Louise Bourgeois (1911-2010)

1. All’inizio il mio lavoro è paura di cadere. Più tardi è diventato arte di cadere. Come cadere senza farsi male. Più tardi ancora è arte di stare sospesi, essere duro.

2. I miei primi ritratti non avevano braccia perché erano inermi. L’assenza di braccia significa che non ci si può difendere. In tale stato si conoscono i propri limiti.

5. I miei coltelli sono come una lingua: ti amo, ti odio. Se non mi ami, sono pronto ad aggredirti. Sono molto a doppio taglio.

6. I miei grattacieli non parlano davvero New York. Essi riflettono la condizione umana. Non toccano.

8. Il colore è più forte della parola. Comunica subliminalmente. L’azzurro rappresenta la pace, la meditazione, la fuga. Il rosso è un’affermazione a tutti i costi – senza riguardo dei pericoli che lo scontro comporta – della contraddizione, dell’aggressione. Simboleggia l’intensità delle emozioni.  Il nero è lutto, rimpianto, colpa, ritiro. Il bianco significa ripartire da zero. Rinnovamento, possibilità di ricominciare da capo, assoluta freschezza. Il rosa è femminile. Rappresenta il piacere e l’accettazione di sé.

9. La spirale è il tentativo di controllare il caos. Ha due direzioni. Dove ci si colloca, alla periferia o al vortice? Cominciare dall’esterno è paura di perdere il controllo; l’avvolgimento è serrarsi, ritirarsi, comprimersi fino a sparire. Cominciare dal centro è affermazione, muoversi verso l’esterno rappresenta il dare e l’abbandonare il controllo; la fiducia, l’energia positiva, la vita stessa.

10. Le spirali – in che direzione andare – rappresentano la fragilità nello spazio. Quel che fa girare il mondo è la paura.

11. Vari anni fa ho chiamato una mia scultura One and Others . Potrebbe essere il titolo di molti miei lavori successivi: la relazione tra l’individuo e ciò che gli sta intorno è un pensiero che non mi abbandona mai. Può essere casuale o stretta, semplice o complessa, sottile o ottusa. Può essere dolorosa o piacevole. Soprattutto può essere reale o immaginaria. E’ su questo terreno che cresce tutto il mio lavoro. I problemi di realizzazione – tecnici e persino formali e estetici – sono secondari; vengono in un secondo momento e possono essere risolti.

13. Dagger Child è il bambino in posizione di far male. Ha il potere di ferire la madre. Il coltello è come un piccolo giocattolo.

19. Quando si soffre, ci si può ritirare e proteggere. Ma la sicurezza della tana (lair, una delle forme ricorrenti nella produzione artistica di L.B.) può anche essere una trappola.

20. Il fallo è per me oggetto di tenerezza. Ha a che fare con la vulnerabilità e la protettività. Dopo tutto ho vissuto con quattro uomini, mio marito e i miei tre figli. Io ero la protettrice. Ho fatto da protettrice anche a mio fratello; lui lo sapeva, ne era cosciente, se ne serviva.
Anche se mi sento protettiva nei confronti del fallo, non significa che non ne abbia paura. “Non svegliare il can che dorme.” Si nega la paura con tecniche da domatore di leoni. Pericolo e assenza di paura convivono. Con le donne non c’è pericolo, ma neanche eccitazione. (Vedi Fillette)

24. Mio padre mi ha tradita non essendo quello che ci si aspettava da lui. Prima di tutto, abbandonandoci per andare in guerra e poi trovando un’altra donna e portandocela in casa. Si tratta semplicemente di regole del gioco e in una famiglia le regole del gioco sono tali che un minimo di rispetto è dovuto.

29. Io bisogno delle mie memorie. Sono i miei documenti. Li sorveglio con cura. Sono la mia intimità e ne sono immensamente gelosa. Cézanne ha detto: “Sono geloso delle mie piccole sensazioni.” Abbandonarsi ai ricordi e avere la testa tra le nuvole è negativo. Bisogna distinguere tra i ricordi. Siamo noi a andare a loro o sono loro a venire, a noi. Se siamo noi a andare a loro, sprechiamo il nostro tempo. La nostalgia non è produttiva. Se vengono a noi, sono i semi della scultura.
30. Ogni giorno si deve abbandonare il passato o accettarlo e se non si riesce a accettarlo si diventa scultori.

32. Ho ereditato la razionalità di mia madre e il cuore malato di mio padre.

33. Trovo il passato terribilmente doloroso sebbene ci sia legata. E’ irrisolto. Eppure non ho alcun gusto per la rivisitazione. E’ un paesaggio attraverso cui si è passati e che si è esplorato e superato. Solo il domani è interessante.

