi-madre-divina

[immagine: Petrus Christus, Madonna dell’albero secco,  1465]

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La preghiera di Kunti a Krishna

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1-3. Sebbene nella mia ignoranza, io ti adoro, Essere primordiale, Tu che esisti al di là di Prakriti, Tu che sei all’interno e all’esterno di ogni creatura. Tu che sei nascosto dal velo di Maya, che trascendi la conoscenza dei sensi, Tu immutabile; come l’attore mascherato sulla scena, sei visto anche da coloro che non sanno. Come può una donna comprendere Te, che hai preso corpo per insegnare la Bhakti ai saggi capaci di discriminare tra il Sé e il non-Sé, e a coloro che hanno padronanza della mente e della meditazione.

4. Mi inchino a Govinda, a Krishna, al figlio di Vasudeva e Devaki, al figlio adottivo di Nanda.

5. Mi inchino a Te che hai un loto per ombelico, a Te che indossi una ghirlanda di fiori di loto, a Te che hai fiori di loto come occhi e piedi come fiori di loto.

6. O Hrishikesha (Signore dei sensi), reggitore del mondo, io e i miei figli siamo stati soccorsi puntualmente da Te in molti pericoli, Signore, più rapidamente di come hai raggiunto tua madre, che rimase a lungo prigioniera di Kamsa.

7. Sono stata protetta da Te, o Hari, in tutte le circostanze, dall’avvelenamento, dall’incendio (di Jatugriha), dai demoni, dagli intrighi di corte, dalla miseria nella foresta, e dalle armi sul campo di battaglia.

8. O Maestro del mondo, fai che altre calamità ci colpiscano, perchè ancora godremo della visione di Colui che libera dalla reincarnazione.

9. L’uomo la cui dignità è offuscata dall’orgoglio per la nascita, la ricchezza, il potere, la cultura o la fortuna non è degno di pronunciare il tuo nome, che è invece dato in dote ai puri e a coloro che non desiderano alcun possesso.

10. Mi inchino a Te, che sei la ricchezza di quei devoti che hanno abbandonato ogni oggetto di desiderio, Tu che hai pace in te stesso, imperturbato, il Signore che libera dalla morte e dalla rinascita.

11. Ti riconosco come il tempo poichè ogni cosa è sotto il tuo controllo, come Colui che tutto pervade, senza inizio e senza fine; Tu abiti egualmente in tutto e da te provengono le differenze individuali di tutti gli esseri.

12. Nessuno conosce lo scopo delle tue azioni, O Signore, nella forma umana. Tu non favorisci nessuno e nessuno avversi, eppure gli uomini credono che Tu lo faccia.

13. Tu sei il Sé universale, senza nascita e senza movimento, e la tua nascita e le azioni, come accadono tra gli animali sulla terra nell’acqua, e tra i Rishi e tra gli uomini, sono solo un grande scherzo.

14-16. Coloro che costantemente ascoltano, cantano, parlano, pensano e godono delle Tue vicende memorabili, raggiungono presto i tuoi piedi e il termine del ciclo di nascita e morte. Perciò, o Signore e Sè universale, o Essere Supremo, spezza rapidamente i miei tenaci legami affettivi con la famiglia dei Pandu e di Vrishnis, così che, O Signore di Mathura, la mia mente non più distratta possa costantemente e saldamente rivolgersi alla Devozione per Te, come l’acqua del Gange corre veloce a gettarsi nell’oceano.

[Tratto dal libro “Altar Flowers” Ed. Advaita Ashrama, Calcutta, 1934. Traduzione di Beatrice Polidori, Krishna Janmashtami 2011]

La regina Kunti è la madre di Arjuna e di due dei suoi fratelli, della stirpe dei Pandava, nel poema epico indiano Mahabharata. La sua storia è tramandata anche nel Bhagavata Purana, in cui è esempio magistrale della devozione per Krishna, o Bhakti Yoga. Kunti è una figura di grande importanza all’interno di molte tradizioni indù e soprattutto tra i fedeli di Krishna.

Nel video una scena del film “Mahabharata” di Peter Brook (1989). Kunti, interpretata dall’attrice Miriam Goldschmidt, ritrova il figlio Karna ucciso sul campo di battaglia.

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L’accensione del Dhuni al Borgo dei Semplici. Solstizio d’Estate 2017.

