La contemplazione. Diwali 2017.

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I filosofi come Eraclito e Gaudapada paragonarono la condizione umana al sogno, quell’illusione, pesante come una schiavitù in catene, in cui la coscienza è imprigionata nel proprio mondo interno, in un mondo di fantasmi, di regole e di relazioni che la mente interpreta come reali, senza mai riuscire a percepire il proprio vero Sè, la sua condizione indipendente, autonoma da tutto, nascosta sotto il fragore della natura. Gaudapada spaccava il guscio con la sciabola: nessuno nasce, nessuno è mai nato. Strana affermazione, quando tutto ciò che vediamo nasce e muore, che non è fine a se stessa. Chi abita davvero la coscienza che assume di essere nata e di vivere in questa o quella situazione? Quando si può davvero affermare di avere visto nascere il senso dell'”io sono”? “Ham Sa – So Ham”, io sono, Quello io sono, ripete costantemente il respiro, 27.000 volte al giorno, in ogni essere vivente, dice Gorakhnath. Ogni creatura che vive e respira è sostenuta da questo mantra, è la sostanza fatta carne e coscienza di questo suono. Tutto ciò che vive, vive del proprio respiro, dell’essere in se stesso, il vivente, “io sono”. Quel respiro, il soffio, è il vero Sé, gli fanno eco le Upanishad. Niente altro ci è trasmesso in eredità dall’universo e dagli antenati, se non questo soffio che tutti attraversa indiscriminatamente. Senza giudizio, senza nessun legame, nemmeno a questo o a quel corpo, a questa o a quella nascita. Tutti i corpi li attraversa ugualmente, ripetendo lo stesso mantra, quelli liberi e quelli che, distratti dal mondo delle ombre mentali, non lo percepiscono, sopraffatti dal rumore della mente.

La prima cosa che si manifesta in una istruzione spirituale effettiva è la rinascita a questa nuova vita: Spirituale, significa che è la vita del soffio. Il Maestro, la Grazia, ti strappa dalle catene della nascita terrena e sociale, e rimette in piedi, libero, in una nuova vita che non ha inizio né fine, non essendo collocata in nessuna persona specifica, ma ugualmente presente in ogni dove. Lì puoi respirare. Respiri e osservi, osservi per la prima volta che quello che eri apparteneva al mondo dei morti, delle ombre, delle illusioni, dettate dalle infinite parole e formule vuote che hai registrato come realtà vere. Quello che sembrava la volontà di altre persone, è solo un continuo di suoni e opinioni e immagini parziali che risuonava attraverso le persone e le cose, come altrettanti strumenti attraversati dal vento, impauriti, a cui la mente dava una forma perché, non distaccandosene, ne era catturata. Si può riuscire a stare nell’onda e danzare, ma si può altrettanto facilmente cadere e annegare. Finché non si sale al di sopra del movimento ogni onda può essere fatale e noi troppo deboli per sollevarci con essa.

Dall’alto vediamo che non c’era nessuno, solo l’onda che creava i movimenti, le curve e i riflessi – di cui finalmente si può restare l’osservatore pacifico. Semplice osservatore. Ognuno di quelli che abbiamo incontrato era identico a questo noi stessi, puro essere, libero e innocente, sufficiente in se stesso, più o meno sbattuto dalla forza dell’onda che è la vita stessa, di solito inconsapevolmente, spesso in balia delle circostanze. Se lo vediamo, come noi stessi, nella sua natura ultima e originaria, creaturale, è innocente e puro. E separato il Se dal non-sé, da tutto ciò che non gli apparteneva, e distinguendo l’essere dal rumore delle relazioni e delle opinioni, non è altro che identico al proprio stesso io originario, infinite volte, e completamente privo di colpe, di meriti e di ogni idea o giustapposizione. Semplicemente non c’è qualcuno lì, c’è solo coscienza, e infinita compassione e amore e identità, e niente altro che commozione, come vedere la vita per la prima volta. (Così accade che siamo commossi nel vedere un animale, un cucciolo, un neonato, o che piangiamo di fronte alla morte di qualcuno, perché intuiamo per un attimo ciò che è, al di là delle sovrapposizioni, a mente spenta, direttamente con il cuore).

