L’accensione del Dhuni al Borgo dei Semplici. Solstizio d’Estate 2017.

Om Shiva Goraksh Yogi. Adesh Adesh.

Prologo. La notte della luna piena di Holi avevo fatto un sogno, in cui Guruji mi diceva che era arrivato per me il momento di accendere il fuoco. Ma io vivevo in un appartamento in città e credevo che sarei stata costretta a leggere l’invito come una metafora.

Poche settimane fa sono salita su queste colline che affacciano le valli “tra Feltro e Feltro”, che Dante profetizzava avrebbero visto nascere un avatar. Sulla collina, a quasi 600metri, vivono dei Fratelli che hanno dedicato la loro vita, le energie e i propri beni a ricostruire un borgo antico, per farne un luogo di meditazione e di conoscenza spirituale. E loro, che mi conoscevano da molto tempo, avevano costruito il cerchio con le pietre dove il fuoco attendeva invisibile di essere acceso.

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Sono seguiti giorni di lavoro titanico. La mattina del Solstizio eravamo pronti, e avremmo acceso il fuoco del Dhuni poco prima di mezzogiorno, quando il sole è al massimo dello splendore annuale. Attorno al fuoco che doveva nascere si sono sedute quasi quaranta persone, di mercoledì mattina, sotto un calore accecante. E allora li ho avvertiti: andrà molto peggio. E abbiamo cominciato.

Chi siamo e cosa stiamo facendo, mi chiedevano quelle belle, solide matrone romane che ritornavano da un mondo antico e i ragazzi sottili e svettanti con grandi occhi luminosi. Niente, siamo all’inizio del mondo. Siamo dove tutto è incominciato, qualsiasi religione, spiritualità, ogni forma di scienza e tutto quello che riconosciamo umano, ha avuto inizio intorno a un fuoco come questo, che ci apprestiamo ad accendere. Molto prima di quello che chiamiamo Storia, c’è un passato di milioni di anni in cui sono discese in terra le forme formanti del mondo, e hanno preso vita e agito in mezzo a noi. Questo passato è scritto nel mito, dove agli uomini volentieri si mescolavano gli Dei, e ad ogni passaggio davano inizio a una forma di civiltà, di conoscenza, di spiritualità. All’inizio di tutto, il mio lignaggio stabilisce che ci furono nove Yogi, i Nove Nath. Nove Yogi che con il sacrificio compirono prodigi, iniziando tutto ciò che chiamiamo umano, civile, etico, scientifico, religioso e spirituale. Che si voglia credere agli dei o agli uomini, poco importa. Possiamo immaginare che furono gli Dei a scendere sulla terra o pensare che furono uomini come noi, che con lo Yoga e la conoscenza esoterica che ne derivava riuscirono a diventare simili a Dei e portare nel mondo il frutto del loro sacrificio, che per sempre si tramanda in ciò che di comune ogni civiltà religione e ogni scienza ritrova sempre uguale e perenne. Quando accendiamo un Fuoco Sacro ritorniamo a quella Origine, ritorniamo al luogo in cui tutto è incominciato e ripetendo i gesti e le formule che ci hanno trasmesso cerchiamo di ripercorrere la loro strada, di risvegliare in noi lo stesso ardore, la scintilla divina che manifesterà la nostra essenza eterna, il nostro fuoco perenne, il nostro potenziale umano e divino.

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Questo cerchio di pietra è il grembo, la terra, la materia che si dispone per accogliere il divino, o per metterlo al mondo. Il fuoco è lo spirito, la cui natura distruttrice e trasformatrice gli Yogi impararono a domare e controllare. Lo Yoga è questo: accendere e accudire il Fuoco sacro. Non permettere che si spenga né che distrugga il mondo. Restare a sorvegliarlo e condividerne il calore e i doni con quelli che vorranno raccogliersi attorno al cerchio. Il fuoco naturale, come lo spirito, come il dio antico, è distruttore. Il Fuoco Sacro arde costantemente e in modo controllato, e lo Yogi sta allo stesso modo al centro della contraddittoria e duale natura umana, costituita dai suoi soffi, e governa il centro, da dove il fuoco di alza, costante e controllato, e discende la luce, il calore, la benedizione. Il Dhuni e il Fuoco, il Fuoco e il calore sono la stessa cosa, sono Shiva e Shakti, le polarità del maschile e femminile universali, unificate, inscindibili. La stessa immagine che veneriamo nello Shivalingam, qui è viva, calda e danzante, davanti ai nostri occhi, come nell’essenza della vita stessa. Perciò questo è il luogo in cui il nostro sacrificio, la nostra offerta, arriva direttamente agli Dei, perché siamo davanti alla loro più evidente presenza.

