Le dieci Mahavidya, la grande teoria tantrica delle forme della saggezza

Shri Shiva disse: Tara Devi è l’aspetto azzurro, Bagala è l’incarnazione della tartaruga, Dhumavati è il cinghiale, Chinnamasta è Nrisimha, Bhuvaneshvari è Vamana, Matangi è la forma di Rama, Tripura è Jamadagni, Bhairavi è Balabhadra, Mahalakshmi è Buddha, e Durga è Kalki avatar. BhagavatÌ Kali è la forma Krishna.” [Todala Tantra, capitolo 10]

Durante uno dei loro numerosi giochi d’amore, Shiva e Parvati si trovarono ad affrontare un conflitto che sembrava minacciare per sempre la loro unione. Quello che era cominciato come uno scherzo stava diventando tragedia, e un furibondo Shiva minacciava di lasciare Parvati. Parvati non riusciava ad aggiustare le cose, nemmeno ricorrendo a tutte le sue arti. Trovandosi senza scelta, Parvati si moltiplicò in dieci forme differenti, una per ciascuna delle dieci direzioni. Così per quanto Shiva cercasse di fuggire, trovava in ogni direzione una guardiana a bloccargli le vie di fuga.

Ciascuna delle forme manifestate dalla Devi fece realizzare a Shiva verità essenziali e intorno alla natura eterna del loro amore, stabilendo per sempre nei canoni del pensiero indiano la superiorità della Dea sulla sua controparte maschile. Non che Shiva fu sminuito da questa consapevolezza, piuttosto: spiritualmente risvegliato. Questo è vero tanto per il Signore degli Dei, come per noi comuni mortali. Convenientemente esse sono indicate come la Grande Dea della Saggezza, conosciute in Sanscrito come le Mahavidya (Maha – grande; vidya – conoscenza). Infatti nel processo di apprendimento spirituale, la Dea è la musa che guida e ci ispira. Lei è la sacerdotessa che ci dispiega la verità interiore.

Lo spettro di queste dieci Dee copre l’intera gamma delle divinità femminili, che espone la dea terribile, fino alla meravigliosamente bella.

1) Kali The – l’Eterna Notte
2) Tara – la Dea Compassionevole
3) Shodashi – la Dea Sedicenne
4) Bhuvaneshvari – la Signora del Mondo
5) Chinnamasta – la Dea dalla testa mozzata
6) Bhairavi – la Dea della Decadenza
7) Dhumawati – la Dea Vedova
8) Bagalamukhi – la Dea che afferra la lingua
9) Matangi – la Dea impura
10) Kamala – l’Ultima

§§§

Kali – l’Eterna Notte

Kali è indicata come la prima tra le Mahavidya. Nera come la notte, ha un aspetto terribile e orribile.

Nel Rig-Veda c’è un ‘Inno alla Notte’ (Ratri sukta), che dice che ci sono due tipi di notti. Quella vissuta dagli esseri mortali e l’altra dagli esseri divini. Nel primo caso tutte le attività effimere si fermano, mentre nel secondo anche l’attività divina giunge al riposo. Questa notte assoluta è la notte della distruzione, il potere di kala. La parola kala indica il tempo, in sanscrito. Il nome di Kali è derivato da questa, come dalla parola sanscrita per nero. Ella è dunque la notte senza tempo, sia per i mortali che per gli esseri divini. Di notte tutti i viventi si rifugiano nella sua beatitudine, come uccelli nei loro nidi. Gli abitanti dei villaggi, le mucche e i cavalli, gli uccelli del cielo, gli uomini che viaggiano per affari, gli sciacalli e le bestie selvatiche, tutti con il favore della notte e con gioia si rifugiano in lei, perché a tutti gli esseri sviati dal cammino del giorno lei porta calma e felicità, proprio come una madre. La parola Ratri (notte) è derivato dalla radice ra, “dare”, e si intende “il datore” di felicità, di pace, di beatitudine.

