Alcuni aspetti degli insegnamenti dei Nath

Gorakshnath

[Da Gopinath Kaviraj, “Princess of Wales Sarasvati Bhavan Series, Vol VI”, 1927]

La posizione metafisica dei Nath non è monista né dualista. E’ trascendente nel più vero senso della parola. Essi parlano dell’Assoluto (Nath), al di là delle opposizioni implicite nei concetti di Saguna e Nirguna, o di Sakara e Nirakara. Perciò, per essi il fine supremo della vita è realizzare se stessi come Nath e restare eternamente radicati al di là del mondo delle relazioni. La via per conquistare tale realizzazione è detta essere lo yoga, su cui investono molta energia. Sostengono che la Perfezione non si posa raggiungere con altri mezzi, se non con il sostegno della disciplina dello yoga.

Ma che cos’è lo yoga? E’ spiegato in realtà in termini differenti, a seconda dei testi. Ma in qualsiasi forma lo si voglia spiegare, il concetto centrale rimane lo stesso. Secondo Brahmananda il sole e la luna sono come Prana e Apana, la cui unione è Pranayama, che è dunque il significato di Hata Yoga. La conquista di Vayu è dunque l’essenza dell’Hata yoga.

Si ritiene che questo tipo di yoga sia stato introdotto in India dai Nath. Lo Hata yoga Pradipika afferma che il mistero di questo yoga è noto solo a Matsyendra Nath e Goraksa Nath. Brahmananda aggiunge il nome di Jalandhara, Bhartrhari e Gopichand, tutti appartenuti all’ordine dei Nath. Sembra quindi che Goraksa, o forse prima ancora Matsyendra, furono i primi precettori dello Hata Yoga. E questo si può collegare al detto: “poiché tutta la conoscenza si deve dire che proviene dal Supremo Signore” (HataYoga Pr.1-1)

Il principio generale da cui procedono pare essere la ricognizione delle diverse gradazioni di Materia, partendo dalla più densa, che si mostra ai nostri sensi nella condizione di veglia, fino alla più rarefatta e sottile, a cui si giunge eventualmente al termine dello stato di Samprajnata Samadhi, con il cosiddetto Sasmita Samadhi. Questo in lessico Sankhya.

La coscienza del sé individuale, invischiata nella materia più densa, è in realtà identica alla Coscienza Universale del Mondo – anzi – alla Coscienza Assoluta stessa. Dunque le limitazioni devono essere accuratamente rimosse. Gli Hatha Yogi insegnano che l’unico modo sicuro e veloce di trascendere le limitazioni è quello di risalire, controllando il Vayu, da un piano ad un altro fino a raggiunge l’unione Spirito-Materia del piano più elevato, che si manifesta nella cosiddetta corona del Loto dai Mille Petali (Sahastradalakamala). Le limitazioni sovrapposte sono prodotte dall’impulso creativo del Signore Supremo nella Materia.

Per parlare più chiaramente. L’anima pura, che è modo dell’Assoluto e, in ultima analisi, consustanziale con esso, nella sua fase mondana si avvolge in un doppio rivestimento di Manas e Bhùta, che rappresentano due aspetti della materia sottile. Manas (mente) è inteso in un senso molto ampio, come buddhi, anhankara, ecc. I sensi, che si sviluppano più tardi, sono le variazioni funzionali di Manas e sono contenuti in esso. Bhuta sta per gli aspetti materiali concreti, in uno stato di relativo equilibrio. Questo contiene al suo interno i cosiddetti tanmatra (elementi e sensazioni), viz. sabda, Sparsa, Rupa, rasa e gandha, che non sono ancora riconoscibili come tali. Ognuno dei cinque matras ha un proprio centro, in cui può espandersi o contrarsi. L’anima nel suo corso discendente si riveste di questi strati di materia sottile. Anche se la sua purezza innata è oscurata, mantiene ancora un certo grado di coscienza di sé e dei suoi poteri. Il totale oblio avviene solo quando emerge nel mondo esterno, nella materia grossolana. La discesa nella Materia sottile era, per così dire, in linea retta, ma la nascita nel mondo esterno è il prodotto di un movimento obliquo di Vayu. Non appena la coscienza si ritrova racchiusa nella materia sensibile o grossolana, il Manas sviluppa i sensi che iniziano ad operare ciascuno in una propria direzione, in riferimento ad un corrispondente aspetto della materia. E’ per questo motivo che i sensi non possono apprendere nulla al di là della materia densa. Il Manas, quando è astratto dai sensi, è infatti in grado di rivolgersi alla conoscenza soprasensibile. Maggiore è l’astrazione, più pura sarà la qualità della conoscenza. L’astrazione di Manas è dunque sinonimo della sua concentrazione e purificazione conseguente. Il Divyachaksu, il Terzo Occhio o il Terzo Occhio di Shiva non è altro che mente purificata e concentrata. Il Manas quando è rivestito di materia densa può essere descritto come grossolano o legato ai sensi. E in questo stato il Vayu non si muove più in senso rettilineo. Ogni forma di Vayu conosciuta nella nostra esperienza sensibile è di questo tipo secondario, obliquo.

