Simone Weil: Vuoto e compensazione

da Simone Weil “L’ombra e la grazia”

Meccanica umana. Chiunque soffre cerca di comunicare la sua sofferenza – sia maltrattando, sia provocando la pietà – per diminuirla; e, così facendo, la diminuisce veramente. Colui che è più in basso d’ogni altro, che nessuno compiange, che non ha la possibilità di maltrattare nessuno (se non ha figli, se non ha nessuno che l’ami), la sofferenza gli rimane dentro e lo avvelena. Una cosa simile è perentoria come la pesantezza. Come è possibile liberarsene? Come è possibile liberarsi da quel che è simile alla pesantezza?
Tendenza ad espandere il male fuor di sé; e io l’ho ancora! Gli esseri e le cose non mi sono sacri abbastanza. Così potessi non macchiare io nulla, quand’anche fossi tutta trasformata in fango. Non insozzare nulla, nemmeno nel pensiero. Nemmeno nei momenti peggiori potrei distruggere una statua greca o un affresco di Giotto. Perché lo farei dunque con un’altra cosa? Perché, per esempio, con un istante della vita d’un essere umano, che potrebb’essere un istante felice? Impossibile perdonare a chi ci ha fatto del male, se il male ci abbassa. Bisogna pensare che non ci ha abbassato ma che ha rivelato il nostro reale volto. Per questo, eccetto i periodi di instabilità sociale, i rancori dei miseri hanno di mira i loro simili.
È questo un fattore di stabilità sociale.
Tendenza ad espandere la sofferenza fuor di sé. Se, per eccesso di debolezza, non si può né provocar la pietà né far del male ad altri, si fa del male alla rappresentazione dell’universo in sé.
Ogni cosa bella e buona è allora come un’ingiuria.
Far del male ad altri significa riceverne qualcosa.
Che cosa? Che cosa si è guadagnato (e si dovrà restituire) quando si è fatto del male? Ci si è accresciuti. Ci si è distesi. Si è riempito un vuoto in se stessi creandolo, in un’altra persona. Poter fare impunemente del male agli altri – per esempio adirarsi con un inferiore, quando costui sia obbligato a tacere – significa risparmiarsi un dispendio d’energia, dispendio che viene ad essere, così, assunto dall’altro. Accade lo stesso con la soddisfazione illegittima di un qualsiasi desiderio. L’energia che si è economizzata è così immediatamente degradata. Perdonare. Non si può. Quando qualcuno ci ha fatto del male, si creano in noi determinate reazioni. Il desiderio della vendetta è un desiderio d’equilibrio essenziale. Cercare l’equilibrio su di un altro piano. Bisogna andare da soli fino a quel limite. Là si tocca il vuoto. (Aiutati che il ciel ti aiuta… )
Mali di testa. A un certo punto: dolore diminuito proiettandolo nell’universo; ma l’universo si altera. Dolore più vivo, una volta ricondotto al suo luogo di origine; ma qualcosa in me non soffre e rimane in contatto con un universo non alterato. Agire allo stesso modo con le passioni. Farle discendere, ricondurle ad un punto determinato; e disinteressarsene.
In particolare, trattar così tutti i dolori. Impedire che avvicinino le cose.

La ricerca dell’equilibrio è male, perché è immaginaria. La vendetta. Anche se in realtà si uccide o si tortura il proprio nemico ciò è in un certo senso immaginario.
L’uomo che viveva per la sua città, la sua famiglia, i suoi amici, per arricchirsi, per migliorare la sua situazione sociale, ecc. – una guerra, ed eccolo menato schiavo; e da quel momento, per sempre, deve sfinirsi fino al limite estremo delle sue forze, solo per sopravvivere. Una cosa simile è orrenda, è impossibile; e perciò non si presenta a colui nessuna finalità tanto miserabile che non le si rivolga appassionatamente; foss’anche quella di far punire lo schiavo che lavora al suo fianco. Non ha più la scelta dei suoi fini. Uno qualsiasi è come un ramo per chi annega.
Quelli che avevano avuta distrutta la città e che erano condotti in schiavitù non avevano né più passato né avvenire: di quali oggetti potevano colmare i loro pensieri? Di menzogne; e dei più infimi, dei più pietosi desideri, pronti forse a rischiar piuttosto la crocifissione per rubare un pollo di quanto non fossero stati pronti, prima, alla morte nel combattimento che avrebbe dovuto difendere la loro città. Di certo, anzi; altrimenti quegli orrendi supplizi non sarebbero stati necessari.
Oppure, bisognava poter sopportare il vuoto nel pensiero.
Per aver la forza di contemplare la sventura quando si è sventurati, occorre il pane sovrannaturale.
Il meccanismo che, in una situazione troppo dura, produce l’avvilimento, è dovuto al fatto che l’energia fornita dai sentimenti elevati è – generalmente – limitata; se la situazione esige che si vada oltre quel limite, bisognerà ricorrere a sentimenti bassi (paure, desideri, gusto del primato, degli onori esteriori) più ricchi di energia.
Questa limitazione è la chiave di molti rivolgimenti.
Tragedia di coloro che, essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini; e si degradano. Una pietra sul cammino. Gettarsi sulla pietra, come se, a partire da una certa intensità di desiderio, essa non dovesse più esistere. O andarsene come se fossimo noi, a non esistere.
Il desiderio racchiude in sé qualcosa dell’assoluto e se fallisce (una volta esaurita l’energia) l’assoluto si trasferisce su l’ostacolo. Stato d’animo dei vinti, degli oppressi.
Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto sovrannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile.
L’energia liberata dalla sparizione di oggetti che costituivano dei moventi tende sempre ad andare più bassa. (I sentimenti bassi liberano energia già degradata.) Ogni forma di ricompensa è una degradazione di energia.
Il compiacimento di sé dopo una buona azione (o un’opera d’arte) è degradazione di energia superiore. Ecco perché la mano destra deve ignorare ciò che fa la sinistra.
Una ricompensa affatto immaginaria (un sorriso di Luigi XIV) è l’equivalente esatto di quel che si è speso, – al contrario delle ricompense reali che, in quanto tali, sono al di sotto o al di sopra. Così soltanto i vantaggi immaginari forniscono l’energia per sforzi illimitati. Ma bisogna che Luigi XIV sorrida davvero; se non sorride, indicibile privazione. Un re può pagare solo ricompense quasi sempre immaginarie; altrimenti sarebbe insolvibile.
Ad un certo livello, c’è un equivalente nella religione. Non potendo ricevere il sorriso di Luigi XIV, ci si fabbrica un Dio che ci sorrida.
Oppure ci si loda da sé. Una ricompensa equivalente ci è necessaria. Inevitabile come la pesantezza.
Una persona amata che delude. Gli ho scritto. Impossibile che non mi risponda quel che ho detto a me stessa in nome suo.
Gli uomini ci debbono quel che noi immaginiamo ci daranno a rimetter loro questo debito. Accettare che essi siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio.
Anch’io sono altra da quello che avrei voluto essere. Saperlo è il perdono.

The Hanged Man by Arthur Duarte
[Immagine: The Hanged Man by Arthur Duarte]

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