Tara – la Dea Compassionevole

Le similitudini tra Kali e Tara sono palesi e indiscutibili. Entrambe sono assise su una figura maschile in posizione supina, spesso riconoscibile come Shiva, a volte raffigurato come un un cadavere [Shava]. Entrambe indossano abiti succinti o sono nude. Entrambe indossano una collana di teste mozzate di fresco e una cintura di mani umane. Entrambe hanno una lingua penzolante, rossa come il sangue delle loro vittime. Le loro apparizioni sono così simili che è facile scambiare l’una per l’altra. La tradizione orale riporta una storia misteriosa sulla la dea Tara. La leggenda inizia con la zangolatura dell’oceano. Shiva bevve il veleno prodotto dalla zangolatura dell’oceano, salvando così il mondo dalla distruzione, ma cadde sotto il suo effetto potente. Tara apparve a Shiva e lo accolse in grembo. Dolcemente gli offrì il latte dal suo seno per contrastare il veleno, fino a riportarlo alla coscienza. Questo mito ricorda quello in cui Shiva ferma la furia Kali, diventando un bambino. Vedendo il bambino, l’istinto materno di Kali prende il sopravvento, e lei diventa pacifica e accudisce il neonato Shiva. In entrambi i casi, Shiva assume la posizione di un bambino nei confronti della Dea. In altre parole, la Dea Madre è tale anche per il Signore degli Dei.

Il tratto distintivo nell’iconografia di Tara è la forbice che tiene in una delle sue quattro mani. Le forbici si riferiscono alla sua capacità di tagliare tutti gli attaccamenti. Letteralmente ‘tara’ significa stella. Di Tara è detto di essere la stella guida della nostra aspirazione, la musa del percorso creativo. Queste qualità sono una manifestazione della sua compassione. La tradizione buddista ha elevato al massimo le qualità di questa Dea, venerata in Tibet come incarnazione principale di compassione.

Shodashi – la Dea Sedicenne

Shodashi o Tripura-Sundari si dice sia nata per salvare gli dei da un demone potente e iroso. Il racconto inizia quando Shiva annichilì Kama, il dio dell’amore, che aveva cercato di distrarre Shiva dalla sua ascesi. Uno dei seguaci di Shiva stava pulendo le ceneri di Kama , quando da esse sì formò l’immagine di un uomo. L’uomo persuase Shiva ad insegnargli un mantra potente. Con la potenza di questo mantra, si poteva acquisire la metà della potenza del proprio avversario. Ma poiché era stato generato dalle ceneri della collera di Shiva, si rivelò presto un demone feroce. Inebriato dalla sua nuova potenza, incominciò a scatenarsi contro il regno degli dei. Dopo aver subito la sconfitta e l’umiliazione, gli dei vollero propiziare la Dea Tripura-Sundari per ottenere il suo aiuto. La Dea si manifestò e accettò di aiutarli. Prese il comando del campo di battaglia e assestò personalmente un colpo devastante sul potente demone, salvando così la città celeste.

Iconograficamente questa Dea è raffigurata seduta su un loto che poggia sul corpo supino di Shiva, che a sua volta si trova su un trono le cui gambe sono gli dèi Brahma, Vishnu, Shiva, e Rudra. E’ quindi una rappresentazione diretta e incisiva della Dea, che domina le divinità maschili del pantheon induista, secondo una posizione centrale dell’ideologia Mahavidya. Lei è il salvatore di tutti, il Rifugio Supremo.

Tiene in mano arco e frecce. L’arco è fatto di canna da zucchero, simbolo di dolcezza. I suoi dardi sono impregnati di dolcezza. Uno dei suoi epiteti è ‘Tripura-Sundari,’ che significa ‘colei che è bella nei tre regni.’ Un altro suo nome, ‘Lalita’, implica morbidezza. Queste due caratteristiche si ritrovano nelle immagini che la ritraggono come meravigliosamente bella e di splendore insuperabile.

‘Shodashi’ La parola significa letteralmente sedici, in sanscrito. E’ raffigurata come una dolce ragazza di sedici anni. Nella vita umana sedici anni rappresentano l’età della perfezione compiuta, così come sedici giorni costituiscono il ciclo lunare completato dalla luna nuova alla luna piena. La luna piena è la luna di sedici giorni. Questa ragazza di sedici anni regna su tutto ciò che è perfetto, completo, bello.

