Sita ripudiata e la stesura del Ramayana

Ramayana, Uttara Kanda: il canto finale.

Rama interpellava e ascoltava la gente comune di Ayodhya per capire che cosa i cittadini pensavano di lui. Si rivolse al suo amico Bhadra e chiese: “Dimmi Bhadra, che cosa dice la gente di me e di Sita e dei miei fratelli? I re sono sempre oggetto delle critiche della gente comune”. Bhadra giunse le mani e disse: “Sire, la gente parla solo bene di te. A volte si rievocano gli eventi degli anni passati, quando avete compiuto l’impresa impossibile, uccidendo il re dei demoni Ravana per salvare la principessa di Videha. Le vostre gesta sono raccontate con grande entusiasmo da tutti”-  “Che altro si dice, Bhadra. Dimmi tutto. Perché giri la faccia ? C’è qualcosa che si dice che non dovrebbe essere riferito a me? Non avere paura. Voglio conoscere il bene e il male. Nessun re può permettersi di ignorare ciò che dice la gente di lui, quindi parla.” E a voce bassa, Bhadra aggiunse: “Hanno anche osservato che se le vostre imprese di guerra sono degne di plauso, il tuo comportamento nei confronti di tua moglie è vergognoso. Come poteva il re accettare una donna che era stata tra le braccia di Ravana e che aveva vissuto nel suo palazzo per tanti mesi? Come può la regina restare tale dopo tante umiliazioni? Dovremo ammettere tutti noi insulti simili e saremo costretti a perdonare ogni affronto. Come il re, i sudditi! Questo è ciò che dice la gente, nella sua ignoranza”.

Rama si vestì allora come una persona comune e vagava in Ayodhya per carpire i veri sentimenti dei suoi sudditi. Per caso Rama udì un uomo che rimproverava sua moglie, accusandola di essere stata a casa di un altro uomo. Nel corso della lite con la moglie, l’uomo citò negativamente l’indole di Sita Devi, e aggiunse “Credi che io sia Rama, per tollerare un simile comportamento? lui è il re e può fare ciò che vuole. Ma, per quanto mi riguarda, io non resterò con una moglie che è stata vista con un altro uomo”. Rama subito rientrò a palazzo, e temendo queste voci, decise di abbandonare Sita Devi. La fece condurre presso l’ashrama di Valmiki Muni. Sita, che era incinta, più tardi diede alla luce due gemelli di nome Lava e Kusa.

“Il mio dovere di re è chiaro. Il primo dovere di è un re è verso i suoi sudditi, e non verso se stesso. Sita mi è più cara che la vita stessa ma non ho altra scelta che abbandonarla per il bene del popolo.  Lakshman, portarla via sul carro con Sumantra, e lasciarla dall’altra parte del Gange vicino al fiume Tamasa, dove abbiamo soggiornato molto tempo fa. Proprio questa mattina mi ha chiesto di portarla là. Lascia che segua il suo desiderio. Lei non sospetta nulla “. Così parlò a Laksman, mentre si faceva cinereo in volto e rigido come una maschera: “Va, Lakshman! Lasciarla in un luogo appartato sulla riva del fiume Tamasa, nei pressi del santo Gange, vicino agli eremi, e torna immediatamente. Non cercare di parlare con lei. Non cercare di spiegare nulla. Lascia che pensi il peggio di me, altrimenti morirà di crepacuore. Non guardarmi. Chiunque obietti la mia decisione è ora mio acerrimo nemico. Vai e allontanarla da me, in questo stesso istante, Lakshman! Se io la vedo ancora una volta, sono condannato. Sarò in grado di rispettare il mio comando, ma se vedo il suo sguardo da cerbiatto, sarò perso e nemmeno tutta la calunnia nel mondo mi permetterà di lasciarla andare. Quindi vai ora vai, prima che il mio cuore mi tradisca.”.