Il movimento obliquo di Vayu nel nostro corpo fisico richiede l’esistenza di canali obliqui, Nadichakra, costituiti da numerose Nadi ramificate in diverse direzioni. Tranne Susumna che è il canale centrale del moto rettilineo del Vayu rettificato, le altre Nadi possono essere classificate sotto due tipi, destra e sinistra, dalla loro posizione rispetto Susumna. Il Manas e Vayu di un uomo comune si muovono lungo questi percorsi tortuosi, collegando tra loro i suoi sensi. Questo movimento è il Samsara, o Vyutthana.

I Nath insistono sul fatto che, se l’Assoluto è da raggiungere, la via centrale che conduce direttamente ad esso, come un fiume che si getta nel mare, deve essere scoperta e seguita. Tutti gli altri percorsi portano fuori strada, verso diversi piani di esistenza materiale, perché contengono sedimenti di materia grossolana. Appena le diverse correnti di Manas, le vrtti dei sensi e Vayu – cioè le funzioni del principio vitale, sono concentrate in un punto con una certa intensità, si osserva la visione di una luce che rappresenta l’espressione della Sakti. E’ il risveglio della Kundalini e la sua liberazione parziale dall’oscuramento della Materia. La Sakti così liberata, per quanto parziale possa essere, si solleva e scompare spontaneamente nell’Assoluto. Questa sparizione non rappresenta un annientamento, ma si verifica per assorbimento e unificazione. L’Assoluto, come concepito in termini di Sakti, è l’infinità di Sakti realizzata. Sakti è un’Unità, sia manifesta o meno. Brahman non è altro che la Shakti eternamente manifesta, che in quanto tale è solo un sinonimo di Siva, privo di azione e delle gradazioni della Materia. Ma una parte di Sakti è inghiottita dalla Materia e sembra perdere la sua identità sotto la pressione di quest’ultima. I Nath sostengono che il Sad-guru, il vero Maestro Spirituale, in virtù della sua Sakti, e poiché il Guru non è altri che Siva al lavoro, da solo è in grado di suscitare la Shakti addormentata del discepolo. La differenza tra Siva e Sakti è davvero una differenza senza alcuna distinzione.

Si tratta di un mistero imperscrutabile come Sakti possa essere oscurata nella Materia. E’ tuttavia vero che una volta che viene risvegliata fa ritorno alla fonte infinita e universale che, in realtà, è libera. La materia sembra dividere Shiva e Shakti, ma non appena la Materia è trascesa questa divisione apparente svanisce. E quindi che cos’è la materia? Si tratta di un fantasma che appare dall’inconsapevolezza dell’unità dell’Assoluto, come Shiva e Shakti. Naturalmente, quindi, quando Shiva e Shakti si realizzano uniti questo fantasma svanisce nel nulla. Lo scopo dello Yoga è la realizzazione di questa Unione. Ciò spiega anche l’immaginario erotico in relazione a questo tema, nel tantrismo e nella letteratura Nath, Hindu e Buddista, utilizzato già dal medioevo.

Il problema è che l’anima non può conoscere Siva, cioè non può ottenere l’auto-realizzazione, fintanto che è vincolata dalla materia, ma solo quando la Shakti si risveglia. L’oscuramento di Sakti significa la perdita della connessione con il Principio Siva, da cui proveniva, la conseguente immersione nel grembo oscuro della Materia primaria e la finale apparizione nel mondo denso come luce evanescente che viene prodotta a partire dalla Materia primaria. I momenti primo e secondo possono avvenire in quest’ordine temporale o solo in successione logica. La Nescienza è la caratteristica di questa fase che precede la successiva evoluzione.