Una volta Shiva chiamava schezosamente Kali “Kali, Kali” (“Nera, Nera”), alla presenza di alcune dame celesti. Ed essa credette che volesse offenderla per la sua carnagione scura. Dunque, lasciato Shiva, decise di liberarsi della sua oscurità, attraverso l’ascesi. Ma il saggio Narada, vedendo Shiva rimasto solo, chiese dove fosse la moglie. Shiva si lamentò che lei lo aveva abbandonato e scomparve. Con i suoi poteri yogici Narada scoprì che Kali viveva a nord del Monte Sumeru e vi si recò per convincerla a tornare da Shiva. Per convincerla le disse che Shiva pensava di sposare un’altra dea e che lei doveva impedirglielo. Ormai Kali si era liberata della sua carnagione scura, ma ancora non lo sapeva. E quando fu finalmente in presenza di Shiva, vide un riflesso di se stessa con una carnagione chiara nel cuore di Shiva. Credendo che questa fosse un’altra dea, ne fu gelosa e arrabbiata. Shiva le consigliò allora di guardare con più attenzione, con l’occhio della conoscenza, che quello che vedeva nel suo cuore era lei stessa. La storia si conclude con Shiva che dice alla trasformata Kali: “poiché hai assunto una forma molto bella, bella nei tre mondi, il tuo nome sarà Tripura-Sundari. Avrai sempre sedici anni e sarai chiamata con il nome Shodashi. ”

Bhuvaneshvari – la Signora del Mondo

‘Prima di tutto esisteva il sole che apparve nel cielo. I rishi (saggi) offrirono a lui il soma, la pianta sacra, affinché il mondo fosse creato. A quel tempo regnava Shodashi, la Shakti con cui il Sole ha creato i tre mondi. Dopo che il mondo fu creato, la dea assunse una forma appropriata per il mondo manifesto.’

Con questa leggenda si tramanda la figura di Bhuvaneshvari, letteralmente ‘Signora del mondo.’ Bhuvaneshvari rimane pertanto immanifesta fino alla creazione del mondo. E’ collegata soprattutto con l’aspetto visibile e materiale del mondo creato. Più di ogni altra Mahavidya, con l’eccezione di Kamala (di cui in seguito), Bhuvaneshvari è associata e identificata con la creazione e l’energia. Lei incarna la dinamica caratteristica e le parti che compongono il mondo e che prestano alla creazione il suo carattere distintivo. Lei prende parte alla creazione e la pervade nella continuità.

Bhuvaneshvari Mahavidya è citata spesso. E’ descritta dal bel viso luminoso, incorniciato da capelli fluenti dal colore delle api nere. I suoi occhi sono grandi, le sue labbra carnose e rosse, il naso delicato. I suoi seni sodi sono colorati di pasta di sandalo e zafferano. La sua vita è sottile, e le cosce, i glutei, e l’ombelico sono belli. La gola bella è decorata di gioielli, e le sue braccia sono fatte per abbracciare.

La sua bellezza e l’attrattiva possono essere intese come affermazione del mondo fisico. Nel pensiero tantrico non è ammesso denigrare il mondo o ritenerlo meramente illusorio, così come invece avviene in alcuni percorsi astratti del pensiero indiano. Ciò è dato dalla convinzione che il mondo fisico, i ritmi della creazione, mantenimento e distruzione, anche i desideri e le sofferenze della condizione umana non siano altro che il gioco di Bhuvaneshvari, il suo magnifico, gioioso divertimento.

Chinnamasta – la Dea dalla testa mozzata

Un giorno, Parvati faceva il bagno nel fiume Mandakini con le sue ancelle Jaya e Vijaya. Dopo il bagno il colore della grande dea era diventato nero per l’eccitazione. Ma le sue ancelle le dissero: “Dacci qualcosa da mangiare. Siamo affamate”. Lei rispose: “Vi darò cibo, ma ora attendete.” Dopo un po’, riformularono la richiesta. Lei rispose: “Aspettate, sto pensando ad altre questioni”. Attesero ancora, poi incominciarono a implorare, “Tu sei la madre dell’universo. Un bambino chiede tutto alla madre. La madre dà ai suoi figli non solo cibo, ma anche vestiti per il corpo. Tu sei conosciuta per la tua misericordia, e noi ti preghiamo di darci cibo “. Sentendo questo, la consorte di Shiva disse loro che avrebbe dato qualsiasi cosa quando fossero giunte a casa. Ma ancora una volta le ancelle domandarono: “Siamo torturate dalla fame, o Madre dell’Universo. Fai che possiamo essere sfamate, o Misericordiosa, tu che accordi ogni bene, che esaudisci ogni desiderio.”

Chinnamasta rispose: Questa affermazione è vera! Quindi la dea misericordiosa sorrise e in un attimo tagliò la propria testa. La testa mozzata le cadde sul palmo della mano sinistra. Tre flussi di sangue fuoriuscirono dalla gola, da sinistra e da destra caddero rispettivamente in bocca alle sue ancelle e quello centrale cadde nella sua bocca.

Dopo aver compiuto questo atto, Parvati divenne nota come Chinnamasta.Nell’iconografia, Chinnamasta è mostrata in piedi sulla coppia di Kamadeva e Rati, con Rati sopra. Essi sono sdraiati su un loto, impegnati nell’amore. Ci sono due diverse interpretazioni di questa iconografia: come un simbolo di controllo del desiderio sessuale, o come simbolo di incarnazione dell’energia sessuale.

L’interpretazione più comune è quella che vede la Dea dominare e vincere su Kamadeva e Rati, cioè il desiderio sessuale e l’atto. Per questa scuola di pensiero l’immagine significa autocontrollo, che si ritiene essere il segno distintivo di uno Yogi compiuto.

Una interpretazione del tutto diversa afferma che la presenza della coppia di amanti è propriamente un simbolo della Dea, personificazione dell’energia sessuale. Proprio come un sedile di loto si ritiene indichi buon auspicio e purezza per la divinità che vi è assisa, così Kamadeva e Rati offrono alla Dea in piedi su di loro il potere e l’energia generata dal loro amore. Zampillante in tutto il corpo, questa energia scaturisce fuori dal busto senza testa per nutrire i devoti e anche per rigenerare se stessa. Significativamente qui la coppia amorosa non si contrappone alla dea, ma è una parte integrante del flusso ritmico di energia che compone l’icona Chinnamasta.

L’immagine di Chinnamasta è dunque una composizione, che rappresenta la realtà come un sistema di sesso, morte, creazione, distruzione e rigenerazione. E’ rappresentazione del fatto che la vita, il sesso e la morte sono parti complementari e integrate del grande schema unificato che compone l’universo manifesto. I forti contrasti in questo scenario iconografico – la decapitazione raccapricciante, la coppia di amanti, il bere del sangue fresco, tutte disposte in un delicato disegno armonico – risvegliano nello spettatore consapevolezza della verità che la vita si nutre di morte e necessita di morte e che il destino ultimo del sesso è perpetuare la vita, che a sua volta giungerà al decadimento e a morire per nutrire altra vita. Come sono disposte nella maggior parte delle riproduzioni dell’icona, il loto e la coppia sembrano canalizzare una potente forze vitale nella Dea. La coppia godendo del sesso sembra trasmettere un insistente impulso vitale alla dea, convogliando energia. E in alto, come una fontana che zampilla, il sangue che sgorga dal collo reciso è la forza vitale che lascia il suo corpo, per fluire alla bocca dei devoti per nutrirli e sostenerli. Il ciclo è crudamente rappresentato: la vita (la coppia amorosa), la morte (la dea decapitata) e il nutrimento (le yogini ancelle che bevono il suo sangue).

Bhairavi – la Dea della Decadenza

Creazione e Distruzione sono due aspetti essenziali dell’universo, che è continuamente soggetto ai due ritmi alternati. I due sono ugualmente potenti nel mondo e in effetti dipendono l’uno dall’altro in maniera simbiotica. Bhairavi incarna il principio di distruzione che si impone durante il declino del corpo, nella decadenza, fino alla morte. E’ anche nelle abitudini autodistruttive, come mangiare cibo tamasico (il cibo di bassa qualità, materiale e spirituale) e bere alcolici, che distruggono il corpo e la mente. Lei è attiva, si dice, nella perdita di seme, che indebolisce i maschi. Rabbia, gelosia e altre emozioni egoiste sono azioni che permettono a Bhairavi di rafforzare la propria presenza nel mondo. Un comportamento giusto, al contrario, la indebolisce. In breve, lei è una Dea sempre presente che si manifesta e si incarna negli aspetti distruttivi del mondo. Distruzione, tuttavia, non è sempre un valore negativo, la creazione non può continuare senza di essa. Ciò è più evidente nel processo di alimentazione e nel metabolismo, in cui la vita si nutre di morte; si ottiene creazione per mezzo di energia trasformata, rilasciata nella distruzione.