Di queste esperienze, sebbene rare, se ne possono attraversare perfino un certo numero, nel corso della vita, le possiamo chiamare esperienze delle vette, momenti di essere, chiari del bosco, per citare delle voci occidentali moderne. Sono momenti di chiarezza, di vero perdono, di consapevolezza e di estrema lucidità, che rischiano però di ritornare offuscati e poi scomparire nell’oceano della quotidianità, o nell’ “oceano della nascita e della morte”, come dicevano gli antichi. Nella condizione in cui di nuovo ci ritroveremmo ad essere legati alle dinamiche della proprietà (dell’io) e delle relazioni, avviliti dalla percezione di morire e di disperderci, mortificati, confusi, ombre tra le ombre. Allora interviene un livello successivo, quando la consapevolezza deve farsi da esperienza occasionale a percorso, condizione permanente, di vita. Questa parte, erroneamente, la si ritiene più frustrante. Se è così, è perché raramente abbiamo occasione di incontrare qualcuno, o una circostanza, che ci indichino immediatamente la verità, qui e ora, dove ci troviamo, in noi stessi e in tutto, cioè qualcuno o qualcosa che ci porti a osservare dalla vetta per poi insegnarci il sentiero per raggiungerla. O forse i maestri indicano sovente la Luna e davvero noi guardiamo solo il dito. Ma nessuno può far accadere la consapevolezza senza che il discepolo ne senta la spinta dirompente in se stesso. Il richiamo viene da dentro. Il serpente sibila nel profondo di noi stessi il suo sforzo verso l’ascesa e la liberazione. Non c’è altro maestro all’infuori di quello.

L’esistente permane. Nessuno muore. Diventa anche esso trasparenza, come il corpo e la mente. Tutto traspare il gioco divino, e acconsentire quel gioco, danzare quella danza, illuminare quello spazio infinito è il mandato spirituale, questa è la sostanza di ciò che in varie forme possiamo vivere come pratica spirituale o religiosa. Si dice, dai Veda almeno, che molti sentieri, che sono le diverse pratiche e dottrine particolari, conducono alla stessa vetta. Teniamo bene a mente la vetta. A questo ci richiamavano varie istante etiche, non uccidere, non causare sofferenza, non usare gli altri come corpi incoscienti. In India si dice Ahimsa: non nuocere, non commettere violenza. In occidente si pensa che occorrono espedienti complicati per tenere a mente al verità, si chiede se sia oggettiva o non oggettiva, e altri sofismi divertenti, ma errati. La verità consiste nel mantenere la visione dell’essere attraverso l’innocenza.

Non nuocere è mantenere salva la verità originaria, quella senza sovrapposizioni, senza io e tu, servi e padroni, fuori dalla dimensione antropocentrica e egocentrica che ha costruito la “nostra” cultura, mentre devastava il pianeta e la nostra anima. Astenersi dalla crudeltà e dall’uso di persone, animali e dell’ambiente tutto, è già una meditazione costante. Alcuni protestano che le dottrine etiche sono state impugnate da persone crudeli e allo scopo di abusare e opprimere con dei divieti pretestuosi. Qualsiasi recriminazione è inutile, il primo passo del cammino è questa autonomia, questo passaggio all’età adulta, secondo determinazione spirituale e non reazione ad altre ed esterne circostanze precedenti. Qualsiasi idea che ce lo impedisca è offuscamento della mente e di fatto dipendenza e servitù verso passati condizionamenti. Purificazione iniziale è liberarsi da condizionamenti e falsi bisogni che ci legano alla catena delle sofferenze.

