Gurupurnima 2019

Ci sono molti modi di celebrare e di offrire sacrifici, o meglio, in una parola sola, di servire. Servire Dio, o il Guru, è servire gli altri, la vasta molteplice forma dell’Essere, che non ha confini o identità fisse, la cui natura è l’espansione, Brahman, la cui condizione non si può indicare né in questo né in quello, neti neti, nulla, se non formalmente nel vuoto, che tutto contiene e riassorbe e fa risuonare, come voce e canto permanente dei mille nomi del mondo.

In India, parlando con un insegnate di lingua Hindi anziano e saggio, ci siamo trovati concordi: “insegnare è il servizio supremo”. Servire con il proprio lavoro il Supremo che abita in silenzio il cuore di ogni studente, dare ad esso parole e strumenti perché incontri verità, stabilità e emancipazione, questo è il servizio dello yogi e dell’insegnate devoto. Perciò servire lo studente è servire il Supremo. Dio, il Guru e l’Atman sono una sola cosa, recita un detto indiano. Quelli che l’hanno compreso, hanno conosciuto la grazia del Guru.

Questa è l’esperienza che per me ha manifestato il più alto significato del sacro, del luogo separato in cui si sottrae a se stessi per offrire all’Altro, all’Assoluto, al senza forma dai mille volti e nomi. L’esperienza stessa di tutto questo, al di là delle singole e temporanee epifanie, è stato condividere con altri studenti e ricercatori esperienza e conoscenza. Insegnare, si dice, ma in realtà è servire e osservare in silenzio.

Silenzio che si spalanca all’interno, non sapere, non volere, non essere: quello che accade si serve in questo silenzio di sé. “Nolontà”. Quella dimensione della coscienza che diventa il vuoto perfetto perché risuoni la conoscenza, inattesa, impensata, che parla le lingue ignote, la parola nascosta nel cuore di chi ascolta, che dice qualcosa che abita al di là del noto e dello studiato, qualcosa che soltanto nell’incontro, accade. Come il “messia” che è sempre venturo, risiede nascosta nel cuore di chi chiede, domani, e soltanto attraversa la persona che parla, che è semplice strumento, servo, al servizio del Guru, invisibile.

“Il maestro è la prima lettera; lo studente l’ultima lettera. La conoscenza è il cuore. L’istruzione è la connessione. Questa la meditazione sulla conoscenza”. [Taittiriya Upanishad I-3-1]

La dimensione che si forma tra chi insegna e chi ascolta sta al di sopra delle parti. Parafrasando la Taittiriya Upanishad, dove c’è chi insegna e chi ascolta, nel mezzo c’è il Guru, qualcosa che non esiste prima, ma che è sempre presente dall’origine, che si forma e si riconosce nel momento in cui si instaura la relazione perfetta, descritta dal Dharma, si manifesta nel cuore di entrambi i partecipanti, tangibile e potente, la conoscenza del cuore capace di tacitare ogni individualità e di portarla a fiorire la propria più preziosa natura, segreta, custodita nel silenzio, in attesa di rivelarsi.

Perciò, trovandosi in mezzo a una corrente così sottile e imprendibile e così densa, alcuni si sollevano e danzano e cantano con essa, alcuni si ritirano e recedono, confusi, arrabbiati, toccati in una inadeguatezza che brucia più di qualsiasi parola, che mai è stata detta.
Alcuni vorrebbero un modello di perfezione formale, che si potesse indicare con un dito, è questo, è quello, qualcuno da crocifiggere all’occorrenza e lodare per vantarsene, alcuni cercano un’ideologia a cui aderire con la consueta passività e con la mente ordinaria, giudicante, qualcosa con cui mettere ordine a un mondo che non si sa gestire. Non gliene si fa un torto, sono soltanto orientati per le strade del mondo, mentre il cammino dello spirito prende un sentiero boschivo, nascosto nella foresta, non segnato, che si richiude al passaggio del pellegrino, come le leggendarie nebbie di Avalon.

Al di là del passaggio, i pochi che desiderano “stare”, come insegna lo yoga, lasciare che la mente riposi nel vuoto del qui e ora, amorevolmente presenti nell’accadere. Quei pochi sono i fratelli, i discepoli, i veri amanti, coloro che sono toccati dall’Amore, dall’esperienza del Sè. Coloro con cui è la fratellanza vera, data dal partecipare allo stesso Mistero.

Gurupurnima celebra questo mistero, nella proporzione che è data a ciascuno. Ogni volta che l’esperienza ci ha insegnato qualcosa di indelebile, quando è stato come imparare a ballare o a cantare una canzone, come quando abbiamo imparato da nostra madre la lingua materna, i nomi delle cose: l’affiorare spontaneo di una conoscenza che già abitava nel nostro cuore, che l’Amore, una forza interna e inarrestabile, ha fatto emergere dalla nescienza alla luce, come qualcosa che avevamo sempre saputo, disperdendo le tenebre che ce ne separavano. Come il profumo della primavera che fa sbocciare i fiori, recita un mantra dedicato a Shiva, che con quel profumo è identificato allegoricamente. Quel moto interiore, che come il profumo è interno e esterno alla stessa natura dei fiori e che fa sì che i fiori si aprano al tempo dovuto, dice il mantra, è Dio stesso, l’Atman che si risveglia. Questo è il potere del Guru, che non appartiene a questo o a quel corpo, ma all’Essere in Sè, a Dio, al cuore di ciascuno di noi, e che al momento opportuno si manifesta, dando luogo alla “primavera”, al risveglio della Sua stessa presenza.

Gurupurnima celebra questo mistero per quelli a cui si è svelato, ma anche per quelli che l’hanno vissuto senza riconoscerlo, celebra la sua forma materna e generosa, e la sua forma terribile e punitiva. Celebra il Guru ci ha accolto e mostrato gli strumenti, i simboli e i nomi, e quello che ci ha congedati, abbandonati nel deserto, perché trovassimo la nostra strada e la forza di percorrerla. A tutti i nostri Guru dedichiamo riconoscenza e lode. A Quello, il solo, che si manifesta in tutti, dedichiamo il nostro cuore e il servizio e la vita stessa.

Ma è anche l’occasione per illuminare una condizione che il Dharma indiano indica per essere permanente, che è il discepolato. Che tutta la vita perciò ci impone di imparare, e farci discepoli dello Spirito e perciò fratelli di tutto il genere umano come, mi pare, anche l’apostolo Paolo diceva. Non c’è un età della vita in cui l’indiano devoto non abbia un Guru a cui rivolgere le proprie domande, e ai cui piedi lasciare i propri affanni, e con cui condividere lo spazio sacro della meditazione e della conoscenza. Non c’è un’età che si diventa troppo anziani, poiché sempre su questa terra siamo in attesa di apprendere qualcosa che è un Mistero senza nome, che è l’aprirsi della coscienza a uno spazio sempre più vasto, in cui l’io diventa sempre più piccolo, giovane, bambino, perenne. Quel mistero è l’Amore. Perciò si dice che colui che conosce la grazia del Guru, la grazia della conoscenza, non invecchia e non muore, non conosce sofferenza.

Om Sat Nam Guruji Adesh Adesh

Felice Gurupurnima a tutti i fratelli!

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