Bhairavi è anche identificata con Kalaratri, un nome spesso associata a Kali che significa “notte nera (di distruzione)” e si riferisce ad un aspetto particolarmente distruttivo di Kali. E’ anche identificata con Mahapralaya, la dissoluzione universale al termine di un ciclo cosmico, durante il quale tutte le cose, dopo essersi consumate nel fuoco, si dissolveranno nelle acque informi della pro-creazione. Lei è la forza che volge verso la dissoluzione. Questa forza, inoltre, che è Bhairavi stessa, è presente in ogni persona come invecchiamento, indebolimento e infine trapasso. La distruzione è data ovunque, e quindi Bhairavi è presente ovunque.

Un commento al kalpasutra Parashurama dice che il nome Bhairavi è derivato dalle parole bharana (creare), Ramana (proteggere), e vamana (emettere o rigettare). Il commentatore, quindi, incica come discernere il significato profondo del nome Bhairavi attraverso l’identificazione di lei con le funzioni cosmiche di creazione, mantenimento e distruzione.

Dhumawati – la Dea Vedova

Dhumavati, la Vedova è brutta, incerta, adirata. La sua corporatura è alta e indossa vestiti sporchi. Ha le orecchie grandi, i denti e il naso sono lunghi e i seni cadenti. Ha l’aspetto di una vedova. Cavalca un carro decorato con l’emblema del corvo. I suoi occhi sono terribili, e le sue mani tremano. In una mano tiene un cesto da setaccio, e con l’altra mano fa il gesto di elargire doni, ma la sua natura è scortese. Sempre oppressa da fame e sete, appare quindi insoddisfatta. Le serve creare conflitti, e ha sempre un aspetto spaventoso.

La leggenda dietro origine Dhumawati dice che Sati, sposa di Shiva, un giorno era affamata e chiese qualcosa da mangiare. Quando Shiva rifiutò di darle il suo cibo, disse, “Bene, allora mi resta che mangiare te.” E inghiottì Shiva, rendendosi vedova. Lui riuscì a liberarsi, facendosi rigettare, ma una volta liberò la maledì, condannandola ad assumere la forma della vedova Dhumawati. Questo mito sottolinea il carattere distruttivo di Dhumawati. La sua fame è soddisfatta solo quando consuma anche Shiva, suo marito, che è il mondo intero. Ajit Mookerjee, commentando la sua fame e la sete perpetua, dice che lei è l’incarnazione dei “desideri insoddisfatti”. Il suo status di vedova uxoricida è curioso. Lei si manifesta divorando Shiva, un atto di affermazione di sé, e forse d’indipendenza.

Il corvo, che appare come emblema del suo carro, è un mangiatore di carogne e simbolo di morte. Anche di lei si dice a volte assomigli a un corvo. Il Prapancasarasara Samgraha, per esempio, dice che il suo naso e la gola hanno il profilo di quelli di un corvo.

Il setaccio in mano rappresenta la necessità di discernere l’essenza interiore dalla forma esteriore. L’abito che indossa è stato preso da un cadavere nel crematorio. E’ detta essere l’incarnazione del guna tamas, le qualità negative associate con lussuria e ignoranza. Si crede utilizzi il liquore e la carne, che sono entrambi sostanze tamasiche. Dhumawati è anche interpretata da alcuni studiosi del Tantra come «l ‘aspetto della realtà che è vecchio, brutto e poco attraente. Ciò è ulteriormente avvalorato dal fatto che essa è generalmente associata a tutto ciò che è nefasto e si crede abiti in zone desolate della terra, come deserti e case abbandonate; la si identifica nelle liti, nel lutto per i bambini, nella fame e nella sete, e più in particolare con le vedove.