34. Una figlia è una delusione. Se metti al mondo una figlia, devi farti perdonare, così come mia madre è stata perdonata perch6 io ero l’immagine sputata di mio padre. E’ stato il mio primo colpo di fortuna. E’ per questo forse che mi ha trattata come il figlio che aveva sempre voluto. Io ero dotata a sufficienza da soddisfare mio padre. Questo è stato il mio secondo colpo di fortuna. Tutte le figlie odiano le madri. In termini freudiani la figlia accusa la madre per la perdita del pene. Danno la colpa della castrazione alla madre. Sono profondamente grata di non essermi dovuta sottoporre a questa prova. Sarei stata assolutamente incapace di affrontare le critiche di una figlia. I figli stanno sempre dalla parte della madre, a meno che la madre non sia ingiusta nei loro confronti. Vale a dire che gli chieda così tanto da farli crollare. Un sacco di genitori trasformano in carriera il fatto di avere dei figli. Vivono attraverso il figlio e lo distruggono. E’ meglio avere dei genitori che usino i figli come forza lavoro non pagata.

35. Mio padre provocava in me una continua perdita di autostima. Mia madre rappresentava la fiducia in me stessa. “Non prendertela, sai come sono gli uomini. Dagli ragione, intrattienili; gli uomini sono come bambini.” Mi ha convinta. Era la sua forma di femminismo.

36. Mia madre sedeva al sole per ore a aggiustare arazzi. Le piaceva davvero. Questo senso di riparazione è profondamente radicato dentro di me.
Rompo tutto ciò che tocco perché sono violenta. Distruggo le mie amicizie, l’amore, i miei figli. La gente in genere non lo sospetta, ma la crudeltà è presente nel lavoro. Rompo le cose perché ho paura e passo il tempo a riparare. Sono sadica perché ho paura. Eppure la riconciliazione tra persone non funziona mai veramente.

43. Il dolore è il soggetto di cui mi occupo. Dare significato e forma alla frustrazione e alla sofferenza. A quello che succede al mio corpo va dato un aspetto formale. Si potrebbe quindi dire che il dolore è il riscatto del formalismo.

46. Esorcizzare fa bene. Cauterizzare, bruciare per guarire. E’ come potare gli alberi. La mia arte è questo. Lo so fare bene.

47. Non è un’immagine che cerco. Non è un’idea. E’ un’emozione che si vuole ricreare, l’emozione di volere, di dare e di distruggere.

52. Il potere mi spaventa. Mi rende nervosa. Nella vita reale, mi identifico con la vittima. Ecco perché mi sono dedicata all’arte. Nella mia arte, l’assassino sono io …
Il processo consiste nell’andare dal passivo all’attivo. Come artista io sono una persona che ha potere. Nella vita reale, mi sento come un topo dietro al termosifone…

53. Facendoti da parte, riconoscendo che non hai potere, diventi più di te stesso. Ti vengono idee chi non avresti mai avuto. Nella mia arte, vivo in un mondo che costruisco con le mie stesse mani. Prendo decisioni. Ho potere. Nel mondo reale, non voglio potere.

54. … Dal momento che le paure del passato sono collegate alle funzioni del corpo, esse riappaiono attraverso il corpo. Per me la scultura è il corpo. Il mio corpo è la mia scultura.

55. La vita dell’artista è negazione del sesso. L’arte nasce dall’incapacità di sedurre. Io sono incapace di farmi amare. L’equazione è davvero sesso e assassinio, sesso e morte.

59. L’arte è sacrificio della vita stessa. L’artista sacrifica la vita all’arte non perché lo voglia, ma perché non può fare altrimenti.

61 … Il bozzolo ha consumato l’animale. Io sono il bozzolo. Non ho io. Io sono il mio lavoro.

63. 1 problemi simboleggiano bisogni insoddisfatti. Molta gente ne osserva gli effetti senza avere accesso alle cause che li hanno determinati.

69. L’artista non attraversa i riti di passaggio. Rimane un bambino privo di innocenza che però non riesce a superare né a rompere i legami. Non è capace di liberarsi dall’inconscio. Un destino tragico.

70. Tutti gli atti simbolici danno piacere. La gente non lo ammetterà mai.

71. Un artista mette in scena i suoi problemi. Non c’è comunque cura, perché l’espressione di sé non comporta apprendimento. Lo esclude. Ecco perché si ripete continuamente.
A Sisifo piaceva spingere il suo macigno. Era la sua ragione di vita. Era una forma di auto-espressione e non gli ha mai fatto imparare niente.
Camus non voleva imparare. Voleva giustificare la sua sofferenza. Io voglio imparare.

74. … Breton, Lacan e Freud mi hanno delusa. Promettevano la verità e hanno tirato fuori solo teoria. Proprio come mio padre: promettere tanto e mantenere così poco.

(testi di Louise Bourgeois in “Lapis”, 1996, n.18)

Post originale: Viomarelli

Libri:

Louise Bourgeois: Distruzione del padre. Ricostruzione del padre. Scritti e interviste 1923-2000 (a cura di Bernadac M. L.; Obrist H. U.  – Ed. Quodlibet)

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *