Hinduismo antico. Vol 1: Dalle origini vediche ai Purana. Meridiani Mondadori

Il volume inizia con gli inni vedici più importanti e le Upanisad più celebri e prosegue con la Bhagavadgita, i capitoli più cruciali della Manusmrti, del Mahabharata, del Ramayana, dei Purana, i testi antichi fondanti tutto il complesso sistema religioso dell’India tradizionale. Si tratta di testi essenziali per comprendere i miti antichi e gli sviluppi successivi del pensiero religioso indiano, dai sistemi dualistici – che credono in una distanza radicale tra l’uomo e Dio, tra creato e creatore -, a quelli non-dualistici – che invece vedono proprio nella sostanziale unità di tutte le cose il principio unico, dinamico e vero che anima ogni cosa -, senza dimenticare i sistemi che propongono vie intermedie e che spiegano in altro modo l’amore di Dio e il mistero della vita nel cosmo. Nel secondo volume verrà dato più spazio

alla metafisica, al misticismo, al tantrismo, alla devozione e allo yoga, alla riformulazione di tutte le dottrine principali: la reincarnazione, la legge di retribuzione karmica, la suddivisione delle caste, l’identità tra Sé individuale e Assoluto, l’essenza dei rituali e delle pratiche dello yoga.

«L’Induismo è l’-ismo degli indiani – dice Mario Piantelli, indologo dell’Università di Torino -. A rigore l’Induismo non esiste. C’è il mainstream, la grande corrente della cultura hindu, in cui si collocano i molti sampradaya, le correnti, ognuna con un proprio orizzonte legato di volta in volta a un culto particolare». Francesco Sferra, indologo dell’Istituto Orientale di Napoli che ha scritto l’introduzione generale al volume dei Meridiani, comincia quasi scusandosi: «L’India presenta un panorama culturale estremamente ricco e vario che si sviluppa nel corso di tremila anni e che si oppone a qualsiasi tentativo di semplificazione».

Bisogna volgersi all’universo comparativamente più ingenuo e datato dell’orientalismo del secolo scorso per trovare qualcuno disposto a semplificare. Robert Zaehner, grande studioso della cultura indo-iranica nonché agente del MI6 britannico nella Teheran di Mossadeq, spiegava che l’Induismo è contemporaneamente un Ellenismo e un Giudaismo, «sia un modo di vivere sia un sistema sociale e religioso altamente organizzato, ma diversamente dal Giudaismo (la cui essenza è la sottomissione al Dio unico, personale, trascendente e santo, che si rivela nella storia e nella storia agisce), l’Induismo è completamente libero da qualsiasi affermazione dogmatica relativa alla natura di Dio». Nell’XI secolo, l’enciclopedista islamico Al Biruni, descrivendo costernato gli hindu, scriveva: «Non metterebbero mai in gioco l’anima, il corpo e le loro proprietà per una controversia religiosa».

Zaehner cercò di isolare i «concetti chiave dell’Induismo classico», quelle idee che attraversano obliquamente il crogiolo di credenze del subcontinente indiano, e mise in fila (semplificando oltre il lecito la sua semplificazione) Brahman, il sacro, il divino, Dharma, la legge cosmica, Samsara, la trasmigrazione delle anime, Karman, il peso specifico delle azioni, e Moksa, la liberazione. Questi concetti si trovano in gradi diversi di sviluppo appunto dai Veda ai Purana.

I Veda, la sapienza, sono l’insieme di scritture, elaborato nei secoli a partire dal 1200 a.C., su cui è fondata la cultura indiana classica. Si concludono (Vedanta, che vuol dire la fine dei Veda) con le Upanishad, i testi che per secoli, da Voltaire a Schopenhauer, furono il simbolo della sapienza indiana nella cultura occidentale. Il termine «Upanishad» (i primi scritti sono del VII-VI secolo a. C.) significa in primo luogo sedersi vicino e più in basso (del maestro). Venendo dopo le Samitha più antiche, imperniate sul rito sacrificale, le Upanishad si concentrano, come spiega nell’introduzione ai testi del Meridiano Antonio Rigopoulos, indologo dell’Università di Venezia, «sull’attingimento di quella gnosi suprema che si dispiega nella rivelazione delle segrete, misteriose equivalenze, tra macrocosmo (divino e delle forze della natura) e microcosmo umano».

I maestri delle Upanishad pongono per la prima volta esplicitamente l’identità del principio divino supremo, il Brahman dei sacerdoti indo-ariani, con l’Atman, l’anima individuale. «Tat tvam asi», questo sei tu, dice il celebre «mahavakya», il grande enunciato, della Chandogya Upanishad. La tensione che permea tutto l’Induismo è la spinta verso la liberazione, la possibilità di affrancarsi da questo mondo doloroso e impermanente. «Liberarsi dalla sofferenza, questo è il fine di ogni filosofia e di ogni tecnica meditativa indiana», ricorda, anche lui dal secolo scorso, Mircea Eliade.

Il Meridiano sull’Induismo copre l’arco che va dai Veda e i Brahmana fino ai Purana che cominciarono ad apparire nei primi secoli dopo Cristo. Contiene alcune tra le principali Upanishad, estratti del Manavadharmasastra, le celebri leggi di Manu, della grande epica del Ramayana e del Mahabharata col suo gioiello, la Baghavad Gita.

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Fonti:

http://www.ibs.it/

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/news/articolo/lstp/212082/

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