Garuda, il soggetto e l’oggetto.
Posted by Beatrice on April 23, 2009
Una delle caratteristiche che si impongono nella tradizione mitologica indiana è quella delle figure di dei e semidei le cui sembianze sono ibridi tra l’animale e il divino (o l’umano, il divino antropomorfo): Ganesha, Hanuman, Narashima, Garuda, per citare i più celebri.La loro presenza si realizza facilmente e con benevolenza, mano a mano si sperimentano gli stati e le esperienze del cammino, nella potenziale o parziale trasformazione che si compie nella percezione o dispercezione di sé. Come se, come avviene, nel progredire spirituale, la devozione, la discriminazione, la conoscenza, il mezzo, giungessero - giungono - non per intervento di altro, ma per una modificazione nella posizione, nel ruolo e nell’identità della nostra persona, trasformazione i cui gradi si manifestano in distorsioni animali, super-umane e sub-umane, che segnano il trapasso dallo stato della limitazione manasica, propriamente dell’homo sapiens sapiens, verso forme anteriori e superiori, o per abbandono di posizioni acquisite, verso il ritorno a un’origine umile, ma adatta a servire o manifestare l’oltreumano, prima dell’assoluto.
La mutilazione della testa di Ganesha, che viene rimpiazzata con quella dell’elefante, non lo rende più sciocco, ma gli conferisce il dono della compassione del Padre, e l’infinita saggezza e benevolenza che ne conseguono. E la Scimmia antica, che forse popolava davvero il mondo quando l’uomo fece la propria incerta comparsa, era capace di armare un esercito efficiente e di portare alla vittoria il divino Rama con l’impeto della sua devozione, prima che il tradimento degli uomini le facesse negare di aver mai posseduto la parola. Garuda è più elusivo, meno conosciuto. Umile mezzo, trasporto di Vishnu, compare per la prima volta quando la gloria del suo cavaliere deve risultare nella piena magnificenza per proclamare l’unità degli Dei, l’unicità dell’Essere indivisibile agli uomini pii, ma troppo interessati alla propria identità parziale. Vishnu entra in pompa magna in sella a Garuda nel cielo già segnato dall’ira di Shiva, dalla distruzione dell’empio sacrificio di Daksha, e con l’intenzione di avvalersi di tutta la autorità perché la Verità dell’Unico Dio non sia mai più negata in favore dell’apparente differenziazione.
Dunque da due anni e sei mesi aspettavo una statua di Garuda da dedicare alla memoria di MG; era l’immagine che avevo scelto per lei da subito, di istinto. Arriva insieme a queste strane storie scritte male, la statua che cercavo da tempo, perché la metta finalmente di fronte all’immagine di chi fu, per tutta la vita, il Servo e il Mezzo - nell’accezione più elevata. Garuda vola, è un uccello. E’ moto ascendente. La sua figura nella statuaria, però, riveste la forma ibrida semi-umana, ed è rappresentata nella posizione con un ginocchio a terra e con le mani giunte, mentre dietro la schiena di uomo si aprono le ali e il volto è quello di un’aquila o di un falco reale. Le figure dell’eroe animale mi commuovono. Non trovo immagine più potente e perfetta per rappresentare l’anima in ascesa che si offre pienamente per diventare mezzo del divino.
Non ho visto la statua di Garuda fino alle 20,30 di ieri. Ritornavo risalendo la strada dove si svolse la vicenda che tento di raccontare, e vibravo di un vero sentimento di indignazione. La storia che mi era stata mostrata su alcuni libri patinati, che avrebbero dovuto raccontare gli anni e la gente e lo spirito dentro cui sono germinati il presente e il resto, era una sequenza compiaciuta e prosaica e piaciona di vetrine, eroi del guadagno leggero e borioso del dopoguerra, ballerine e papponi, motociclette, feste danzanti. Come se la storia la scrivesse per sempre Vincenzo Mollica. Questa era la storia, secondo le intenzioni degli autori, delle maestranze e delle autorità, che immancabilmente controfirmano la seconda di copertina, in questi cataloghi della provincialità, di solito durante presentazioni pubbliche nelle sale delle Amministrazioni, ecc; la storia delle vetrine, delle belle donne, dei bei vestiti e dei campioni, che sono nella religione del denaro i simboli di sacrifici e amore, e tradizione. La strada che risalivo, da brulicante centro abitato e luogo di un monastero, è una via di vetrine nuove, dove si ricerca con sollecitudine di ricalcare una tradizione inesistente, che da quelle pagine deve aver tratto ispirazione. Le tovaglie di carta paglia nelle trattorie che servono pietanze dall’immancabile attributo “come una volta”, il falso scialbo dell’”Osteria” culturale dove ogni dettaglio è immancabilmente firmato, il vuoto che si sprigiona ovunque. Alla teoria di gelatai, barbieri, magnaccia, cicloamatori e signorine che secondo le autorità avrebbe “fatto” la storia del luogo, storia a cui non posso opporre alcuna obiezione, oppongo semplicemente alcune osservazioni personali. Per un momento ho sentito il dubbio che quello che sarebbe stato normale e più facile fare delle mie vecchie fotografie era un album commentato, come quelli che avevo sfogliato in biblioteca, dove inserire le annotazioni di stile e di costume, un pettegolezzo, e una forma breve e divertente di agiografia. Forse questo si aspettano quelli che mi chiedevano qualcosa, un libro. Questo è il libro che leggerebbero, e per inciso anche quello che potrei completare senza nessuna difficoltà.