Sita aveva già legato un piccolo fascio di doni per gli ashramiti e le loro mogli ed era pronta per andare quando Lakshman giunse. Senza guardarla, le disse con voce priva di emozioni, “Il re, tuo marito, mi ha comandato di soddisfare il tuo desiderio di visitare il Ganga e gli eremi dei saggi. Sei pronta a partire?” Sita felicemente lo seguì al carro che la attendeva, ignara e piena di allegria. Si voltò per un ultimo saluto alla città addormentata, non rendendosi conto che sarebbe stato, di fatto, il suo ultimo sguardo. Improvvisamente nel cuore sentì un dubbio. Ovunque vedeva cattivi presagi.  Con voce agitata, chiese, “O figlio di Sumitra! Dimmi, è in buona salute tuo fratello? Io non l’ho visto questa mattina. Dov’era questa notte? Temo che qualcosa di nefasto possa essere successo”, con voce soffocata Lakshman rispose, “Il re tuo marito sta bene. Voleva che tu trascorressi una notte tranquilla, perché dovevi partire di prima mattina. Mi ha detto di augurarti ogni bene. Più di questo non posso dire.” Nel pomeriggio giunsero sulle rive del fiume Gomati e si accamparono in uno degli ashram. Il mattino dopo raggiunsero le rive del fiume sacro. Lakshman non poteva contenere più il suo rimorso e scoppiò in lacrime come un bambino. “Mia nobile regina! Perdonami per quello che devo fare. Ram mi ha affidato il compito ignobile di abbandonarti qui. Meglio per me sarebbe morire che svolgere tale comando”. Così dicendo si prostrò davanti a lei.  Sita si piegò verso di lui e delicatamente lo sollevò, “Che cos’è successo Lakshman? Qual è la ragione della decisione improvvisa di mio marito?” Non poteva credere alle sue parole.

“Le voci sono ovunque, signora, ma Ram mi ha proibito di riferirti di cosa si tratta. Posso assicurarti che il suo cuore si è spezzato quando ha sentito delle accuse così vili contro di te. Ma lui è il re. Egli è Dharma incarnato, e dovere del re è sempre quello di salvaguardare gli interessi dei suoi sudditi. Perdonarlo e perdona anche me, O graziosa regina di Ayodhya. Possa questo sacro fiume esaudire tutti i tuoi desideri. Signora, ricorda, tu porti il seme della dinastia di lkshvaku nel tuo grembo. E’ tuo dovere di tutelarlo in ogni momento “. Lakshman aveva paura che nella sua agonia, Sita potesse fare del male a se stessa.
Sita sembrava un cervo spaventato, mente ascoltava le parole Lakshman, e poi disse: “Che peccato ho commesso, che senza nessuna colpa, mio marito mi debba ripudiare, due volte? Sicuramente io sono nata per il dolore. Il dolore solo sembra essere il mio compagno costante. Lasciando tutto, ho seguito mio marito nel bosco, abitato da animali selvatici e Rakshasa. Nessuna donna avrebbe fatto quello che ho fatto io, ma ora lui ha abbandonato me. Forse è stata colpa mia, se il rakshasa mi ha rapita? Quando i saggi mi chiederanno quale delitto ho commesso, che mio marito mi debba abbandonare, che cosa devo dire loro, O Lakshman? Che male ho fatto? non riesco nemmeno a prendere la decisione di finire la mia vita in questo fiume santo, perché sarei colpevole di rompere la linea nobile della razza di lkshvaku. Lakshman, non affliggerti. Lasciami qui e torna dal re, mio ​marito, e dirgli che sua moglie lo ama. Il marito è  dio di una donna e io l’ho sempre considerato come tale. Possa trovare fama eterna, seguendo il dharma di un re. Più importante della mia sofferenza è che il suo onore possa rimanere intatto. Mai Sita sia colpevole di portare disonore a Rama. Addio Lakshman. Sei stato più di un fratello per me. Ho profonda stima per te e nessun rancore”.

Lakshman cadde ai suoi piedi ancora una volta. Non poteva dire una parola. Lentamente raggiunse la barca e partì.  Si voltò a guardarla ancora una volta, e la vide stesa a terra, sul seno di sua madre, che piangeva come se le si spezzasse il cuore.

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Rama continuava a svolgere regolari sacrifici durante il suo regno su Ayodhya. A un tale sacrificio, circa quindici anni dopo, due ragazzi si presentarono durante il rito, mentre Rama era seduto nel suo asana. Valmiki aveva insegnato ai ragazzi l’intero poema del Ramayana e aveva reso la storia in uno ‘Swara’ molto suadente e melodioso. Valmiki, che accompagnava i due ragazzi, chiese il permesso a Rama di lasciare che i ragazzi recitassero la sua poesia. Rama acconsentì, e i ragazzi iniziarono in perfetta sincronia.