Om Shiva Goraksh Yogi. Adesh Adesh.

Prologo. La notte della luna piena di Holi avevo fatto un sogno, in cui Guruji mi diceva che era arrivato per me il momento di accendere il fuoco. Ma io vivevo in un appartamento in città e credevo che sarei stata costretta a leggere l’invito come una metafora.

Poche settimane fa sono salita su queste colline che affacciano le valli “tra Feltro e Feltro”, che Dante profetizzava avrebbero visto nascere un avatar. Sulla collina, a quasi 600metri, vivono dei Fratelli che hanno dedicato la loro vita, le energie e i propri beni a ricostruire un borgo antico, per farne un luogo di meditazione e di conoscenza spirituale. E loro, che mi conoscevano da molto tempo, avevano costruito il cerchio con le pietre dove il fuoco attendeva invisibile di essere acceso.

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Sono seguiti giorni di lavoro titanico. La mattina del Solstizio eravamo pronti, e avremmo acceso il fuoco del Dhuni poco prima di mezzogiorno, quando il sole è al massimo dello splendore annuale. Attorno al fuoco che doveva nascere si sono sedute quasi quaranta persone, di mercoledì mattina, sotto un calore accecante. E allora li ho avvertiti: andrà molto peggio. E abbiamo cominciato.

Chi siamo e cosa stiamo facendo, mi chiedevano quelle belle, solide matrone romane che ritornavano da un mondo antico e i ragazzi sottili e svettanti con grandi occhi luminosi. Niente, siamo all’inizio del mondo. Siamo dove tutto è incominciato, qualsiasi religione, spiritualità, ogni forma di scienza e tutto quello che riconosciamo umano, ha avuto inizio intorno a un fuoco come questo, che ci apprestiamo ad accendere. Molto prima di quello che chiamiamo Storia, c’è un passato di milioni di anni in cui sono discese in terra le forme formanti del mondo, e hanno preso vita e agito in mezzo a noi. Questo passato è scritto nel mito, dove agli uomini volentieri si mescolavano gli Dei, e ad ogni passaggio davano inizio a una forma di civiltà, di conoscenza, di spiritualità. All’inizio di tutto, il mio lignaggio stabilisce che ci furono nove Yogi, i Nove Nath. Nove Yogi che con il sacrificio compirono prodigi, iniziando tutto ciò che chiamiamo umano, civile, etico, scientifico, religioso e spirituale. Che si voglia credere agli dei o agli uomini, poco importa. Possiamo immaginare che furono gli Dei a scendere sulla terra o pensare che furono uomini come noi, che con lo Yoga e la conoscenza esoterica che ne derivava riuscirono a diventare simili a Dei e portare nel mondo il frutto del loro sacrificio, che per sempre si tramanda in ciò che di comune ogni civiltà religione e ogni scienza ritrova sempre uguale e perenne. Quando accendiamo un Fuoco Sacro ritorniamo a quella Origine, ritorniamo al luogo in cui tutto è incominciato e ripetendo i gesti e le formule che ci hanno trasmesso cerchiamo di ripercorrere la loro strada, di risvegliare in noi lo stesso ardore, la scintilla divina che manifesterà la nostra essenza eterna, il nostro fuoco perenne, il nostro potenziale umano e divino.

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Questo cerchio di pietra è il grembo, la terra, la materia che si dispone per accogliere il divino, o per metterlo al mondo. Il fuoco è lo spirito, la cui natura distruttrice e trasformatrice gli Yogi impararono a domare e controllare. Lo Yoga è questo: accendere e accudire il Fuoco sacro. Non permettere che si spenga né che distrugga il mondo. Restare a sorvegliarlo e condividerne il calore e i doni con quelli che vorranno raccogliersi attorno al cerchio. Il fuoco naturale, come lo spirito, come il dio antico, è distruttore. Il Fuoco Sacro arde costantemente e in modo controllato, e lo Yogi sta allo stesso modo al centro della contraddittoria e duale natura umana, costituita dai suoi soffi, e governa il centro, da dove il fuoco di alza, costante e controllato, e discende la luce, il calore, la benedizione. Il Dhuni e il Fuoco, il Fuoco e il calore sono la stessa cosa, sono Shiva e Shakti, le polarità del maschile e femminile universali, unificate, inscindibili. La stessa immagine che veneriamo nello Shivalingam, qui è viva, calda e danzante, davanti ai nostri occhi, come nell’essenza della vita stessa. Perciò questo è il luogo in cui il nostro sacrificio, la nostra offerta, arriva direttamente agli Dei, perché siamo davanti alla loro più evidente presenza.