E’ già stato detto che le correnti vitali che operano all’interno del sistema possono essere classificate in due tipi – una che scorre lungo il lato destro e l’altra sul lato sinistro. Le due correnti sono opposte, come positivo e negativo, e sono complementari l’una all’altra. Nella letteratura Siddha e Nath sono conosciuti come correnti solare e lunare, e i rispettivi percorsi come cammino solare e lunare, rispettivamente Pingala e Ida nadi nell’Hathayoga. La neutralizzazione di queste forze solari e lunari, spesso descritte anche come Purusa e Prakrti, grazie ad alcuni mezzi specifici, aiuta ad aprire la via naturale o centrale chiamata Susumna o Brahma Nadi o Sunya Nadi. Non appena questo canale è aperto, ciò che è stato fino ad ora bloccato sotto un cumulo di materia densa, il Bindu, Vayu e Manas – rettificati dallo yoga – si lanciano verso di esso si dirigono verso l’alto spontaneamente.

Il risveglio della Kundalini, l’apertura della Via di Mezzo, la purificazione di Vayu e Manas, la rivelazione della Conoscenza (pragya), lo scioglimento del Ahankara e del nodo dell’ignoranza (avidyAgranthi) sono nomi diversi di questo atto, sotto diversi punti di vista. Non è un atto istantaneo, di regola, a causa delle vasana accumulate – eredità dei secoli – ma deve procedere lentamente. L’intero percorso è graduale. I Nath generalmente lo descrivono in termini di fraseologia Tantra come Satchchakrabheda, indicando l’avvenuta la trascendenza di ognuno dei sei centri intra-organici come un determinato grado del viaggio.

Il sentiero segreto di Brahma (Brahmanadi) era noto anche ai veggenti vedici. Lasciando da parte la testimonianza delle Upanisad minori, troviamo prove di questa conoscenza nella Chhandogya, in cui vi è un riferimento a un Nadi Centrale che si snoda dal Hrdaya al cranio (mUrdhA). Questo è evidentemente Susumna. Emerge da uno studio della letteratura specialistica antica che vi erano principalmente quattro opinioni diverse sul punto da cui il cammino verso l’alto era da intraprendere: (1) Chakra Muladhara , (2) Ombelico, (3) Cuore e (4) centro tra le sopracciglia. In ogni caso esso rappresenta il punto in cui il Manas e Vayu si concentrano in un Punto. Parlando per immagini, un estremo di questo percorso luminoso rappresenta Isvara o il Guru, e l’altra estremità il Jiva o sisya, il percorso è la relazione tra i due. Con la pratica costante la distanza tra le due estremità comincia ad ridursi e lo Yoga si rafforza, finché alla fine il sentiero scompare, lasciando Isvara e Jiva, o Shiva e Shakti, in perfetta unione reciproca. Come è stato detto in precedenza, l’Unione può essere definita anche identità, nel senso che i due principi perdono ogni parvenza di distinzione e disuguaglianza e si rivelano per ciò che in realtà sono sempre stati, l’Assoluto.

Questo è shivashaktisAmarasya, l’equilibrio di Shiva e Shakti, che si manifesta in Ananda o Beatitudine Divina. Tutto questo presuppone Jnana, o Realizzazione, acquisita nel modo appena descritto, essendo Jnana l’espressione naturale del compimento dello Yoga. Jnana è già salvifica di per sé. Le conoscenze teoriche acquisite dallo studio dei libri sono però deprecate dai Nath come un fardello inutile, che porta a confusione piuttosto che a illuminazione.

La vera conoscenza non può essere ottenuto senza Yoga. La semplice conoscenza intellettuale non è sufficiente per la salvezza. Nel corso della storia diverse persone raggiunsero la conoscenza direttamente, senza la necessità di praticare Yoga. A titolo di esempio i nomi di Jaigisavya, Asita, Janaka, Tuladhara, Dharmavyadha, Pailavakh, Maitreyi, Sulabha, Saragi e Sandili, solo per citarne alcuni tra i molti che potrebbero essere essere menzionati. Ma si risponde che in questi casi la pratica dello Yoga è stata compiuta in una vita precedente. I Siddha affermano anche che un uomo che ha ottenuto la conoscenza, ma non le Siddhi, sarà tenuto a sottomettersi all’insegnamento santificante di un Siddha, e nel corso del tempo, attraverso la sua Grazia, ricevere l’iniziazione ai misteri dello Yoga (cf Yogabija 159-60). Questo è assolutamente necessario per la realizzazione della Moksa.

Nessuno, se non un vero Yogi può elevarsi al di sopra delle imitazioni imposte dal corpo. Fino a quando queste limitazioni persistono, implicando non solo le passioni, ma anche la dipendenza dagli elementi della natura, non è possibile la stabilità della mente e la conseguente illuminazione. L’organismo fisico, allo stato grezzo, è considerato la fonte di ogni male. È influenzato dall’azione dei cinque elementi, è afflitto da caldo e freddo, ed è soggetto a decadimento e morte. Questa corruttibilità del corpo fisico, gli Yogi affermano, può essere superata solo con lo Yoga.

