Sri Krishna Janmashtami: Bhagavad Gita cap. X – XI, la gloria del Supremo, la visione di Arjuna.

Bhagavad GitaCap. X

20. Sono l’Anima Suprema situata nel cuore di ogni creatura, o Gudakesha. Sono l’inizio, la metà e la fine di tutti gli esseri.
21. Tra gli Aditya Io sono Visknu, e tra le sorgenti luminose, il sole radiante. Tra i Marut sono Marici, e tra i corpi celesti sono la luna.
22. Fra i Veda sono il Samaveda, fra gli Dei sono Vasava, per i sensi sono la mente e degli esseri sono la coscienza.
23. Tra i Rudra sono Shiva, tra gli Yaksha e i Rakshasa sono il signore delle ricchezze (Kuvera); tra i Vasu sono il fuoco (Agni). Tra le montagne sono Meru.
24. Tra i sacerdoti, o Arjuna, sappi che Io sono il capo, Brihaspati, e tra i generali sono Skanda, il signore della guerra. Tra le acque sono l’oceano.
25. Tra i grandi saggi sono Bhrihu. Tra i suoni sono Om, la sillaba indefettibile; e tra i sacrifici, il japa, il canto dei santi nomi. Tra le montagne sono l’Himalaya.
26. Tra gli alberi sono il fico sacro, e tra i saggi e gli esseri celesti Narada. Tra i Gandharva, cantori celesti, sono Chitaratha e tra le anime realizzate, il saggio Kapila.
27. Tra i cavalli, sappi che io sono Uccaishrava, che uscì dall’oceano e nacque nell’immortalità. Tra i nobili elefanti sono Airavata e tra gli uomini il Sovrano.
28. Tra le armi sono il fulmine, e tra le vacche la vacca dei desideri. Tra i procreatori sono Kandarpa, il dio dell’amore; e tra i serpenti il re, Vasuki.
29. Tra i Naga, serpenti celesti, io sono Ananta; e tra le divinità delle acque, Varuna. Tra gli antenati sono Aryama, e tra gli amministratori della legge sono Yama, il signore della morte.
30. Tra gli esseri demoniaci Daitya Io sono il fervente Prahlada, e tra gli oppressori, il tempo. Tra le bestie sono il leone, e tra gli uccelli, Garuda, che trasporta Vishnu.
31. Tra i purificatori sono il vento, e tra coloro che portano le armi sono Rama. Tra i pesci sono lo squalo, e tra i corsi d’acqua, il Gange.
32. O Arjuna, di ogni creazione sono l’inizio e la fine, e sono il mezzo. Fra tutte le scienze sono la metafisica, e della logica sono la conclusione, la verità finale.
33. Tra le lettere sono la A, e tra le parole composte, sono la doppia. Sono il tempo inesauribile;  tra i creatori sono Brahma, i cui volti multipli guardano ogni lato.
34. Sono la morte che tutto divora, e la sorgente di tutto ciò che verrà. Nella donna sono la fama, la fortuna, l’eloquenza, la memoria, l’intelligenza, la fedeltà e la pazienza.
35. Tra gli inni sono il Brihat-sama, che si canta per Indra; e tra i versi poetici, la Gayatri, cantata ogni giorno dai brahmana. Tra i mesi sono novembre e dicembre, e tra le stagioni, la primavera.
36. Tra le truffe sono il gioco d’azzardo e sono la luce di tutto ciò che è visibile. Sono la vittoria, la risoluzione, e dei bravi sono la bravura.
37. Tra i discendenti di Vrishni sono Vasudeva e tra i Pandava, Arjuna. Tra i saggi sono Vyasa, e tra i grandi pensatori, Ushana.
38. Di quelli che opprimono sono la verga, e dei vincitori sono la strategia. Dei misteri sono il silenzio, e del saggio la saggezza.
39. Inoltre, o Arjuna, sono il seme che genera tutto ciò che vivrà. Né vi è qualcosa che si possa muovere o non muovere, esistere o non esistere senza di Me.
40. O potente vincitore dei nemici, le Mie manifestazioni divine non hanno limiti. Ciò che ti ho rivelato non è che una minima parte della Mia grandezza infinita.
41. Tutto ciò che è bello, potente, glorioso, sappi che scaturisce da un semplice frammento del Mio splendore.
42. Ma a che servono, o Arjuna, tutti questi particolari? Con una semplice scintilla della Mia Persona, Io penetro e sostengo l’universo intero.