La mente guarda al passato, continua a inseguire quello che sa, che è ombra e illusione. Occorre tenere la mente vigile sul presente, e nel presente sulla realtà dell’essere puro e incondizionato, innocente. Che si osservi la trasparenza del proprio essere, nella ritrovata innocenza, come vuoto in cui affluiscono trascorsi remoti, fin dalla formazione della terra, scontri ed epifanie di mondi, Dei e demoni che tutto tracciarono fin dall’inizio, per la prima volta. A questo servono le storie mitologiche, a risvegliare gli archetipi addormentati nel profondo. Di questo è effettivamente fatta l’esperienza che viviamo in infinitesima parte nel nostro quotidiano, senza che minimamente la sua portata universale ne sia diminuita. La vocazione dello Yogi è la contemplazione. La dimensione propria dell’essere vivente, e della nascita umana dicono in particolare, è la contemplazione. Noi siamo l’osservatore e più la nostra condizione è distaccata, più ampio sarà l’orizzonte che siamo capaci di osservare, potenzialmente senza fine.

La dimensione umana naturale è contemplazione e canto (come tutta la natura è contemplazione e canto). La nostra natura risponde al suono, alla bellezza della forma, a ogni informazione che sottilmente arriva all’olfatto e agli altri sensi. Ciascuno di questi fenomeni ha il potere di scuotere l’osservatore, è la divina Shakti che scuote Shiva dalla meditazione, per coinvolgerlo nella sua danza, nell’amore divino. Il suono stesso, contemplato nella sua purezza, è risveglio, la forma è segno delle potenze cosmiche che la modellano, il profumo chiama al risveglio perché proviene da un fuoco invisibile, che arde da qualche parte, che il meditatore supremo, il Mahayogi, Shiva, sulla cima della montagna perfetta, ha acceso all’inizio dei tempi…

Lo yogi istruito nell’osservazione delle stelle guarda il fenomeno della vicenda umana come l’attimo che solo un momento nel grande ciclo del cielo stellato ha fissato nella carne, già passato, e in continuo ritorno. Uguale in cielo, in alto, dove è disposto dal corteo ordinato del cosmo, con magnificenza e generosità indifferente, e nella persona vivente, che incarna in terra la disposizione celeste, attimo che racchiude milioni di anni luce (e ancora, allora, quando davvero si nasce?), che si manifestano in un carattere, una fisionomia, una storia. Quella storia è mitologia, mondo immaginale, Dei e potenze, perché non è qualcuno, separato da tutto, ma un momento nel flusso continuo della danza dei pianeti, senza sosta, osservato da un punto cosciente del tutto-coscienza. Ognuna di queste immagini perfette e accadute del tempo è già passato, è solo ciò che è stato – e quello che è, è, esattamente come appare. Osservare la natura è fermarsi davanti al suo mistero svelato, al suo centro vuoto e potente che riassume tutto, lo fa roteare al suo esterno, con le stelle, i sensi e l’intelletto, e lo riprende in sé nel silenzio. Ogni cosa ruota attorno al centro del vuoto stesso. Quella Shakti divina, a cui possiamo inchinarci solamente, poiché siamo già ai suoi piedi, emanati e riassorbiti nell’infinito. Come Shiva, restiamo sopraffatti, in estatico stupore, dalla danza di Kali.

Il Maestro non mostra alcuna via, perché non c’è un luogo da raggiungere, un tempo successivo, tutto è adesso, qui e ora. L’istruzione spirituale mostra qualcosa come l’arte di stare, restare fermi, in una posizione fisica e mentale composta, ordinata, felice, dice Patanjali, dove sia agevole permettere alla mente di raccogliersi in un punto e superare le barriere che formano la gabbia delle illusioni, in realtà sottilissima, fatta di ombra, e scivolare fino sopra la luce stessa, nel luogo della contemplazione perfetta. Davanti al fuoco sacro, davanti alla luce, dove anche gli Dei si raccolgono cantando sottilmente i loro suoni monosillabici, continui, a cui si tende l’orecchio spirituale, come l’occhio alle forme archetipe che stanno sopraggiungendo. Ogni suono è creazione, ogni suono è la divinità in forma eterica, che si espande per lo spazio e nei mondi, attraverso la mente, attraverso la coscienza universale che è il Dharma, e forma le persone, le maschere del divino, in corpi umani e animali, eterei e geometrici, matematici, semantici, vegetali e minerali… La danza degli Dei si manifesta attorno al fuoco del meditatore, quelli erano il padre, la madre, i fratelli, l’amato e l’amata, l’amico, il nemico e la sfida. Per quello splendore li abbiamo amati, temuti, combattuti, cercati e perduti e li abbiamo infine ritrovati, perenni. E allo splendore della fiamma tutti scivolano infine in silenzio, nella fissità nel bronzo immobile, mentre solo il cuore ancora si espande e si contrae, sempre più gentile, forse si sospende.