 

Dopo il Gayatri mantra, i fratelli hanno intonato l’Agni Suktam (Rg Veda 1.1) e il fuoco è stato acceso. Molti minuti sono trascorsi nel suono, davanti alle fiamme che immediatamente hanno preso vita e si sono sollevate in altezza. Mantra, campanelli e campane tibetane, tamburi, e altra musica che (misteriosamente) proveniva da ogni direzione, perfettamente armonica, in cui tutti abbiamo cantato e ci siamo fermati in un silenzio più profondo, trasportati.

A mezzogiorno il Fuoco è stato nutrito con le offerte rituali, nella cerimonia dell’Hawan. Si offre nell’Hawan un composto che tradizionalmente serve come nutrimento del fuoco, e si offre a ogni lancio dell’oblazione (Swaha) anche se stessi. Si offre, con l’oblazione rituale, ciò che abita il nostro cuore, quello che amiamo e quello che ci fa soffrire, ciò a cui siamo più attaccati e quello che desideriamo, quello che abbiamo perduto e quello che vogliamo vedere nascere e prosperare. Tutto ciò che lasciamo al fuoco, lo restituiamo a Dio, al cielo, all’ordine universale, a cui appartiene per realtà. Noi lo accudiamo, come accudiamo il fuoco, ma solo servendo un tutto universale a cui ogni cosa appartiene, restituendolo dal profondo del cuore, riconoscendo subito che ogni cosa e ogni persona appartengono a tale universale e divino – e non a noi (“na mama”, non a me), così come l’offerta che passa nelle nostre mani – ne siamo liberi e siamo in grado di lasciarlo prosperare. Lasciamo andare ogni attaccamento, accudiamo il fuoco e ciò che ci è dato di offrire, condividiamo l’esperienza di questo sacrificio. Questo insegna l’Hawan, che è la base di ogni etica, e di ogni condotta dharmica che rispetti la verità e la vita: dono, cura, condivisione. Perciò quello che offriamo ritorna benedetto e forte di una vita perenne.

 

Così il fuoco è stato acceso e poi nutrito nell’offerta, con i nomi di Shiva e i nomi di Shakti. Quindi è stato condiviso il cibo e nel pomeriggio, e con quelli che se la sono sentita, specie quelli già rodati dal caldo indiano, siamo rimasti attorno al Dhuni per condividere il Satsang e il ronzio delle cicale nella calura pomeridiana, mentre si stendeva attorno a noi il panorama dell’Appennino inondato di sole. Fino alla Puja della sera, colorata dall’oro del tramonto.

Questa è la breve cronaca di quanto abbiamo fatto e detto nel giorno del Solstizio. Altri Hawan e altre celebrazioni continueranno il discorso e la condivisione.

Il prossimo appuntamento è 8/9 Luglio, Guru Purnima. Programma e dettagli saranno comunicati prossimamente. Adesh Adesh.

 

Chi siamo e dove siamo. (da http://www.alessandrodisimone.it/costruire-un-ecovillaggio/)

Il Borgo dei Semplici è un progetto condiviso, strutturato tra famiglie che hanno deciso di abbandonare la città per ricercare la socializzazione più vera.
Andare a vivere sui monti non significa abbandonare tutto e tutti ma significa abbandonare la solitudine urbana, frammista di caos, rumori e tensioni, per trovare, natura, silenzio, solidarietà, semplicità.
Spesso non vogliamo credere che proprio dove tutto pare a portata di mano tutto sia invece così distante, così lontano.
Recuperare l’emozione di una vita che vuole l’autosufficienza nell’autoproduzione agricola in un regime biologico, che vive in una costruzione ecologica e sostenibile che ricicla e recupera, che segue il tempo scandito dalle stagioni, dalle lune.
Riconnettersi con quanto si è perduto, i sapori, gli odori, i suoni di un mondo naturale.
Noi crediamo che questa semplicità perduta sia la chiave per far maturare la propria dignità, lontano dai formalismi, dalle mode, dal vivere per consumare.