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[…]

9. Sanjaya disse: O re, così parlando, Dio, la Persona Suprema, maestro dello yoga, mostra ad Arjuna la Sua forma divina.
10-11. Arjuna vide in quella forma universale innumerevoli bocche e innumerevoli occhi. Tutto era prodigioso. Quella forma era adorna di gioielli sfavillanti e di meravigliosi vestiti. Era gloriosamente coperta di ghirlande e profumata da essenze di divina fragranza. Era tutto magnifico, illimitato e continuamente in espansione. Così vide Arjuna.
12. Se migliaia e migliaia di soli si levassero tutti insieme nel cielo, il loro sfolgorio si avvicinerebbe forse a quello del Supremo Essere.
13. Gli universi, sebbene infiniti e innumerevoli, Arjuna li vede tutti riuniti in un solo punto, nella forma universale del Signore.
14. Allora Arjuna, confuso e attonito, i capelli ritti, chinato il capo al Signore e giunte le mani, comincò a offrirgli le sue preghiere.
15. Arjuna disse: Krishna, mio Signore, vedo riuniti nel Tuo corpo tutti gli esseri celesti e molti altri esseri. Vedo Brahma, seduto sul fiore di loto, e Shiva e i saggi e i serpenti divini.
16. O Signore, vedo nel Tuo corpo universale innumerevoli forme, occhi, bocche, braccia e ventri, estesi all’infinito. Non c’è fine, né centro, né inizio in tutto questo.
17. La Tua forma, ornata di corona, scettro e disco, è difficile a guardarsi per la sua radiosità accecante, ardente come quella del sole.
18. Tu sei il fine primo e supremo che deve essere compreso, l’incorruttibile; Tu sei il sostegno di tutti gli universi, l’eterno guardiano del Dharma; in Te vedo l’eterna presenza divina.
19. Senza inizio, senza metà e senza fine, Tu sei l’origine di tutto. Innumerevoli sono le Tue braccia, innumerevoli i Tuoi occhi maestosi e, tra essi, il sole e la luna. Le Tue bocche sprigionano un fuoco ardente e la Tua radiosità riscalda l’universo intero.
20. Sebbene Tu sia Uno, Ti estendi attraverso il cielo, i pianeti e lo spazio che li separa. Contemplando questa Tua forma terribile, o grande tra i grandi, vedo i sistemi planetari in preda allo sgomento.
21. Tutti gli esseri celesti si sottomettono ed entrano in Te. Atterriti, essi Ti rivolgono delle preghiere a mani giunte e cantano gli inni dei Veda.
22. I Rudra, gli Aditya, i Vasu, i Sadhya, i Visvadeva, i due Ashvini, i Marut, gli antenati e i Gandharva, gli Yaksa, gli Asura e i perfetti esseri celesti, tutti Ti contemplano in preda allo stupore.

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Qui: Il Testo della Bhagavad Gita

Versione italiana a cura di Beatrice Polidori

 

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Guru Purnima al Borgo dei Semplici

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Celebrazione del Plenilunio con Beatrice Udai Nath e la Famiglia del Borgo dei Semplici attorno al Fuoco del Dhuni.

8-9 Luglio 2017
Borgo dei Semplici
Località Santa Sofia Marecchia, 52032 Badia Tedalda (AR)

Nel calendario tradizionale indiano, il Plenilunio del mese di Ashada segna la celebrazione di Guru Purnima, il momento in cui si onorano coloro che sono o sono stati le nostre guide e i nostri maestri.
Il Guru è “colui che disperde le tenebre” dalla mente del discepolo. Perciò questo plenilunio particolarmente luminoso ha il potere di illuminare le zone ancora oscure e sopite della nostra coscienza, di disporci all’ascolto profondo e di affinare la nostra capacità di discernimento, accordandoci alla possibilità di trovare la guida e la via al risveglio.
Durante il plenilunio di Guru Purnima, il cielo è dominato dalla costellazione di Shravana Nakshatra. E’ detta la “stella dell’apprendimento”, ed è formata da tre stelle che compongono la testa dell’Aquila (Aguila). Shravana Nakshatra è detta anche “l’orecchio di Dio”, per la connessione tra il suono e l’apprendimento.
Tutte le tradizioni primordiali, prima di essere scritte, sono state trasmesse per molti secoli oralmente, da maestro a discepolo, valendosi solo dello strumento dell’ascolto e del dialogo.
Il suono entra in ogni processo mentale, il pensiero stesso è formato da suoni e si manifesta in una sorta di ascolto interno. Tutte le attività della mente si basano su un sistema di vibrazioni sonore, che si articolano in fonemi, sillabe, toni, che possono essere purificati e sublimati attraverso i mantra e il canto devozionale.

