Introduzione ai Tantra Sastra, di Vimalanandadayini

[tratto e adattatao da: KARPŪRĀDI-STOTRA
INTRODUZIONE E COMMENTO DI VIMALĀNANDADĀYINI
AL SIGNORE TRA GLI INNI, DEDICATO A ŚRIMAD DAKŞIŊA – KĀLIKĀ
in HYMN TO KĀLĪ,  KARPŪRĀDI-STOTRA a cura di Arthur Avalon]

Parameśvara misericordioso e onnipotente è senza inizio e fine. Sebbene sia Nirguŋa è l’Ādhāra (sede) dei tre Guŋa. Sebbene sia senza forma crea, conserva e poi richiama a se il mondo, fatto di materia estesa (Prapañca). È per mezzo delle Śakti e della Sua stessa Māyā che può fare diventare possibile quel che sembra impossibile. La Śvetāśvatara-Upanişad dice che con la meditazione si vede la Svaśakti del Deva, dimora di tutte le cause associate a Kālatattva.
Nel Niruttara-Tantra, Śiva parla di un cadavere con tre occhi come dell’Unico Nirguŋa, che è il seggio dei Guŋa associati a Śakti. Sebbene sia senza inizio, mezzo o fine, è colui che crea ed è la Causa materiale del mondo che ha un inizio, un mezzo e una fine. Per questa ragione i Tantra e gli altri Śāstra lo chiamano Ādinātha, Mahākāla Paramaśiva e Paramabrahman

Mahākāla è illimitato, senza parti, senza inizio, e senza fine; quando lo si immagina come limitato dal Sole, dalla Luna e dai Pianeti, allora è chiamato coi nomi di Kāla, Kāşţhā, Muhūrta, Yāma, Giorno, Notte, Pakşa, Mese, Stagione, Semestre, Anno, Yuga, Kalpa e così via. Ma e’ lui che divide il Tempo in parti, e quando è considerato come Vyaşti (Parte del Tutto) è chiamato con questi nomi (Kalā, e gli altri). Mentre crea, preserva e ritira milioni di mondi è Paramaśiva Mahākāla. Al di là di quel che possono essere i nomi individuali e le forme, esiste come Samaşti (come Tutto), è tutto questo ed è la Grandezza Suprema e Senza fine (Paramomahān). Svela il Vişŋu-Purāŋa che il Bhagavān Kāla non ha inizio né fine ma manifesta il limitato con la creazione. Dice l’Atharvaveda che quel Kāla crea gli esseri (Prajā) perchè è Prajāpati. Da Kāla stesso nacquero Kaśyapa e Tapas. Mahākāla è onnisciente perché è onnipervadente, e non dipende da nulla, è l’Ātmā di ogni anima. Dice anche il Kūrma-Purāŋa che lui è il Supremo, eterno, senza inizio né fine, che è onnipervadente, è l’indipendente Ātmā di tutto, che affascina (Manohara) tutte le menti con la Sua grandezza.

Kālamādhava cita una frase dal Vişŋu-dharmottara dove si dice che Śiva Mahākala è chiamato sia Kāla, a causa del suo dissolversi (Kalanāt) in tutti gli esseri, che Parameśvara, perché è senza inizio o fine. Mahākala è Nirguŋa e Nişkriya (senza forma e senza azione), ma la sua Śakti manifesta il Sole e ogni sorgere della luce che resta in cielo e risplende. È per il Potere della Śakti di Kāla che gli uomini e gli altri Jīva sono concepiti nell’utero materno, poi nascono, raggiungono l’infanzia, la gioventù e la maturità e lasciano il mondo alla morte. Nel Śāntiparva del Mahābhārata, Vedavyāsa dice che è per merito di Kāla che le donne partoriscono, la nascita e morte si susseguono, così come si susseguono l’inverno e l’estate e vengono le piogge e il seme germina. Anche Brahmā, Viuşŋu e Rudra appaiono, esistono e scompaiono in virtù della Śakti di Kāla. Nessuno può sfuggire alla Sua azione. Vişŋu-Samhitā dice che anche quegli Dei che manifestano e ritirano il mondo, sono loro stessi ritirati da Kāla.
Kāla o tempo è certamente il più forte.

Mahākāla è stato chiamato Mahākālī (al femminile) perché Lui è uno solo ed è la stessa cosa, non è diverso, dalla Sua Śakti eterna. E’ Lei che è Mahāvidyā, Mahādevī, Mahāmāyā, e Parabrahmarūpiŋī. Come Ādinātha Mahākāla è il primo creatore del mondo, così la Śakti di Mahākāla, Mahākālī la misericordiosa, è l’Ādiguru del mondo. Dice lo Yoginī Tantra che Mahākālī è la Madre del mondo, ed è una con Mahākāla, come mostra l’Ardhanāriśvara Mūrti.

