Mente, apprendimento e meditazione nell’Advaita Vedanta. La Mente e la funzione dei Mahavakya. (1)

La mente, che è chiamata ‘organo interno’ (antaHkaraNam), è indicata con quattro nomi in base alle rispettive funzioni: manas, buddhi, chittam e ahamkAra. La funzione del pensiero è conosciuta come manas, che designa l’attività della mente ordinaria, come comportamento, esperienza di piacere, repulsione, reazione e relazione. Quando viene presa una decisione, appellandosi al senso etico, alla verità, al discernimento, è detta buddhi o intelletto. La funzione di memorizzare le esperienze e le informazioni, e di compiere operazioni formali, è chiamata chittam. Il senso dell’io è ahamkAra. La parola “antaHkaraNam” è anche usata per la mente nel suo complesso quando queste distinzioni non sono espresse.

L’ascolto e la meditazione dei mahAvAkya, secondo il pensiero vedantico, dà origine alla conoscenza del Sé, facendo assumere alla mente la “forma” del Brahman, secondo la formula espressa nell’insegnamento impartito. Questa facoltà “plastica” della mente, di prendere la forma del contenuto su cui si focalizza, è la caratteristica principale della psicologia indiana tradizionale. Con un’intuizione che precede di molti secoli le scienze cognitive moderne, si comprese come l’apprendimento modifica l’assetto della mente discente e la riorganizza. Questa funzione, quindi, per il Vedanta va utilizzata orientando la mente a apprendere, elaborare e meditare le istruzioni del Guru, secondo il dettato scritturale, fino che la mente non sia completamente purificata dalle impressioni esteriori e dalle concezioni errate, derivate dalla percezione e dalla logica ordinarie, così che attraverso l’esercizio, si concentri sulla verità spirituale e in essa trovi tutte le riposte e la pacificazione dei movimenti e dei turbamenti.
Il metodo e lo scopo non differiscono, in questo, senso da quelli proposti dallo yoga, se non sull’oggetto di meditazione, che in ciascuna scuola ha il suo tema privilegiato e connotativo. Perciò se l’immagine della divinità è la forma su cui si concentrano mente e cuore del devoto del Bhakti yoga, e il suono interiore e l’intuizione dell’universale sono la realtà con cui lo yogi cerca l’accordo profondo, il dettato vedantico esprime in forma verbale e, inizialmente, intellettiva, il senso universale, intelligibile, dell’unità metafisica affermata dal Dharma indiano, l’identità dell’Atman e del Brahman, servendosi dei Mahavakya.

I Mahavakya, o grandi detti, sono quattro aforismi vedici, tratti dalle Upanishad, che definiscono e fondano la dottrina del Vedanta Advaita, il Vedanta non dualista. Affermano che la realtà sia una ed una soltanto, cioè il Brahman, col quale si identifica anche l’anima individuale.
Tat tvam asi: Quello sei tu (Chandogya Upanishad VI, 8, 7)
Aham brahmasmi: Io sono il Brahman (Brhadaranyaka Upanishad I, 4, 10)
Ayam atma brahman: Questo Sè è il Brahman (Mandukya Upanishad II)
Prajnanam Brahma: Il Brahman è pura coscienza (Aitareya Upanishad V, 4)

Nel Mandukya Karika di Gaudapada (http://www.visionaire.org/testi-del-vedanta/mandukya-karika-di-gaudapada), questa pratica di studio e di meditazione e il suo effetto sono sintetizzati al capitolo II,29. “Colui che viene istruito su un oggetto [dal Maestro] vedrà solo quello [come realtà]. E tale oggetto, divenendo tutt’uno con lui, lo proteggerà. Questa condizione culmina con l’identità del conoscitore e dell’oggetto conosciuto”.