Programma.

Sabato 8 Luglio
h.20.00 Puja. Rito in onore delle Divinità Hindu e dei Maestri attorno al Fuoco del Dhuni.
h.21.00 Cena indiana in Agriturismo su prenotazione.
h.22.00 Satsang. Canti, Mantra, Dialogo attorno al Fuoco del Dhuni tra ricercatori e yogi sul Dharma indiano e sulla via spirituale.

Musicisti e cantanti – soprattutto di musica indiana o etica – sono invitati a portare con sé gli strumenti musicali e accompagnare la serata, dove potranno offrire il proprio repertorio e improvvisare insieme agli altri partecipanti.

Domenica 9 Luglio
h. 8.00 Puja. Rituale alle divinità Hindu, attorno al Fuoco del Dhuni.
h. 9.00 Lezione di Yoga/Camminata nel bosco
h.11.00 Hawan [Offerta rituale al Fuoco Sacro]
h.13.00 Pranzo in Agriturismo su prenotazione
h.15.00 Satsang. Dialogo attorno al Fuoco del Dhuni tra ricercatori e yogi su Dharma e via spirituale.

La sera di sabato 8 è cortesemente richiesto di arrivare entro le ore 19.00.
Chi desidera partecipare solo alla cerimonia dell’Hawan è invitato ad arrivare entro le ore 10.00 di domenica mattina.

Per cena e pernottamento presso l’Agriturismo, prenotazioni e informazioni al numero 338.5695867 o scrivendo a prenotazioni@borgodeisemplici.com

ADESH ADESH! OM SHIV GORAKSH!

 

 

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L’accensione del Dhuni al Borgo dei Semplici. Solstizio d’Estate 2017.

Om Shiva Goraksh Yogi. Adesh Adesh.

Prologo. La notte della luna piena di Holi avevo fatto un sogno, in cui Guruji mi diceva che era arrivato per me il momento di accendere il fuoco. Ma io vivevo in un appartamento in città e credevo che sarei stata costretta a leggere l’invito come una metafora.

Poche settimane fa sono salita su queste colline che affacciano le valli “tra Feltro e Feltro”, che Dante profetizzava avrebbero visto nascere un avatar. Sulla collina, a quasi 600metri, vivono dei Fratelli che hanno dedicato la loro vita, le energie e i propri beni a ricostruire un borgo antico, per farne un luogo di meditazione e di conoscenza spirituale. E loro, che mi conoscevano da molto tempo, avevano costruito il cerchio con le pietre dove il fuoco attendeva invisibile di essere acceso.

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Sono seguiti giorni di lavoro titanico. La mattina del Solstizio eravamo pronti, e avremmo acceso il fuoco del Dhuni poco prima di mezzogiorno, quando il sole è al massimo dello splendore annuale. Attorno al fuoco che doveva nascere si sono sedute quasi quaranta persone, di mercoledì mattina, sotto un calore accecante. E allora li ho avvertiti: andrà molto peggio. E abbiamo cominciato.