Mi ha fermato una signora. E’ una vecchia amica di famiglia, amica di tutti coloro di cui mi appresterei a scrivere. Mi voleva dare un libro, che invece avevo con me, sulla vita di un Frate Minore Francescano, la cui vicenda è molto legata a quella della mia famiglia, e che mentre riposa presso suo Padre, attende che a Roma decidano del suo processo di beatificazione una commissione di porporati con i rayban color pervinca e la spyder di 007. Un frate degli umili, un mite, un predicatore di fratellanza, che andava in tutte le case; la sua memoria l’ha scritta, in forma agiografica, una signora che si è presa la briga di mantenere vivo questo ricordo, a sostegno della beatificazione di un santo vero, uno come tanti, o come pochi. Anche lui assente dalle cronache mondane controfirmate dall’assessore alla cultura. Il viso della donna che mi ha fermato per strada è mite, umile, sincero. Mi chiede di aiutarla a incontrare mia madre, pur sapendo, con delicatezza, delle difficoltà, che accetta serenamente in osservanza dell’antica amicizia e della istruzione religiosa di cui è devota e praticante.
Il racconto agiografico della religione borghese, delle vicende coronate dal solo successo e vocate solo al denaro, irretisce. Potremmo formulare lo stesso progetto di fruizione postuma scegliendo il sentimentalismo, oppure l’ereditarietà dei tratti somatici. Così avrebbe fatto l’empio Daksha, offrendo il suo sacrificio a Vishnu, che conserva e preserva, ed escludendo dal suo pensiero la presenza di Shiva, il “selvaggio”, il “nudo”, il “ramingo” Shiva, che è apparentemente distruzione, poiché la sua natura è puramente “io sono”, al di là delle forme, che decadono rapidamente al suo cospetto. La forma è vuota; non appena si accende il fuoco dell’osservazione, perfino della più casuale e parziale, la forma si sbriciola nel nulla: Shiva distrugge l’offerta banale, lo scarto, l’offerta dell’egoista e del vanesio. La memoria che vuole scegliere e confezionare una truffa, le immagini dorate, la felicità di un attimo e disconoscere l’umanità che al di là di quelle deboli cose ha vissuto e sofferto, è una memoria fasulla. A questo affronto ci siamo abituati: le strade che ricostruiscono vetrine mai esistite di cose “come una volta”, che mai sono state; i racconti di vicende epiche di eroi dell’impresa che è già fallita, che produce crisi, disorientamento ed esclusione, continuiamo a difenderle come “valori”, mai posseduti, sognati - ma ostinatamente creduti - da restaurare, a cui aggrapparsi e invocare la ripresa. Ciò che non è mai stato, che è stato per un tempo relativo e breve, per un tempo che se è stato breve è stato duro e crudele, come un dolore acuto di cui la vita si è liberata in fretta, quello ci pare una costante che ci è stata sottratta. La costante effettiva, quella camminata per questa strada, quella che esiste ancora, che conosce solo se stessa, è esclusa. La menzogna truffa ed esclude, costringe al silenzio, alla paralisi, alla non-esistenza: quella che colpisce questo momento storico, che muore soffocato nel bozzolo delle sue menzogne.
Garuda plana sul mio tavolo alle 20.30, e’ un’immagine piccola e lavorata con estrema perizia, ricca di dettagli preziosi. La lavorazione di queste immagini è stata definita in un tempo lontano dalla memoria, che nessuno si è curato di fissare nella “storia” e che piuttosto è stato tramandato di riprodurre uguale e con la massima perizia, comprendendone l’essenza e l’intenzione. La pongo con cura di fronte al destinatario spirituale, pregandola di sollevarci, di liberarci tutti, portandoci alla meta. Questo Mezzo sia veicolo di quella coscienza immutata che ha testimoniato la voce, che ha veduto e respirato, perché a parlare sia ancora quella coscienza, uguale e continua, che legge le forme e le trascende; perché non siano museo di vanità sterili, ma strumento di verità e presente, presenza che è stata prima e prima ancora, che è mia come è stata di altri. Io, lei, loro, siamo solo uno.







Beatrice ha scritto:
PS: Daksha, a sua volta, fu salvato, come leggete nella storia di Virabhadra su questo blog, ma dato che era stato decapitato, la sua testa fu sostituita con quella di una *capra*. Ecco un altro ibrido, anche lui perfettamente combinato. Compare nelle tavolette di rame di Shiva/Virabhadra, nelle vesti del devoto a mani giunte dalla grossa testa caprina.
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