Maya Darshan
Posted by Beatrice on October 1, 2008
Maya Darshan
Pensavo: se lei mi percuote così, chissà cosa mi farà la vita. Perchè la madre è la vita buona, quella dalla tua parte. Perchè se lei strappa, significa che là fuori c’è già il post diluvio. Ma non era vero. Non è la vita, è altro, E’ qualcosa di me, ma altro, completamente altro.
Me ne sono ricordata, come per incanto, quando ho rimesso gli occhi su un monitor per mettere in fila delle parole. Qualcuno passava alle mie spalle e mi minacciava in silenzio. Lei non avrebbe taciuto, non si sarebbe limitata a passare. Il suo silenzio si sarebbe rivelato soltanto molto dopo, quando il bottino dei prigionieri fosse al completo.
La mente è altro. Prima obbedisce in sudditanza cieca alla ragione di un padrone invisibile e feroce, la mente è sudditanza, la ragione è sudditanza. E’ l’esecutore senza colpa, efferato, il male banale, il grido. Gridava. Gelava il sangue. Paralizzava. Non c’è nulla che si possa opporre al grido materno, non c’è più forza, non c’è altra ragione, non c’è obiettivo. Al grido materno si soccombe, ci si fa muti, si attende il disvelamento dell’Assoluto (come insegna la vita di Ramakrishna), si è disposti a morire immediatamente. Si muore.
Dopo la morte, insegnano i libri misterici del tragitto, c’è un lungo mercanteggiare con i fantasmi del non-tempo, i padroni delle grida, o altri servi di fattura più sottile, indistruttibili (allo sguardo). Con la morte calano le grida, resiste la tensione, si accorcia un po’ alla volta la distanza, ma senza avere pace, senza avere coscienza di sé, senza riconoscimento, nella foresta dell’arbitrio ingannevole, nella sete. Finchè non si chieda la pace, davvero.
In un attimo scende la pace. Non ci mette che una notte e una mezza giornata, si svela da sola. Era presente dall’inizio, era il senso di tutto. Era il fondo da cui ritornavano le grida, senza barriere. Non c’era nulla che le impedisse, nessun ostacolo, la perfetta rotondità del buio e del vuoto. Non sei ragione, non sei giudizio, non sei volontà, non sei conoscenza. Sei Shiva, l’Immoto. Sei il Bambino eterno, lo sciocco, il senza forma. Come se finalmente quel Velo famoso, anzichè sollevarsi per rivelare un oggetto, finalmente diventasse il fatto, la sola possibile visione: l’invisibile.
Ti perdi, dicevi. Non è quella la realtà, quella è fantasia. Qual è la realtà? La realtà è questa (ma non c’era nulla da indicare). Non capivo, ma soffrivo. Quale realtà? questa, continuava. Era terribile. Era dolore. Era Lei la Realtà. Quel grido, quel via vai di cose e di intenzioni, quel combattimento quotidiano, in prigionia, brutale, offensivo, annichilente. Fino alla fine, al Nulla, alla Rottura senza ritorno. Non ritorno. Non ritornerò, non può esserci più qualcuno.
Abita tra le fotografie in bianco e nero. In un tempio della memoria che non riconosce nessuno, ma non è sola. E’ nel suo Pantheon, tra le divinità che le sono state devote, che non l’aiuteranno, perchè è lei che sosteneva loro. Ora sono in attesa. Le sono tutti attorno. Si chiamano tutti Mamma, le ricordano delle filastrocche slave, si placano, sono santi, erano buoni, erano filastrocche antiche. Erano nati al di là della ragione.
Siamo nate così, di volta in volta, mettendo l’uovo d’oro nelle mani di un dio straniero della terra, un demone africano, dispotico attore, o un dio afghano, dei deserti silenziosi. Perchè senza carne non avremmo potuto ritornare. Non ha senso ricordare che siamo morti. Soltanto si deve ritornare, a rappresentare un problema, finchè il silenzio che ci circonda ci abbia insegnato ad essere non più un grido o un pianto, ma la voce pura, la Parola delle origini, il canto senza fine. Senza ritorno.
Nel buio mi è stata indicata la strada. Non perderti nelle parole del mondo, della fantasia. Grida insieme al dolore. Ribellati sempre. Obbedisci sempre. Sii umile. Sii bellissima. Sii forte. Usa la parola che proviene dall’interno, che non ascolta ragione, che non si vende a nessuno. In un modo o nell’altro noi siamo silenzio. Il silenzio ci possiede e ci riprenderà. Tu mi hai insegnato tutto, mi hai mostrato tutto. La pace ti è dovuta, la gioia, la contentezza, la perfezione lucida di chi soltanto è.
Matru devo bhava
[Navratri 2008]
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Ciccio ha scritto:
“Dopo la morte, insegnano i libri misterici del tragitto, c’è un lungo mercanteggiare con i fantasmi del non-tempo, i padroni delle grida, o altri servi di fattura più sottile, indistruttibili (allo sguardo). Con la morte calano le grida, resiste la tensione, si accorcia un po’ alla volta la distanza, ma senza avere pace, senza avere coscienza di sé, senza riconoscimento, nella foresta dell’arbitrio ingannevole, nella sete. Finchè non si chieda la pace, davvero”.
E’ stata chiesta, dalla coincidenza, dalla comprensione, dalla non-differenza. E’ stata chiesta, quindi è. Miracolo delle Madri.
Beatrice ha scritto:
Sì. E’ andata proprio così.
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