Chi siamo e cosa stiamo facendo, mi chiedevano quelle belle, solide matrone romane che ritornavano da un mondo antico e i ragazzi sottili e svettanti con grandi occhi luminosi. Niente, siamo all’inizio del mondo. Siamo dove tutto è incominciato, qualsiasi religione, spiritualità, ogni forma di scienza e tutto quello che riconosciamo umano, ha avuto inizio intorno a un fuoco come questo, che ci apprestiamo ad accendere. Molto prima di quello che chiamiamo Storia, c’è un passato di milioni di anni in cui sono discese in terra le forme formanti del mondo, e hanno preso vita e agito in mezzo a noi. Questo passato è scritto nel mito, dove agli uomini volentieri si mescolavano gli Dei, e ad ogni passaggio davano inizio a una forma di civiltà, di conoscenza, di spiritualità. All’inizio di tutto, il mio lignaggio stabilisce che ci furono nove Yogi, i Nove Nath. Nove Yogi che con il sacrificio compirono prodigi, iniziando tutto ciò che chiamiamo umano, civile, etico, scientifico, religioso e spirituale. Che si voglia credere agli dei o agli uomini, poco importa. Possiamo immaginare che furono gli Dei a scendere sulla terra o pensare che furono uomini come noi, che con lo Yoga e la conoscenza esoterica che ne derivava riuscirono a diventare simili a Dei e portare nel mondo il frutto del loro sacrificio, che per sempre si tramanda in ciò che di comune ogni civiltà religione e ogni scienza ritrova sempre uguale e perenne. Quando accendiamo un Fuoco Sacro ritorniamo a quella Origine, ritorniamo al luogo in cui tutto è incominciato e ripetendo i gesti e le formule che ci hanno trasmesso cerchiamo di ripercorrere la loro strada, di risvegliare in noi lo stesso ardore, la scintilla divina che manifesterà la nostra essenza eterna, il nostro fuoco perenne, il nostro potenziale umano e divino.

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Questo cerchio di pietra è il grembo, la terra, la materia che si dispone per accogliere il divino, o per metterlo al mondo. Il fuoco è lo spirito, la cui natura distruttrice e trasformatrice gli Yogi impararono a domare e controllare. Lo Yoga è questo: accendere e accudire il Fuoco sacro. Non permettere che si spenga né che distrugga il mondo. Restare a sorvegliarlo e condividerne il calore e i doni con quelli che vorranno raccogliersi attorno al cerchio. Il fuoco naturale, come lo spirito, come il dio antico, è distruttore. Il Fuoco Sacro arde costantemente e in modo controllato, e lo Yogi sta allo stesso modo al centro della contraddittoria e duale natura umana, costituita dai suoi soffi, e governa il centro, da dove il fuoco di alza, costante e controllato, e discende la luce, il calore, la benedizione. Il Dhuni e il Fuoco, il Fuoco e il calore sono la stessa cosa, sono Shiva e Shakti, le polarità del maschile e femminile universali, unificate, inscindibili. La stessa immagine che veneriamo nello Shivalingam, qui è viva, calda e danzante, davanti ai nostri occhi, come nell’essenza della vita stessa. Perciò questo è il luogo in cui il nostro sacrificio, la nostra offerta, arriva direttamente agli Dei, perché siamo davanti alla loro più evidente presenza.

 

Dopo il Gayatri mantra, i fratelli hanno intonato l’Agni Suktam (Rg Veda 1.1) e il fuoco è stato acceso. Molti minuti sono trascorsi nel suono, davanti alle fiamme che immediatamente hanno preso vita e si sono sollevate in altezza. Mantra, campanelli e campane tibetane, tamburi, e altra musica che (misteriosamente) proveniva da ogni direzione, perfettamente armonica, in cui tutti abbiamo cantato e ci siamo fermati in un silenzio più profondo, trasportati.

A mezzogiorno il Fuoco è stato nutrito con le offerte rituali, nella cerimonia dell’Hawan. Si offre nell’Hawan un composto che tradizionalmente serve come nutrimento del fuoco, e si offre a ogni lancio dell’oblazione (Swaha) anche se stessi. Si offre, con l’oblazione rituale, ciò che abita il nostro cuore, quello che amiamo e quello che ci fa soffrire, ciò a cui siamo più attaccati e quello che desideriamo, quello che abbiamo perduto e quello che vogliamo vedere nascere e prosperare. Tutto ciò che lasciamo al fuoco, lo restituiamo a Dio, al cielo, all’ordine universale, a cui appartiene per realtà. Noi lo accudiamo, come accudiamo il fuoco, ma solo servendo un tutto universale a cui ogni cosa appartiene, restituendolo dal profondo del cuore, riconoscendo subito che ogni cosa e ogni persona appartengono a tale universale e divino – e non a noi (“na mama”, non a me), così come l’offerta che passa nelle nostre mani – ne siamo liberi e siamo in grado di lasciarlo prosperare. Lasciamo andare ogni attaccamento, accudiamo il fuoco e ciò che ci è dato di offrire, condividiamo l’esperienza di questo sacrificio. Questo insegna l’Hawan, che è la base di ogni etica, e di ogni condotta dharmica che rispetti la verità e la vita: dono, cura, condivisione. Perciò quello che offriamo ritorna benedetto e forte di una vita perenne.