Felice Diwali a tutti.

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La violenza e l’anima

In tutto il dibattito a proposito di un “problema culturale”, alla base dei fatti di crescente violenza diffusa, si sente sempre auspicare un rafforzamento dei metodi di controllo che a questo problema culturale hanno contribuito sistematicamente: istituzioni, scuola, psicologia. A volte con dolo, a volte per inadeguatezza. Se qualcuno proponesse di cambiare il paradigma, come la vera psicologia insegna, non riceverebbe la minima attenzione. Perciò restano misteriosamente esclusi, perfino dalle ipotesi, gli strumenti che favorirebbero una vera risoluzione dei conflitti. La filosofia della conoscenza di sé, la spiritualità del mondo classico e orientale, la meditazione e lo yoga. Questi strumenti l’umanità ha tramandato allo scopo di gestire il conflitto, la complessità della vita, il paradosso.

La spiritualità orientale, che mira alla vera emancipazione dell’individuo, nonostante un radicamento nella nostra cultura che data già dall’inizio del secolo scorso, resta un elemento marginale, spesso ridicolizzato, o al limite decorativo, che molti coltivano senza esporsi. Noi siamo “santoni”, noi facciamo il “lavaggio del cervello” (che sarebbe invece davvero auspicabile), siamo newager, cialtroni pericolosi, o donne in crisi di mezza età. In questa emarginazione della vera conoscenza, della buona scuola di vita, è da individuare il germe della violenza crescente intorno a noi: perché è il disconoscimento sistematico di se stessi e dei propri autentici bisogni.

Non si può tacere l’importanza dell’estetica, la cui banalizzazione, e la violenza esplicita e implicita, rispecchiano aridità intellettuale e spirituale. Perciò non si tratta solo di portare e diffondere yoga, meditazione e filosofia realizzativa, ma anche la tradizione musicale e artistica che è stata la via spirituale dell’Occidente. Perché occorre possedere strumenti di espressione efficaci, saper leggere le proprie emozioni e la realtà del mondo, e agire creativamente, di conseguenza. Senza una pratica, non c’è evoluzione. Invece la nostra enorme eredità culturale è anche questa avvilita a ingombrante patrimonio, che deve diventare redditizio, musealizzato, sempre più turistico e somigliante a Disneyland, piuttosto che al respiro della nostra anima.

Anima, certo, quella cosa dubbia che ci intimavano di custodire, a rischio di perdita e di dannazione eterna. Forse finalmente diventa chiaro il significato di questi ammonimenti a lungo considerati inutili e mistificatorii. Quando poi le parole ci sfuggono di mano e chiamiamo un assassino “animale”, mostro, orco, ecc., non facciamo altro che additare l’anima, proprio dove ci colpisce la sua assenza, la sua definitiva perdita. L’anima, che di solito si preferisce ignorare, di cui nessuno conosce la natura, e nessuno vuole sentire parlare.

