Il tempo del Risveglio: Dioniso.

Februare. [Elemire Zolla, Discesa all’Ade e resurrezione]

Senza l’Essere l’ente non sussiste: infatti ne promana e ne fa parte. Ma l’essere non si restringe a spazione e tempo. Senza lo spazio non spaziale del luogo efficiente, suscitatore, dove si figura il punto, non nasce la geometria del mondo in divenire. Come designare questa fonte eterna? In latino proporrei “februare”, che Semeraro fa derivare dall’accadico “haburu”, germoglio, dal dio agrario Ha-ab-bu-ru; Servio informa che “februm” era un tratto di pelle lupesca, salata,; nelle cerimonie februanti si celebrava il dio dell’impulso primaverile, Lupercus, e i luperci erano giovani coribanteschi che animavano, flagellandole, le donne, con fruste di pelle lupesca, i “febri”. Le potenze generatrici « non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte insieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione» diceva l’osservatore platonico alla conclusione del mondo antico, Salustio (Sugli dèi e il mondo, IV,8). […]
Verde è il “februare” delle valli prative e delle fronde boscherecce, la loro trasformazione clorofillica:nodo in cui si avvolgono e compongono esaltandosi tutte le forze favorevoli alla vita vegetale sulla terra; simbolo dunque dell’eterna genesi,dell’essere che forma gli enti.
Nelle lingue antiche l’accadico poteva dare origine a metafore del genere con “di’u”, cripta o cella o divinità che vi stanzia,prossimo a “dis’u”, primavera. Potè derivarne il greco “diò”, la prima parte di Diò-nysos[…].

Il Risveglio di Dioniso. [Karl Kerenyi, Dioniso]

Nel primo anno della “trieteris” il culto dei tre mesi invernali raggiungeva il suo apice e il suo scopo con il segreto “atto del risveglio”, forse già nel mese di Bysios [febbraio-marzo] o immediatamente prima. Tramandate sono soltanto l’esatta descrizione dell’azione (ossia che le Tiadi si occupavano del risveglio), la natura del piccolo contenitore dove giaceva colui che doveva essere ridestato (un vaglio per cereali, “lìknon”, da cui la denominazione “Liknìtes”) e la contemporaneità con un’altra azione sacra. Questo è esattamente tutto ciò che a Plutarco è lecito dire alla sua amica Clea, che in quel tempo era a capo delle delle Tiadi a Delfi e contemporaneamente era un’iniziata ai misteri di Osiride. Egli glielo dice per attirare la sua attenzione sulla concordanza di entrambi i misteri: in entrambi i casi un risveglio, ma anche uno stato precedente al risveglio, che è il giacere nella tomba. L’azione simultanea veniva compiuta in segreto nel tempio apollineo degli hosioi, i depositari particolrmente consacrati delle tradizioni delfiche, proprio là dove erano stati conservati i resti di Dioniso smembrato. A ciò si riferiva la duplice azione che aveva luogo nel tempio e nel luogo dove avveniva il risveglio dal liknon.
[…] Il «come» rimase un segreto: nessuna fonte ci dà notizia circa lo svolgimento della cerimonia attorno al liknon e al suo contenuto. E’ stato possibile supporre che nella grotta [il Korykion antron, grotta stalattitica sul monte Parnaso -ndr] venisse celebrata una cerimonia più antica, con il medesimo significato: originariamente il dio, che altri non era se non la vita indistruttibile, cominciava a muoversi. Colui che giaceva nel liknon veniva trattato dalle donne come un bambino al suo risveglio. Di lui si parlava in modo tale che tutti dovevano pensare a un bambino:in una narrazione mitologica, a una fanciullo divino accudito dalle sue nutrici divine, ma nel caso del personaggio che portava il nome cultuale di Liknites, il riferimento era soltanto a Dioniso.
Invece il «che cosa» era anche qui, come in tutti i misteri più arcaici dell’antichità, un «sacro segreto palese». Non soltanto dall’epoca in cui esistono rappresentazioni del ventilabro con fallo, quest’ultimo veniva posto nel liknon; esso stava già lì, quale membro troncato del dio indistruttibile, da quando la sua resurrezione veniva ottenuta per mezzo di occulte azioni simboliche, le cerimonie del liknon.

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