 

Così il fuoco è stato acceso e poi nutrito nell’offerta, con i nomi di Shiva e i nomi di Shakti. Quindi è stato condiviso il cibo e nel pomeriggio, e con quelli che se la sono sentita, specie quelli già rodati dal caldo indiano, siamo rimasti attorno al Dhuni per condividere il Satsang e il ronzio delle cicale nella calura pomeridiana, mentre si stendeva attorno a noi il panorama dell’Appennino inondato di sole. Fino alla Puja della sera, colorata dall’oro del tramonto.

Questa è la breve cronaca di quanto abbiamo fatto e detto nel giorno del Solstizio. Altri Hawan e altre celebrazioni continueranno il discorso e la condivisione.

Il prossimo appuntamento è 8/9 Luglio, Guru Purnima. Programma e dettagli saranno comunicati prossimamente. Adesh Adesh.

 

Chi siamo e dove siamo. (da http://www.alessandrodisimone.it/costruire-un-ecovillaggio/)

Il Borgo dei Semplici è un progetto condiviso, strutturato tra famiglie che hanno deciso di abbandonare la città per ricercare la socializzazione più vera.
Andare a vivere sui monti non significa abbandonare tutto e tutti ma significa abbandonare la solitudine urbana, frammista di caos, rumori e tensioni, per trovare, natura, silenzio, solidarietà, semplicità.
Spesso non vogliamo credere che proprio dove tutto pare a portata di mano tutto sia invece così distante, così lontano.
Recuperare l’emozione di una vita che vuole l’autosufficienza nell’autoproduzione agricola in un regime biologico, che vive in una costruzione ecologica e sostenibile che ricicla e recupera, che segue il tempo scandito dalle stagioni, dalle lune.
Riconnettersi con quanto si è perduto, i sapori, gli odori, i suoni di un mondo naturale.
Noi crediamo che questa semplicità perduta sia la chiave per far maturare la propria dignità, lontano dai formalismi, dalle mode, dal vivere per consumare.

Il Borgo dei Semplici è un luogo dove ciascuno è apprezzato per quello che è, dove ciascuno ha il diritto di essere se stesso nel rispetto degli altri, dove poter crescere senza paure, dimenticando gli stress e le ansie della vita iperurbana, dove il ricercare se stessi è un atto dovuto prima che a sé, verso gli altri compagni di viaggio.
Il nostro è un progetto aperto, dove potete venire a trovarci, ad incontrarci, dove potete condividere con noi la nostra esperienza, facendo esperienza, la stessa che ognuno di noi fa ogni giorno vivendo, e stando nel fare, perché questo è il mondo del fare, questo è il mondo del qui e ora.

Om Namah Shivaya. Om Shiva Goraksh Yogi. Adesh Adesh.

Borgo dei Semplici
Località Santa Sofia Marecchia,
52032 Badia Tedalda (AR)


 

 

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La figura di Ganesha e il rito di iniziazione. Lo smembramento e l’integrazione.

Ganesha è il Dio dalla testa di elefante. Egli è colui che viene adorato per primo. I suoi nomi sono invocati all’inizio di ogni opera per assicurarsi la riuscita, e prima di incominciare qualsiasi tipo di culto.

Ganesha è immagine del primo “Shabda” (AUM) o vibrazione che si manifestò al principio dell’Universo. Perciò è associato al “principio”, come il “Signore dell’Inizio.”

Ganesha o Ganapati è un Dio molto popolare in India come il distruttore degli ostacoli. La gente lo invoca chiedendo siddhi, successo nelle imprese, e buddhi, intelligenza. Egli è invocato prima di incominciare ogni impresa. E’ anche il patrono di istruzione, conoscenza e saggezza, letteratura e arti.

La storia della nascita di Ganesha è riportata dallo Shiva Purana. La Dea Parvati si stava accingendo a fare un bagno al fiume, e aveva modellato la figura di un ragazzo dalla sporcizia prelevata dal proprio corpo: quando l’immagine prese vita, chiese al giovane di fare la guardia mentre lei faceva il bagno. Nel frattempo Shiva ritornava da Parvati, e trovava con lei un giovane sconosciuto, che gli impediva di passare. Infuriato, Shiva mozzò la testa del ragazzo, e Parvati ne fu profondamente addolorata. Per rimediare, Shiva mandò allora i suoi demoni (Gana) a prendere la testa di chiunque fosse sorpreso a dormire con il capo rivolto a nord. I Gana trovarono un elefante addormentato e riportarono dunque la sua testa. Shiva pose il capo mastodontico dell’elefante sul corpo del ragazzo e lo fece così rivivere. Shiva nominò il ragazzo Ganapati, comandante dell’esercito dei demoni, e gli concesse la prerogativa che chiunque avrebbe dovuto adorarlo prima di iniziare qualsiasi impresa.

