Ahimsa, non violenza, e gli altri grandi principi dello Yoga

«Quindi la divinità, essendo buona, non sarà la causa di tutto, come dice la gente, ma sarà responsabile di poche vicende umane, non di molte, perché i beni che noi possediamo sono molto minori dei mali; e mentre la causa dei beni non va ricondotta ad altri che alla divinità, per i mali si deve ricercare una causa diversa». Platone, La Repubblica

C’è un ordine deliberato nelle cinque parti o arti della pratica dello yama (autocontrollo). Ahimsa (non-violenza) è la prima, perché l’uomo deve rimuovere la sua natura brutale per prima. Per prima cosa deve diventare non violento, e deve sviluppare amore per tutti gli esseri. Solo allora sarà idoneo per la pratica dello yoga. Poi viene Satyam, veridicità. Perché l’intero fenomeno di maya (illusione) è Asat, irreale, l’aspirante deve esserne consapevole. Egli dovrebbe ricordare sempre la verità, Brahman. Poi viene asteya, non rubare. Poiché per sviluppare la coscienza morale, si deve discernere il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia, e si deve sapere che tutti gli esseri sono uno solo.

Brahmacarya è un attributo divino. L’aspirante diventi un essere superiore con la pratica di brahmacarya o celibato. Il quinto è aparigraha. Lo studente yoga si liberi da attrazione, voglie, desideri superflui, lussi, impulso di possedere e godere. Allora il suo cuore diventerà davvero grande.

Yama è “fare voto”. Niyama è “osservanza religiosa”. Yama non è una regola di buone maniere , di società e cortesia, è attenersi a ideali e principi, è lo sviluppo di tratti divini in grado di trasformare la natura umana in natura divina; annientare desideri, le voglie, le cattive qualità, sradicare l’istinto brutale e la natura inferiore; rimuovere asprezza, violenza, crudeltà e cupidigia, riempire il cuore di amore cosmico, di bontà, di misericordia, purezza e luce divina. E’ il fondamento della vita divina o yoga, su cui la casa del samadhi è costruita. E’ la pietra angolare dello yoga, su cui è costruito l’edificio della super-coscienza.

Niyama è canone o osservanza religiosa. Si compone di cinque arti, cioè, sauca, santosa, tapas, svadhyaya e Isvara pranidhana. Sauca è la purezza, interna ed esterna. Santosa è appagamento. Tapas è l’austerità o il controllo dei sensi o la meditazione. Svadhyaya è lo studio delle Scritture. Significa anche canto dei mantra (nome di Dio) o ricerca. Isvara pranidhana è dedizione al Signore. E’ la consacrazione del proprio lavoro come offerta al Signore.

C’è un rapporto intimo tra yama e niyama. La purezza interna è fondata nel brahmacarya. La contentezza induce a non rubare o danneggiare gli altri o dire bugie. Sarà facile quindi praticare aparigraha.

Ahimsa (non-violenza) è uno dei più importanti voti per una buona vita. E’ dovere supremo dell’uomo – ahimsa paramo dharmah – così dichiara Scrittura. Per la rigenerazione e la divinizzazione dell’uomo, il primo passo è quello di eliminare la natura bestiale. Il tratto predominante nelle bestie è la crudeltà, quindi i saggi hanno prescritto l’ahimsa. Questo è il metodo più efficace per contrastare e sradicare completamente la brutale, crudele natura nell’uomo.

Ahimsa non è solo non uccidere, come alcuni pensano. Ahimsa è perfetta innocuità e amore positivo. E’ astenersi anche dal minimo pensiero di arrecare danno a un altro essere vivente – mentalmente, verbalmente o con i fatti. Non ci sono scuse né eccezioni alla regola. Parole dure ai mendicanti, ai servi o agli inferiori sono himsa (crudeltà). Non alleviare il dolore o i problemi di un altro è himsa negativo. Approvare le azioni violente di altri è contrario all’ahimsa. Si eviti rigorosamente ogni forma di durezza, diretta o indiretta, positiva o negativa, immediata o differita. Chi pratica ahimsa nella sua forma più pura, o Saumya, diventa divino. Ahimsa e divinità sono la stessa cosa. [S. Sivananda]

I risultati della perfezione (siddhi) in yama e niyama.

