Jatayu, l’aquila, l’avvoltoio e l’androgino primordiale.

Jatayu è il gigantesco uccello primordiale protagonista dell’episodio cardine del Ramayana, il rapimento di Sita. Di lui, come suggerisce il suo nome, si dice che è una delle creature più antiche del mondo e perciò, già all’epoca dei fatti, è incalcolabilmente vecchio. Dalla sua altezza sorveglia il mondo e l’esilio di Rama in particolare, come l’antico invisibile che veglia sul presente, sul nuovo per definizione, il nuovo ordine, Rama. Non lo si vede, è l’osservatore non visto, finché Ravana non riesce con l’inganno a prendere Sita: allora Jatayu lascia le altitudini dell’osservatore e si lancia sul demone e combatte strenuamente. Quasi lo ha battuto, ma la sua vecchiezza lo rende poco veloce e Ravana riesce perciò a spezzargli le ali, guadagnando la fuga e lasciando il vecchio Jatayu morente al suolo. Episodio terribile e commovente, la morte di Jatayu, che lascia un mondo abitato ormai solo da uomini e demoni, con la fine nobile ed eroica dell’ultima creatura dell’origine. Nelle traduzioni Jatayu viene definito a volte come un’aquila a volte come un avvoltoio. Probabilmente, in vero, Jatayu è Jatayu, un volatile gigantesco primordiale, ultimo degli estinti volatili jurassici che ancora sopravviveva all’epoca di Rama, come i primi uomini-scimmia abitatori delle foreste, che hanno un ruolo fondamentale nella storia del mondo e del Ramayana.

Si può considerare però la doppia traduzione in aquila e avvoltoio.
Aquila è l’animale regale, simbolo del Re: è un’aquila il veicolo di Vishnu, Garuda, come lo era di Giove. Tra gli animali che volano, dice Krishna nella Bhagavad gita, sono Garuda, l’aquila reale del signore Vishnu. Dunque l’aquila è il simbolo del potere divino nella sua raffigurazione maschile e regale, il potere sul mondo diurno e visibile, che è il sogno del suo signore, e questo suona evidente e famigliare anche al lettore occidentale. Ma perché invece l’avvoltoio? L’avvoltoio per una mentalità del tempo remoto è di fondamentale servizio per la vita di tutti, quel karma che sempre opera a favore degli esseri. Ancora in tempi recenti, l’altra religione più antica al mondo, i Farsi, usano esporre i morti in torri chiuse ai lati e aperte al cielo, dove gli avvoltoi si occupano di ripulire i resti mortali, come probabilmente accadeva ancora prima di loro. E dunque questi animali dal fetore insopportabile e dall’aspetto scostante materialmente trasportano i morti oltre la dimora terrena, sono i veicoli dello scorporamento, dell’uscita dell’anima dalla tomba mortale. Come il fuoco fa sulla pira funebre. Quale funzione può essere più spirituale. Questa è delle tre Shakti la nera, che presiede al sacrificio del corpo. Nelle raffigurazioni indiane di Kali compare talvolta con la stessa funzione lo sciacallo, spesso raffigurato come un cane comune, perché usualmente si vede aggirarsi nei crematori.


Maria Gimbutas, nei suoi studi sul Matriarcato, riscontra come l’avvoltoio sia simbolo e presenza per i popoli arcaici matriarcali della Madre divina. Le fattezze delle zampe del rapace compaiono nella celebre raffigurazione babilonese di Istar come regina della notte, e sono stilizzati in forme a tre linee in numerosi fregi simbolici e decorativi. Probabilmente il simbolo del triangolo rovesciato, che è altrettanto universale, dallo Yantra di Kali alla Hyle-prakriti degli occultisti occidentali, discende da questo sigillo della divinità primordiale, le tre linee che sono i tre artigli dell’avvoltoio, animale guida delle anime, che trasporta i morti oltre la morte. Così, se poi invece si legge il triangolo rovesciato come rappresentazione iconica e geometrica dell’organo femminile, la sua valenza è raddoppiata, in termini simbolici, come il luogo di vita e morte, la congiunzione degli opposti che determina il luogo metafisico dell’eterna morte e rigenerazione. Come l’occhio, che altre volte rappresenta la Madre, è occhio di rapace notturno, quello che di notte è segno visibile di un rapace appostato in attesa, di colei che vede nel buio e nel buio può catturare e trasportare oltre la vita. Due occhi per il rapace che uccide, e il terzo, al centro, in verticale, a rappresentare la forma ogivale della funzione generatrice, la Madre del Mondo.
Nell’alchimia l’androgino compare come una figura alata che regge i corpi uniti del maschile e femminile. E’ alata la congiuzione del Re e della Regina. E’ alato e aquilino il Rebis.


Dunque chi è Jatayu, l’aquila-avvoltoio, il grande antico alato primordiale. Unità originaria di Urano e Gea, o dei fratelli dall’incarnato nero, Krishna e Kali, il flauto e la sciabola, creazione e distruzione, cielo e terra, quell’unico ente, volatile e alto, imprendibile, immagine dell’uno che abitava dal tempo remoto, indiviso, prima della comparsa degli uomini. La sua presenza di osservatore remoto sopravvive alla creazione, che non lo spezza, ma dopo, quando la vicenda dell’uomo deve sostituire la narrazione sonora e preverbale delle origini per inoltrarsi nella foresta dei demoni e del mito letterario, quando la parola deve prendere il posto della realtà, il demone della tracotanza magica spezza le sue ali, in un ultimo fatale combattimento. Come si spezza la coppia divina di Rama e Sita, si spezzano le ali, nello stesso istante, del vecchio Jatayu, che per morire, però, attende. Aspetta di poter dire a qualcuno ciò che ha visto, così che Rama, trovato Jatayu morente, saprà chi ha preso Sita e dove l’ha portata, mettendo fine alla sua disperazione di chi cerca senza una direzione, senza sapere. La voce e la testimonianza di Jatayu permettono a Rama di dirigersi verso il ritrovamento di Sita, di ricongiungere la coppia divina spezzata dalla malvagità demoniaca. Di nuovo si ricomporrà la coppia divina, ma l’ordine è instabile, l’unità sempre dialettica, quando quella che abitava un solo corpo è estinta, e solo sopravvive nella memoria profonda, nel luogo del morente, la soglia dei mondi. La memoria spirituale che è ricordo e voce interiore, voce che si tramanda nella foresta dei simboli, che giace sulla soglia tra la vita e la morte, può essere interrogata, ciò che nel profondo, unico, androgino e insepolto, rammenta l’unità originaria e indica la via faticosa della ricomposizione.
Alcuni uccelli urbani come i colombi, per la loro monogamia, sono ancora simboli della felicità amorosa e del nido coniugale.

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