Il Borgo dei Semplici è un luogo dove ciascuno è apprezzato per quello che è, dove ciascuno ha il diritto di essere se stesso nel rispetto degli altri, dove poter crescere senza paure, dimenticando gli stress e le ansie della vita iperurbana, dove il ricercare se stessi è un atto dovuto prima che a sé, verso gli altri compagni di viaggio.
Il nostro è un progetto aperto, dove potete venire a trovarci, ad incontrarci, dove potete condividere con noi la nostra esperienza, facendo esperienza, la stessa che ognuno di noi fa ogni giorno vivendo, e stando nel fare, perché questo è il mondo del fare, questo è il mondo del qui e ora.

Om Namah Shivaya. Om Shiva Goraksh Yogi. Adesh Adesh.

Borgo dei Semplici
Località Santa Sofia Marecchia,
52032 Badia Tedalda (AR)


 

 

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108 Nomi di Shiva

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OM SHIVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio Benevolo (Shiva)

OM MAHESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Grande Dio Shiva

OM SHAMBHAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio della Felicità

OM PINAKINE NAMAHA
Mi inchino al guardiano del Dharma

OM SHASHISHEKHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta la luna crescente tra i capelli

OM VAMADEVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che sostiene l’esistente

OM VIRUPAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla forma perfetta

OM KAPARDINE NAMAHA
Mi inchino al Dio dai capelli intrecciati

OM NILALOHITAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio splendente come il sole a mezzogiorno

OM SHANKARAYA NAMAHA
Mi inchino all’origine di ogni Bene

OM SHULAPANAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che brandisce il tridente

OM KHATVANGINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta il bastone nodoso

OM VISHNUVALLABHAYA NAMAHA
Mi inchino a Shiva, adorato da Vishnu

OM SHIPIVISHTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che emana la luce

OM AMBIKANATHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è il Signore di Ambika

OM SHRIKANTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla gola blu

OM BHAKTAVATSALAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama i suoi devoti

OM BHAVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è l’esistente

OM SARVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la totalità

OM TRILOKESHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dei tre mondi

OM SHITAKANTHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dal collo bianco

OM SHIVAPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è amato da Parvati

OM UGRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dal carattere terribile

OM KAPALINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che beve nel teschio

OM KAMARAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che vince le passioni

OM ANDHAKASURA SUDANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha ucciso il demone Andhaka

OM GANGADHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta il fiume Gange tra i capelli

OM LALATAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che gioca con la creazione

OM KALAKALAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della liberazione dalla morte

OM KRIPANIDHAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la grazia suprema

OM BHIMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla forza straordinaria

OM PARASHU HASTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che tiene un’ascia tra le mani

OM MRIGAPANAYAE NAMAHA
Mi inchino al Dio che custodisce le creature

OM JATADHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta le trecce dei rinuncianti

OM KAILASAVASINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che vive sul monte Kailash

OM KAVACHINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che protegge

OM KATHORAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che fa crescere ogni cosa

OM TRIPURANTAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che distrusse le tre città dei demoni

OM VRISHANKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha il simbolo del toro (Nandi)

OM VRISHABHARUDHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che cavalca il toro

OM BHASMODDHULITA VIGRAHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio ricoperto di cenere

OM SAMAPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama il canto

OM SVARAMAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che crea con il suono

OM TRAYIMURTAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è adorato nelle tre forme divine

OM ANISHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio indiscusso

OM SARVAGYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che conosce ogni cosa

OM PARAMATMANE NAMAHA
Mi inchino al Sè Supremo

OM SOMASURAGNI LOCHANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la luce del sole, del fuoco e della luna

OM HAVISHE NAMAHA
Mi inchino al Dio che riceve le offerte di burro chiarificato

OM YAGYAMAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha stabilito i riti

OM SOMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio (che è la luce) lunare

OM PANCHAVAKTRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio delle cinque azioni

OM SADASHIVAYA NAMAHA
Mi inchino allo Shiva primordiale

OM VISHVESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Signore del cosmo

OM VIRABHADRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle gesta eroiche

OM GANANATHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dei Gana

OM PRAJAPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Creatore primordiale

OM HIRANYARETASE NAMAHA
Mi inchino al Dio che guida le anime elette

OM DURDHARSHAYA NAMAHA
Mi inchino all’essere indefettibile

OM GIRISHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio delle montagne

OM GIRISHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dell’Himalaya

OM ANAGHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non incute timore

OM BUJANGABHUSHANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio coronato di serpenti