Shankara dichiara felicemente: “Il successo nello yoga è determinato dal solo risultato osservabile con la percezione diretta.” Come il Dr. Bronner diceva: “Si giudichi solo dai risultati sorprendenti”.
Patanjali elenca le siddhi, o poteri psichici o effetti, che discendono dalla perfetta osservanza di yama e niyama. Se yama e niyama si associano con i poteri innati dell’essere umano, oppure con l’astinenza e il rispetto che si sviluppano con l’esercizio, automaticamente si osserveranno gli effetti dei progressi e della maggiore competenza acquisita.
Prima di considerare le siddhi specifiche derivanti dalla perfezione in yama e niyama, va spiegato che la perfezione in queste virtù significa che l’ignoranza che normalmente si oppone ad esse, fatta di violenza, menzogna e furto, è stata completamente eliminata dallo yogi, e anche che la sua ricomparsa nel pensiero, nella parola o nel comportamento è diventata assolutamente impossibile. Quindi la perfezione (siddhi) in yama e niyama non è una questione di azione o inazione ma di uno stato di coscienza perfezionato.

Sutra 02:35. Di fronte a colui che è fermamente stabilito nella non-violenza [ahimsa] spontaneamente tutti abbandonano l’ostilità e la violenza.

La natura desiderabile di questa siddhi è evidente. Ovunque uno yogi perfetto nell’ahimsa si trovi, non può sorgere nessuna ostilità, e se è già presente in qualche forma, alla comparsa dello yogi cesserà spontaneamente. La perfezione nell’ahimsa è la realizzazione vivente della preghiera di San Francesco, ed è veramente uno strumento di pace divina. Questo è lo stato vero di Buddha alla cui presenza i sicari e persino un elefante si fecero pacifici e incapaci di nuocere. “Questo succede con tutti gli esseri viventi”, dice Vyasa.
Molte volte è stato osservato che in presenza di saggi perfetti, gli animali selvatici diventano docili, anche amichevoli, non solo verso gli esseri umani ma anche verso i loro nemici abituali e le prede. “In presenza di colui che segue l’ahimsa, anche nemici naturali come il serpente e la mangusta rinunciarno al loro antagonismo”, dice Shankara. Molti esseri umani dall’indole violenta sono diventati pacifici e gentili dopo il contatto con un santo che fosse perfettamente realizzato nell’ahimsa.

Sutra 02:36. Chi è radicate nella veridicità [satya] vede il risultato dell’azione nell’azione (dello Yogi) stessa.

Fortunatamente abbiamo un paio di commenti autorevoli per chiarire questo passaggio. Tutti sono unanimi nel dire che quando lo yogin è fermamente stabilito nella verità in tutti i suoi aspetti, allora qualunque cosa egli dica o voglia accade senza che sia necessario alcun intervento attivo.
Come Vyasa spiega: “Quando dice: ‘Sii giusto’ l’uomo a cui si rivolge diventa giusto, se dice: ‘Devi raggiungere il cielo,’ quello raggiunge il cielo. La sua parola è infallibile.” “Quando la verità è stabile in lui, gli eventi confermano le sue parole”, aggiunge Shankara. Yogananda dà un esempio di questo nel primo capitolo della sua autobiografia.
Con la potenza della sua parola Sri Ramakrishna fece sbocciare i fiori di ibisco di due colori diversi sulla stessa pianta. Alla fine della sua vita terrena, chiunque avesse sentito parlare Sri Ramakrishna di risveglio spirituale diventava spiritualmente risvegliato.

Sutra 02:37. Radicato stabilmente nel non rubare [asteya], ogni ricchezza si offre a lui.