Era questa Brahmavidyā che all’inizio di questo Kalpa fu udita da Brahmā, Vişŋu, e Maheśvara, come una voce senza corpo nel cielo. A loro fu detto di compiere Tapasyā per l’acquisizione della Śakti creativa e per le altre Śakti. Era Lei, Aniruddha-saraśvatī che nel Satyayuga apparve nei Cieli, di fronte ad Indra e agli altri Devatā orgogliosi, con la forma di uno Yakşa brillante. Schiacciando l’orgoglio dei Deva Agni e Vāyu, nella forma della bellissima Umā, insegnò ad Indra, il Re dei Deva, il Brahmatattva (Kenopanişad 11, 12).
Inoltre, Kālī è quella Parameştiguru che concede Kaivalya. Commiserando la vita breve e vincolata dai cinque sensi, che è stata concessa ai Jīva durante il terribile Kaliyuga, ella rivelò la Śāmbhavī-Vidyā.

Quando Mahādevī che è Coscienza (Cinmayī) all’inizio del Kalpa, fu soddisfatta dal Tapasyā del Deva Rudra, galleggiando sulle Acque Causali assunse l’aspetto di Virāt, diventando così visibile. Per tutto il tempo che Mahādevī ritenne necessario, Deva Rudra potè vedere nella Suşumnā milioni di universi (Brahmāŋđa) e milioni di Brahmā, Vişŋu e Maheśvara in loro. Il Deva, grandemente meravigliato vide la Mūrti di Śabdabrahman nel Cuore di Loto di Mahādevī, questi sono gli Āgama, i Nigama e gli altri Śāstra. Vide pure che di quelle Mūrti, Āgama era il Paramātmā, i quattro Veda coi loro Anga erano il Jīvātmā, i sei sistemi della filosofia (Darśana) erano i sensi, i Mahāpurāŋaele Upapurāŋa erano il corpo grossolano, le Smŗti erano le mani e gli altri arti, e come gli altri Śāstra fossero i capelli di quel grande Corpo. Vide anche le cinquanta Mātŗkā (lettere) risplendere con Tejas, sugli orli dei petali nel Suo Cuore di Loto. All’interno del pericarpo del Loto di Virādrūpiŋī, Lui vide gli Āgama, brillanti come milioni di soli e lune piene con ogni Dharma e Brahmajńāna, col potere di distruggere ogni Māyā, pieni d’ogni Siddhi e Brahmanirvāŋa. Con la grazia di Mahākālī comprese e imparò pienamente Veda, Vedānta, Purāŋa, Smŗiti e ogni altro Śāstra. Più tardi, Brahmā e Vişŋu ricevettero questa conoscenza degli Āgama e dei Nigama da Lui. […]

Nello Yoginī-Tantra, Īśvara dice a Devī che la differenza tra i Veda e gli Agama è come quella tra il Jīva e l’Ātmā, quella che c’è tra i Jīva immersi nell’Avidyā e Īśvara che è la pienezza di Vidyā. Indra e gli altri Deva, che erano adorati come Īśvara negli Yajńa tenuti durante il Karmakāŋda o Samhitā Veda sono, nel Tantra-śāstra, adorati come le Devatā che presiedono al Dikpālinī Śakti di Lei che è tutte le Śakti (Sar-vaśakti-svarūpiŋī). I tre Īśvara dei Veda e dei Purāŋa: Brahmā, Vişŋu e Rudra sono nel Tantra-śāstra le Devatā che presiedono alle tre Śakti di Mahādevī: creativa, conservatrice e dissolutrice. Sono adorati come supporto al culto di Mahādevī. Questa stessa Mahādevī, nella Devīgītā annuncia che ‘Brahmā, Vişŋu, Īśvara Sadāśiva e i cinque Mahāpreta (sono) ai miei Piedi. Loro sono costituiti dai cinque Bhūta e rappresentano i cinque elementi diversi della materia.”Io in ogni modo” Lei dice, “sono la coscienza del non manifestato (Chit) e in ogni modo sono oltre a loro”.

