subscribe to the RSS Feed

Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

Mathru Darshan

Posted by Beatrice on September 30, 2008

Erano migliaia di fotografie, in disordine, che ricadevano sul mondo che voleva curiosare un mistero che tutti si aspettavano di carpire col desiderio. E scorrevo, una sera, tra le pagine, tra la noia delle solite idee che gonfiano e deludono l’immaginario, la guaritrice, la devota, la santa, la maestra, la bellezza e i segni di una miseria che sembra entrare come un disturbatore quasi di traverso, tra i denti mancanti, la scarsa igiene e lo sguardo buono che hanno quelli che hanno del corpo la percezione odorosa sgradevole, amarognola e pungente. Sei umile e presuntuosa come usava una volta. Allora una sola foto blocca lo scorrimento quasi automatico: perchè quella sono io. Quando ho fatto questa foto? che giorno era? ricordo perfettamente…
Poche ore dopo mi ridi giocosa, con i vasi tra le mani, due tre giare di coccio, aperte, che mi mostri, esultante come una bambina: dimmi, di chi è l’aria che riempie questi vasi, sono io o sei tu? E così via ridendo, per mesi, mi porti tra le tue cose, la tua gente, la tua visione delle piante brutte di un giardino pubblico che diventa l’India mitica dei cuori, tra le donne dolenti di patimenti antichi e moderni, trasfigurate, i bambini che ci vedono attoniti e il resto che luccica attorno di cromatismi insensati di primavera. Eri densa più di me e invisibile, e ogni cosa potevi ridarmela per come era stata, qui e altrove, con altri occhi e con altri odori, sotto i tuoi passi, a fianco ai miei, o con il tuo volto, sovrapposto, perchè vedessi attraverso di te, quello che tu vedevi (e non vedevi). Non due spazi, non due tempi, non due, non due, tutto è uno. Questo mi ripetevi sempre. Imparavo lentamente l’amore, come mai era conosciuto, imparavo ad essere ciò che sono semplicemente, e a non essere perchè nulla è, perchè tu eri già e tutto il resto poteva esistere indisturbato, rapido e gioioso, senza macchia, mai diviso, questo e quello, qui e allora, adesso e laggù, nella tua terra e la mia. Non il tempo, non la distanza, non io, non tu, senza macchia. Nirmala, senza macchia.
E così ho gridato dentro, quattro mesi dopo, mentre stavi lì in piedi, piccola come me, un corpo armonioso e fragile, compreso e sensibile, fino in fondo: Nirmala, sorella mia, perchè? perchè tanto dolore, chiedevo? perchè tanto sacrificio? perchè, piccola Nirmala, perchè tanto dolore? piangevo anche fuori, cercavo di piangerti con ogni cellula, ogni cellula vibrava nel dolore per te, per la piccola donna cancellata per sempre dalla Madre Divina, lei che ora stava davanti, in piedi, un po’ rannicchiata nelle braccia, attenta e ferma, intatta. E finalmente vedevo solo quella piccola creatura e non potevo smettere di gridare. E’ stata l’ultima cosa che mi hai detto: siamo tutti uomini e donne.

Te, Tua figlia, Tua sorella per sempre.

[Navratri 2008]

Condividi:

  • email
  • PDF
  • Print
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Buzz
  • Google Bookmarks
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Technorati

Articoli correlati:

  • Carla ha scritto:

    grazie anche di questo! c’è qualcosa che mi ha fatto vibrare dentro, una commozione, una risonanza…

Add A Comment

home | top