Tra le figure che abitano il mondo archetipo, il novizio, l’iniziato, il principiante, addentrandosi nel percorso spirituale, indossa una maschera e si avventura nel labirinto o nel percorso della conoscenza. Il cappuccio, la tonsura, una esclusione del volto umano precedono il momento dell’incontro con la presenza divina, al suo inizio. Il candidato si spoglia della propria identità di nascita e si offre ignoto all’ignoto, straniero in territorio sconosciuto, alla ricerca del Supremo. Così si incomincia la grande impresa della conoscenza sacra.

Una maschera rappresentava Dioniso durante i Misteri. Veniva appesa a un palo, decorato con un mantello e rami di edera. Indicava perciò la presenza e l’assenza, il limite: che oltre la rappresentazione fittizia della maschera vi è solo il senza-forma, l’asse stesso del cosmo, immobile e silenzioso. La maschera manifestava l’ambiguità di Dioniso, la sua onnipotente presenza e la sua radicale assenza, rivelando la specificità di Dioniso, il “dio dell’alterità”. La maschera è un volto e nasconde il vero volto, è figura di persona e rinuncia alla persona, nasconde e manifesta. Paradosso che, per i seguaci del culto dionisiaco, era proprio lo sguardo della maschera, lo sguardo di Dioniso, capace di indurre la trance, o l’entusiasmo, la possessione divina. Guardare i grandi occhi cavi e spalancati della maschera del dio era la chiave per perdersi nel suo enigma.

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Scrive Walter Otto: “Dioniso è il dio che sopraggiunge, enigmatico nello sguardo che sconvolge. Suo simbolo è la maschera, che presso tutti i popoli sta a significare l’immediata presenza di uno spirito misterioso. Egli stesso è venerato come maschera. Il suo sguardo toglie il respiro, confonde, annienta equilibrio e misura. L’uomo è colpito da follia: può essere la follia beatificante, che rapisce in ineffabili stati di trance, che libera dal peso della terra, che danza e che canta; e può essere la follia oscura, dilacerante, apportatrice di morte.” Nella teofania della maschera Dioniso manifestava l’essenza insita nel concetto stesso di divinità, quella di essere Altro dall’uomo. Egli, per antonomasia, egli era il “dio-altro”, il “dio straniero” venuto da un altrove immaginario, non geografico. Era presente, al tempo stesso, sia fuori sia dentro le città. Con l’alterità del suo sguardo l’adepto stabiliva una relazione asimmetrica, mutando il proprio stato di coscienza: usciva da se stesso (èkstasis), annullando temporaneamente la propria individualità (aphànisis: “sparizione”, “invisibilità”), e, mediante l’estesìa, introiettava il dio in uno stato entusiastico di possessione.[*]

Un altro giovane dio e Figlio, nato dalla Vergine, dal Medio Oriente giungerà a conquistare tutto l’Occidente. La sua vicenda assumerà il titolo di Persona e Volto forse più di ogni altro, e si ritroverà appeso al Legno, asse del mondo, durante la sua rappresentazione sacra della morte e della rinascita. Per l’Occidente, questo figlio della Vergine, diventerà l’unico Dio.

Anche Ganesha nasce dalla sola Madre, è figlio della Natura soltanto, e con la Madre trascorre una prima infanzia sulla riva di un fiume. E’ un bambino come ogni altro, un semplice e bellissimo figlio della polvere e del sudore di madre natura. Proprio così dice il mito, letteralmente: Ganesha nasce dal sudore e dalla polvere sulla pelle di Parvati, quindi è prodotto della materia di scarto, la materia primordiale, la sozzura con cui l’iniziato deve produrre l’oro filosofale. Finché per l’incontro fortuito con Shiva la sua testa umana cade, mozzata da un impeto d’ira del dio. Le suppliche della Madre convincono Shiva a restituirgli salva la vita, ma la sua testa è ormai perduta, e deve essere sostituita in fretta con quella di un elefante. Ecco apparire il fanciullo divino dalla testa elefantina. Adesso che la sua vita è stata spezzata e restituita dalla grazia di Shiva, egli è figlio non più della Natura, ma del Mahadeva, ed è diventato un dio egli stesso.