Il Veda dice ancora “Tutto questo è veramente il Brahman.”. Malgrado questa Mahāvākya, sono state fatte varie diversificazioni, come quelle di casta, tra uomini e donne e così via. Quindi un Brāhmaŋa maschio può recitare un Vaidik Mantra, ma non le donne Brāhmaŋa. Una distinzione fu fatta anche tra oggetti come tra l’acqua del Gange ecc. Tutte queste distinzioni sono opposte completamente allo Spirito del Grande Detto (Mahāvākya). Dice il Tantraśāstra che il supremo brahman è sottile e grossolano. In rispetto alla verità di questo Mahāvākya Tāntriko, i Sādhaka purificano col vino che non deve “essere preso e bevuto”, secondo il Veda. Considerando che esso sia santo come il nettare, l’offrono nella bocca di Kulakuŋdalinī che è Coscienza stessa (Citsvarūpinī). In concordanza con Veda, il Tantra considera il cibo come sacro e sapendo che tutto il cibo è il brahman ne ordina l’offerta a Mahādevī. Questo offerta di cibo si chiama Mahāprasāda ed è molto santa e rara anche per i Deva, sia che venga fatta da un Caŋdāla, o caduta dalla bocca di un cane. Dicono i Veda e la Smŗti che i Caŋdāla e le altre caste basse sono intoccabili. Se uno li tocca deve poi lavarsi, fare Aghamarshana e altro. Ma il Tantra-Śāstra dice anche un Caŋdālā che ha la conoscenza della dottrina di Kula e del brahman, è superiore ad un Brāhmaŋa che non conosce il brahman. Il Tantra-Śāstra dice ancora che durante il Cakra tutte le caste sono uguali. Siccome tutti sono figli dell’unica Madre del Mondo, non dovrebbe essere fatta nessuna distinzione, mentre la si adora. È su quest’autorità del Tāntra che non si osserva nessuna distinzione di casta in materia di mangiare o altro durante certi riti.

Infatti il Karmakāŋda del Veda contiene molte di queste prescrizioni che sono opposte alla conoscenza del Brahman. Per questa ragione che Bhagavān Śrīkŗşŋa ha detto nella Gītā che i Veda si riferiscono a oggetti costituiti dai tre Guŋa (Triguŋavişaya) e invita Arjuna a liberarsi dai Guŋa. Kŗşŋa afferma che il Veda contiene il Karmakāŋda ma che colui che cerca lo stato del Brahman al di sopra dei Guŋa dovrebbe abbandonare il Karmakāŋda e compiere la Sādhanā secondo lo Śāstra col quale si guadagna la Liberazione. A dispetto tuttavia delle differenze d’adorazione e pratica, Veda e Tantra Śāstra sono univoci nell’indicare che non ci può essere Liberazione senza Tattvajńāna. Nel Nirvāŋa-Tantra, Śiva dice “Oh Devī, non c’è Liberazione senza Tattvajńāna.” Secondo i Veda, un Sādhaka per divenire adatto al Nirvāŋa, deve prima portare a termine la quadruplice Sādhanā.

Se gli adoratori dei Tāntra sono divisi nelle cinque comunità Śākta, Śaiva, Vaişŋava, Gāŋapatya e Saura i primi soltanto sono tutti Dvija da quando tutti gli adoratori di Sāvitrī (Gāyatrī) la Madre del Veda, appartengono alla comunità degli Śākta. Dice il Mātŗkābheda-Tantra “Sāvitrī, che è la Madre del Veda, è nata del sudore del corpo di Kālī. Quella Devī accorda frutti nei tre mondi ed è la Śakti del Brahman.” I sādhaka che appartengono alle altre quattro comunità adorano i loro rispettivi Devatā maschi che associano alle loro Śakti. Così i Śaiva adorano Śiva sotto i nomi Umā-Maheśvara, Śiva-Durgā, Kālī Śaмkara, Arddhanārīśvara e così via. I Vaişŋava adorano Vişŋu con i nomi, Rādhā-Kŗşŋa Lakşmî-Nârâyaŋa, Sītā-Rāma Śrī-Hari e altri. Nel Nirvāna-Tantra Śri Kŗşŋa dice “A quelli a che fanno Japa con Rādhā prima e poi Kŗşŋa, a loro, io, con certezza, addirittura ora e qui, accordo un destino felice.” Emettendo il nome Sītā-Rama (con Sītā pronunciato per primo) si pronuncia il Tāra di Mahādevī, che per questa ragione è chiamato anche Tāraka-Brahma. I Saura compiono la loro adorazione col Mantra ” M’inchino a Śrī Sūrya accompagnato dalla Śakti che rivela.” Inoltre il Māyā Bīja (Hrīm) che è il Praŋava di Devī è aggiunto al Mūlamantra da ogni gruppo. Questo mostra chiaramente che tutte queste cinque sette sono direttamente o indirettamente adoratrici del brahman come Śiva-Śakti (Śivaśaktyātmaka) nei suoi aspetti Nirguŋa e Saguŋa.