Infine, per non restare nel vago, si può ricordare che nella spiritualità si trovano i lineamenti della comunità ideale, quella degli uomini liberi e non violenti. Dove si è chiamati al dono, all’ascolto, al rispetto, all’umiltà, all’autocontrollo, alla contemplazione del divino in tutti gli esseri viventi. Eccoci quindi davanti al vero cambiamento di paradigma, nonché a una considerevole porzione di ciò che appare più ridicolo, se non rischioso e discutibile. Liberi di accantonare la questione come utopistica, fintanto che si può credere, ragionevolmente, di poter risolvere i problemi urgenti e più critici con altri mezzi. Eppure, ognuno di noi, fino a un certo punto della sua vita, ha avuto ben chiaro quale fosse la cosa giusta. Anche in questo caso, cancellare la moralità autentica e spontanea che ciascuno apprende dalla propria madre, è una scelta ben precisa. Come una scelta molto strategica potrebbe essere quella di recuperarla e decidere di riaffermarla apertamente.

 

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Madre Natura, Padre Oceano

La Natura è il Sacro, la Natura è il luogo in cui si manifesta la Grazia, e non il suo opposto. Il più grave errore compiuto dalla tradizione cristiana è stato definire la Natura come cosa inerte e inanimata, a disposizione per lo sfruttamento indiscriminato, a beneficio dell’uomo soltanto, unico destinatario della salvezza. Una salvezza senza luogo, che non ha luogo, non accade. Alla Natura si contrapponeva la Grazia, e poi la Ragione, inaugurando una serie di dicotomie e di oppressioni che hanno inquinato il mondo e la mente per millenni, portando in un tempo brevissimo alla distruzione di ciò che era cresciuto, si era evoluto e consolidato in milioni di anni. Con la scomparsa della Natura sono scomparsi gli Dei. La Natura privata di anima è la Natura non più abitata dalla spiritualità immanente e disconosciuta nella sua – e nostra – condizione divina.

Nella Natura abitano tutti i mondi, quelli visibile e quelli invisibili, i mondi soprasensibili e sottili. Gli antichi vedevano il Mare come la dimora di Dei potenti e ultraterreni e infine come il luogo in cui le anime si tuffavano, quando lasciavano il corpo. Nell’Oceano vanno le anime dei trapassati, come illustra la pittura tombale greca detta “Del Tuffatore”, il cui balzo elegante conduce alla dimora perenne. Sotto il Mare abita Plutone, signore dell’Ade e di tutte le ricchezze terrene, insieme alla sua sposa Persefone, che riporta il grano a crescere nei campi ogni anno. Poiché le anime che scorrono oltre la vita del mondo sono come semi che cadono nel profondo, per germogliare la vita futura. Dal mare ritornava Dioniso, periodicamente, per sciogliere gli uomini e le donne dai legami e dagli obblighi che li associavano, regalando a tutti un periodo di vita divina, per il tempo delle sue feste sfrenate. Dall’Oceano proviene la vita e nell’Oceano è custodito il Nettare dell’Immortalità, dicono i Purana. All’Oceano portano i fiumi spirituali della tradizione Indiana, come altrettanti affluenti, mentre le ceneri dei mortali viaggiano nel Fiume Sacro, che è madre e tomba, fino a all’Oceano infinito dove troveranno l’unità indifferenziata con il Principio originario, universale.

(Pensate anche a questo, oggi, fino alle 23, e agite di conseguenza.)

PaestumTaucher

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In fede,
Beatrice Polidori (Udai Nath)

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Cento giorni con Sri Vidya

A partire da questa sera – per proseguire per 100 giorni – sulla Pagina Facebook di Visionaire.org saranno pubblicati i cento versi del Soundarya Lahari di Sri Adi Shankara, commentati da Sri Chandrasekharendra e illustrati con gli Yantra tradizionali di buon augurio, per conoscere i benefici associati alla ripetizione e alla meditazione dei mantra del Soundarya Lahari. Ognuno dei versi è un mantra, la cui ripetizione, insieme alla visualizzazione del simbolo, reca benefici pratici e spirituali.

Per 100 giorni, saranno pubblicati i versi del Soundarya Lahari per gli iscritti alla pagina Facebook di Visionaire.org. Successivamente, il lavoro intero sarà raccolto e reso disponibile sul sito.

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