Con lo smembramento della testa, Shiva compie un’azione iniziatica, cuore dei riti di passaggio, del motivo del “fanciullo divino”, in cui un fanciullo prodigioso è trasformato in dio: trasforma la semplice creatura, concepita solo dalla materia di scarto della natura, in una personificazione divina. A subire lo stesso destino nella mitologia greca è Dioniso, ancora neonato, ancora creatura ibrida tra il divino padre Zeus e la madre umana Semele; o quando ancora prima, nel mito cretese, Dioniso era l’oscura figura del serpente Zagreus, che viveva nascosto in una grotta. La dea Hera, gelosa del figlio di Zeus, concepito nel tradimento (sozzura/degradazione), inviò i Titani, con i volti sbiancati di cenere, per ucciderlo e farlo a pezzi. Una dea pietosa – Atena, Rea o Demetra – ne salvò il cuore ancora palpitante in un cofanetto, mentre le ossa e il cranio furono sepolte a Delfi. Zeus inghiottì il cuore di Dioniso, che era stato preservato dall’amore della Dea compassionevole, e rigenerò Zagrèus, che prese il nome di Iacco (Iakchos) o Bacco; oppure, secondo un altra versione, il cuore intatto fu dato a Semele affinché generasse un secondo Dioniso. Da questo evento, a Dioniso fu attribuito il titolo di “nato due volte”. Questo attributo è, ed è sempre stato, quello che contraddistingue l’iniziato, il “nato due volte”, rinato una seconda volta nella/per la grazia divina. Bacco non era solo il nome personale del dio, che meglio è detto appunto Dioniso, ma indicava altresì colui che è nato due volte, che è stato iniziato secondo i misteri di Dioniso. Celebre la frase di Platone: “molti agitano il tirso, ma pochi sono i Bacchi”, cioè i veri iniziati. La stessa radice etimologica lega, secondo Alain Danielou, i termini Bacco e Bhakta, la forma mistica di devozione che infine cancella ogni dualità tra l’uomo e il divino.

Allo smembramento rituale si sottopongono anche i monaci tibetani nel rituale del Chod (letteralmente: “taglio”), le cui origini sono probabilmente pre-buddhiste e sciamaniche. Il candidato viene portato dal maestro in un luogo isolato, tra le montagne, e abbandonato, talvolta legato a un palo sacrificale o a una roccia. Alexandra David Neel, definisce il Chod “una specie di mistero macabro rappresentato da un solo attore: l’officiante”. Preceduto da diversi gradi di purificazione, il rituale raggiunge il suo scopo quando il novizio, prostrato e isolato da tutto, deve affrontare i demoni, da lui stesso invocati mediante canti e suoni appropriati, e invitarli a divorare il suo stesso corpo.
Durante la pratica, l’anima del praticante è visualizzata al centro del cuore, custodita da una divinità, solitamente femminile, mentre il corpo fisico è osservato come morto. In questo stato meditativo, l’iniziato separa la consapevolezza di sé dal corpo, mentre la coscienza viene custodita dalla divinità femminile. La divinità recide il cranio e quindi riduce il corpo in pezzi, mettendo la carne, il sangue, e le ossa dentro il cranio, in cui si ciberanno gli esseri immateriali, chiamati a partecipare del rito.

Il rituale ha lo scopo dichiarato di portare l’iniziato a sperimentare un radicale distacco dall’identificazione con il corpo e con le istanze psichiche, e permettergli di realizzare un profondo stato di non dualità e compassione universale.

L’immagine mentale della Dakini Nera, custode della coscienza/cuore dell’officiante, che sovrasta il cadavere del corpo fisico, richiama l’immagine di Kali, la tagliatrice di teste, che troneggia sul corpo di Shiva, apparentemente morto. La dea che recide, che istruisce il rito (come Hera nel mito dionisiaco) e la Dea che protegge, sono infine due momenti della stessa funzione: madre-matrigna e custode-maestra, tabernacolo del cuore sacro dell’iniziato – o Maria tabernacolo di Dio, diranno i cattolici, preposta alla conservazione del corpo e sangue del Figlio, che i devoti sono chiamati a dividere (smembrare) e mangiare.