Dice la Kaivalyopanişad “Con la meditazione sul Dio dai tre-occhi, Parameśvara, senza inizio, metà o fine, che è uno e che pervade tutte le cose che sono meravigliose, che è Cidānanda Stesso, accompagnato da Umā, il Muni va alla Fonte di ogni essere (Bhūtayoni) al Testimone di tutto che è oltre ogni oscurità.” Allora, nel Tantra-Śāstra, Śiva ha detto che il Śiva-śakti-Tattva è la causa di Tattvajńāna e perciò il Japa dovrebbe essere fatto da un Mantra nel quale loro sono uniti.
Colui che raggiunge il Tattvajńāna, che è la liberazione, lo fa adorando il brahman come Madre e Padre. Ogni Mantra è composto di Śiva e Śakti, si dovrebbe meditare su Śiva-Śakti come su di un essere unico. Nel Tantra Śāstra, Śiva ha detto che non c’è differenza tra lui e Śakti perchè sono uniti inseparabilmente (Avinābhāvasabandhaм). Colui che è Śiva è anche Śakti e colei che è Śakti è anche Śiva. Paternità e Maternità sono soltanto distinzioni di nome per ciò che è una stessa cosa. Il Tantra Śāstra dice di nuovo che Śakti, Maheśvaraeil Brahman sono parole che denotano lo stesso Essere. Maschio, femmina e neutro sono distinzioni verbali, non hanno senso davanti all’eterno. Śakti, Maheśvara, il Brahman; tutti e tre denotano l’unica e eterna Mahāvidyā che è Saccidānanda.

“Deve acquisire la fede nel brahman, unico e eterno e non deve desiderare la felicità in terra o in cielo.

Deve possedere le sei virtù: Śama, Dama e le altre, e deve desiderare ardentemente la Liberazione.

Poi deve discutere (Vicāra) e ponderare sul Mahāvākya “tu sei quello” (Tat tvam asi),

rendendosi conto così dell’unità di Paramātmā e Jīvātmā, può raggiungere la conoscenza “io sono Lui” (So’ham).”

[…]
Secondo l’istruzione del Tantra-Śāstra il Sādhaka si alza nelle prime ore del mattino, e sedendo sul suo letto, medita come segue: “Io sono la Devī e nient’altro. Io sono il brahman che non conosce dolore. Io sono una forma dell’Essere-coscienza-beatitudine la Cui la vera natura è la Liberazione eterna”. A mezzogiorno siede all’adorazione a Paramātmā e fa di nuovo Bhutaśuddhi unendo interiormente i 24 Tattva cominciando con la terra intanto pensa a Paramātmāea Jīvātmā come una cosa sola e medita: “Io son quello”. Dice il Gandharva-Tantra che, dopo il dovuto inchino al Guru, il saggio Sādhaka dovrebbe pensare, “Io son quello” e così unisce Jīvātmā e Paramātmā. Ogni Sthūla-Dhyāna di Mahāvidyā forma una parte dell’adorazione quotidiana, il Tantra-Śāstra prescrive dappertutto meditazioni su Mahādevī meditata non come diversa da se, ma unita all’Ātmā del Sādhaka. Dice il Kālī-Tantra che, dopo avere meditato come disposto, il Sādhaka dovrebbe adorare Devī come Ātmā.

“Io son quello” (So’ham). Dice il Kubjikā-Tantra che il Sādhaka dovrebbe meditare sul suo Ātmā come unito a Lei. Il Nīla-Tantra, nel Dhyāna di Tārā, ricorda che quella meditazione dovrebbe essere fatta unendo il proprio Ātmā alla dea Salvatrice (Tārinī). Nel Gandharva-Tantra, Mahādevī dice, parlando del Dhyāna di Tripurasundarī, che l’Uomo che medita sull’indipendente, senza attributi, e puro Ātmā col quale Tripurā è una cosa sola, e non diversa, l’Ātmā di quell’uomo diventa Lei stessa (Tanmaya). Pensando ” io sono Lei ” (Sā’ham) si può diventare Lei. Nel Kālī-kula-sarvasva Śiva afferma che chiunque mediti sul Guru, recitando a memoria l’Inno della sposa di Śiva e pensando all’Ātmā di Kālikā come unito al proprio Ātmā, costui è Śrī Sadāsiva. Similmente nel Kulārŋava Tantra è scritto “Il corpo è il tempio della Devatā e il Jiva è Deva Sadāsiva.” Lasci che il Sādhaka abbandoni la sua ignoranza come offerta (Nirmālya che è gettata via) e adori col pensiero e riconoscendo “io sono Lui”. Non è solo durante l’adorazione che al Sādhaka è ordinato di meditare su Lei che è Paramātmā come unita al proprio Ātmā. Śiva insegna che il nostro pensiero e sentire dovrebbe essere non-dualistico in ogni cosa che facciamo: nel mangiare, nel camminare e in tutto il resto. Nel Gandharva-Tantra Śiva dice “io sono il Deva e il cibo che gli viene offerto, il fiore e il profumo del fiore, e tutto quanto il resto. Io sono il Deva. Non c’è nient’altro che me. Ci sono io che adoro il Deva, io che sono il Deva di tutti i Deva.”.