OM BHARGAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che purifica dalle colpe

OM GIRIDHANVANE NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha per arma la montagna

OM GIRIPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama la montagna

OM KRITTIVASASE NAMAHA
Mi inchino al Dio che si nasconde con la pelle di elefante

OM PURARATAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio delle selve

OM BHAGAVATE NAMAHA
Mi inchino al Dio Supremo

OM PRAMATHADHIPAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è servito dai genii

OM MRITUNJAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che vince la morte

OM SUKSHMATANAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio più sottile del sottile

OM JAGADVYAPINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che permea tutto il mondo

OM JAGADGURAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio maestro di tutti i mondi

OM VYOMAKESHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio i cui capelli riempiono la volta celeste

OM MAHASENAJANAKAYA NAMAHA
Mi inchino al padre di Kartikkeya

OM CHARUVIKRAMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che protegge i pellegrini in cammino

OM RUDRAYA NAMAHA
Mi inchino a Rudra, che piange la sofferenza dei suoi devoti

OM BHUTAPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Signore dei demoni i dei fantasmi

OM STHANAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio immobile

OM AHIRBUDHNYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della Kundalini

OM DIGAMBARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio vestito di cielo

OM ASHTAMURTAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle otto forme

OM ANEKATMANE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è l’anima universale

OM SATVIKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è pura energia

OM SHUDDHA VIGRAHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio situato oltre il dubbio e oltre i conflitti

OM SHASHVATAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio eterno e senza fine

OM KHANDAPARASHAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio che spezza con l’ascia

OM AJAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio senza legami

OM PAPAVIMOCHAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che spezza le catene

OM MRIDAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della terra

OM PASHUPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio degli animali e di tutti i viventi

OM DEVAYA NAMAHA
Mi inchino al Signore degli Dei

OM MAHADEVAYA NAMAHA
Mi inchino al più grande degli Dei

OM AVYAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non muta

OM HARAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è detto Hari (Vishnu)

OM PASHUDANTABHIDE NAMAHA
Mi inchino al Dio che colpì l’occhio di Bhaga

OM AVYAGRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è quieto e immobile

OM DAKSHADHVARAHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che distrusse il sacrificio di Daksha

OM HARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che riassorbe il cosmo

OM BHAGANETRABHIDE NAMAHA
Mi inchino al Dio che punì Pushan

OM AVYAKTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio invisibile

OM SAHASRAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle forme illimitate

OM SAHASRAPADE NAMAHA
Mi inchino al Dio che abita e si muove in tutto

OM APAVARGAPRADAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che dà e toglie ogni cosa

OM ANANTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non ha fine

OM TARAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che libera l’umanità

OM PARAMESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio Supremo

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La figura di Ganesha e il rito di iniziazione. Lo smembramento e l’integrazione.

Ganesha è il Dio dalla testa di elefante. Egli è colui che viene adorato per primo. I suoi nomi sono invocati all’inizio di ogni opera per assicurarsi la riuscita, e prima di incominciare qualsiasi tipo di culto.

Ganesha è immagine del primo “Shabda” (AUM) o vibrazione che si manifestò al principio dell’Universo. Perciò è associato al “principio”, come il “Signore dell’Inizio.”

Ganesha o Ganapati è un Dio molto popolare in India come il distruttore degli ostacoli. La gente lo invoca chiedendo siddhi, successo nelle imprese, e buddhi, intelligenza. Egli è invocato prima di incominciare ogni impresa. E’ anche il patrono di istruzione, conoscenza e saggezza, letteratura e arti.

La storia della nascita di Ganesha è riportata dallo Shiva Purana. La Dea Parvati si stava accingendo a fare un bagno al fiume, e aveva modellato la figura di un ragazzo dalla sporcizia prelevata dal proprio corpo: quando l’immagine prese vita, chiese al giovane di fare la guardia mentre lei faceva il bagno. Nel frattempo Shiva ritornava da Parvati, e trovava con lei un giovane sconosciuto, che gli impediva di passare. Infuriato, Shiva mozzò la testa del ragazzo, e Parvati ne fu profondamente addolorata. Per rimediare, Shiva mandò allora i suoi demoni (Gana) a prendere la testa di chiunque fosse sorpreso a dormire con il capo rivolto a nord. I Gana trovarono un elefante addormentato e riportarono dunque la sua testa. Shiva pose il capo mastodontico dell’elefante sul corpo del ragazzo e lo fece così rivivere. Shiva nominò il ragazzo Ganapati, comandante dell’esercito dei demoni, e gli concesse la prerogativa che chiunque avrebbe dovuto adorarlo prima di iniziare qualsiasi impresa.