Un’altra traduzione della seconda metà del sutra può essere: “Tutti gli oggetti preziosi si presentano a lui”. Tutti i tesori della terra non solo sono disponibili a chi ha perfezionato l’asteya, ma attivamente lo cercano. Ma uno così perfetto non desidera o cerca loro. Se lo facesse, non si offrirebbero a lui. Cose preziose possono essere offerte da altri a coloro che sono perfezionati nell’asteya, o semplicemente apparire dalle mani della Provvidenza divina.
Uno Shankaracharya dello Joshi Matt, Jagadguru Brahmananda Saraswati, impediva a chiunque di donare soldi a lui o al monastero, le cui spese erano però ingenti. Eppure, una scatola era sempre piena di denaro che bastavano per tutte le esigenze del monastero. Yogananda aveva una piccola scatola con una fessura nella parte superiore dove metteva o toglieva soldi senza contare o mantenere il conto. Eppure era sempre piena.
Sri Brahma Chaitanya, un santo Maharashtra vissuto nel ventesimo secolo, era noto per essere privo di risorse e aver vissuto nella frugalità radicale. Una volta fece un pellegrinaggio a Benares, dove donò una quantità enorme di denaro ai poveri e ai monaci. Mentre era seduto su una stuoia, continuava a mettere la mano sotto di essa e ne scaturiva del denaro come da una fonte inesauribile. Paramhansa Nityananda letteralmente prelevava fortune in rupie dal suo abito per pagare progetti di cui era supervisore. Alcuni yogi possono facilmente arrivare a levarsi in aria e far cadere tutto ciò che desiderano.

Sutra 2:38. Radicandosi nel brahmacharya, si acquisisce vigore [virya].

Virya non è normale forza fisica, ma un potere quasi soprannaturale che si manifesta come forza di corpo, mente e spirito. Quando attraverso il brahmacharya è mantenuta la potenza naturale del corpo dello yogi , si ha un meraviglioso cambiamento alchemico, dove si assiste all’aumento e alla trasmutazione delle sue energie ad un livello sconosciuto agli altri. Coloro che mantengono le loro energie corporee intatte possono realizzare tutto ciò che vogliono, come è stato dimostrato per migliaia di anni da celibi di tutte le terre e tradizioni spirituali.
Per quanto riguarda il possesso di brahmachari virya, Shankara dice: “Egli riesce a esprimere da se stesso grandi qualità illimitate. Ha energia invincibile per tutte le imprese volte al bene. Non può essere fermato da nessun ostacolo. ”
Su questo sutra chiosa Vyasa: “Dal raggiungimento del virya, si esprimono invincibili buone qualità. E quando è si perfezionati in esso, si diventa in grado di impartire le stesse conoscenze ai discepoli”.

Sutra 02:39. La non possessività, aparigraha, radicale permette la conoscenza del ‘come’ e del ‘perché’ dell’esistenza.

A questo proposito Vyasa dice: “‘Che cosa è questa nascita? Come si svolgerà? Che cosa [in questa vita e dopo la morte] saremo e in quali circostanze saremo? Qualsiasi desiderio di conoscenza sulla sua origine,  sulla vita successiva, e degli stati intermedi è spontaneamente esaudito.” Niente è più sconcertante per l’essere umano che la sua esistenza in questo mondo, soprattutto il come e il perché del suo essere, non importa quanto la filosofia mondana, i libri o gli  insegnanti possano tentare di rispondere alle domande previste da Vyasa.
Dal momento che lo yogi cerca di districarsi dai vincoli di nascita e morte, è imperativo per lui sapere il perché e il come dell’incarnazione umana in tutti i suoi aspetti. Non ha bisogno di altra teoria, benché plausibile e accattivante, ha bisogno di sapere. E’ una conoscenza autentica che deve provenire da dentro, quando tutti i blocchi di comunicazione con la coscienza più profonda vengono rimossi. Questa nascita è stata determinata esclusivamente da lui stesso, come spirito potenzialmente onnisciente e onnipotente. La perfezione data dal non possesso conferisce la visione necessaria. “Dal momento che non ha attaccamento ai beni esterni, l’illuminazione del campo di sé gli appare senza sforzo” spiega Shankara. [Commento alla Yoga Sutra di Patanjali, da Swami Nirmalananda Giri]

[Foto: la mano destra del Mahatma Gandhi]

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