Se quindi nella pratica comune, la figura di Ganesha presiede l’inizio di tutto, se si trova sulla porta delle case e degli esercizi commerciali, se è invocato all’inizio di ogni rituale devozionale, come prima immagine a cui rendere omaggio, il luogo di Ganesha è proprio situato sulla soglia, poiché egli E’ la soglia. Come la sillaba Aum, è il principio di ogni cosa, l’inizio del cammino sacro, indicando la postura mentale e spirituale con cui l’impresa che desideriamo compiere avrà successo: il sacrificio di sé, l’abbandono di ogni attaccamento e di ogni egoismo, e un saldo e cruciale affidamento della propria salvezza e continuità cosciente alla Madre divina, che custodirà il cuore del suo figlio/devoto, fino al compimento della trasformazione. Ogni opera e ogni impresa sono quindi benedette da Ganesha in quanto altrettante prove iniziatiche e occasioni di evoluzione e trasformazione spirituale, cui ostacoli saranno altrettanti mezzi di elevazione, e saranno efficacemente superati. Benedette da questo simbolo, le opere porteranno conoscenza e ricchezza, rappresentate dalla particolare cura che Ganesha riserva all’apprendimento, attività di ogni novizio, e ai molti doni che ne riceve, i dolciumi che sempre accompagnano la gioviale figura elefantina.

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Ganesha diviene così signore e comandante dei demoni, dei desideri che muovono l’uomo comune e che lo sottopongono alle prove della vita. Al termine delle celebrazioni per Ganesha incomincia il periodo autunnale di celebrazione dei defunti, secondo il calendario Hindu, detto Pritu Paksha. Durante i quattordici giorni della luna calante, si ricordano gli antenati invocando per loro l’elevazione ai mondi celesti e offrendo elemosina e cibo ai poveri o ai templi che ne ridistribuiranno, perché è si ritiene di offrirli così alle anime dei trapassati. Sembra quindi di riprendere nei fatti quello che l’immagine sacra aveva riassunto: il devoto è chiamato a smembrare una parte dei propri beni materiali – il nutrimento del corpo – in favore dei demoni che, in senso lato, abitano il mondo ancestrale. Le anime e le istanze da cui ereditiamo un debito karmico che muove, nel bene e nel male, i nostri progetti di vita, i successi e gli insuccessi, chiedono di dividere con noi il cibo, che si plachi la loro fame. Nel corso della vita, grazie al nostro lavoro e alla cura dei legami famigliari, presenti e passati, al nutrimento che dividiamo con essi, diventiamo consapevoli delle componenti ereditarie, e delle lunghe catene karmiche che ci legano a questo mondo, e grazie alla compassione, infine, liberati.
Al termine di Pritu Paksha, che si conclude con la Luna Nuova (Amavasya), incomincia il periodo di Navaratri, le nove notti dedicate al culto della Madre divina. Come nella favola dell’Asino d’oro di Apuleio, al termine delle sue fatiche l’iniziato può vedere direttamente la grande Dea e intonare le Sue lodi, risanato e in piena coscienza. Nella fiaba di Apuleio, Lucio perde finalmente la testa di asino, che gli era stata imposta da un incantesimo all’inizio della vicenda iniziatica, per ritrovare la sua forma umana: lo smembramento rituale è concluso, l’unità dell’iniziato è ritrovata. Finisce qui la vicenda dell’Eroe, nell’unità dell’essere, liberato dai demoni e dall’ignoranza, in adorazione dalla Madre universale.

Se il Navaratri primaverile finisce con la nascita di Rama (Ram Navami), simmetricamente inverso, quello autunnale è preceduto dalla nascita del figlio/iniziato Ganesha, per terminare con la celebrazione di Durga, la vittoriosa, l’inaccessibile, colei che mette fine alle sofferenze.  Dopo lo smembramento, l’integrazione, dopo la separazione e discriminazione, la compassione e l’integrazione nell’unità non duale.

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Approfondimenti:

[*] LO SGUARDO DI DIONISO E L’ENTHOUSIASMÒS DIONISIACO di Filippo Sciacca:
http://linguaggidipsiche.it/onewebmedia/Sguardo%20di%20Dioniso%20e%20enthousiasm%C3%B2s%20dionisiaco.pdf

MASCHERA E DAIMON di Giuseppe Lampis:
http://www.atopon.it/maschera-e-daimon/

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