Ram era stupito e chiese loro: «Chi ha scritto questo poema e di quanti canti è composto?”
I ragazzi risposero: “Il venerabile saggio Valmiki è il compositore di questo splendido poema che racconta le gesta di Vostra Maestà. Ha ventiquattromila versi e sei kanda. Il settimo o l’Uttara Kanda è attualmente in corso di stesura. Con il vostro permesso reciteremo l’intero poema, durante le funzioni del sacrificio del cavallo “. “Così sia”, disse il re. Per molti giorni, Ram e i suoi fratelli, nonché l’assemblea dei saggi, dei re e delle scimmie sentirono tutta la storia di Ram. Tutti erano affascinati.
Sri Bhagavan Ramacandra era profondamente colpito dalla conoscenza profonda che i due ragazzi dimostravano di avere della sua storia. Notte dopo notte il poema continuava fino a quando non si concluse con l’abbandono di Sita all’ashrama di Valmiki. Rama  comprese allora che si trattava proprio dei suoi figli, che Sita aveva dato alla luce e istruito. Egli mandò a dire a Valmiki che ritornasse da lui con Sita, per garantire davanti a tutti la sua purezza e fedeltà. Se Sita era disposta a dare prova della sua innocenza, avrebbe potuto riprendere il suo posto legittimo al fianco del Signore. Così erano d’accordo e il giorno dopo Srimati Sitadevi era condotta davanti al Re.

Il giorno dopo, nobili e sudditi provenienti da tutto il regno e gli ospiti che erano stati invitati per il sacrificio erano riuniti nella foresta Naimisha per assistere alla scena finale del dramma della vita del loro re e della regina. In quella folla immobile di cittadini in attesa, Valmiki giunse con Sita. La sua testa era inclinata umilmente, le sue mani erano giunte in devozione, i suoi occhi erano pieni di lacrime, e il suo cuore con Rama. Alla vista di lei, vestita con gli abiti da anacoreta, così divinamente bella, ma così triste, la folla volubile esplose in un applauso spontaneo di benvenuto. Loro, che erano stati tanto ansiosi di mandarla via, ora erano altrettanto desiderosi di dimostarle sostegno.
Valmiki la condusse da Rama e disse: “Figlio di Dasaratha, ecco tua moglie, la sempre casta Sita. Il fuoco stesso si raffredda al suo avvicinarsi, perchè lei è più pura di Agni. Quindici anni fa, l’hai abbandonata davanti al mio ashram per il timore della pubblica opinione. Ma io ti dico in verità, lei è casta come Anasuya, la moglie di Atri. Anche se l’amavi e sapevi che lei era innocente, l’hai ripudiata per amore dei tuoi sudditi. Ma per tua richiesta, ora lei è qui per dimostrare la sua innocenza per la seconda volta “.
“Così sia”, disse Ram. “Con gli dei come testimoni, Sita ha dimostrato la sua innocenza una prima volta in Lanka, ma ancora la gente era irrequieta e sono stato costretto a cacciarla, per obbedire al mio dharma di re. Riconosco Lava e Kusha come miei figli e accetterò Sita come mia moglie, se lei dimostrerà ancora una volta la sua innocenza di fronte al popolo di Ayodhya come fece un tempo a Lanka “.

Sita rimase in silenzio, gli occhi abbassati al suolo, senza batter ciglio. Con le mani giunte, invocò: “Se Rama è sempre stato nel mio cuore, dunque che la mia Madre Terra (Bhumi) mi liberi. Se sono stata fedele solo a lui interamente, corpo, mente e anima, allora che mia madre Terra mi liberi. Se non ho amato altri che lui, dunque  che mia Madre Terra mi liberi: dunque apri le tue larghe braccia e accetta tua figlia, perché non può più sopportare di vivere. Il dolore solo è stata la mia ricompensa in vita e ora anelo di poter riposare tra le tue braccia. O madre! Portami nel tuo seno, come mi hai portato una volta, uscita dal tuo grembo, al campo di mio padre, Janaka “.
Mentre parlava, la terra rombava, scossa, e si aprì una voragine improvvisa, lì dove si trovava Sita. Srimati Bhumi Devi (la Madre Terra) comparve, seduta su un trono ornato di un incredibile rigoglio di fiori e di vegetazione, circondata dai ‘naga’ (i serpenti), e invitò Sita a prendere posto accanto a lei.
Sita, affidando i suoi figli a Valmiki, ascese al trono sostenuto dai ‘naga’ dagli occhi di fuoco e dal capo incoronato. Lì, la figlia seduta accanto alla madre, Bhumi e Sita scomparvero dalla vista. La terra si richiuse senza lasciare nemmeno un solco sulla superficie, come niente fosse mai accaduto.

Sripad Madhwacarya,Mahabharata Tatparaynirnaya 09-40:
La bella Sita Devi apparentemente è scomparsa nella terra, ma in realtà rimane sempre con il Signore Rama, proprio come i raggi del sole sono sempre con il sole.

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Risorse:

Ramayana su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Ramayana

Ramayana di Valmiki: http://www.valmikiramayan.net/

Ramayana di Valmiki, trad. Ralph T.H. Griffith: http://www.sacred-texts.com/hin/rama/index.htm

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