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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

Premessa alla “Memoria”

Posted by Beatrice on April 16, 2009

La giusta premessa che dovrei fare è ammettere di essere completamente incapace di svolgere con grazia la ricognizione della memoria che - per le ragioni che cercherò di spiegare - ho incominciato a fare.

La ragione principale è che al momento attuale io sono l’unica e l’ultima a ricordare le storie che mi sono state raccontate e che solo in parte, nella misura più fugace, benché più nitida, quella dell’infanzia, ho potuto brevemente condividere. Non ho conosciuto direttamente tutti i protagonisti delle vicende che abitano la mia memoria. Molti di essi sopravvivevano comunque alla loro uscita dal mondo grazie al continuo ricordo, non solo della persona come affetto, ma del lessico e dei particolari modi di dire e di fare, che erano altrettanti modi di intendere la vita e tracce inequivocabili di un intreccio improvviso di etnie e di nazionalità e di paesaggi, che per un periodo del secolo scorso ha composto una popolosa famiglia in un disegno surreale e talvolta tragico.

Alcuni anni fa, quando scomparve l’ultima protagonista e testimone diretta, da cui provengono una grossa parte delle storie che io ricordo e la loro pregnanza di presenze effettive, già all’uscita dalla funzione, ancora senza nemmeno la forza di dire grazie a tutti e arrivederci, alcuni mi si facevano incontro per chiedere che scrivessi quello che avevo ascoltato. Ma per gli anni che seguirono avevo la certezza che non ne sarei stata capace. La mia memoria non è della qualità di quella che fu della mia mentore. E per ragioni non futili, la mia è probabilmente destinata a scomparire rapidamente. A questa beffa ho cercato di non pensare, ma non posso non constatare; come non posso tirarmi fuori per incapacità tecnica, perché tutto questo - poi ho capito - non mi appartiene, non è pertinenza del mio orgoglio o delle mie competenze, se esistono.

C’è una scatola di fotografie, per ciascuna delle quali ho ricevuto in lunghe ripetizioni, la cognizione dei luoghi, delle origini, dei rapporti e perfino della provenienza di abiti o particolari, la lingua parlata e l’accento regionale, la collocazione nel quadro nel cosmo e nella storia del secolo, e tute le figure che non compaiono nel quadro ma ne costituiscono la radice e il retroscena. Ho libri stropicciati e consunti di argomento religioso, segnati, appuntati, ricolmi di immagini sacre che raccontano una storia che è ancora più intima e non viene mai raccontata, per pudore. E altri oggetti, per ora indicibili. Ma tutte queste cose non avevano e non sanno come trovare un  filo conduttore, che per me era sempre stato il tavolo di formica azzurra della vecchia cucina, punto in cui tutte quelle linee eterogenee convergevano, nella narrazione semplice che viene dalla comunità e dall’esperienza.

Quel tavolo non esiste più. Come per i protagonisti di questa memoria la realtà di quel tavolo si è però rafforzata dalla sua scomparsa, anziché diminuire. E se la casa in cui c’era il tavolo era la casa della mia infanzia, è stata anche lo scenario in cui ho ambientato ogni libro che ho letto, e il luogo dove continuo a vagare nei sogni. Così come per decenni è stato abitato segretamente da tutti quelli che attorno a quel tavolo si erano riuniti. Un’amica che frequentavo quando ancora abitavo la vecchia casa mi invitava a fuggire, perché la giudicava “piena di fantasmi”, che la opprimevano. Io che tra quelle pareti e le loro ombre ci ero cresciuta e ritornata, capivo un po’ quello che intendeva, ma non riuscivo a vivere in nessun altro luogo. Le case nuove erano cementate di un fantasma  più malvagio, lo spirito materialista che sfuggiva il passato e inseguiva un valore antiumano, desolante,  che somigliava alla casa deserta di pareti bianche in cui mi precipitavano gli incubi. Alla fine, però, la vecchia casa con le sue pareti ombrate aveva sopportato tutto il dolore e la consunzione terrena che poteva ospitare tra semplici mura, e anche io l’ho lasciata, perché incominciasse la rigenerazione. Dove abito ora ho chiamato con me degli Dei “stranieri”, come lo furono i miei antenati, come in qualche modo lo sono anche io, e loro sono venuti, perché c’è un legame continuo tra tutti quelli che ci sono stati madri e padri, creatori, protettori e maestri - con cui condividiamo la condizione radicale dell’estraneo alla terra e il senso del cammino.