Bagalamukhi – la Dea che afferra la lingua

La leggenda sulle origini della dea Bagalamukhi è la seguente: un demone di nome Madan intraprese un cammino di austerità e ottenne il dono della siddhi Vak, per cui ogni cosa detta si avvera, ma abusò di questo dono danneggiando persone innocenti. Preoccupati dell’accaduto, gli Dei si rivolsero a Bagalamukhi. Ella fermò il demone afferrando la sua lingua e mettendo fine alle sue parole. Prima di essere ucciso, il demone chiese di essere ricordato insieme a lei, e lei acconsentì, e per questo la raffigurazione li ritrae sempre insieme. La dea è quasi sempre rappresentata in atto, mentre solleva il bastone con cui sta per colpire il nemico, e con l’altra mano tira la lingua. In questo mito, fermando la lingua del demonio, la Dea esercita il suo peculiare potere sulla parola e il potere di congelare, stordire e paralizzare.

La trazione della lingua del demonio di Bagalamukhi è rilevante e significativa. La lingua, l’organo della parola e del gusto, è spesso considerata come entità menzognera, la cui attività è nascondere ciò che avviene nella mente. La Bibbia menziona spesso la lingua come organo di malizia, di vanità e di inganno. Il sacrificio della lingua del demonio è quindi simbolo della Dea che rimuove effettivamente l’organo propagatore dell’opera maligna.

Matangi – la Dea impura

Una volta Parvati, mentre sedeva sulle ginocchia di Shiva, chiese a Colui che esaudiva ogni suo desiderio che le concedesse di andare a visitare il padre. Avrebbe ottenuto il consenso a visitare suo padre, Himalaya, chiese? Shiva non fu felice di questo desiderio ma alla fine cedette, chiarendo però che se lei non fosse tornata in pochi giorni, sarebbe andato lui stesso a chiedere il suo ritorno. La madre di Parvati inviò una gru per trasportare Parvati alla sua casa. Ma siccome non ritornava, dopo alcuni giorni, Shiva si travestì da mercante di gioielli e si diresse a casa del suocero. Vendette ornamenti di conchiglie a Parvati e poi, volendo testare la sua fedeltà, le chiese di fare sesso con lui, come pagamento dei gioielli acquistati. Parvati ne fu indignata, ed era pronta a maledire il mercante, quando però la sua intuizione yogica le fece indovinare che il venditore era veramente suo marito, Shiva. Nascondendo la scoperta della sua vera identità, rispose: “Sì, va bene, sono d’accordo, ma non subito.”

Qualche tempo dopo, Parvati si travestì da cacciatrice e andò a casa di Shiva, dove questi si stava preparando alla preghiera della sera. Incominciò a danzare per lui, indossando abiti rossi. Il suo corpo era snello, gli occhi enormi, e i suoi seni abbondanti. Ammirandola, Shiva chiese: “Chi sei?” Lei rispose: “Io sono la figlia di un Chandala, venuta qui a fare penitenza.” Allora Shiva disse: “Io sono colui che dà frutti a coloro che fanno penitenza”. Dicendo questo, egli le prese la mano, la baciò, e incominciò a fare l’amore con lei. Mentre facevano l’amore, anche Shiva si era trasformato nelle sembianze di un Chandala. Fu allora che, trasformato, riconobbe quella donna come sua moglie Parvati. Dopo l’amore, Parvati chiese a Shiva una benedizione, che ottenne. La sua richiesta fu questa: “Come [Shiva] hai fatto l’amore con me sotto forma di una [donna Chandala] Chandalini, tale forma deve durare per sempre ed essere conosciuta come Uccishtha-matangini (oggi conosciuta come Matangi).”

La chiave di questa leggenda è la parola ‘Chandala’. I Chandala costituiscono gli strati inferiori della gerarchia delle caste. Associati alla morte e all’impurità, sono sempre sopravvissuti ai margini della società tradizionale. Dispregiativo in senso estremo, l’epiteto di chandala è diventata il peggior stigma sociale. Dunque, nella leggenda, facendosi passare per una Chandalini, Parvati assume l’identità di una persona di bassa casta, ed essendone innamorato, Shiva si abbandona fino ad identificarsi con lei. Entrambe le divinità consapevolmente e volontariamente si associano con il margine della società indù e alla sua cultura. L’identità Chandala diventa sacra, quindi, con la creazione della Dea Matangi. Questa Dea assumerà in sé l’idea della sozzura e del proibito.