E’ prescritto che si assume Kāraŋa (il vino) e il resto recitando il Mantra, questi dovrebbero essere offerti al Fuoco della Coscienza nel proprio cuore pensando a Kula-Kuŋdalinî che si allunga sulla punta della lingua, mentre il Sādhaka recita: “Il liquido splende. Io sono la Luce. Io sono il Brahman. Io sono Lei. Io offro Āhuti al mio Stesso Svāhā.” Colui che fa la Sādhanā di Mahāvidyā in Vīrāchāra con questa Advaitabhāva raggiunge la Sua Grazia a Divyabhāva, e pensando “io sono il Brahman” è liberato mentre vive, e alla sua morte è uno con Mahādevī. Nel Devigitā, Śrī Śrī Devī dice “Egli diventa me stessa perché entrambi siamo uno.” Anche il Mahānirvāŋa-Tantra prescrizione un simile sentimento non-dualistico nel Mantra pronunciato quando si prende il Dravya (il vino). “Il mestolo è Brahman, l’offerta è Brahman, il fuoco è Brahman, l’offerta è fatta dal Brahmaneal Brahman va chi rimette tutte le sue azioni nel Brahman.”Anche se Mahāvidyā è in verità Nirguŋaeeterna, Lei assume varie forme con Māya e varia a secondo dei Guŋa, per soddisfare i desideri dei Sādhaka.

Noi possiamo meditare su Mahādevī come femmina o come maschio, questi termini possono essere attribuiti ad un corpo grossolano ma non possono comunque essere attribuiti a Lei in quanto Saccidānanda. I sādhaka di Śakti adorano il Brahman come Madre, ovunque nel mondo l’aspetto della madre soltanto, di Lei che è il Brahman è manifestato pienamente. Nello Yāmala, Śiva dice: – Devī può, o Mia Adorata, essere pensata sia come donna che come maschio, e Saccidānandarūpiŋī può essere pensato di come Nşikala-Brahman. Ma in verità Lei non è né femmina, né maschio, né neutro non essendo una cosa inanimata. Come il termine Kalpavallī (una parola di genere femminile che denota un albero) termini femminili sono attribuiti a Lei.” Saccidānanda Mahāvidyā, l’unione indistinguibile di Śiva e Śakti può essere adorata con una tale non-dualità da sentirla come una cosa sola. Infatti la causa principale della nascita e del nutrimento di uomini e animali sono le loro madri. I loro padri sono soltanto aiutanti (Sahakārī). Ogni Jīva è uscito dall’utero di sua madre ed è vissuto grazie al suo latte, e riceve la sua prima iniziazione al linguaggio col Mantra ‘Mā’ (Madre). Il primo istitutore (Adiguru) di ogni uomo è sua madre. Lei è la sua Devatā visibile. Le sue prime lezioni le impara da lei. Ĕ anche il simbolo della Terra che genera e nutre ogni Jiva, come una madre, perchè produce ogni genere di frutta e grano e tutti sostiene sul suo grembo. Non esageriamo molto nel dire che il mondo è pieno della Madre.

[….]
Rimane da menzionare un’altra importante caratteristica dei Tantra-Śāstra. Queste Sacre scritture sono molto liberali in materia di pratica, e l’adorazione non conosce distinzioni di casta anche se ha più e più volte, ripetutamente, comandato ai Sādhaka per tenere questo Ācāra nascosto ai Paśu ignoranti. Dei Kaula è detto che “loro hanno il cuore degli Śākta, esteriormente sono Śaiva e nelle adunate Vaişŋava.” Contiene anche ingiunzioni come quella che l’insegnamento dovrebbe essere tenuto segreto come uno fa con la conoscenza di un’amore illecito della madre, e che se è reso noto lo scopo del Sādhaka è frustrato e così via. Nel Gandharva-Tantra, Śiva dice che solamente gli uomini senza dualità, che controllano le loro passioni e si dedicano al brahman, hanno le qualità per questo Śāstra. “Ĕ qualificato solo chi è un credente puro, temperante, senza dualità che vive nel Brahman, parla del Brahman, si dedica al Brahman, si rifugia nel Brahman che è libero da ogni sentimento d’inimicizia verso gli altri e che è impegnato nel fare bene a tutti gli esseri. Altri non sono veri Sādhaka (Brahmasādhaka). Non dovrebbe essere spiegato ai Paśu, o a quelli che sono insinceri o ad uomini di conoscenza poco profonda.”