Un mattino di sei mesi fa la mia mente, o la mia immaginazione esasperata, fu gettata in un vortice nero. Accanto a me c’era la donna che sempre mi aveva protetta e istruita, che vestiva a lutto e piangeva la mia fine. Non aveva molto da dirmi, quello che mi mostrava era la morte, nella versione più macabra e scenografica, la teoria delle ombre, senza alcuna connotazione, che lentamente mi stringeva e mi avviluppava in un liquido nero e nella disperazione. Mi diede un termine di sei mesi. Scomparvero lentamente, ma lasciandomi scossa. Dopo una giornata infernale, appoggiai la testa alla parete dietro il letto, senza trovare il bandolo, esausta, e dalla parete mi arrivarono le voci dei bambini, nipoti dell’anziana coppia che vive nell’appartamento oltre la parete. Correvano attorno al tavolo della cucina, rincorrendosi in cerchio e ridendo, mentre gli adulti li sgridavano un po’, per dovere. Era la stessa cucina, lo stesso gioco, le stesse parole di molto tempo prima, nella cucina vecchia. Seguii questo ricordo e trovai la mia figura, bambina, con i capelli rossi, in piedi sulla porta del tramezzo che separava giorno e notte nella vecchia casa. Era perfettamente sola, come se tutta la storia dovesse incominciare soltanto dal gioco ideato nella sua immaginazione.

Comunque, per abitudine e lealtà alla tradizione per sei mesi mi sono limitata a soffrire, sia ben inteso. Non ho capito una virgola di quello che mi era stato detto e pensavo che io, personalmente, avessi sei mesi per prepararmi a morire, e che nemmeno questo mi riusciva. Poi, presi a leggere un libro, che già avevo letto almeno dieci anni prima, una sera così, senza ragione: Dostoevskij, L’idiota. Non avendo ancora capito davvero la mia storia, non oserò dire di aver capito cosa ha fatto Dostoevskij con L’Idiota, mi limiterò a riconoscere quello che ha fatto per me, per darmi la possibilità di affrontare il compito che avevo accantonato per sempre. Mi occorreva un testimone vuoto - non “buono”, eventualmente credendosi buono, tanto per annichilire ancora la sua posizione - non attivo, ma mosso da decisioni e sentimenti assorbiti e riflessi all’istante, qualcuno che non sapesse tutto, come io non so tutto, la cui presenza fosse omissione anziché azione, sottrazione, anziché posizione. Qualcuno, che nella perfetta ignoranza potesse permettere all’ignorante che deve narrare quello che non sa, di non sapere eppure di gettare lo sguardo e osare ricordare la tragedia, la scabrosità, l’affronto o il sublime - pur nella sua condizione vergognosa di non-protagonista, di nullità rispetto alla potenza umana e vitale dei vivi, perfino adesso che sono morti, i protagonisti.

Le storie che mi furono raccontate spesso non seguivano un andamento temporale lineare, che le rende ancora più difficili da riportare. Oppure quei paradossali archi temporali, che ricadevano intorno ad una figura o a una frase, come un cerchio che ritorna dopo un giro nella storia a un punto non identificato del suo percorso, tutto deflettendo pericolosamente, erano già perfetti e spontanei artifici narrativi, che della temporalità potevano farne a meno, a favore di qualcosa che aspirava, modestamente, all’immortalità. Uno di questi giorni riaprirò la scatola delle fotografie e uno a uno sfileranno questi volti famigliari, accadrà sul blog, perché questo non è un progetto letterario, è invece un progetto teosofico, immaginale, aperto, non mio. Per quei pochi che leggono il blog e che in questo momento sono perplessi della possibilità (perplessità che condivido) di vedere compiuto il racconto, posso offrire poche ma oneste garanzie: 1) che ho motivo fondato di credere nel potere dei miei antenati e che pretendano questo lavoro, ora 2) ho preparato la struttura del racconto dall’inizio alla fine, scegliendo un fatto centrale, ecc 3) non devo inventare nulla, tutto è stato già inventato coralmente nel tempo, io lo devo raccontare, per l’ultima volta 4) ho il mio “testimone”, che è realmente esistito, anch’esso, sebbene non sia mai stato là. 5) esattamente allo scadere del termine dei sei mesi, il giorno esatto, è comparso il falso protagonista di questa vicenda. Chi fosse “in realtà”, se capiterà l’occasione, lo spiegherò in un’altra nota, in un punto qualsiasi della storia.

Io e il mio testimone condividiamo la predisposizione a stare in silenzio, la credulità, la personalità schiva. Per via di queste limitazioni innate, il racconto risulterà sicuramente elusivo. Trattandosi di testimonianza, le affermazioni espresse nel racconto non corrispondono in nessun modo alle mie, né le convinzioni politiche, religiose, sociali. Non intendo usare però nessun filtro e nessun giudizio preventivo o conclusivo, chi desidera ascoltare la memoria, può solo riconoscerla così com’è.