Il corpo umano, come è comunemente noto a tutti noi, con i suoi difetti e corruzioni, è descritto come “immaturo” (apakka). E’ pervaso da tutte le caratteristiche della materia fisica. Il contatto con tale corpo genera inevitabilmente l’esperienza del dolore e della velatura dei poteri spirituali. Per un uomo comune, pertanto, diventa praticamente impossibile sottomettere i sensi e le passioni, anche esercitando il più austero autocontrollo. L’effetto degli elementi della natura si fa sentire, nonostante i suoi sforzi, come un disturbo della mente. Un tale uomo è schiavo delle circostanze. Il cosiddetto Jnana non è in grado di eliminare questi difetti che sono accessori del corpo fisico denso. Il corpo come tale richiede quindi di essere purificato e resi maturo (pakka) mediante lo Yoga.

La dottrina dell’immortalità fisica, che è un corollario immediato della purificazione fisica di cui sopra, ha un posto speciale nel sistema dei Nath. Se i difetti che ammorbano l’organismo denso possono in qualche modo essere eliminati da esso, il corpo naturalmente diventerà immune dalla malattia, dal decadimento e della morte e da tutti i mali della materia fisica. Sarà libero dal peso e in grado di muoversi nello spazio con la velocità del pensiero, assumendo le forme che desidera e moltiplicandosi in qualsiasi numero. Potrà attraversare una parete solida, entrare in una pietra, non essere bagnato dall’acqua, bruciata dal fuoco o colpito dal vento, e saprà rendersi invisibile come spazio puro. Sarà in grado di espandersi e contrarsi e sarà dotato di tutti i poteri conseguenti alla conquista dei cinque elementi (bhUtajaya). Un corpo come questo si dice che sia raro anche tra gli dei. E’ purissimo – più puro dell’Akasa stesso. Siddha Kaya, Divya Deha, Yoga Deha, ecc non sono che nomi di questo Corpo, e il processo di questa trasformazione si può chiamare Dehavedha, Pindasthainhya, Pinda Dharana, ecc

Si può osservare a questo proposito che il possesso di un corpo immortale di questo tipo è stato idealizzato come desideratum dai mistici di tutti i tempi e in tutti i paesi. Nella letteratura connessa con Hatha Yoga, Rasayana (Alchimia), Tantra, ecc troviamo ripetuti riferimenti a tale organismo. Si dice che come un metallo di base può essere trasmutato in oro (lohavedha), allo stesso modo un corpo naturale può essere spiritualizzato (dehavedha). Gli alchimisti del tempo antico aveva un proprio metodo di trasmutazione in cui il mercurio, mica, zolfo, ecc svolgevano un ruolo importante. Hanno chiamato questo corpo con il nome di “Rasamayi Tanu” e “Hara Gauri Srstija Tanu,” perché è ottenuto attraverso l’azione di Rasa o Mercurio – il seme di Hara (Harasrsti) da un lato e Mica – il seme di Gauri (Gaurisrsti) dall’altro.

Ciò che gli alchimisti intendevano realizzare per mezzo del Mercurio, gli Yogi lo hanno tentato attraverso la disciplina del Vayu. Nagarjuna, il grande Maestro Mahayana, si dice che sia stato un grande alchimista dotato di poteri meravigliosi. Era anche un tantrico e Yogi di rara perfezione, I Nath sembrano collegarsi a Nagarjuna e ai suoi insegnamenti. Ci sono evidenze per dimostrare che se i Nath erano maestri del cammino yogico, erano ugualmente padroni della tradizione alchemica.

Sia l’Hatha Yoga che i processi alchemici rendono il corpo immortale, puro e libero. Ma occorre fare un passo oltre questo obiettivo, per non esserne limitati, e conseguire la cessazione dell’attività mente. Jivanmukti, in questo contesto, è lo stato in cui la Mente e Vayu continuano a rimanere stabili nel Ajna Chakra, illuminato dal bianco splendore della Luce Universale del superiore Sahasrara. Questo stato si protrae per un lungo periodo di tempo – per innumerevoli eoni, eventualmente – durante il quale la concentrazione ininterrotta tende a portare la mente gradualmente a fondersi nell’Infinito.

Tratto da: http://www.shivashakti.com/aspects.htm

Traduzione di Beatrice Udai Nath Polidori

 

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