Sri VidyAraNya, autore e maestro del Vedanta del secolo XIII, nel Jivanmuktiviveka (http://www.visionaire.org/vidyaranya-jivanmuktiviveka-la-liberazione-in-vita), offre una metafora di questo funzionamento. Quando un vaso di argilla viene modellato, la sua forma è riempita dallo spazio che riempie il cosmo intero. Poi viene riempito con acqua, riso o altro, dall’opera umana. Acqua, riso e altre sostanze possono in seguito essere rimosse, come prima erano state inserite, ma lo spazio che riempiva il vaso fin dall’inizio non può essere rimosso. Continua a essere lì anche se la bocca della pentola viene sigillata ermeticamente. Allo stesso modo, la mente, nell’atto di nascere, viene all’esistenza piena della coscienza del Sé. Assume, dopo la sua nascita, a causa dell’influenza della virtù e del vizio, la forma di involucri, colori, gusto, piacere, dolore e altre modificazioni, proprio come il gesso fuso si modella in uno stampo. Di queste, le trasformazioni come colore, gusto e simili, che non sono Sé, possono essere rimosse dalla mente, ma la forma del Sé, che non dipende da alcuna causa esterna, non può essere rimossa in alcun modo. Quindi, quando tutte le idee estranee vengono rimosse dalla mente, il Sé viene realizzato senza alcun impedimento.

Sri Gaudapada, Dada Guru di Sri Shankaracharya e considerato il fondatore del pensiero non dualista, nella Mandukya Karika inaugura magistralmente la metafora dei vasi di terracotta e dello spazio, come immagine della vera natura degli esseri: III, 3-5. “Si dice che il Sé esista nella forma degli Jiva [enti individuati] nella maniera in cui lo spazio si distribuisce all’interno delle brocche. In questo modo si spiega l’esistenza dei corpi composti, proprio come lo spazio o etere esiste all’interno delle brocche e dei contenitori. Tale è la spiegazione della nascita.
Dunque, come le brocche si spezzano e lo spazio che era contenuto in esse va a scomparire nello spazio infinito, così gli enti individuali si fondono nel Sé.
Come lo spazio contenuto in una singola brocca è attraversato da polvere e fumo, e questo non tocca le altre brocche, allo stesso modo la totalità non è associata alla felicità [o alle altre affezioni] del singolo ente”.

È stato detto: “Si dovrebbe guidare la mente: poiché, per sua stessa natura, è sempre incline ad assumere una delle due forme del Sé e del non-Sé, deve gettare da parte la percezione del non-Sé, per assumere la forma del Sé solo”. E anche: “La mente assume la forma di piacere, dolore e simili, a causa dell’influenza della virtù e del vizio, mentre la forma della mente, nel suo aspetto originario, non è condizionata da alcuna causa estranea. Alla mente priva di tutte le trasformazioni è rivelata la Beatitudine suprema “. Quindi, quando la mente viene svuotata da tutti gli altri pensieri sorge la conoscenza del Sé.
In Mandukya Karika, III. 35 si legge: “La mente ordinaria si dissolve nel sonno profondo, mentre quando è controllata non tende a dissolversi. Solo in questo caso la mente può aspirare al Brahman, che è senza timore, completamente illuminato della luce della sua stessa Coscienza”. Nel suo bhAshya (commento) su Mandukya Karika, III. 46 Sri Sankara scrive: “Quando la mente diventa immobile, come una lampada in un luogo senza vento, non appare la forma di nessun oggetto immaginato all’esterno; quando la mente assume tali caratteristiche, allora diventa Brahman; o in altre parole, la mente viene quindi identificata con il Brahman”.

Nel suo bhAshya sulla Bhagavad Gita, 6.19, Shri Shankara scrive: “Una lampada non lampeggia quando si trova in un luogo senza vento. Una simile lampada è paragonata alla mente di uno yogi la cui mente è sotto controllo quando è impegnata nella concentrazione sul Sé”.

La mente rimane incosciente nel sonno profondo. La sua sostanza estremamente sottile e trasparente riceve, nello stato ordinario, la coscienza riflessa della coscienza del Sé. Per questo motivo sembra essere senziente, anche se è in realtà è inerte. Tutta la conoscenza sorge solo attraverso un’adeguata modifica della mente, corrispondente all’oggetto della conoscenza. Ma nella concentrazione sul Sé la mente si identifica con il Brahman.

Panchadashi, 2.13 […] “La mente è la causa della schiavitù, oltre che della liberazione”.

Amitabindu Upanishad, mantra 2, dice che la mente è, in verità, la causa di schiavitù e di liberazione; immersa tra gli oggetti di senso, conduce alla schiavitù; libera dall’attaccamento agli oggetti, la stessa mente conduce alla liberazione.