Per questa ragione Śiva ha usato simboli nell’insegnamento di ogni Dhyāna, Mantra, Yantra, e nei modi della Sādhanā dei Deva e delle Devī. Il significato di questi simboli non è conosciuto da altri se non il Sadguru. I misteri segreti sono inintelligibili al dotto senza la grazia del Guru. Nel Kulārava-Tantra, Śiva dice, “ci sono molti Guru che conoscono il Veda, gli Śāstra e altro ancora. Ma, Oh Devī, è raro il Guru che conosce il significato del Tattva supremo. Per sapere il vero significato dei Dhyāna e di tutto il resto, nessuno altro mezzo che rifugiarsi dal Guru che conosce il significato di ogni Agama. Ĕ dovuto all’ignoranza della vera natura della Devatā che Brahmavidyā che è più sottile del più sottile e Coscienza Stessa sembra addirittura essere una cosa lorda. Anche gli uomini dotti non si esitano nel dire che a questa Brahmamayī, dei cui desideri si sono pienamente resi conto (Pūrakāmā), piacciono le offerte di sangue, carne e altro ancora. Nel Jñânasakalinî-Tantra, Śiva dice, “Agni è il Deva dei due volte nati. La Devatā dei Muni è nei loro cuori. Gli uomini di poca intelligenza adorano le immagini”.

Per il saggio, la Devatā è dappertutto. “I Karmin Brāhmaŋa adorano Agni come Īśvara, gli Yoghi vedono la Devatā nei loro propri cuori, gli uomini con poca intelligenza (se li si paragona con gli altri) adorano la Devatā nelle immagini, e le anime veggenti del Tattva vedono dappertutto il brahman. Nello stesso modo in cui un insegnante mostra ai suoi giovani studenti, mappamondi e mappe per far loro capire la natura della grande terra, così i Guru consigliano ai Sādhaka di non grande intelligenza e con Adhikāra inferiore di meditare su forme Sthūla (grossolane) con immagini e ritratti in modo che le loro menti erranti possano essere fissate, e loro possano imparare i veri aspetti della Devatā. Sfortunatamente comunque, gli uomini ignoranti considerano questi supporti grossolani (Sthūla) come se fossero il vero aspetto della Devatā. Nel Kulārŋava-Tantra, Śiva dice, che alcuni meditano sullo Sthūla fino a che la mente, quando è così fissata, può fissarsi su Sūkşma.
Il Sādhaka dovrebbe prima imparare dal Guru quali qualità o azione rappresenti ogni piccola parte dell’immagine, e dovrebbe poi praticare la meditazione sul sottile, altrimenti la forma grossolana stessa (l’immagine), diverrà per lui come la mera terra o pietra. Nel Kubjikā-Tantra Śiva dice ‘Oh Signora di Maheśa. Uno dovrebbe meditare sull’Amorfo (questo termine è usato in senso opposto a forme di immagini, ecc.) insieme alla forma. Ĕ con una pratica continua, Oh Devī, che uno si rende conto dell’amorfo.’
Questo perchè i Sâdhaka che desiderano la Liberazione dovrebbero pensare sempre alla Svarūpatattva di Brahmavidyā-Kālikā. Di questa Svarūpa la Devī dice nel Mahābhāgavata: “Quelli che desiderano ardentemente la Liberazione devono per guadagnare la libertà dalle obbligazioni del corpo, meditare su quell’aspetto (Rūpa) di Me che è la Luce suprema (Jyotih), Sūkşma, Nikala, Nirguŋa, l’inconoscibile che tutto-pervade, non-duplice e sola Causa che è Saccidānanda Stesso. Questo è la Svarūpa di Devī che è oltre ogni mente e discorso. Dice il Mārkaŋdeya-Purāŋa, “Mahāmāyā è Nikalā, Nirguŋā, senza fine, immortale, impensabile, senza forma è sia eterna (Nityā) che transitoria (Anityā)”, ovvero, Mahāmāyā Kālikā è libera da Kalā (Māyā) e libera dai Guŋa, senza fine, imperitura, eterna e non transitoria come il mondo (Jagat), senza forma, così come non è oggetto di meditazione. Nel Kūrma-Purāa, Vişŋu in forma di Testuggine dice, che la Devī Suprema è Nirguŋā, pura, bianca e senza macchia ed è libera da ogni dualismo e realizzabile solamente dall’Ātmā.
Questo Suo stato è raggiungibile solamente con Jńāna. Nella Kāmadā-Tantra Śiva dice ‘Quella Kālī eterna che è il supremo brahman è uno senza un secondo ne maschio ne femmina. Lei non ha forma, Ādhāra, o Upādhi. Lei è Sacchidānanda sempliceeeterna, è il Grande Brahman.”
Lei che è l’eterno brahman non ha nessun aspetto (Āvirbhāva), né mai scompare (Tirobhāva), è onnipervadente, non può essere descritta come gli altri Deva e Devī, né risiedere in qualche particolare Loka. Così Brahmā risiede nel Brahmaloka, Vişŋu nel Vişŋuloka, Rudra in Kailāsa e Śrī Kŗşŋa in Goloka, ma Mahādevī è sempre e dappertutto ugualmente presente; sebbene, per adempiere i desideri dei Sādhaka, Lei appaia in particolari forme nelle loro menti e cuori. Ĕ perciò chiaro che il suo aspetto Sthūla è fatto di Māyā (Māyāmaya) ed è transitorio (Anitya). Per questa ragione Śiva, nel Gandharva-Tantra dice, “Quell’aspetto (Rūpa) della Devī che è la Suprema Beatitudine e la Gran Causa dei mondi non appare né scompare.”
Nel Kulārava-Tantra, Śiva dice, ‘Esso mai sorge né tramonta, né cresce né decade; splende e fa risplendere il resto, senza alcun aiuto. Questo aspetto è senza condizioni (Anavasthā) solamente esiste (Sattāmātrā) ed è inconoscibile ai sensi (Agocara).