 

Dopo il Gayatri mantra, i fratelli hanno intonato l’Agni Suktam (Rg Veda 1.1) e il fuoco è stato acceso. Molti minuti sono trascorsi nel suono, davanti alle fiamme che immediatamente hanno preso vita e si sono sollevate in altezza. Mantra, campanelli e campane tibetane, tamburi, e altra musica che (misteriosamente) proveniva da ogni direzione, perfettamente armonica, in cui tutti abbiamo cantato e ci siamo fermati in un silenzio più profondo, trasportati.

A mezzogiorno il Fuoco è stato nutrito con le offerte rituali, nella cerimonia dell’Hawan. Si offre nell’Hawan un composto che tradizionalmente serve come nutrimento del fuoco, e si offre a ogni lancio dell’oblazione (Swaha) anche se stessi. Si offre, con l’oblazione rituale, ciò che abita il nostro cuore, quello che amiamo e quello che ci fa soffrire, ciò a cui siamo più attaccati e quello che desideriamo, quello che abbiamo perduto e quello che vogliamo vedere nascere e prosperare. Tutto ciò che lasciamo al fuoco, lo restituiamo a Dio, al cielo, all’ordine universale, a cui appartiene per realtà. Noi lo accudiamo, come accudiamo il fuoco, ma solo servendo un tutto universale a cui ogni cosa appartiene, restituendolo dal profondo del cuore, riconoscendo subito che ogni cosa e ogni persona appartengono a tale universale e divino – e non a noi (“na mama”, non a me), così come l’offerta che passa nelle nostre mani – ne siamo liberi e siamo in grado di lasciarlo prosperare. Lasciamo andare ogni attaccamento, accudiamo il fuoco e ciò che ci è dato di offrire, condividiamo l’esperienza di questo sacrificio. Questo insegna l’Hawan, che è la base di ogni etica, e di ogni condotta dharmica che rispetti la verità e la vita: dono, cura, condivisione. Perciò quello che offriamo ritorna benedetto e forte di una vita perenne.

 

Così il fuoco è stato acceso e poi nutrito nell’offerta, con i nomi di Shiva e i nomi di Shakti. Quindi è stato condiviso il cibo e nel pomeriggio, e con quelli che se la sono sentita, specie quelli già rodati dal caldo indiano, siamo rimasti attorno al Dhuni per condividere il Satsang e il ronzio delle cicale nella calura pomeridiana, mentre si stendeva attorno a noi il panorama dell’Appennino inondato di sole. Fino alla Puja della sera, colorata dall’oro del tramonto.

Questa è la breve cronaca di quanto abbiamo fatto e detto nel giorno del Solstizio. Altri Hawan e altre celebrazioni continueranno il discorso e la condivisione.

Il prossimo appuntamento è 8/9 Luglio, Guru Purnima. Programma e dettagli saranno comunicati prossimamente. Adesh Adesh.

 

Chi siamo e dove siamo. (da http://www.alessandrodisimone.it/costruire-un-ecovillaggio/)

Il Borgo dei Semplici è un progetto condiviso, strutturato tra famiglie che hanno deciso di abbandonare la città per ricercare la socializzazione più vera.
Andare a vivere sui monti non significa abbandonare tutto e tutti ma significa abbandonare la solitudine urbana, frammista di caos, rumori e tensioni, per trovare, natura, silenzio, solidarietà, semplicità.
Spesso non vogliamo credere che proprio dove tutto pare a portata di mano tutto sia invece così distante, così lontano.
Recuperare l’emozione di una vita che vuole l’autosufficienza nell’autoproduzione agricola in un regime biologico, che vive in una costruzione ecologica e sostenibile che ricicla e recupera, che segue il tempo scandito dalle stagioni, dalle lune.
Riconnettersi con quanto si è perduto, i sapori, gli odori, i suoni di un mondo naturale.
Noi crediamo che questa semplicità perduta sia la chiave per far maturare la propria dignità, lontano dai formalismi, dalle mode, dal vivere per consumare.

Il Borgo dei Semplici è un luogo dove ciascuno è apprezzato per quello che è, dove ciascuno ha il diritto di essere se stesso nel rispetto degli altri, dove poter crescere senza paure, dimenticando gli stress e le ansie della vita iperurbana, dove il ricercare se stessi è un atto dovuto prima che a sé, verso gli altri compagni di viaggio.
Il nostro è un progetto aperto, dove potete venire a trovarci, ad incontrarci, dove potete condividere con noi la nostra esperienza, facendo esperienza, la stessa che ognuno di noi fa ogni giorno vivendo, e stando nel fare, perché questo è il mondo del fare, questo è il mondo del qui e ora.

Om Namah Shivaya. Om Shiva Goraksh Yogi. Adesh Adesh.

Borgo dei Semplici
Località Santa Sofia Marecchia,
52032 Badia Tedalda (AR)


 

 

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