BrIhadAraNyaka upanishad, 1.5.3: “Desiderio, risoluzione, dubbio, fede, mancanza di fede, fermezza, incostanza, modestia, conoscenza, paura – tutto questo è solo (forma della) la mente”. Il significato di questa affermazione è che tutti questi stati sorgono nella mente. La mente apprende una vRitti appropriata, cioè una forma o un comportamento, quando uno di questi fenomeni si presenta. Questi sono conosciuti dalla coscienza-testimone non appena insorgono, senza l’aiuto degli organi di senso esterni. Sono quindi chiamati ‘sAkShi pratyakSha’ o percepiti direttamente dalla coscienza-testimone.

La mente è la causa della felicità e dell’infelicità. La felicità è il risultato della calma della mente. La mente si calma temporaneamente quando si realizza un desiderio particolare, e quindi si sperimenta una temporanea felicità. Ma presto un altro desiderio affiora e agita la mente, causando infelicità. Quindi è chiaro che la felicità duratura non può essere raggiunta con la soddisfazione dei desideri.

Brahdaranyaka Upanishad, dice “etasyaiva Anandasya anyAni bhUtAni mAtrAm upajIvanti” -Tutte le creature godono solo di una particella di questa beatitudine (la Beatitudine è la natura stessa del Brahman). Pensiamo erroneamente che la felicità provenga da oggetti esterni. Tutta la felicità di cui godiamo è solo un riflesso di brahmAnanda, della felicità del Brahman sperimentata di riflesso nella mente, ma quando la mente è pacificata si ha la chiave per una felicità duratura. Una felicità vera e duratura può risultare solo se la mente è stabilmente in quiete. Secondo il Vedanta, la quiete può essere raggiunta solo se i desideri, che sono la causa dell’agitazione mentale, sono completamente eliminati. Si giunge perciò alla conclusione che il totale distacco verso tutti i piaceri mondani (Vairagya) sia l’unico mezzo per il raggiungimento della felicità vera e duratura, che è brahmAnanda. Vairagya è il requisito più essenziale per una persona che desidera raggiungere la conoscenza di Sé, che porterà alla beatitudine.

Sempre Gaudapada, nel verso III, 46-47: “Quando la mente non tende più a dissolversi né ad agitarsi, quando diventa stabile e non produce immagini, ecco che diventa veramente il Brahman.
La più elevata beatitudine esiste nel proprio Sé. E’ quieto, identico alla liberazione, indescrivibile e non-nato”.

Si dice in Vivekachudamani che colui che cerca di raggiungere la conoscenza di Sé senza coltivare il distacco è come una persona che cerca di attraversare un fiume sul dorso di un coccodrillo, scambiandolo per un tronco di legno galleggiante. È sicuro che questi sarà ucciso dal coccodrillo a metà strada. Il requisito essenziale per un aspirante spirituale è la purezza della mente. Esistono sei nemici dell’aspirante spirituale e tutti questi abitano nella mente. Questi sono desiderio, rabbia, avidità, infatuazione, orgoglio e gelosia. Di questi, il primo, il desiderio, è la causa degli altri cinque. Questo è il motivo per è posta tanta enfasi sulla distruzione del desiderio dalla mente.

La Chandogya Upanishad spiega come la mente può essere purificata: “Dalla purezza del cibo segue la purezza dell’organo interno (mente). Dalla purificazione dell’organo interno proviene la memoria infallibile. Quando la memoria è perfetta, tutti i nodi del cuore sono tagliati”. Shri Shankara spiega così questo passaggio nel suo bhAshya: Per cibo si intende tutto ciò che è goduto attraverso i sensi. Ciò che si intende è che tutti gli oggetti fruiti dovrebbero essere liberi da difetti come attaccamento, repulsione o errore. Quando tutto ciò che si fruisce, con i sensi e con la mente, è puro, l’organo interno diventa puro. Dalla purificazione dell’organo interno sorge la memoria originaria del Sé Infinito. Segue poi la distruzione di tutti i legami nati dalla nescienza che si erano induriti in vAsana (impressioni, condizionamenti) accumulate in innumerevoli vite. Pertanto si dovrebbe garantire che tutto ciò che nutre lo spirito sia puro.

“Si diventa ciò che si pensa, questo è l’eterno mistero.
Bisogna invero, con ogni sforzo purificare il pensiero ” – Maitry Upanishad, VI,34

La mente il cui interesse e cui desideri siano fissati con continuità nella realizzazione del Brahman, può pertanto aspirare a conoscere la beatitudine dell’Essere.

[Alcuni riferimenti di questo articolo sono tratti da “The mind, according to advaita Vedanta“, di S.N.Sastri.
Immagine: Frederic Leighton: Weaving the Wreath, 1872]

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