“Ovvero, l’aspetto Svarūpa di Māhādevī che è Beatitudine Suprema è causa e origine di questo mondo dei tre Guŋa. Questo aspetto non ha nessuna esteriorità o scomparsa, nessuna crescita o decadimento. Ĕ la manifestazione stessa e manifesta tutti gli altri oggetti. Ĕ oltre gli stati di veglia, sogno e sonno profondo, è irraggiungibile dalle parole e dalla menteeesiste di per se stesso.”
Proprio come il fuoco che, pur pervadendo tutti gli oggetti, non mostra il suo potere di bruciare e accendersi e non può essere usato per cucinare o altro, fino a quando non è generato dall’attrito di due oggetti, così anche se Cinmayī è onnipervadente, non diviene visibile né accorda desideri senza l’azione della Sādhanā. […] Mahādevī è adorata come Marti che consiste di Śiva-Śakti (Śivaśaktimaya) nel Bindu al centro dello Yantra.


Molti oggigiorno disprezzano il Tantra perché contiene Virācāra e Kulācāra, e alcuni addiritura rifiutano di ammettere che è un legittimo Dharmaśāstra. Vedendo consumare il vino, la carne e il pesce e praticare rapporti sessuali in gran parte del grande mondo, io sono incapace di capire perché molte persone dovrebbero rabbrividire nel trovare la Sādhanā del Pańcamakāra nel Tantra-Śāstra. Possono questi atti diventare solamente biasimevoli se fanno parte dell’adorazione (Upāsanā)?

[…] Śiva non ha detto in nessun luogo che i Sādhaka di Śakti dovrebbero sempre bere vino, sempre macellare animali e mangiare la loro carne e sempre godere delle donne, e che così loro raggiungeranno la Liberazione.
Al contrario, Lui ha consigliato varie volte di controllare gli eccessi in questo campo, anzi ha posto particolari restrizioni alla liceità di questi atti per gli adoratori di Īśvara. Ĕ la condotta degradata di un grande numero di Paśu che finge di essere Sādhaka la causa dell’antipatia pubblica, e dell’odio per il Tantra-Śāstra.
Nel Mahānirvāŋa-Tantra Śrī Sadāśiva dice “Il vino è Tara la Salvatrice in forma liquida (Dravamayī). Salva i Jiva e distrugge pericoli e malattie, accorda Godimento e Liberazione. Lo stesso vino se bevuto senza moderazione (Vidhi), distrugge l’intelligenza, la reputazione, la ricchezza e la vita degli uomini. Anche un Kaula che ha ricevuto Abhişeka cento volte sarà ritenuto un Paśu senza ombra di Kuladharma se si è assuefatto al bere eccessivo.” Nel Kulārava, Śiva dice, ‘Oh Mia Adorata, colui che uccide animali per il proprio piacere in violazione alle regole alimentari (Avidhānena) indulgerà in un Inferno terribile tanti giorni quanti peli ci sono sul corpo dell’animale.” Queste espressioni di Śiva mostrano chiaramente che Lui non ha in nessun luogo ordinato l’uso libero del Pañca-makâra alle persone in generale. Lui ha ordinato i Virācāra o i Kulācāra solamente per i Sādhaka sul percorso di Nivŗtti che desiderano ardentemente la Liberazione. Questi Sādhaka, sono liberi dalla dualità (Nirvikalpa) e desiderano vedere l’aspetto Saccidānanda di Mahādevī, Śiva ha prescritto il Pañca-makâra per aiutarli nel rendersi conto dell’aspetto di Ānanda. Come succede ad un uomo che non conosce la dolcezza dello zucchero o del miele quando li assapora per la prima volta, così al Sādhaka è fatta assaggiare in modo fugace (Vīşaya) la beatitudine (Ānanda) con il Pańca-makāra così che, durante questo rito può controllare i suoi sei nemici, e può avere una nozione della beatitudine eterna del Brahman (Brahmānanda). Il gusto momentaneo della beatitudine eterna fa il Sādhaka che desidera la Liberazione ansioso e industrioso di guadagnarsela. Dopo il conseguimento della beatitudine naturale del Brahman (Sahaja) nessun Sādhaka desidera più ardentemente i cinque Makāra e gradualmente si dedicata al Divyācāra. Un Sādhaka dovrebbe prende il vino in un modo preciso, dopo una purificazione che indebolisce l’attenzione dei suoi sensi e della mente o senso interno e che lo calma in modo che è ben pronto per il Sūkşma-Dhyāna. Per questa ragione il vino è stato chiamato causa (Kāraŋa).