Tra le figure che abitano il mondo archetipo, il novizio, l’iniziato, il principiante, addentrandosi nel percorso spirituale, indossa una maschera e si avventura nel labirinto o nel percorso della conoscenza. Il cappuccio, la tonsura, una esclusione del volto umano precedono il momento dell’incontro con la presenza divina, al suo inizio. Il candidato si spoglia della propria identità di nascita e si offre ignoto all’ignoto, straniero in territorio sconosciuto, alla ricerca del Supremo. Così si incomincia la grande impresa della conoscenza sacra.

Una maschera rappresentava Dioniso durante i Misteri. Veniva appesa a un palo, decorato con un mantello e rami di edera. Indicava perciò la presenza e l’assenza, il limite: che oltre la rappresentazione fittizia della maschera vi è solo il senza-forma, l’asse stesso del cosmo, immobile e silenzioso. La maschera manifestava l’ambiguità di Dioniso, la sua onnipotente presenza e la sua radicale assenza, rivelando la specificità di Dioniso, il “dio dell’alterità”. La maschera è un volto e nasconde il vero volto, è figura di persona e rinuncia alla persona, nasconde e manifesta. Paradosso che, per i seguaci del culto dionisiaco, era proprio lo sguardo della maschera, lo sguardo di Dioniso, capace di indurre la trance, o l’entusiasmo, la possessione divina. Guardare i grandi occhi cavi e spalancati della maschera del dio era la chiave per perdersi nel suo enigma.

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Scrive Walter Otto: “Dioniso è il dio che sopraggiunge, enigmatico nello sguardo che sconvolge. Suo simbolo è la maschera, che presso tutti i popoli sta a significare l’immediata presenza di uno spirito misterioso. Egli stesso è venerato come maschera. Il suo sguardo toglie il respiro, confonde, annienta equilibrio e misura. L’uomo è colpito da follia: può essere la follia beatificante, che rapisce in ineffabili stati di trance, che libera dal peso della terra, che danza e che canta; e può essere la follia oscura, dilacerante, apportatrice di morte.” Nella teofania della maschera Dioniso manifestava l’essenza insita nel concetto stesso di divinità, quella di essere Altro dall’uomo. Egli, per antonomasia, egli era il “dio-altro”, il “dio straniero” venuto da un altrove immaginario, non geografico. Era presente, al tempo stesso, sia fuori sia dentro le città. Con l’alterità del suo sguardo l’adepto stabiliva una relazione asimmetrica, mutando il proprio stato di coscienza: usciva da se stesso (èkstasis), annullando temporaneamente la propria individualità (aphànisis: “sparizione”, “invisibilità”), e, mediante l’estesìa, introiettava il dio in uno stato entusiastico di possessione.[*]

Un altro giovane dio e Figlio, nato dalla Vergine, dal Medio Oriente giungerà a conquistare tutto l’Occidente. La sua vicenda assumerà il titolo di Persona e Volto forse più di ogni altro, e si ritroverà appeso al Legno, asse del mondo, durante la sua rappresentazione sacra della morte e della rinascita. Per l’Occidente, questo figlio della Vergine, diventerà l’unico Dio.

Anche Ganesha nasce dalla sola Madre, è figlio della Natura soltanto, e con la Madre trascorre una prima infanzia sulla riva di un fiume. E’ un bambino come ogni altro, un semplice e bellissimo figlio della polvere e del sudore di madre natura. Proprio così dice il mito, letteralmente: Ganesha nasce dal sudore e dalla polvere sulla pelle di Parvati, quindi è prodotto della materia di scarto, la materia primordiale, la sozzura con cui l’iniziato deve produrre l’oro filosofale. Finché per l’incontro fortuito con Shiva la sua testa umana cade, mozzata da un impeto d’ira del dio. Le suppliche della Madre convincono Shiva a restituirgli salva la vita, ma la sua testa è ormai perduta, e deve essere sostituita in fretta con quella di un elefante. Ecco apparire il fanciullo divino dalla testa elefantina. Adesso che la sua vita è stata spezzata e restituita dalla grazia di Shiva, egli è figlio non più della Natura, ma del Mahadeva, ed è diventato un dio egli stesso.