Un altro mito collegato a Matangi rafforza questa convinzione. Una volta, Vishnu e Lakshmi andarono a visitare Shiva e Parvati. Fecero dono a Shiva e Parvati di cibi raffinati, ma alcuni pezzi caddero a terra. Da questi resti sorse una fanciulla, dall’aspetto gentile. Cortesemente chiese gli avanzi di cibo (uccishtha). Le quattro divinità offrirono a lei i loro avanzi come prasada (cibo benedetto). Shiva disse quindi alla bella fanciulla: “Coloro che ripeteranno il tuo mantra e che ti adoreranno, otterranno grandi frutti dalle proprie attività. Essi saranno in grado di controllare i nemici e ottenere tutti i beni desiderati.”. Da allora in poi questa fanciulla divenne nota come Uccishtha-matangini. Lei è la dispensatrice di tutti i doni.

Questa leggenda sottolinea l’associazione Matangi con gli avanzi di cibo, che normalmente sono considerati impuri. Infatti, lei stessa nasce o emerge dagli scarti caduti dal banchetto di Shiva e Parvati. E la prima cosa che chiede è di potersi nutrire con gli avanzi di cibo (uccishtha). Testi che descrivono il suo culto specificano che i devoti devono offrire l’ uccishtha con le mani e la bocca macchiata di avanzi di cibo, cioè, i fedeli devono essere in uno stato di impurità, dopo aver mangiato senza lavarsi. Si tratta di un capovolgimento radicale dei protocolli per il culto delle divinità. Normalmente, i devoti sono particolarmente attenti a offrire cibo puro e alimenti che la divinità amano particolarmente. Dopo che la divinità ha accolto l’offerta, il cibo è considerato benedetto e restituito al devoto perché lo condivida, poirché e si ritiene asperso della grazia della divinità. Il rituale del dare e prendere, in questo caso sottolinea la posizione di inferiorità del devoto, che serve la divinità e accetta resti di cibo della divinità come qualcosa di prezioso. Nel caso di Matangi tuttavia, gli adoratori offrono il proprio cibo in modo impuro e sono loro stessi in uno stato di impurità, mentre lo offrono.

In alcuni rituali viene offerto un capo di abbigliamento macchiato con il sangue mestruale, per ottenere il dono della seduzione. Il sangue mestruale è considerato tabù nello svolgimento delle funzioni religiose, ma nel caso di Matangi questi tabù si rovescia, invece, nell’ostentazione

Kamala – l’Ultima

Kamala come la decima e ultima delle dee della Sapienza mostra il dispiegarsi pieno del potere della Dea nella sfera materiale. Lei è al tempo stesso l’inizio e la fine del culto delle dee.

I testi canonici sono molto specifici per quanto riguarda la sua iconografia: ‘Lei si distingue per un bel colorito dorato. E’ bagnata da quattro grandi elefanti che versano nettare sul suo corpo. Nelle quattro mani tiene due fiori di loto e fa segno di concedere doni e rassicurazione. Indossa una corona e un vestito di seta.

Il nome Kamala significa “dama del loto” ed è un epiteto comune della dea Lakshmi. Infatti, Kamala non è altro che la dea Lakshmi. Anche se elencato come l’ultima delle Mahavidyas, il suo volto è il più noto e più popolare. Diverse feste annuali sono celebrate in suo onore. Di questi, il festival Diwali è più famoso. Questo festival lega Lakshmi a tre temi importanti e correlati: la prosperità e la ricchezza, la fertilità e i raccolti, e la buona fortuna durante l’anno seguente.

Gli elefanti che versano nettare sono i simboli della sovranità e della fertilità. Trasmettono l’associazione di Kamala alla buona fortuna e alle altre qualità desiderabili.

Anche se si tratta dell’equivalente di Lakshmi, quando Kamala è inclusa nel gruppo di Mahavidyas assume alcune caratteristiche differenti. La principale e più sorprendente è che non sia mai mai descritta o mostrata accanto a Vishnu, che è altrimenti il suo compagno costante e dominante in tutte le rappresentazioni.

A differenza di Lakshmi, Kamala è quasi interamente avulsa dai contesti coniugali e domestici. Non svolge il ruolo di moglie in alcun modo, e la sua associazione al corretto comportamento dharmico o sociale, come esempio o come ricompensa, non è importante nel contesto delle Mahavidya. Qui l’enfasi sembra essere messa sull’indipendenza delle Dee. Per la maggior parte, le Mahavidya sono viste come Dee potenti nella loro natura. Il loro potere e autorità non derivano dall’associazione con la divinità maschile. Piuttosto, è il loro potere che pervade gli dèi e consente loro di svolgere le proprie funzioni cosmiche. Quando divinità maschili sono rappresentate, sono quasi in ruoli di supporto (letteralmente, come il trono di Shodashi), e sono raffigurati come figure sussidiarie.