  • Luca ha scritto:

    Pochi giorni fa, per puro caso, sono capitato nei pressi del cimitero dove riposano due dei miei nonni, quelli di stirpe contadina. E’ un cimitero minuscolo, appoggiato sul fianco di una collina sotto la frazione dalla quale prende il nome. Ho raccolto qualche fiore selvatico ai bordi del piazzale, sono entrato (il suono della ghiaia sotto le suole, traffico lontano d’autostrada in sottofondo) e sono rimasto un po’ lì. Fissavo la faccia rugosa e sorridente di quell’uomo nella foto e dentro di me gli chiedevo “Perché sono così infelice?”. Dov’è finito il mattino dorato, nonno? Dove siamo finiti tutti quanti? Dov’è tutto quel tempo? Che fine ha fatto? Chi se l’è preso?
    Non l’ha preso nessuno. nessuno poteva prenderlo perché non c’è mai stato. Erano solo attimi incollati con lo sputo.
    Anch’io ho una cassetta così, piena di foto e cartoline. Le guardo di rado perché ogni volta sento qualcosa stringermisi dentro, come se una mano si serrasse intorno a un organo sconosciuto. E’ piena di quegli attimi e la loro unicità e irripetibilità mi causa un’angoscia senza nome.
    Il destino, la famiglia, la fine della storia. Tutte stronzate. Non sono più il punto bianco incandescente in cui collassano decenni di sacrifici, amore e dedizione. Non voglio più esserlo. Troppo pesante questo fardello, quest’animula vagula blandula non ce la fa, non riesce a ritrovare la strada di casa.
    Cupio dissolvi, perdersi nel mondo. E finalmente senza ritorno.

  • Beatrice ha scritto:

    Ciao Luca.
    io ho fatto di peggio. Oggi sono andata alla biblioteca comunale, che per combinazione si trova esattamente di fronte alla casa in cui si svolgono le vicende che vorrei raccontare. Volevo cercare notizie della città, e precisamente di quella strada, riferite al 1950, qualsiasi cosa. Ho ricevuto 4 volumi di fotografie (aridaje), ma va bene, le ho sfogliate. Ho capito che quando si dice “libro” si vuole intendere “apologia”; che questo si fa comunemente con le foto, una specie di “all of fame” dei meglio della città e dell’epoca. Ma chi sono, cosa rappresentano? Il Maresciallo avrebbe gridato, con livore: barbieri, gelatai, magnaccia.
    C’è del marcio in Danimarca. Poi, parcheggiando, mi sono fatta la fiancata della macchina.

  • Luca ha scritto:

    Mi sono fatto l’idea che quelle immagini non rappresentino niente. Tutto il loro senso è sepolto insieme ai personaggi che ritraggono. E’ una frazione di secondo incastrata da qualche parte là dietro, nel tempo, irriducibile e irrecuperabile. Gli unici a saperlo erano loro, e loro non ci sono più. I fantasmi? Magari esistessero.
    Per molto tempo ho pensato di avviare un’indagine seria per scoprire chi fossero realmente queste persone che sorridono, ammiccano o strizzano gli occhi da decenni di distanza, ma non sono sicuro di volerlo scoprire davvero (ammesso che sia possibile, cosa che tendenzialmente non credo).
    Una prece per la fiancata. Sono cose che fanno male.

  • Beatrice ha scritto:

    In effetti non è obbligatorio. Si può tentare l’impresa per alcuni motivi, ad esempio, se l’indagine interessa un legame che non è di identità con la forma rappresentata dalle immagini (che giustamente dici non rappresenta “niente”) ma con la coscienza, compresa con quell’infelicità che nelle foto non è sempre impressa, oppure sì. Dipende. Penso che il “niente” sia la trappola agiografica, il “mattino dorato”, la vicenda eroica piccolo-borghese che è impressa nei libri che ho sfogliato in bioblioteca. sono offensivi della Memoria. Nel caso personale, un visione che altera la verità in maniera da ripulirla delle contraddizioni e del dolore, delle molte tragedie che scivolavano dietro quelle immagini, ci paralizza.

  • Luca ha scritto:

    Ed ecco che il prestigiatore estrae dal cilindro del mondo questo bel coniglietto: http://tinyurl.com/dcf2op
    Nonostante tutto è difficile resistere al vortice che ti tira giù violentemente in mezzo ai volti, i gesti, gli impacci, le malinconie e gli abbandoni.
    Guardandole mi sono ricordato, per un attimo, del perché una volta mi fossi messo in testa di scrivere delle storie.

  • Beatrice ha scritto:

    Visto stamattina (e nessuno dei 3 lettori di Turiya pare sia un redattore del Corrire), migliore delle foto raccolte in biblioteca, almeno. Mi sono ricordata che esiste anche l’archivio Bobbato http://www.bobbato.it/, dove andrò a rompere un po’i paralipomena, cercando qualche notizia utile a far planare i racconti elittici delle zie su un piano vagamente condiviso. Però ricordo che dirigeva la Bobbato un tale Bianchini che nel ‘99 ascoltai giurare in conferenza sulla fine della storia. Forse è il momento di andare a farci 4 risate…

  • Luca ha scritto:

    Be’, se per lui la storia finiva nel ‘99 non avrà gran che da dirti.

  • Beatrice ha scritto:

    http://www.storiaefuturo.com/it/numero_8/immagini/10_autorappresentazioni-pubblico-privato~127.html

    copio e in collo, poi leggo.

  • Beatrice ha scritto:

    http://www.storiaefuturo.com/pdf/127.pdf

    pdf

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