Nel Kulārava-Tantra, Shiva dice, “Ānanda è il Sé (Rūpa) del brahman e esiste in ogni corpo (Anandamayakoşa). Il vino è il suo rivelatore ed è bevuto dagli Yoghi. Vino e carne sono prese con Brahmajñâna per la soddisfazione di ogni Deva, e chiunque partecipa di loro per la propria gratificazione è un peccatore.” Così i Sādhaka fanno Sādhanā con il Pańca-makāra per la soddisfazione delle Devatā che adorano e per lo sviluppo di Brahmajńāna nei loro cuori; ma chiunque li prenda soltanto per il suo proprio piacere è condannato ad un inferno terribile come un grande peccatore. Śiva ha detto anche nel Kulārŋava, “Si può andare in cielo con le stese cose che possono condurre un altro all’Inferno.” Il quinto Makāra, ovvero, il rapporto sessuale, è la radice e la causa della creazione del mondo dei Jiva (Viventi). Tutti i Jiva, che siano Devatā, uomini, bestie, uccelli, pesci, insetti o mosche sono prodotti dall’unione sessuale dei loro rispettivi genitori. In questo mondo ogni maschio è un aspetto individualizzato (Vyaştîbhûta) di Shiva.

L’Ādipuruşa, e il Caŋdī dicono: “tutte le donne in tutti i mondi son parte di Mahāśakti.”
Dice il Kūrma-Purāŋa, “Mahādevī è Una, ed è presente in molte parti o frazioni (Anekavibhāgasthā), ma oltre Māyā è assolutamente pura, Mahāmāyā, Iśvarī eterna e senza macchia (Nirańjana), antica, coscienza (Cinmayî), il primo Puruşa (Ādipuruşa) di ogni Puruşa.” dice Il Gandharva-Tantra, ‘La forma del maschio (Puмso rūpam) la forma della femmina,e ogni altra buona forma, tutto questa è indubbiamente la Sua forma suprema (Paramam rūpam).” L’unico Brahman, divenendo duplice, sembra Śiva e Śakti, e quell’aspetto in cui c’è l’unione di Śiva e Śakti è il vero aspetto di Saccidānanda Brahman. È da questo aspetto di Unione Beata (Ānandamaya) che il mondo è creato, e per questa ragione gli uomini e tutte le altre creature cercano la felicità. La Beatitudine del potere riproduttivo si manifesta nei corpi dei maschi e delle femmine solamente durante l’unione sessuale. A questo punto agli uomini ignoranti rimane solamente l’intenzione di gratificare la loro passione, ma i Sādhaka, che possiedono la conoscenza di Kula, meditano sull’Unione Beata (Yogānanda) e sulla forma (Mūrti) di Śiva e Śakti presente nei cuori maschili e femminili, richiamando alla mente il significato (Artha) del Mantra della loro Iştadevatâ e fanno Japa con questo.
Nel Kālīkulasarvasva, Śrī Sadāśiva dice, “facendo Japa del Mantra e con l’adorazione di Bhagavatī, la consorte di Śiva, durante l’unione sessuale un uomo diviene, come Śuka, libero da tutti i peccati.” In un altro punto Lui dice, “La consorte di Śiva dovrebbe essere adorata divenentando Śiva.” La vera Śakti-sādhanā consiste nel considerare tutte le ragazze e le donne, vecchie e giovani e di tutte le caste, come forme visibili della propria Iştadevatā e (secondo i propri mezzi) adorandole con vestiti, ornamenti o altro; o inchinandosi a loro come madri con l’Iştamantra in mente e senza trattarle mai con negligenza o disprezzo in nessuna circostanza. Nel Kaulāvalī-Tantra, Śiva dice, Uno dovrebbe inchinarsi quando vede una giovane di famiglia Kaula. Uno dovrebbe inchinarsi davanti qualsiasi femmina, sia lei una giovane donna, o dalla gioventù appena sbocciata, o vecchia, sia lei bella o brutta, buona, o cattiva. Non si dovrebbe mai ingannare, o parlare male, o far del male ad una donna e uno non dovrebbe colpirla mai. Tutti questi atti impediscono il conseguimento di Siddhi.”

[traduzione di Elisabetta Zanzarette http://zanzarette.blogspot.com/]

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