Conclusioni

Kali e Tara sono mostrate a cavalcioni di Shiva, mentre altre come Shodashi sedute sul corpo di Shiva, che a sua volta poggia su un divano con le gambe formate da quattro divinità maschili. Nessuna delle Mahavidya è indicata come la moglie tradizionale o consorte. Anche Lakshmi, che è molto conosciuta per la sua posizione di moglie fedele di Vishnu, viene rappresentata sola. Si osserva inoltre che le teste mozzate che decorano i corpi delle Dee sono di sesso maschile, così come i cadaveri che giacciono sotto di loro.

Inoltre, i testi tantrici spesso citano a questo riguardo l’importanza della devozione nei confronti delle donne. Il Tantra Kaulavali dice che tutte le donne dovrebbero essere considerate come manifestazioni di Mahadevi (la Grande Dea). Il Nila-tantra dice che bisogna piuttosto abbandonare i propri genitori, il guru, e anche le divinità prima di insultare una donna.

Infine rimane la domanda: perché adorare una dea come Kali, Chinnamasta, Dhumawati, Bhairavi, o una Matangi, ognuno delle quali incarna una figura drammaticamente marginale, impura, o socialmente sovversiva? Queste dee sono sia spaventose che pericolose. Spesso minacciano l’ordine sociale. Nella loro associazione forte con la morte, la violenza, il proibito e disprezzato, i ruoli sociali marginali, esse mettono in discussione la normativa sociale “per bene”, come le comodità mondane, la sicurezza, il rispetto e l’onore. Il culto di queste Dee suggerisce che il devoto incontri direttamente di una spiritualità rinnovatrice e liberatoria, attraverso tutto ciò che è proibito dall’ordine sociale stabilito.

L’obiettivo principale, qui secondo la credenza tantrica, è di allargare la propria coscienza al di là del convenzionale, di rompere le norme sociali, i ruoli e le aspettative. Sovvertendo, beffardo, o con il rigetto delle norme sociali, l’adepto cerca di liberare la sua coscienza dalle categorie ereditate, imposte, e inibitorie del proprio e dell’improprio, buono e cattivo, impuro e puro.

Vivere la propria vita secondo le regole di purezza e di impurità, di casta e di classe che dettano come, dove, ed esattamente in che modo ogni funzione corporea può essere esercitato, e come la gente possa, o non possa interagire con il mondo, può creare un senso di oppressione da cui si vorrebbe fuggire. E si chiede proprio alla più marginale, bizzarra, “outsider” tra le Mahavidyas di agevolare la propria liberazione.

Fonti:

Per l’articolo http://yogendranathyogi.blogspot.com/2010/10/wisdom-goddesses-mahavidyas-and.html

Citazione dal Todala Tantra: http://www.shivashakti.com/todabst.htm

5 Replies to “Le dieci Mahavidya, la grande teoria tantrica delle forme della saggezza”

  1. Sandro

    Sono un seguace “naturale” della Madre Nera e mi stupisce leggere quanto sia limitato il considerare le emanazioni della Madre in base all’iconografia. Impure, marginali, è come distinguere dall’uno una parte e reputare essa “diversa e rigettevole” e l’altra “corretta e amorevole”, in perfetta visione occidentalecentrica. La Madre Nera permea tutto ciò che ci circonda ma si manifesta solo ad alcuni perché essi sono già oltre. Un tantrico è, per definizione, già oltre.. e tutto ciò che può mostrare un passo al di fuori, al di sopra, al di la’, lui lo fa suo. Non è per tutti, la via del Tantra è per pochi (pochissimi) proprio perché non da’ alla mente uno scampo e l’occidentale tipicamente è debole, lassista, privo di energie, autogiustficante. Ultima nota: l’ordine stabilito è una stabilità ma anche una fine e una sterilità, le Madri portano a sovvertire lo stesso perché altrimenti saremmo già estinti, fisicamente e spiritualmente. e.. grazie. nonostante le piccole critiche il post mi è piaciuto molto.

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