Con lo smembramento della testa, Shiva compie un’azione iniziatica, cuore dei riti di passaggio, del motivo del “fanciullo divino”, in cui un fanciullo prodigioso è trasformato in dio: trasforma la semplice creatura, concepita solo dalla materia di scarto della natura, in una personificazione divina. A subire lo stesso destino nella mitologia greca è Dioniso, ancora neonato, ancora creatura ibrida tra il divino padre Zeus e la madre umana Semele; o quando ancora prima, nel mito cretese, Dioniso era l’oscura figura del serpente Zagreus, che viveva nascosto in una grotta. La dea Hera, gelosa del figlio di Zeus, concepito nel tradimento (sozzura/degradazione), inviò i Titani, con i volti sbiancati di cenere, per ucciderlo e farlo a pezzi. Una dea pietosa – Atena, Rea o Demetra – ne salvò il cuore ancora palpitante in un cofanetto, mentre le ossa e il cranio furono sepolte a Delfi. Zeus inghiottì il cuore di Dioniso, che era stato preservato dall’amore della Dea compassionevole, e rigenerò Zagrèus, che prese il nome di Iacco (Iakchos) o Bacco; oppure, secondo un altra versione, il cuore intatto fu dato a Semele affinché generasse un secondo Dioniso. Da questo evento, a Dioniso fu attribuito il titolo di “nato due volte”. Questo attributo è, ed è sempre stato, quello che contraddistingue l’iniziato, il “nato due volte”, rinato una seconda volta nella/per la grazia divina. Bacco non era solo il nome personale del dio, che meglio è detto appunto Dioniso, ma indicava altresì colui che è nato due volte, che è stato iniziato secondo i misteri di Dioniso. Celebre la frase di Platone: “molti agitano il tirso, ma pochi sono i Bacchi”, cioè i veri iniziati. La stessa radice etimologica lega, secondo Alain Danielou, i termini Bacco e Bhakta, la forma mistica di devozione che infine cancella ogni dualità tra l’uomo e il divino.

Allo smembramento rituale si sottopongono anche i monaci tibetani nel rituale del Chod (letteralmente: “taglio”), le cui origini sono probabilmente pre-buddhiste e sciamaniche. Il candidato viene portato dal maestro in un luogo isolato, tra le montagne, e abbandonato, talvolta legato a un palo sacrificale o a una roccia. Alexandra David Neel, definisce il Chod “una specie di mistero macabro rappresentato da un solo attore: l’officiante”. Preceduto da diversi gradi di purificazione, il rituale raggiunge il suo scopo quando il novizio, prostrato e isolato da tutto, deve affrontare i demoni, da lui stesso invocati mediante canti e suoni appropriati, e invitarli a divorare il suo stesso corpo.
Durante la pratica, l’anima del praticante è visualizzata al centro del cuore, custodita da una divinità, solitamente femminile, mentre il corpo fisico è osservato come morto. In questo stato meditativo, l’iniziato separa la consapevolezza di sé dal corpo, mentre la coscienza viene custodita dalla divinità femminile. La divinità recide il cranio e quindi riduce il corpo in pezzi, mettendo la carne, il sangue, e le ossa dentro il cranio, in cui si ciberanno gli esseri immateriali, chiamati a partecipare del rito.

Il rituale ha lo scopo dichiarato di portare l’iniziato a sperimentare un radicale distacco dall’identificazione con il corpo e con le istanze psichiche, e permettergli di realizzare un profondo stato di non dualità e compassione universale.

L’immagine mentale della Dakini Nera, custode della coscienza/cuore dell’officiante, che sovrasta il cadavere del corpo fisico, richiama l’immagine di Kali, la tagliatrice di teste, che troneggia sul corpo di Shiva, apparentemente morto. La dea che recide, che istruisce il rito (come Hera nel mito dionisiaco) e la Dea che protegge, sono infine due momenti della stessa funzione: madre-matrigna e custode-maestra, tabernacolo del cuore sacro dell’iniziato – o Maria tabernacolo di Dio, diranno i cattolici, preposta alla conservazione del corpo e sangue del Figlio, che i devoti sono chiamati a dividere (smembrare) e mangiare.

Se quindi nella pratica comune, la figura di Ganesha presiede l’inizio di tutto, se si trova sulla porta delle case e degli esercizi commerciali, se è invocato all’inizio di ogni rituale devozionale, come prima immagine a cui rendere omaggio, il luogo di Ganesha è proprio situato sulla soglia, poiché egli E’ la soglia. Come la sillaba Aum, è il principio di ogni cosa, l’inizio del cammino sacro, indicando la postura mentale e spirituale con cui l’impresa che desideriamo compiere avrà successo: il sacrificio di sé, l’abbandono di ogni attaccamento e di ogni egoismo, e un saldo e cruciale affidamento della propria salvezza e continuità cosciente alla Madre divina, che custodirà il cuore del suo figlio/devoto, fino al compimento della trasformazione. Ogni opera e ogni impresa sono quindi benedette da Ganesha in quanto altrettante prove iniziatiche e occasioni di evoluzione e trasformazione spirituale, cui ostacoli saranno altrettanti mezzi di elevazione, e saranno efficacemente superati. Benedette da questo simbolo, le opere porteranno conoscenza e ricchezza, rappresentate dalla particolare cura che Ganesha riserva all’apprendimento, attività di ogni novizio, e ai molti doni che ne riceve, i dolciumi che sempre accompagnano la gioviale figura elefantina.

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Ganesha diviene così signore e comandante dei demoni, dei desideri che muovono l’uomo comune e che lo sottopongono alle prove della vita. Al termine delle celebrazioni per Ganesha incomincia il periodo autunnale di celebrazione dei defunti, secondo il calendario Hindu, detto Pritu Paksha. Durante i quattordici giorni della luna calante, si ricordano gli antenati invocando per loro l’elevazione ai mondi celesti e offrendo elemosina e cibo ai poveri o ai templi che ne ridistribuiranno, perché è si ritiene di offrirli così alle anime dei trapassati. Sembra quindi di riprendere nei fatti quello che l’immagine sacra aveva riassunto: il devoto è chiamato a smembrare una parte dei propri beni materiali – il nutrimento del corpo – in favore dei demoni che, in senso lato, abitano il mondo ancestrale. Le anime e le istanze da cui ereditiamo un debito karmico che muove, nel bene e nel male, i nostri progetti di vita, i successi e gli insuccessi, chiedono di dividere con noi il cibo, che si plachi la loro fame. Nel corso della vita, grazie al nostro lavoro e alla cura dei legami famigliari, presenti e passati, al nutrimento che dividiamo con essi, diventiamo consapevoli delle componenti ereditarie, e delle lunghe catene karmiche che ci legano a questo mondo, e grazie alla compassione, infine, liberati.
Al termine di Pritu Paksha, che si conclude con la Luna Nuova (Amavasya), incomincia il periodo di Navaratri, le nove notti dedicate al culto della Madre divina. Come nella favola dell’Asino d’oro di Apuleio, al termine delle sue fatiche l’iniziato può vedere direttamente la grande Dea e intonare le Sue lodi, risanato e in piena coscienza. Nella fiaba di Apuleio, Lucio perde finalmente la testa di asino, che gli era stata imposta da un incantesimo all’inizio della vicenda iniziatica, per ritrovare la sua forma umana: lo smembramento rituale è concluso, l’unità dell’iniziato è ritrovata. Finisce qui la vicenda dell’Eroe, nell’unità dell’essere, liberato dai demoni e dall’ignoranza, in adorazione dalla Madre universale.

Se il Navaratri primaverile finisce con la nascita di Rama (Ram Navami), simmetricamente inverso, quello autunnale è preceduto dalla nascita del figlio/iniziato Ganesha, per terminare con la celebrazione di Durga, la vittoriosa, l’inaccessibile, colei che mette fine alle sofferenze.  Dopo lo smembramento, l’integrazione, dopo la separazione e discriminazione, la compassione e l’integrazione nell’unità non duale.

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Approfondimenti:

[*] LO SGUARDO DI DIONISO E L’ENTHOUSIASMÒS DIONISIACO di Filippo Sciacca:
http://linguaggidipsiche.it/onewebmedia/Sguardo%20di%20Dioniso%20e%20enthousiasm%C3%B2s%20dionisiaco.pdf

MASCHERA E DAIMON di Giuseppe Lampis:
http://www.atopon.it/maschera-e-daimon/

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